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Coordinating Committee for the Refoundation of the Fourth International (CRFI)

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Partido Obrero (Argentina)
Worker's Party (Argentina)
http://www.po.org.ar/

Εργατικό Επαναστατικό Κόμμα (Ελλάδα)
Workers Revolutionary Party (Greece)
http://www.eek.gr/

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)
Communist Party of Workers (Italy)
http://www.pclavoratori.it/files/index.php

Partido de los Trabajadores (Uruguay)
Workers Party (Uruguay)
http://www.pt.org.uy/

Partido Obrero Revolucionario (Chile)
Revolutionary Worker Party (Chile)
http://www.por-chile.cl/

Opción Obrera (Venezuela)
Worker Option (Venezuela)
http://www.opcionobrera.org/

Grupo de Acción Revolucionaria (Mexico)
Revolutionary Action Group (Mexico)
http://www.grupodeaccionrevolucionaria.cjb.net/

Refoundation and Revolution Group in Solidarity (United States of America)
http://refoundation.home.igc.org/

Marxilainen Työntekijät League (Suomi)
Marxist Workers League (Finland)
http://www.mtl-fi.org

Partıto Da Causa Operarıa (Brasil)
Workers Party (Brazil)
http://www.pco.org.br/

Agrupacion Marxista Revolucionaria (Bolivia)
Revolutionary Marxist Group (Bolivia)
http://www.amr-bolivia.blogspot.com/

Revolutionary Core (Romania)
Samburile Revolutiei (România)

Devrimci İşçi Partisi Girişimi (Türkiye)
Revolutionary Workers Party Initiative (Turkey)
http://www.iscimucadelesi.net/



無產階級學會 (中國/香港)
The Proletarian Society of China is close to the CRFI (China/Hong Kong)

العمال الاشتراكي للجامعة فلسطين
הליגה הסוציאליסטית עובדים פלסטין
Socialist Workers League is close to the CRFI (Palestine)

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CRFI supports these organizations

أبناء حركة التربة فلسطين
פלשתין בני הקרקע התנועה
Harakat Abnaa elBalad (Arabic with Latin letters)
Sons of the Land Movement (Palestine)
http://www.abnaa-elbalad.org/




 

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LA LOTTA DI CLASSE ANTICAPITALISTA: L'ANTIDOTO PIU' EFFICACE ALLA DISPERAZIONE INDIVIDUALE (E AL TERRORISMO)

(13 Maggio 2012)

 




Le “profonde tensioni sociali” che Mario Monti ipocritamente lamenta sono il portato di quella dittatura di banche e Confindustria che il suo governo rappresenta come mai in passato. E' decisivo che quelle “tensioni” esplodano apertamente, in forma concentrata, in un grande movimento di massa, continuativo e radicale, capace di contrapporre alle classi dominanti e al loro governo la forza materiale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati. Infatti, l'esplosione sociale di una aperta ribellione di massa contro il governo, non è solo la condizione decisiva per strappare risultati a favore dei lavoratori, ma è anche l'unico vero antidoto alla disperazione individuale e alla follia di ritorno delle suggestioni terroriste: che non a caso si oppongono esplicitamente al movimento di massa confermando il proprio carattere antirivoluzionario ( v. il documento FAI/cellula Olga). 

E' significativo che il ministro degli Interni Cancellieri già usi l'azione anarcoterrorista di Genova per invocare l'unità nazionale attorno al governo dei banchieri, annunciare l'uso dell'esercito, intimidire preventivamente ogni opposizione di massa. Altro che “paura del terrorismo” di quattro imbecilli declassati! L'unico evento di cui hanno davvero “terrore” è proprio l'esplosione di quella sollevazione sociale di massa che i terroristi irridono e disprezzano. L'unica che possa sbarrare la strada ai padroni. L'unica che possa liberare la via di un'alternativa vera per gli sfruttati. 

Mentre la CGIL revoca lo sciopero generale per coprire il PD; mentre tutte le sinistre politiche ( SEL e FDS) si appellano a Di Pietro per negoziare insieme col PD, il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in ogni lotta per la prospettiva della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Perchè “solo la rivoluzione cambia le cose”.

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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PERCHE' FDS HA SCELTO DI NEGARE LA PAROLA AL PCL ? 
  
(QUELLO CHE AVREMMO VOLUTO DIRE PUBBLICAMENTE, DAL PALCO, A MIGLIAIA DI COMPAGNI E COMPAGNE E A TUTTE LE SINISTRE)

(11 Maggio 2012)

 

Testo del volantino destinato ai partecipanti della manifestazione della Federazione della Sinistra 
il 12/05/2012 a Roma

PERCHE' FDS HA SCELTO DI NEGARE LA PAROLA AL PCL ? 
  
(QUELLO CHE AVREMMO VOLUTO DIRE PUBBLICAMENTE, DAL PALCO, A MIGLIAIA DI COMPAGNI E COMPAGNE E A TUTTE LE SINISTRE) 
  
  
  
Il nostro partito è stato costretto a revocare la propria adesione e partecipazione a questa manifestazione, a causa dell'improvvisa negazione del nostro diritto di parola sul palco, in contrasto con l'accordo unitario precedentemente raggiunto. 
  
Avevamo aderito un mese fa alla proposta pubblica di “una manifestazione unitaria di tutte le sinistre di opposizione al governo Monti”: che presuppone, da parte del soggetto promotore ( FDS), il riconoscimento pubblico della loro diversità. In questo senso era stato garantito, in conclusione della manifestazione, il “microfono aperto” anche al nostro partito. Invece tre giorni fa ci è stato comunicato il “contrordine”: il PCL non potrà parlare. Perchè la manifestazione sarà solo “una manifestazione di cartello della FDS , dei suoi alleati internazionali, dei suoi interlocutori sociali e di movimento”. Scelta legittima, naturalmente: ma allora perchè scomodare la bandiera dell'”unità delle sinistre”? Che senso ha un appello formalmente unitario anche alle sinistre politiche, se poi si nega il diritto d'intervento a chi lo accoglie? O la bandiera dell'unità è solo la coperta retorica che si usa sotto elezioni per chiedere la subordinazione “unitaria” alle alleanze col PD ( e talvolta con la UDC)? 
  
Dal palco conclusivo della manifestazione, avremmo voluto comunicare  a migliaia di compagni e compagne una proposta politica pubblica attorno a tre assi elementari: 
  
-La rivendicazione del più ampio fronte unitario di lotta a sinistra in contrapposizione al governo Monti ma anche al PD che lo sostiene( Perchè non si può denunciare Monti e contemporaneamente allearsi in tutta Italia col suo principale supporto) 
  
-La necessità di una svolta unitaria e radicale della mobilitazione di massa contro il governo, in aperta contrapposizione alla linea scandalosa della CGIL: che, per conto del PD, consente a Monti ciò che i lavoratori avevano negato a Berlusconi. 
  
-La necessità di un programma generale apertamente anticapitalista e non solo “antiliberista”, in Italia e in Europa, capace di ricondurre ogni lotta immediata all'unica possibile reale alternativa: quella della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Contro tutte quelle illusioni riformiste che sono state distribuite a mani basse attorno ai Prodi, Yospin, Zapatero, e oggi Hollande: e che sono servite unicamente a giustificare il voto delle sinistre “radicali” alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, alle guerre. E non solo in Italia. 
  
E' vero. Questa è un'impostazione diversa dell'”unità a sinistra”. Non la trasforma in un richiamo d'immagine o in un fattore di pressione su Vendola e Di Pietro per negoziare “insieme” l'alleanza col PD (come ha spiegato Paolo Ferrero su il Manifesto del il 10 Maggio). Ma l'assume come parola d'ordine di rottura con tutti i partiti borghesi nella prospettiva di un'alternativa di sistema: com'è naturale per i comunisti. 
  
Forse questa proposta pubblica è stata giudicata troppo imbarazzante dai gruppi dirigenti della FDS, nel momento in cui, dopo il 6 Maggio, si riapre “la partita delle alleanze”, a legge elettorale forse immutata. Capiamo. Ma come si può costruire un fronte unitario di lotta a sinistra senza un confronto aperto e pubblico tra posizioni diverse? 
  
In ogni caso resta un fatto: la FDS ha scelto di negare la parola in una manifestazione annunciata come “unitaria”, all'unico partito della sinistra italiana già censurato totalmente, senza eccezioni, da tutti i canali della comunicazione pubblica. E' una scelta legittima. Ma francamente pesante. E di cui sarebbe onesto rivelare apertamente le reali ragioni politiche. 
  
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 
  
  

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primo maggio
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1° MAGGIO DI LOTTA! 
L'ARTICOLO 18 NON SI TOCCA!

(27 Aprile 2012)

(27 Aprile 2012)

 

volantino nazionale in PDF

1° MAGGIO DI LOTTA! 
L'ARTICOLO 18 NON SI TOCCA! 
Questo Primo Maggio cade in una fase di inasprimento della crisi capitalistica mondiale, una crisi che ormai dura da cinque anni e che le banche, le imprese e i loro governi hanno scaricato sui lavoratori e le masse popolari. Nell'Unione europea il mantra di questa politica è il rigore e la crescita. 
La politica del rigore imposta dalla trojka (Ue, Bce, Fmi) ai paesi europei ha avuto una doppia caratterizzazione: dal lato delle imprese e delle banche finanziamenti per migliaia di miliardi di euro (oltre 2.600 miliardi tra finanziamenti statali e della Bce); dal lato dei lavoratori e delle masse popolari tassazione indiretta e tagli lineari dei servizi sociali, scolastici, sanitari, previdenziali e dei trasporti attraverso processi di liberalizzazione e privatizzazione. Inoltre per garantire la continuità di queste politiche ed assicurare i finanziamenti alle banche e alle imprese la trojka ha chiesto ai governi europei l'inserimento nella legge fondamentale della norma sul pareggio di bilancio e del fiscal compact. In linea con questa tendenza il presidente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato morto il welfare europeo, mentre il Fmi lancia l'allarme sull'aumento dell'età media e sui costi insostenibili sanitari e previdenziali. 
La politica della crescita uscita fuori dagli incontri ai vertici europei si è caratterizzata in una sola direzione: svalutare il lavoro salariato europeo mettendolo in concorrenza direttamente con i lavoratori della periferia capitalistica e per questa via aumentare i profitti. A questo mirano le politiche di smantellamento dei contratti nazionali di lavoro, di riduzione salariale, di precarizzazione, di liberalizzazione dei licenziamenti e perfino di limitazione del diritto di sciopero. 
A questo attacco al salario, ai diritti e alle tutele, conquistati con dure lotte nei diversi paesi europei, la classe operaia e le masse popolari hanno reagito con rivolte, mobilitazioni e scioperi: la sollevazione e gli scioperi dei giovani e dei lavoratori greci, gli scioperi in Portogallo e Spagna, lo sciopero dei metalmeccanici in Italia, la rivolta degli studenti londinesi, la rivolta popolare in Romania, la mobilitazione a Praga. Quello che ancora manca è il necessario salto nella mobilitazione per mettere in campo una forza all'altezza dello scontro: unitaria, radicale e concentrata. La sola che possa mettere in questione un sistema capitalistico regressivo nell'intero continente e nel mondo. 
In Italia in questi anni abbiamo assistito ai contratti separati, all'accordo di Pomigliano, Mirafiori e alla sconfitta alla Bertone, quindi alla disdetta del contratto unitario dei metalmeccanici del 2008, alla cancellazione del contratto nazionale di lavoro, sostituito alla Fiat con un contratto aziendale che mette fuori la Fiom dagli stabilimenti e abolisce la rappresentanza e l'agibilità sindacale nelle fabbriche. 
Infine ma non per gravità, il governo Monti dopo aver incassato senza una reale opposizione sindacale di massa (appena tre ore di sciopero da parte di Cgil, Cisl e Uil) la peggiore riforma previdenziale vigente in Europa, ha ritenuto possibile l'affondo sul mercato del lavoro, mantenendo sostanzialmente i livelli di precarietà in entrata, aprendo alla libertà di licenziamento con l'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e riducendo pesantemente le coperture ed i sostegni in caso di crisi e licenziamenti (mobilità, cassa in deroga, straordinaria e ordinaria). A questo attacco i lavoratori, soprattutto i metalmeccanici sostenuti dalla Fiom, hanno risposto con mobilitazioni, scioperi e blocchi stradali. La burocrazia dirigente che fa capo alla Camusso in CGIL, invece di unificare e concentrare la forza operaia e popolare contro il padronato e il governo Monti mettendo in campo lo sciopero generale prolungato, in accordo con il PD ha operato una funzione di contenimento e soffocamento della mobilitazione dei lavoratori. 
Sulla questione della difesa dell'art 18 all'interno della Cgil si è differenziata un’area di forte dissenso alla linea della Camusso, a cui chiediamo di trasformare questo dissenso in opposizione nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle categorie. In questo quadro riteniamo che la necessaria convergenza della mobilitazione in Italia con il resto dell'Europa necessita della costruzione di un fronte unico di lotta, contro il governo e per la difesa “senza se e senza ma dell'art. 18”, di tutte le forze della sinistra politica, sindacale e di movimento. In questa prospettiva il PCL mentre propone alla FdS di rompere con i liberali (PD, IDV) e costruire il fronte unico di classe, mantiene ferma la proposta del No Debito e del governo dei lavoratori, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. 

Partito Comunista dei Lavoratori 

Contatti : www.pclavoratori.it / info@pclavoratori.it 
c.i.p. Via cuccoli 2 Bologna, 28 Aprile 2012

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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25 APRILE 
QUESTA NON E' L'ITALIA CHE

VOLEVANO I PARTIGIANI

 

 

 

 

(23 Aprile 2012)

volantino nazionale scaricabile in PDF

Oggi celebriamo la ricorrenza di una grande lotta di popolo, la lotta dei partigiani che non solo hanno 
combattuto l'oppressione fascista ma volevano anche costruire un paese migliore e più giusto: una vera 
svolta rispetto agli assetti sociali ed istituzionali della monarchia liberale che aveva partorito il fascismo 
quale reazione alle lotte operaie dei primi anni '20. 
Nella grande operazione di revisionismo storico, che destra e sinistra stanno portando avanti da almeno 
due decenni, si vuole rimuovere uno degli elementi fondamentali della resistenza: la lotta di classe, 
fattore contrastante ogni ipotesi di pacificazione nazionale; si nasconde che furono le classi dirigenti e 
padronali a volere e a sostenere l'affermazione del regime mussoliniano. 
Oggi, il governo Monti-Napolitano e la maggioranza (PD-PDL-UDC) che lo sostiene applicano la più 
feroce ortodossia liberista e predispongono, con l'interessato appoggio di UE e BCE, lo smantellamento 
della moderna civiltà nata dalla Resistenza e dalle lotte del dopoguerra. Ciò avviene al di fuori di 
qualunque sovranità e controllo popolari e democratici, in una progressiva espropriazione della 
democrazia a favore dei “mercati” che lascia concretamente intravvedere il rischio di svolte autoritarie 
in Italia e in Europa: in cui, forte della copertura politica nazionale e internazionale e della pochezza 
dell'opposizione “di sinistra” e sindacale, è massima l'offensiva del capitale finanziario e industriale 
contro milioni di lavoratori, precari, giovani, donne, migranti e pensionati, privati del proprio lavoro, dei 
propri diritti, del proprio futuro e ormai, come dimostrano gli oltre mille suicidi, anche della vita. In 
ossequio a quella stessa ortodossia, si spendono miliardi di euro pubblici per le grandi, inutili opere e si 
reprimono con il controllo poliziesco e la violenza militare i movimenti che manifestano la propria 
contrarietà. La stessa volontà di 28 milioni di italiani espressa soltanto un anno fa per dire no alla 
privatizzazione di acqua e servizi pubblici non solo viene calpestata, ma anzi proprio la loro 
privatizzazione (svendita) è posta tra gli elementi centrali del programma di governo e maggioranza. 
Intanto la quasi totalità degli organi d'informazione “progressisti” plaude a tutto questo e si fa megafono 
dell'acritico e ultra-ideologico pensiero unico del “non c'è alternativa”. 
Ebbene, in questo momento, per i lavoratori e le lavoratrici i nemici di ieri sono più che mai quelli 
di oggi. 
PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA DI CLASSE 
PER SCONFIGGERE GOVERNO, SPECULATORI E PADRONI 
Solo una ripresa del conflitto di classe, in primis nei luoghi di lavoro, può cambiare le cose ed invertire 
la rotta politica del paese. 
Solo una risposta all'altezza dell'attacco in corso può fermare la perdita di centinaia di migliaia di posti 
di lavoro triturati dalla crisi e dalle sete di profitti sempre maggiori da parte di speculatori e padronato. 
Oggi non basta quindi ricordare la Resistenza, ma bisogna renderla attuale e viva. 
Per questo è indispensabile ricostruire la sinistra di classe nel nostro paese, una sinistra coerente, che 
non tradisca il proprio popolo. 
Per questo occorre costruire il Partito Comunista di Lavoratori. 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 
Direzione nazionale 
via Cuccoli 1/c – 40127 Bologna – tel. 388 6184060 – fax 02 700 44 81 99 
www.pclavoratori.it – info@pclavoratori.it 
fip via cuccoli 1/c Bologna

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

FONTE

ALLEGATI SCARICABILI

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la campagna elettorale
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ELEZIONI AMMINISTRATIVE

FEDERAZIONE DELLA SINISTRA QUASI OVUNQUE COL PD, NEL MOMENTO IN CUI IL PD SOSTIENE MONTI E AFFOSSA L'ARTICOLO 18. 
SAREBBE QUESTA LA SINISTRA “RADICALE”?

(13 Aprile 2012)

  
  
  
La Federazione della Sinistra- PRC e PDCI- denunciano il governo Monti e la sua “macelleria sociale”: votata e garantita, come sappiamo, dal Partito Democratico in alleanza con Casini e Berlusconi. 
Eppure la stessa Federazione della Sinistra si allea in tutta Italia col PD in occasione delle imminenti elezioni amministrative (con l'eccezione di Palermo dove si aggrappa alla mummia democristiana del vecchio sindaco Orlando). E in diverse situazioni importanti ( La Spezia, Carrara, Trani) estende  l'alleanza persino alla UDC.  (Per non dire che a Parma un alleanza di centrosinistra, comprensiva del PDCI, giunge sino a..Futuro e Libertà). 
  
PAROLE E FATTI 
  
Domanda: che rapporto c'è tra le parole e le scelte della Federazione? Che rapporto c'è tra la difesa dei lavoratori e dell'articolo 18, in cui tanti compagni e compagne della Federazione sono quotidianamente impegnati, e l'alleanza in tutta Italia con un partito che tanto più oggi si colloca dalla parte della Confindustria, delle banche, del loro governo contro il mondo del lavoro? 
  
Tralasciamo la risposta pietosa secondo cui “un conto è il livello amministrativo, e un conto è il livello politico”. Qualcuno sa vedere la distinzione qualitativa tra un PD locale che taglia i servizi sanitari o gli asili, e un PD nazionale che vota le finanziarie di Monti?  Mai come oggi le condizioni dei comuni  sono investite dalle finanziarie antisociali, votate dal PD, che tagliano i servizi locali per pagare il debito alle banche. Il PD che vota il decreto Salva Italia, su comando dei banchieri, non è cosa diversa dal PD che gestisce localmente, coi propri assessori, le ricadute sociali di quel decreto. Il PD che vota lo smantellamento di fatto dell'articolo 18, su comando di Confindustria, non è cosa diversa dal PD che amministra localmente le relazioni coi poteri forti, e che svende loro acqua pubblica e trasporti, con o senza l'aiuto di mazzette. 
Qual'è dunque la base di classe, tanto più oggi, delle alleanze in tutta Italia col PD? 
  
UN DISEGNO POLITICO 
  
La verità è che la Federazione della Sinistra è incapace di rompere col PD, persino nel momento in cui il PD regala a Monti ciò che i lavoratori avevano negato a Berlusconi. Ed è incapace di rompere col PD liberale non solo per le pressioni assessorili dei suoi apparati locali ( che, per fare solo un esempio, in Liguria stanno da dieci anni in una giunta regionale con la UDC che massacra la sanità pubblica); ma anche per un disegno politico, mai accantonato, di ricomposizione col PD su scala nazionale. 
  
Diliberto l'aveva detto pubblicamente solo tre mesi fa: “Dateci dieci parlamentari, e appoggeremo un governo di Centrosinistra per tutta la Legislatura”. E non a caso non manca occasione di precisare che la sua opposizione oggi è a Monti “non al PD”. 
  
Paolo Ferrero è più cauto. Ma ha celebrato un Congresso Nazionale incentrato sulla proposta di una “ Alleanza democratica col PD”, comprensiva del sostegno esterno a un governo di centrosinistra. E ha concluso il Congresso- a governo Monti già insediato- sostenendo che sarebbe sbagliata una posizione che dicesse “ mai più col PD”. 
  
Ecco allora la ragione politica delle alleanze locali di governo col PD in tutta Italia:  tenere aperta la via di una futura possibile alleanza nazionale con quel partito, diretta o indiretta. 
  
UNA COAZIONE A RIPETERE 
  
E' vero: la disgregazione in atto della vecchia forma di bipolarismo, e l'ipotesi di una nuova legge elettorale, possono scompaginare molti calcoli e disegni. 
Ma quei disegni sono molto “resistenti”: perchè sono inscritti nel DNA di gruppi dirigenti riformisti che li ripropongono da 20 anni. Ex ministri come Diliberto e Ferrero che hanno votato le missioni di guerra e la precarizzazione del lavoro hanno dimostrato di non avere principi. Il fatto di essere a capo tuttora dei rispettivi partiti, come se nulla fosse accaduto, dimostra l'impermeabilità di quei partiti alle drammatiche esperienze della realtà. E se si è impermeabili alle esperienze si è condannati a ripeterle, quando le condizioni lo consentiranno. 
  
Ma se anche le condizioni non dovessero consentire a breve una ricomposizione col PD, che dire di una sinistra che la persegue, a partire dal territorio, contro ogni esperienza e fuori da ogni principio di classe? Sarebbe questa la sinistra.. “radicale”? 
  
A tutti i rivoluzionari presenti nella FDS diciamo, tanto più oggi, la cosa più semplice: lasciate i partiti degli assessori, entrate nel Partito Comunista dei Lavoratori. L'unico partito che non ha mai tradito gli operai. E che mai lo farà. 
  
 

  
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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LA CGIL SALVA BERSANI, MA TRADISCE IL LAVORO.

(5 Aprile 2012)



Le rassicurazioni che Monti ha dato a Confindustria sono la migliore smentita del plauso di Susanna Camusso all'intesa sull'articolo 18. Il Presidente del Consiglio, quale migliore interprete del proprio disegno di legge, ha chiarito che il reintegro per licenziamento economico illegittimo riguarda “casi estremi e molto improbabili”. E' dunque Mario Monti ad annunciare pubblicamente la demolizione dell'attuale articolo 18. 
La posizione di appoggio all'accordo da parte della Segreteria Nazionale CGIL tutela Bersani, non il lavoro: ed anzi costituisce un tradimento del movimento di lotta levatosi a difesa dell'articolo 18. E' importante che tutte le forze sindacali contrarie all'accordo promuovano unitariamente una mobilitazione straordinaria e lo sciopero generale. Convocando allo scopo una assemblea nazionale di delegati.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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BUONA MANIFESTAZIONE CONTRO IL GOVERNO MONTI 
BUONA PRESENZA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

(1 Aprile 2012)

31 marzo

La manifestazione di Milano contro il governo Monti Napolitano ha registrato una partecipazione di molte migliaia di lavoratori e di giovani, e un fronte unico vasto di tutte le organizzazioni politiche, sindacali, di movimento che oggi si collocano con chiarezza all'opposizione. 
  
Dominante, in tutto il corteo, è stata la rivendicazione della cacciata del governo ( “licenziamolo con giusta causa”) e la contestazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ( “presidente dei banchieri”). Significativo l'ingrossamento progressivo del corteo lungo il percorso, con l'ingresso nelle sue fila di semplici passanti desiderosi di manifestare la propria rabbia contro le politiche dominanti e di denunciare la propria situazione di sofferenza ( lavoratori licenziati senza causale, lavoratori esodati, giovani precari). 
  
Oltre alla presenza consistente delle forze sindacali promotrici ( Area 28 Aprile della CGIL,USB,CUB) e alla folta rappresentanza di movimenti e lotte sociali ( No Tav, comitati dei precari, ferrovieri in lotta, organizzazioni studentesche..), il corteo ha registrato una presenza diffusa della sinistra politica di opposizione: a partire da PRC, PCL, SC. 
  
L'operazione rozza e scorretta della piccola organizzazione di Rizzo (Sinistra Popolare) che ha violato tutti gli accordi presi circa la disposizione nel corteo ( alla ricerca di propri spazi pubblicitari di immagine che potessero compensare l'estrema esiguità dei numeri), è stata giustamente tollerata- in questo caso- dagli altri partiti e organizzazioni, per evitare effetti di disturbo su una manifestazione unitaria di particolare importanza in un momento cruciale. 
  
Molto significativa nel corteo la presenza organizzata del PCL: che si conferma una volta di più e di gran lunga come la presenza politica di piazza più consistente a sinistra del PRC, e sicuramente come l'organizzazione più combattiva e caratterizzata. Un successo quello di ieri non scontato, e per questo tanto più significativo, tenendo conto che il PCL- a differenza di altri- è impegnato proprio in questi giorni nella presentazione delle proprie liste elettorali in numerose città ( Genova, Palermo, Parma, Carrara, Pistoia, Catanzaro, e in numerosi centri minori).  Dietro  il grande striscione “Via il governo di Confindustria e banche, per un governo dei lavoratori” centinaia di compagni del PCL hanno sfilato inquadrati e organizzati dal servizio d'ordine del partito, ritmando per tutto il tempo slogan rivoluzionari, sino all'ingresso conclusivo e molto caratterizzato in piazza Affari. Dove il compagno Marco Ferrando è intervenuto, a nome del partito, nell'affollato comizio finale della manifestazione, dopo Cremaschi e Ferrero: ponendo la necessità della continuità della mobilitazione, di una svolta unitaria e radicale nelle forme di lotta ( sciopero generale prolungato), di una prospettiva di rivoluzione quale unica alternativa al capitalismo e alla sua crisi, in Italia come in tutta Europa. 
  
Leale e corretta nei rapporti di fronte unico con gli altri soggetti e partiti, fortemente caratterizzata e distinta nel proprio messaggio e proposta politica: la manifestazione di ieri, nel suo piccolo, è stata un manifesto dell'identità e della cultura del Partito Comunista dei Lavoratori. E forse anche un salto di riconoscibilità esterna di questo patrimonio.

  
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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ORA UNA LOTTA VERA PER VINCERE

(21 Marzo 2012)

Articolo di Marco Ferrando



Il governo ha “rotto” con la CGIL. Ora la CGIL deve rompere con il governo,e quindi con i partiti che lo sostengono. Questa è oggi la frontiera di una battaglia di massa su cui impegnare unitariamente tutta la sinistra di classe, sindacale e politica. 

Susanna Camusso ha dichiarato che “la CGIL farà tutto ciò che è necessario per contrastare la riforma del mercato del lavoro”. Benissimo. Dovrà essere chiamata alla coerenza con questo impegno solennemente assunto. 
“Tutto ciò che è necessario per contrastare” le misure del governo può significare, se le parole hanno un senso, una cosa sola: promuovere una mobilitazione straordinaria per il ritiro di quelle misure. Lo sciopero generale va bene, ma va indetto subito, non rinviato e diluito. E va combinato con una lotta radicale, continuativa, di massa, in tutto il Paese, e con la convocazione di una grande assemblea nazionale di delegati eletti che definisca una piattaforma generale di svolta, capace di dare prospettiva unificante al movimento. 

Questa volta occorre fare sul serio. La distruzione dell'articolo 18 non può essere emendata, può essere solo revocata. Non è un problema di “pressione” su un area parlamentare del PD perchè “prema” a sua volta sul governo con qualche straccio di emendamento o di supplica. Si tratta di rovesciare l'intero impianto di classe dell'attacco in corso. L'esito dello scontro non si gioca in Parlamento, ma sulle piazze. Solo una mobilitazione straordinaria mirata davvero a bloccare l'Italia può piegare il fronte avversario, approfondire le sue contraddizioni, ribaltare lo scenario di una sconfitta annunciata e drammatica. Solo la forza materiale del lavoro salariato in un processo di sciopero generale prolungato attorno ad una piattaforma di lotta unificante, può produrre la massa critica d'urto per riaprire la partita. Detto in termini brutali: o la partita sull'articolo 18 diventa un fatto di ordine pubblico o è davvero “chiusa”, come vorrebbe Monti. Questo è lo snodo, al di là delle chiacchiere. 

Gli avvenimenti di questi giorni confermano che le forme tradizionali delle relazioni sindacali, e persino quelle tra sindacati e governo, sono state travolte dalla pressione della crisi capitalista e da un livello di scontro storicamente nuovo. La classica concertazione degli anni 90 e del precedente decennio è ormai un ferro vecchio. Le imprese, a partire dalla Fiat, procedono a una politica d'urto che smantella il contratto nazionale di lavoro e mette la Fiom fuori dalle principali fabbriche come non avveniva dal 45. Il governo, infeudato a Confindustria e banche, procede o per decreti d'urgenza come sulle pensioni, o per audizioni delle parti come sul mercato del lavoro, fuori da ogni tradizionale pattuizione. Il consenso degli apparati sindacali viene sì ricercato: ma per imbrigliare preventivamente le reazioni sociali alla macelleria intrapresa, più che per negoziare il merito della macelleria. Perchè il merito è concordato unilateralmente con i grandi potentati dell'impresa e della finanza, sul piano interno ed europeo. E dunque procede alla fine, in ogni caso, per dinamica propria. 

La svolta che oggi si impone alla CGIL, e a tutto il sindacalismo di classe, riflette questo scenario nuovo. Che chiama tutti alle proprie responsabilità. Se la concertazione è finita, sia finita davvero per tutti. Siamo infatti al paradosso. Lo stesso governo che vanta “la fine del diritto di veto” della CGIL, pretende che la CGIL gestisca il proprio “legittimo dissenso” per governare la rabbia dei lavoratori e pilotarla sul binario morto di una protesta puramente dimostrativa, magari partecipata ma impotente. Questa pretesa deve essere respinta. Tanto più oggi. Anni e decenni di condotta “responsabile” verso i governi e i padroni ( o di concertazione delle loro politiche) ci hanno portato di sconfitta in sconfitta, sino al baratro attuale. Ora basta. Ora è il momento di cambiare politica e di porsi allo stesso livello di radicalità di governo e padroni: nella definizione delle forme di lotta, di una piattaforma indipendente , di una vertenza generale di svolta. 
Se la CGIL promuoverà una mobilitazione straordinaria contro il governo, rompendo col PD e con Napolitano, si porrà come direzione naturale di un malcontento sociale enorme, rimotiverà tante energie deluse e depresse, agirà come fattore destabilizzante di un governo confindustriale, aprirà una pagina politica nuova. Se invece il dissenso rimarrà imprigionato nelle mezze misure, si voterà alla sconfitta. Questo è il bivio. 

Questo bivio interroga infine, a sua volta, l'insieme delle sinistre italiane. La collocazione del PD a sostegno di un governo che distrugge l'articolo 18 non può essere derubricata a divergenza ordinaria, da affrontare con dichiarazioni giornalistiche. L'articolo 18 segna un confine di classe indelebile. E chiama tutti ad una scelta di campo. Come possono SEL e FDS, tanto più in questo quadro, mantenere l'alleanza col PD per le imminenti elezioni amministrative o continuare a perseguirla per le prossime politiche? Una lotta generale contro il governo a difesa del lavoro implica la rottura coi partiti della sua maggioranza. Ciò che vale per la CGIL vale a maggior ragione per una sinistra che si vuole “radicale”. Non si può stare nello stesso momento dalla parte del lavoro e con i partiti del capitale. La linea del doppio binario non regge. E' l'ora della chiarezza, per tutti.

 

MARCO FERRANDO

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PERCHE' IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI (PCL) ALLE ELEZIONI

(12 Marzo 2012)

ANALISI E PROGRAMMA ELETTORALE PER IL COMUNE DI GENOVA

PERCHE' IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI (PCL) ALLE ELEZIONI 

 


Il Partito Comunista dei lavoratori partecipa alle elezioni comunali di Genova con un punto di vista 
alternativo: quello dei lavoratori /lavoratrici, dei nativi e dei migranti, dei giovani , dei precari e dei 
disoccupati, rispetto alle formazioni che si contendono la difesa degli interessi della borghesia 
genovese. Questo tanto più di fronte alla subalternità della sinistra riformista ( SEL e FDS) al centro-sinistra, imperniato sul PD ( e spesso in Liguria allargato alla UDC). 

Non ci illudiamo che il terreno elettorale possa rappresentare di per sé il terreno dell'emancipazione del mondo del lavoro dallo sfruttamento . Ma anche il terreno elettorale può dare visibilità e voce a una proposta d'azione, anticapitalista e rivoluzionaria, facendola conoscere a più ampi settori di massa, e favorendo l'organizzazione attorno ad essa degli gli strati più coscienti dei lavoratori e dei giovani. Questa è la ragione della nostra presentazione elettorale, in contrapposizione a tutti gli altri partiti. 

A differenza di ogni altra forza politica, non siamo a caccia di assessorati e prebende a braccetto col PD. Non siamo alla ricerca di pacche sulle spalle di ambienti benpensanti e della loro legittimazione. Noi non abbiamo altro interesse da difendere che l'interesse dei lavoratori e la loro liberazione. Non facciamo politica per prendere voti, ma chiediamo voti a una politica : una politica intransigente di difesa del lavoro. 

Non a caso siamo l'unico partito della sinistra italiana a non aver mai tradito i lavoratori. A non aver mai votato- in cambio di ministeri- missioni di guerra, sacrifici sociali, regali alle banche. A non aver mai votato, in cambio di assessori, i tagli alla sanità , le privatizzazioni dei trasporti, il rincaro tariffe, come in Liguria. Siamo stati e saremo ovunque, ad ogni livello, da una parte sola. La parte degli sfruttati contro gli sfruttatori, i loro governi, le loro giunte. Non abbiamo l'ambizione nazionale di allearci col PD o di non essere scaricati dal PD, che oggi sostiene il governo Monti e tutte le sue porcherie contro i lavoratori. Abbiamo un ambizione più grande: unire gli sfruttati contro tutti i loro avversari per realizzare una società a misura d'uomo. Una società socialista. 

Questo patrimonio di coerenza è decisivo perchè la sinistra e il suo popolo possano tornare a vincere. La sinistra non ha perso affatto perchè troppo “divisa”. Ha perso perchè ha cessato di essere tale. Tutte le sinistre erano unite al governo in anni recenti a votare le leggi di precarizzazione dei giovani e le finanziarie lacrime e sangue contro i lavoratori. Altro che sinistre “divise”! Tutte le sinistre sono unite, al di là delle diversità di sigla, nelle giunte di centrosinistra a votare il taglio delle spese sociali. E se litigano spesso tra loro è solo perchè si disputano poltrone e ruoli nelle stesse giunte in cui insieme siedono. Altro che sinistre “divise”! 

La verità è che c'è bisogno finalmente di una sinistra vera, di una sinistra che non tradisca. 
Solo una sinistra vera può unire davvero i lavoratori, i precari, i disoccupati contro i loro avversari. Può contrastare le mistificazioni dominanti. Può aprire una pagina nuova. Il PCL è impegnato , controcorrente,con tutte le sue forze in questa prospettiva: unire in una vera sinistra tutti coloro che vogliono ribellarsi all'esistente, per costruire una società liberata dalla dittatura del profitto. 


IL CAPITALISMO E' FALLITO. E' NECESSARIA UNA ALTERNATIVA DI SOCIETA' 

Il capitalismo è fallito. 

Venti anni fa, dopo il crollo del Muro di Berlino, ci avevano raccontato la favola di un futuro radioso dell'umanità, grazie alla vittoria del capitalismo. E' accaduto l'opposto. Il capitalismo si trova di fronte alla crisi più grave degli ultimi 80 anni, e non sa come uscirne. Nel frattempo prova a scaricare la propria crisi sulle condizioni sociali , di lavoro e di vita, della maggioranza dell'umanità. 

Ovunque si distruggono i contratti nazionali di lavoro, ovunque si precarizzano le giovani generazioni, ovunque si saccheggia l'ambiente come mai in passato, ovunque tornano i venti di guerra per la spartizione del petrolio e delle materie prime, ovunque riemergono le pulsioni malate del razzismo, in una guerra disperata tra poveri. Si è tornati indietro di un secolo . Alla faccia del.. “progresso” e della “modernità”! 

Il lavoro e le prestazioni sociali sono la prima vittima del capitale in crisi. Così in tutta Europa, così in Italia. Se in Europa siamo ormai a 20 milioni di disoccupati, in Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30%. Mentre Confindustria e Fiat mirano al cuore dell'articolo 18 e sbattono fuori dalle fabbriche la Fiom e i diritti dei lavoratori, come non accadeva dagli anni 30. Dopo aver precarizzato una intera generazione. 

Parallelamente, istruzione pubblica, sanità e pensioni diventano carne da macello per pagare gli interessi alle banche. Tutta la campagna ossessiva a favore dei tagli e dei sacrifici in nome del “debito pubblico” vuol dire concretamente una cosa sola: spolpare definitivamente ciò che è rimasto delle vecchie conquiste sociali per pagare gli interessi ai banchieri, grandi detentori dei titoli di stato. Lo Stato italiano versa ogni anno nelle tasche delle banche 90 miliardi di Euro. Le giunte locali di ogni colore versano complessivamente ogni anno ai banchieri 70 miliardi. Ecco a cosa servono i sacrifici sempre più insopportabili imposti a lavoratori ,pensionati, cittadini: a pagare quegli stessi banchieri che con le loro speculazioni e truffe sono i primi responsabili della grande crisi! Altro che “democrazia”! La grande maggioranza della popolazione viene sacrificata alla dittatura di una piccola minoranza di industriali e banchieri. I principali partiti (di ogni colore) e i loro governi, nazionali e locali, sono solo gli esattori del capitale finanziario. Non a caso PDL, PD, UDC- i grandi sostenitori del governo Monti-sono tutti sul libro paga di industriali e banchieri, come rivelano i loro bilanci pubblici ( al netto di gigantesche ruberie e mazzette “private”). 

Pensare di “riformare” questo stato di cose è pura utopia. 
Chi ha diffuso a sinistra in questi anni la leggenda di un possibile governo “amico” che possa risolvere la crisi a vantaggio dei lavoratori, ha raccontato frottole, per giustificare la propria corsa a ministeri o assessorati . I governi Prodi, Zapatero, Obama, sono stati il cimitero di queste fandonie e illusioni. L'univa via -certo difficile ma reale- è quella di rovesciare questo stato di cose. Mettendo in discussione il capitalismo e le sue radici. Rifiutando il pagamento del debito pubblico ai banchieri strozzini. Nazionalizzando le banche ( con piena tutela dei piccoli risparmiatori), e unificandole in una unica banca pubblica, sotto controllo sociale. Espropriando le grandi aziende sotto il controllo dei lavoratori, a partire da quelle che licenziano e ignorano i diritti sindacali ( Fiat in testa). Ripartendo il lavoro esistente fra tutti, secondo un piano democraticamente definito dai lavoratori stessi, in modo che nessuno ne sia privato. Avviando un grande piano di opere sociali ( riassetto ambientale, fonti energetiche alternative, trasporto pubblico, edilizia scolastica e popolare, riparazione della rete idrica, bonifica del territorio a partire dall'amianto..), che dia nuovo lavoro a milioni di disoccupati ( italiani e migranti) e che sia finanziato dalla tassazione progressiva delle grandi ricchezze, dall'abbattimento dei privilegi istituzionali e clericali, dall'abbattimento delle spese militari e di guerra, dalle enormi risorse risparmiate con il ripudio del debito ai banchieri e la nazionalizzazione delle banche. A proposito della “lotta agli sprechi”.. 

Questo programma indica l'unica via possibile di alternativa. Ma non sarà realizzato né dai governi avversari, né dalla pura pressione dei movimenti, né dalle grida populiste di qualche comico guru, come Beppe Grillo ( che apre a Monti, difende gli evasori di Cortina, nega i diritti dei figli dei migranti,..). Può essere realizzato solo da un governo dei lavoratori e della popolazione povera: un governo che può essere imposto solo da una sollevazione popolare. 

Lavorare in ogni lotta a questo sbocco è il nostro impegno quotidiano. La campagna elettorale è solo un terreno collaterale e provvisorio di questo nostro lavoro . Un nostro eletto/a, in qualsiasi sede istituzionale, sarebbe solo un tribuno di questa battaglia generale, in un rapporto indissolubile con le ragioni di tutti gli oppressi. Un eletto dei lavoratori, al loro servizio, per una alternativa di società. Non un agente dell'avversario tra i lavoratori a difesa di questa società, come troppe volte è successo. 



IL CENTROSINISTRA A GENOVA: COMITATO D'AFFARI DEI POTERI FORTI E DEL PROFITTO AI DANNI DELLA POPOLAZIONE POVERA. 

Negli ultimi 30 anni, sotto le amministrazioni di centrosinistra, Genova ha perso una parte cospicua del suo patrimonio produttivo: fabbriche chiuse o delocalizzate, ridimensionamento di altre(vedi Ilva e Ansaldo), possibile chiusura di Fincantieri, ridimensionamento del porto, declassamento della rete ferroviaria . La dismissione delle fabbriche e dell'indotto ha causato una perdita enorme di posti di lavoro, di capacità e di ricchezza per la città: 6000 posti di lavoro in meno tra il 2008 e il 2011, espansione geometrica del lavoro nero e irregolare, 12000 lavoratori in cassa integrazione o in mobilità nel solo 2011. Un ciclone devastante, sospinto dalle crisi capitalista, che i governi locali hanno semplicemente gestito, quali curatori fallimentari del disastro. 

Parallelamente la mole di lavori pubblici in città e dintorni non solo non ha compensato la perdita di lavoro di industria e servizi, ma si è trasformata in un fattore di deturpamento del territorio ( mostro urbanistico di 'Erzelli, speculazioni della SPA parcheggi, minaccia ai parchi cittadini come all'Acquasola e a Nervi, privatizzazione di fatto dei caruggi tramite i cancelli) e in un mercato di mazzette e corruzione. Non a caso l'attuale Piano Urbanistico Comunale ha fatto propri i dettati dei costruttori, ignorando le richieste e osservazioni delle stesse associazioni ambientaliste. Mentre sono sotto gli occhi di tutti le enormi responsabilità dei governi locali ( regionale e comunale) nelle concause del disastro provocato dalla recente alluvione e nella gestione della drammatica emergenza : mancata pulitura dei fiumi, licenza di costruzione lungo gli argini, mancate opere pubbliche strutturali, quali lo scollamatore del Bisagno.. La legge del profitto e le sue compatibilità l'hanno fatta insomma da padrone, a danno della sicurezza più elementare del territorio. 

Le giunte cittadine di centrosinistra, al pari delle corrispondenti giunte provinciali e regionali, non solo non hanno contrastato (se non a parole) la stretta dei trasferimenti pubblici dei governi nazionali ( inclusi quelli di centrosinistra), ma hanno gestito -disciplinate ed obbedienti- tutte le conseguenze sociali di quella stretta: aumentando il proprio indebitamento verso le banche, e dunque esponendosi alla loro pratica usuraia, a scapito delle risorse pubbliche ( pagamento di interessi onerosi e crescenti); affidando servizi pubblici a cooperative private; precarizzando i rapporti di lavoro nella stessa amministrazione pubblica; tagliando la spesa sociale in tutti i suoi aspetti, persino nella manutenzione ordinaria dell'arredo urbano ( pulizia delle strade); privatizzando servizi fondamentali ( gestione dell'acqua e del gas, mense scolastiche, trasporto pubblico, strutture cimiteriali) con il relativo taglio di personale, peggioramento del servizio, rincaro delle tariffe. 

Dunque da ogni punto di vista, le giunte locali hanno operato come agenti degli industriali, dei banchieri, dei costruttori e più in generale del profitto . La subordinazione religiosa al Patto di stabilità imposte dalle finanziarie nazionali di centrodestra e centrosinistra ne è la misura. Il coinvolgimento ripetuto nel malaffare ( “mensopoli”) ne è il portato naturale. 
Non può esservi alternativa reale a tutto questo se non rovesciando questa logica: sfidando apertamente, anche sul terreno locale, la dittatura del capitale, e contrapponendovi le ragioni del lavoro e della maggioranza della società. Siano i lavoratori a governare Genova, non le banche, gli industriali e la Curia. Questa è l'unica reale alternativa 



NON UN PROGRAMMA “PER GENOVA”, MA PER I LAVORATORI, I PRECARI, I DISOCCUPATI GENOVESI. 
SIANO I LAVORATORI A GOVERNARE GENOVA, NON I BANCHIERI, GLI INDUSTRIALI, LA CURIA 

Le nostre rivendicazioni programmatiche, sul terreno comunale, sono dichiaratamente “di parte”. Rifiutano di recitare il mantra ipocrita dell'”interesse generale della Città”. Sposano dichiaratamente una parte della Città contro l'altra: la parte del lavoro, dei giovani precari, dei disoccupati, dei migranti ( la larga maggioranza della popolazione genovese) contro la parte dei salotti, della borghesia benpensante, dei poteri forti cittadini ( la piccola minoranza di banchieri ,industriali, costruttori, Curia, e dei loro ambienti ramificati). O di qua o di là: in mezzo non si può stare. E noi stiamo senza riserve da una parte sola. 

Proprio per questo rifiutiamo apertamente la logica apparentemente “realista” delle cosiddette “compatibilità”. A chi ci dice che la svolta che ci vorrebbe “non è possibile”, “perchè c'è la crisi, perchè le risorse sono poche, perchè il comune ha competenze limitate, perchè non si può che obbedire alle leggi esistenti” ecc, ecc, rispondiamo che proprio la subordinazione a questa cultura , ad ogni livello, ha accompagnato negli ultimi 30 anni la sconfitta drammatica del mondo del lavoro. Noi rifiutiamo questa logica. La nostra logica non è quella di gestire l'esistente, ma di rompere con le sue leggi. Non è quella della rassegnazione e della resa, è quella della rivolta. L'unica via per ritornare a vincere. 

Il nostro programma “elettorale” è molto poco.. elettorale. 
Non si limita ad elencare i buoni propositi del nostro Candidato Sindaco, che Sindaco non sarà. Ma presenta innanzitutto quello che comunque facciamo e faremo a fianco dei lavoratori, precari, disoccupati genovesi, in opposizione alle giunte di centrosinistra o centrodestra. Sia se resteremo fuori del Consiglio Comunale. Sia, con forza ben superiore, se la nostra candidata a sindaco sarà eletta. 

Le politiche di attacco al lavoro, di privatizzazione, di tagli sociali, continueranno purtroppo anche a Genova sia che vinca il centrosinistra, sia che vinca il centrodestra. Pensiamo solo al fatto che il candidato del Centrosinistra, Marco Doria, appena vinte le primarie, ha cominciato ad assicurare il PD e i poteri forti della città ( a partire dagli ambienti della Compagnia San Paolo di cui è consigliere): “non esclude” il taglio degli stipendi degli autisti ATM, annuncia che manterrà il caro tariffe nei servizi, loda la “svolta” del governo Monti. E' la stessa logica di Pisapia e di Vendola: prendono voti a sinistra per gestire poi le politiche di sempre. Col primo che che taglia a Milano 50 milioni di spese sociali , aumenta il prezzo del bus, gestisce il grande businness dell'Expo ( contro cui ha vinto le elezionii ). E il secondo che chiude 18 ospedali pubblici in Puglia, mentre regala centinaia di milioni alla clinica privata di Don Verzè. 

Noi ci opporremo con tutte le nostre forze a queste politiche, chiunque le gestisca. Come facciamo a Milano , in Puglia, e ovunque. Sosterremo tutte le lotte che si svilupperanno contro di esse. Lavoreremo a unificarle in una grande vertenza cittadina. Chiederemo incessantemente a tutte le sinistre cittadine ( politiche, sindacali, associative, di movimento) di rompere con esse e di combatterle, in ogni sede, a partire dalle piazze e dai luoghi di lavoro. Di rompere col PD ( e la UDC) in tutta la regione, cessando di votare tagli e privatizzazioni in cambio di assessorati. Di realizzare con noi un fronte unico delle sinistre al fianco dei lavoratori, contro le forze dominanti. 

Al tempo stesso non ci limiteremo all'opposizione. Non siamo solo “antagonisti”. Siamo comunisti. Non ci limitiamo a combattere l'attuale potere, vogliamo un altro potere, quello dei lavoratori, in funzione di un altra società, dove a comandare non siano le banche ma chi lavora. 

In questo senso avanziamo un programma di rivendicazioni radicali: tanto radicali quanto radicale è la crisi che i lavoratori subiscono e l'attacco che viene loro portato. E' il programma di una giunta di svolta a Genova, che abbia il coraggio di rompere apertamente con le regole del gioco del capitalismo e di battersi per un governo nazionale dei lavoratori. 

Una giunta di svolta dovrebbe innanzitutto: 

1) Rifiutare di subordinarsi al Patto Finanziario di Stabilità che sta strangolando i Comuni a vantaggio delle banche, e ripudiare il debito pubblico contratto con le banche: le risorse così risparmiate e recuperate vanno investite nei servizi pubblici e sociali, a tutela dei lavoratori e della popolazione povera. 

2) Abolire il finanziamento pubblico di scuole private, laiche o confessionali, devolvendo le risorse così risparmiate all'istruzione pubblica e agli asili. Opporsi al finanziamento regionale delle cliniche private, a vantaggio della sanità pubblica e della cancellazione dei tickets. Tutti i servizi sociali devono essere pubblici, sotto controllo sociale. Tutte le aziende e servizi privatizzati a Genova in tanti anni, vanno recuperati al controllo pubblico. 

3) Rifiutare l'applicazione dell'IMU sulla prima casa popolare di abitazione ( tanto più insopportabile per chi sta pagando mutui da rapina), e applicare un prelievo progressivo sulle seconde e terze case. Requisire le case sfitte, a partire da quelle detenute dalle grandi società immobiliari, e porle a disposizione della popolazione povera e bisognosa. Requisire le grandi proprietà immobiliari del Clero ( esclusi i luoghi di culto), e usarle a fini sociali sotto controllo pubblico, a partire da strutture autogestite per i giovani e di strutture di ritrovo per anziani. 

4) Promuovere un autonomo controllo popolare sul territorio, col pieno coinvolgimento di comitati di quartiere e strutture sindacali, per censire in modo capillare tutti i casi di sfruttamento odioso del lavoro nero e irregolare, e di evasione fiscale e contributiva: imponendo la regolarizzazione dei lavoratori sfruttati (o la requisizione delle aziende responsabili) e investendo le risorse così recuperate nell'assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della pubblica amministrazione. 

5) Abbattere i privilegi istituzionali: sindaco, assessori, consiglieri, dirigenti del Comune e delle aziende comunali dovranno avere uno stipendio non superiore a quello di un operaio specializzato. Le risorse così liberate dovranno partecipare al finanziamento di un salario sociale ai disoccupati in cerca di lavoro. 

6) Vanno annullate le spese faraoniche oggi previste per opere speculative e anti ambientali, al servizio degli interessi di costruttori e privati ( piano Erzelli, inceneritore di Scarpino, Gronda..), investendo le risorse così liberate in un grande piano di rinascita sociale della città, capace di dare lavoro utile a migliaia di disoccupati, italiani e migranti: recupero pieno al controllo pubblico della gestione dell'acqua, riassetto idrogeologico del territorio, piano generale di raccolta differenziata dei rifiuti, ampliamento dei consultori, realizzazione dello scollamatore del Bisagno, potenziamento del trasporto pubblico cittadino, risanamento dell'edilizia scolastica e residenziale. 


Una simile giunta di svolta, e il suo programma- proprio per il loro carattere di rottura- incontrerebbero l'opposizione aperta dei governi nazionali ( e regionali) di ogni colore. E dunque potrebbero essere imposti e realizzati solo da una mobilitazione di massa straordinaria in aperta contrapposizione alle classi dirigenti. Anche a questo fine, l'intera macchina comunale andrebbe rivista da cima a fondo: trasferendo il potere reale nelle strutture autorganizzate dei lavoratori e del popolo, quartiere per quartiere, e su scala cittadina. Una assemblea cittadina di delegati eletti nei posti di lavoro e nei quartieri, privi di ogni privilegio sociale, permanentemente revocabili dai loro elettori, sarebbe infinitamente più forte, più efficiente, più democratica, più economica, di qualsiasi vecchia macchina burocratica dello Stato. E' la prefigurazione di un altro Stato: non più lontano e nemico dei lavoratori, ma organizzatore ed espressione della loro forza. 
Una simile giunta sarebbe a tutti gli effetti un organo di potere degli sfruttati contro sfruttatori. Per questo costituirebbe di per sé un fattore di richiamo per i lavoratori di tutta Italia, e un atto di ribellione contro le classi dirigenti nazionali. Per questo sarebbe solo un passo in direzione di una alternativa generale, uno strumento di lotta per un governo dei lavoratori in tutta Italia. 

E' naturale che sia così. Tutti i problemi sociali dei lavoratori, precari, disoccupati genovesi, possono essere risolti compiutamente solo su scala più grande. Lottare a Genova per questa prospettiva generale di svolta, non è “parlar d'altro”: è l'unico modo coerente di battersi per gli obiettivi e le esigenze dei lavoratori genovesi. Fuori da questa prospettiva generale, ogni forma di radicalismo municipale rischierebbe, contro una sua apparente “concretezza”, di rimuovere la reale soddisfazione delle domande degli sfruttati. 

Peraltro solo una lotta radicale generale per una alternativa anticapitalista può strappare cammin facendo risultati parziali e concreti. Le classi dominanti sono disposte a concedere qualcosa solo quando hanno paura di perdere tutto. Rivendicare “tutto” è l'unico modo concreto di strappare qualcosa. E viceversa. Respingere una prospettiva di lotta radicale, è il modo sicuro di non ottenere niente, e dunque di continuare ad arretrare lungo una discesa senza fondo. 

Per questo ci rivolgiamo a tutti gli sfruttati ed oppressi di questa città, a partire dalle persone più combattive, più generose, più coscienti, per dire loro la cosa più semplice: uniamo le nostre forze attorno ad un programma di vera opposizione e di vera alternativa. Anche attraverso il voto: perchè ogni voto al PCL rafforzerebbe quel programma. Ma soprattutto al di là del voto, nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle piazze: perchè lì si deciderà chi comanda e chi obbedisce nella società italiana. Noi vogliamo che al posto di comando vadano finalmente i lavoratori. Dare un partito a questo programma è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL). 


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 
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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

FONTE

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VAL DI SUSA LIBERA !
Riduci

 

NO ALLA MILITARIZZAZIONE

DELLA VAL DI SUSA

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LUCA ABBA'
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Luca è fuori pericolo! FORZA LUCA

 

Lo ha reso noto Maurizio Berardino, direttore della rianimazione dell’ospedale Cto di Torino, in una nota diffusa ai mezzi stampa. Luca siamo tutti/e con te!

FORZA LUCA!

di seguito il BOLLETTINO MEDICO DEFINITIVO DI LUCA di Emanuela, la compagna di Luca

Ciao a tutti,
con un grande sospiro di sollievo, i medici oggi hanno sciolto la prognosi e Luca è stato dichiarato definitivamente fuori pericolo di vita.
In tarda mattinata “grazie” al liberarsi di un posto in sala operatoria, hanno deciso di intervenire prima della prevista operazione di lunedì prossimo, sul braccio destro che è la parte del corpo più compromessa a livello di fasce muscolari e nervi, a causa dell’ustione.
Luca ha risposto molto bene all’intervento, dove gli sono state asportate le necrosi e ripulito le parti bruciate.
Da domani i medici prevedono di portarlo al risveglio, ci vorrà tempo e pazienza perchè comprensibilmente, non sarà sveglio e scattante come tutti noi lo conosciamo. In questo momento delicato ma da noi tanto atteso, potrà ricevere visite più lunghe solo da parte dei suoi genitori, di sua sorella e da parte mia ed sarà così anche una volta che dal reparto DEA del Cto verrà trasferito ai Grandi ustionati.
La famiglia ed io chiediamo pertanto buon senso da parte di tutti nel venirlo a trovare. Potrete farlo così come avete fatto adesso ma solo aspettando fuori dal reparto. Non possiamo aspettarci che Luca possa vedere altre persone per ancora un po’ di tempo ad eccezione dei parenti più stretti. Poco alla volta, quando il suo miglioramento lo renderà possibile vi farò sapere tempi e modalità per venirlo a trovare anche se al massimo potrà entrare insieme a me, una sola persona.

Approfitto per ringraziare tutto voi, sia per la solidarietà che in questi giorni difficili mi avete dato, sia per la vicinanza e l’affetto che sono certa Luca abbia sentito a lui vicino. Ringrazio tutti, proprio tutti, veramente con il cuore. Sapevo che il Movimento è una gran bella famiglia, ma poter toccare con mano la forza che abbiamo tutti uniti insieme, il grande senso di affetto che avete dimostrato, le pronte risposte forti e determinate che abbiamo messo in atto senza mollare è una sensazione che porterò per sempre e meravigliosamente dentro di me.
GRAZIE A TUTTI!
NON MOLLIAMO! INSIEME POSSIAMO FARCELA E CE LA FAREMO!

Emanuela

 

FONTE: http://www.notav.info/top/luca-e-fuori-pericolo-forza-luca/

 

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A VENDOLA E FERRERO DOPO VAL SUSA: COME FATE

AD ALLEARVI COL PD?

(28 Febbraio 2012)

PER ESSERE NO TAV NON OCCORRE ESSERE VALSUSINI – BASTA ESSERE INFORMATI



Il Partito Democratico è non solo il principale sostegno del governo Monti, ma anche il principale sponsorizzatore del progetto Tav. Non a caso tutto il gruppo dirigente del PD, da Veltroni a Bersani sino a Fassina, si è affrettato in queste ore drammatiche a “garantire” pieno appoggio alla continuità dei lavori in Val di Susa. Per non parlare del sindaco Fassino che ha sempre invocato in prima fila una presenza militare in valle. E' naturale: un partito che si candida a governare per conto dei poteri forti deve mostrarsi loro affidabile. E quale migliore prova di affidabilità che sostenere un business colossale come la Tav persino nel momento in cui si lastrica di sangue? Un serio partito borghese come il PD non può lasciar spazio a sentimenti emotivi e neppure a semplici calcoli elettorali. La ragione d'impresa è la sua unica ragione fondante. Punto.

Ma Vendola e Ferrero come fanno a continuare in tutta Italia, come se nulla fosse, a ricercare e praticare l'alleanza col PD? Come fanno a sostenere la campagna No Tav e allearsi al tempo stesso coi suoi massacratori? Come fanno a sedere nelle stesse giunte con un partito di polizia, e a coalizzarsi con questo per le prossime elezioni, amministrative e nazionali? Dopo aver votato col PD persino la guerra in Afghanistan, volete allearvi col PD della guerra in Val di Susa?

Non si può sempre stare coi piedi in tutte le scarpe: o di qua o di là. SEL e FDS rompano col PD, ovunque. E costruiamo insieme, nelle lotte, un fronte unico d'azione delle sinistre in alternativa a tutti i partiti filo Monti e pro Tav. Se non ora quando?

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Fonte

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EEK COMITATO CENTRALE
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 eek

 

Dichiarazione del Comitato Centrale del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (EEK-Grecia)

(20 Febbraio 2012)



Il popolo ha fatto ascoltare la sua voce nelle strade in modo molto chiaro. Non siamo d’accordo con niente di quanto è stato proposto! No ai compromessi e all’appoggio alle proposte! Servi della UE, del FMI e del capitale, prendete i vostri memorandum e andatevene! Tutto il potere ai lavoratori! 



Il 12 di febbraio 199 membri del parlamento, un pugno di politici del Pasok e la destra, insieme con due membri fascisti del parlamento, hanno votato ancora una volta “sì” a tutto il corpo di decreti-capestro e agli aumenti imposti dagli usurai internazionali, il FMI e la UE, e dal grande capitale locale, rappresentato dal governo di Papademos. 

Al tempo stesso, opponendosi a questi 199 servi, un milione di persone hanno inondato la piazza Syntagma e le strade adiacenti nel centro di Atene, così come altre piazze e strade in tutta la Grecia, marciando contro il memorandum che esprime un cannibalismo sociale. Con i lavoratori e i giovani all’avanguardia, il popolo si è riunito mobilitando tutti i settori sociali popolari, tutte le età, uniti per una lotta comune. 

Il governo di Papademos, spaventato dal potenziale di una mobilitazione di massa di questa portata, lanciò un assalto pianificato alle masse, utilizzando la volenza poliziesca e l’arsenale chimico fin dall’inizio della riunione di massa a Syntagma alle 17,15. Né i colpi sferrati dalla brutale polizia antisommossa e dallo squadrone di motociclisti, , né le centinaia di feriti né gli arresti di dozzine di persone fermarono le masse ribelli, che si raggrupparono e tornarono al campo di battaglia più e più volte. Un popolo che è stato trasformato in una nazione di nullatenenti non ha nulla da temere. Il terrorismo di stato non lo può più terrorizzare. 

La disperazione sociale è diventata incontrollabile. Il fuoco che arde dentro la società è molto più intenso di tutti i fuochi che incendiano le banche e i negozi. Come sempre, la retroguardia sociale “corretta e prudente” e i leader del KKE (pc greco) e di Syriza ripetono per abitudine dure parole contro i “provocatori” e “teppisti”. Questo non significa che la polizia (per ordine di Papoutsis e Papademos) non invii informatori parapolizieschi a creare un’atmosfera intimidatoria nello sforzo di spaventare la masse, naturalmente questa è una cosa che le masse devono tenere in conto per difendersi. Quelli che, letteralmente, hanno convertito in cenere la vita di milioni di persone sono i veri provocatori, la UE, il FMI e gli sgherri nel parlamento e nel governo che si sono presi gioco della gente e hanno distrutto salari, pensioni, lavoro, ospedali, scuole, alla gioventù e agli anziani. Il 12 febbraio resuscitò la sollevazione e le rivolte del dicembre 2008 e terrorizzò i capitalisti locali e stranieri, sollevando davanti ai loro occhi il fantasma della rivoluzione sociale. Lo stesso sistema politico borghese, gravemente ferito e in bancarotta, ha sofferto questa volta un colpo ancora più forte grazie alla pressione di una mobilitazione di massa senza precedenti, che ha affrontato i tre leader dei partiti – Papandreu, Samaras e Karatzaferis, costringendoli a dimissioni ed espulsioni, anche di alcuni dei loro sostenitori più stretti. Sono più deboli ora di quanto lo siano mai stati. 

Però non dobbiamo fermarci a quello che è stato, adesso è cruciale ciò che faremo il giorno dopo. Non dobbiamo permettere che i burocrati e coloro che trattano i lavoratori con condiscendenza continuino a rallentare o boicottare le mobilitazioni future. Le elezioni non porteranno la soluzione, la soluzione risiede nella organizzazione immediata e nella conduzione vittoriosa di uno sciopero generale politico a oltranza che durerà fino alla caduta del governo di Papademos e dei suoi potenziali successori, per rimuovere gli ostacoli che impediscono ai lavoratori di prendere nelle proprie mani il potere e il controllo delle proprie vite . 

I lavoratori e i disoccupati non staranno seduti ad aspettare di essere massacrati dal nuovo memorandum. Già gli hanno succhiato il sangue per troppo tempo! I capitalisti devono pagare la bancarotta del loro sistema! No alle riduzioni di salario, pensioni, e posti di lavoro, il recupero del potere di acquisto deve avvenire solo attraverso aumenti cospicui. Immediata cancellazione unilaterale del debito! Nazionalizzazione delle banche e di tutti i servizi pubblici e controllo diretto dei lavoratori di tutte le industrie e imprese che chiudono o licenziano i lavoratori, senza indennizzo per i capitalisti! 

Insieme dobbiamo espellere la troika, la UE e il FMI dal nostro paese e chiedere l’appoggio di tutti i popoli che già sono stati messi in ginocchio da queste stesse politiche: i lavoratori portoghesi, 300000 dei quali marciarono l’11 febbraio; i lavoratori spagnoli che hanno proclamato uno sciopero generale per il 17 febbraio e che stanno scendendo in strada; i lavoratori italiani, i lavoratori di tutta Europa. Per evitare le conseguenze del Memorandum finanziario che impone Bruxelles e dei decreti che propongono Berlino e Schauble, dobbiamo lottare per la scomparsa e la dissoluzione della UE imperialista, dobbiamo lottare per gli stati uniti socialisti d’Europa!

Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (EEK-Grecia)

FONTE

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RIVOLTA O DISFATTA

Volantino distribuito all' assemblea nazionale dei delegati FIOM

(18 Febbraio 2012)

Siamo in un momento drammatico per il movimento operaio italiano. O si produce una reazione tanto radicale quanto radicale è l'attacco in corso, o si annuncia una disfatta storica. 

  

La Fiom è sbattuta fuori dalle principali fabbriche come non accadeva dagli anni 30. Il contratto nazionale è in via di smantellamento ovunque. Le pensioni sono ridotte a carne da macello da offrire ai banchieri.  A milioni di giovani, già precarizzati per 20 anni da tutti i governi, si nega un futuro e si regalano insulti. Mentre il governo Monti- governo di Confindustria e banche- porta in dote alla U.E. “i sacrifici impressionanti” dei lavoratori “con sole tre ore di sciopero”. E la promessa di consegnare a breve termine anche lo scalpo dell' articolo 18. 

  

La verità è che il governo e le classi dominanti possono permettersi tutto questo perchè non incontrano opposizione. Non solo dispongono del sostegno congiunto di PD, PDL, UDC, tutti sul libro paga di grandi imprese e banche. Ma si avvalgono del cuscinetto protettivo della concertazione sindacale. CGIL inclusa. Visto che Susanna Camusso, dopo la resa di fatto sulle pensioni, continua a negoziare al tavolo di Monti sulla maggiore “flessibilità in uscita”, in compagnia di Bonanni e Angeletti, e con la benedizione di Napolitano e del PD. Lungo un piano inclinato dall'esito annunciato: un nuovo accordo a perdere per il lavoro o, in ogni caso, la rinuncia a contrastarlo. 

  

Così non si può andare avanti. Occorre reagire. 

Lo sciopero generale convocato dalla FIOM per il 9 Marzo è una scelta molto positiva e importante. Ma non basta. Non bastano più scioperi isolati, che manifestano dissenso ma non dispiegano la forza. Occorre gettare sul campo l'enorme forza sociale di 16 milioni di lavoratori, in una vero braccio di ferro col padronato e col governo. O l'insieme del sindacalismo di classe lavora a questa svolta, o tutto continuerà a rotolare all'indietro col rischio di una disfatta storica. 

  

La CGIL va chiamata pubblicamente ad una scelta chiara, fuori da ogni diplomatismo: disdica l'accordo disastroso del 28 Giugno, rompa col governo Monti, si liberi dell'abbraccio soffocante del PD e di Napolitano. E promuova finalmente una mobilitazione prolungata di milioni di lavoratori, precari, disoccupati, attorno ad una piattaforma rivendicativa unificante che risponda unicamente alle loro esigenze: a partire dal blocco dei licenziamenti, dalla ripartizione generale del lavoro a parità di paga, dalla cancellazione di tutte le forme di precariato, da un grande piano di opere sociali finanziato dalla tassazione progressiva delle grandi ricchezze. E accompagni questa mobilitazione straordinaria con la occupazione di tutte le aziende che licenziano e il loro coordinamento nazionale. 

  

Se la CGIL avviasse questa svolta potrebbe unificare attorno a sé un malcontento sociale enorme, rimotivare tante energie depresse, incidere realmente sui rapporti di forza, aprire dal basso una  pagina nuova. Se la CGIL farà altre scelte, dovranno essere la FIOM e l'insieme del sindacalismo di classe ad assumersi le proprie responsabilità sul terreno della mobilitazione, come punto di riferimento di tutto il mondo del lavoro: investendo in una lotta vera il prestigio accumulato in questi anni di resistenza. Proprio l'esperienza della FIAT e di centinaia di altre fabbriche dimostra che la pura resistenza in ordine sparso, fabbrica per fabbrica, non regge: o c'è un salto in avanti sul terreno dell'unificazione radicale delle forze o si va tutti a sbattere, uno alla volta. 

  

Ma questa svolta necessaria ha implicazioni più generali di prospettiva. 

Il capitalismo è fallito, il riformismo anche. L'illusione che la crisi capitalista possa essere risolta a vantaggio dei lavoratori dall'immancabile “governo amico” (  Prodi, Zapatero, Obama..) si è rivelata una truffa. Le sinistre cosiddette “radicali” che hanno avallato o alimentato questa truffa ( in cambio talvolta di sottosegretariati e ministeri) sono complici della truffa. La loro pretesa di rinverdire oggi l'ennesima prospettiva di accordo di centrosinistra col PD, nel momento stesso in cui il PD vota contro il lavoro tutte le porcherie del governo Monti, dimostra solamente la irrecuperabilità di quei ceti politici. 

  

E' necessaria, anche qui, una svolta di fondo. Non c'è soluzione della crisi senza il rovesciamento del capitalismo. Senza ripudiare il debito pubblico verso le banche. Senza nazionalizzare le banche, unificandole in una unica banca pubblica. Senza espropriare, sotto il controllo dei lavoratori, le grandi aziende, a partire da quelle che licenziano o colpiscono i diritti sindacali ( FIAT in testa). 

Ma questo programma può essere realizzato solo per via rivoluzionaria. Solo per via di una grande sollevazione operaia e popolare che imponga un governo dei lavoratori: un governo unicamente basato sulla loro forza. L'unica vera alternativa. 

  

La Grecia ci dice che la pentola bolle in Europa. Ma alla rabbia sociale occorre dare una direzione politica, un programma coerente, un partito. Un partito rivoluzionario: l'unico partito di cui gli sfruttati hanno bisogno. Il Partito Comunista dei Lavoratori- l'unico che non ha mai tradito gli operai- è impegnato, controcorrente, in questa impresa.

  

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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la lotta del popolo greco
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GRECIA E ITALIA

(14 Febbraio 2012)

eek 2



L'esplosione della rabbia sociale in Grecia è lo spauracchio delle classi dominanti di tutta Europa. A ragione. Quando i governi hanno solo da togliere e nulla da dare, diventano loro malgrado autentici piromani. Ed anche i migliori pompieri ( burocrazie sindacali e socialdemocrazie) rischiano in quel caso di fallire. 

In Italia Napolitano e PD premono sulla CGIL perchè continui a calmierare le piazze, “scongiurando la Grecia”. Di più: cercano di tenerla alla catena del negoziato sui sacrifici. Ma la condizione sociale di milioni di lavoratori, precari, disoccupati italiani sta raggiungendo il livello dei loro compagni greci. E le fascine possono prendere fuoco. 

Susanna Camusso è seduta su una polveriera, e lo sa. O rompe col governo prendendo la testa dei lavoratori contro i banchieri, o diventa la garante dei banchieri contro i lavoratori. Ma in questo caso il “fuoco greco”, prima o poi, potrebbe scottarle le mani. 

In ogni caso il PCL lavorerà in ogni lotta perchè la rivolta greca contagi l' Italia e trovi un suo programma e una sua direzione. E quando le fascine sono tante anche una piccola fiammella può incendiare la prateria.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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tesseramento 2012
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Tutti i compagni e le compagne NO TAV incarcerat* devono tornare subito il libertà.

Liber* Tutt* !

Intervista a Giorgio Rossetto
Askatasuna Torino

 






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La diffamazione e la repressione non fermeranno il movimento NO-TAV. 
Solidarietà a Giuseppe Tiano. Liberare immediatamente tutti i fermati.

(27 Gennaio 2012)

Da anni cerchiamo di dimostrare alla popolazione quanto false e strumentali siano decine di inchieste su cittadini rei esclusivamente di impegnarsi quotidianamente nel sociale e tentare di trasformare questa società. Oggi, con il blitz della polizia e l'accusa di violenza a Giuseppe Tiano, sindacalista e attivista di movimento, abbiamo la prova palese ed oggettiva di quanto queste inchieste siano semplicemente ridicole. 
Manifestiamo la nostra solidarietà piena e convinta a tutti i cittadini del Movimento No-Tav che stamattina sono stati fermati o addirittura arrestati, in una delle ormai consuete goffe iniziative di qualche dirigente di Polizia o magistrato in cerca di gloria. 
La violenza clamorosa ed autoritaria con cui i cosiddetti "tutori dell'ordine" hanno privato della libertà ben 26 cittadini lungo tutto il paese è stata giustificata col solito escamotage della "custodia cautelare", con cui lo Stato si concede la libertà di arrestare chiunque in qualunque momento. 
È ormai evidente come i "tutori dell'ordine" siano in realtà, di fatto, tutori del privilegio, coloro che massacrano studenti e lavoratori in piazza, gli stessi che manganellano madri e padri di famiglia pescatori esasperati dai Governi degli ultimi 20 anni, gli stessi che provano a colpire movimenti popolari e di difesa dei diritti come il Movimento No Tav. 
Per comprendere che questi metodi fascisti siano a sostegno di teoremi improbabili basta vedere chi sono gli accusati di questa nuova farsa, a partire da un cittadino attento, pacifico e sensibile come Giuseppe Tiano, sindacalista ed attivista di movimento, vicino da sempre alle istanze della gente della nostra regione, da tempo solidale con tutte le battaglie di civiltà intraprese nel nostro territorio, strenuo difensore dei diritti dei lavoratori. 
Nella nostra città ne abbiamo viste di queste goffe manovre: dalle accuse fantascientifiche per il G8 di Genova (tutte decadute) alle accuse per il movimento universitario in occasione della venuta del Presidente Napolitano, faccenda non ancora conclusa, quando gli studenti hanno commesso il grave reato di manifestare la loro presenza e la loro libertà di parola nella loro casa, l'Unical, al cospetto di corpi armati e sorvegliati da cecchini sul tetto. 
Da sempre la violenza nei confronti dei cittadini più attenti viene associata alle accuse più insostenibili e distanti dalla realtà. 
Oggi, mentre il Governo continua a tartassare con finanziarie di lacrime e sangue la povera gente, la goffaggine con cui lo Stato cerca di zittire uomini e donne che non è riuscito ad addormentare con la televisione presenta un tassello in più, che dimostra una volta ancora la palese mala-fede. 
Queste manovre non ci ostacoleranno, e ci dimostrano invece di essere dalla parte del giusto. 
Le forze dell'ordine rilascino immediatamente le persone poste in stato di fermo. 
A loro, a Giuseppe ed a tutti gli attivisti coinvolti in queste pseudo-indagini, oltre alla solidarietà intendiamo inviare un messaggio forte e chiaro: non abbiate paura perché non siete soli, continueremo fianco a fianco a lottare insieme per il futuro di questa terra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 
Sezione Provinciale di Cosenza "Adolfo Grandinetti"

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AUTOSPED G SPA LIVORNO

I LAVORATORI IN LOTTA OCCUPANO
GLI UFFICI E IL PIAZZALE

una lotta con il più ampio sostegno del PCL delle sezioni di Livorno e di Pisa

(17 Gennaio 2012)

La sospensione del lavoro degli impiegati e degli autisti che operano nel ramo container dellla filiale Autosped di Livorno è iniziata alla mezzanotte tra il 15 ed il 16 gennaio 2012 e durerà ad oltranza. La mattina di lunedì è avvenuta una manifestazione con occupazione degli uffici e del piazzale. Nei giorni scorsi, la società aveva comunicato alle organizzazioni sindacali l'avvio di un processo di ristrutturazione, che prevede anche la chiusura della filiale di Livorno ed il trasferimento di tutto il personale che opera nei container nella sede di Tortona. Resta escluso dal provvedimento il personale che opera nella distribuzione dei carburanti. Lo scorso dicembre, era stato siglato un accordo tra sindacati ed impresa per aumentare la professionalità ed il rendimento dei lavoratori dell'Autosped. Secondo i rappresentanti sindacali FILT, il lavoro a Livorno non mancherebbe, anzi sul porto toscano opererebbero anche automezzi delle altre filiali di Autosped.
Il lavoratori dell' Autosped G Spa che stanno occupando la loro sede
di Via Sacco E Vanzetti ( angolo Via Aiaccia - dove c' è il terminale del rigassificatore )
a Stagno, stanno presidiando ( occupando la sede stradale ) le vie vicine e necessitano di un appoggio immediato.
Hanno l’ appoggio nella loro lotta dei compagni del PCL . La stessa RSA che dirige la lotta è del PCLavoratori.
Questi lavoratori sono tutti dipendenti autotrasportatori del Gruppo Gavio legato alla holding Aurelia S.p.A. di settori diversificati, implicata nella tangentopoli che ha visto implicato l' esponente del PD Penati. Ora il Gruppo ha chiuso la sede di Livorno obbligando questi lavoratori ad accettare il trasferimento in una sede del Nord o licenziarsi.
( quindi un licenziamento mascherato )
Tutto questo perché il gruppo li vuole sostituire con padroncini non sindacalizzati in una realtà con forte richiesta di trasporti e non assolutamente in crisi.

Sono in trenta: hanno passato le prime notti di lotta occupando gli uffici e non demordono. L' occupazione è a oltranza. Ieri c’ è stata molta tensione tra i lavoratori in lotta e gli autisti delle cisterne bloccati non coinvolti nei provvedimenti. Infatti la direzione aziendale ha cercato provocatoriamente lo scontro tra gli stessi lavoratori.
Questa è una lotta che necessita del massimo di solidarietà e sostegno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sezioni di Livorno e Pisa

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NASCONDERE UN DISASTRO AMBIENTALE PERICOLOSO PER LA SALUTE
DELLA POPOLAZIONE E' UN CRIMINE.
I SINDACI DI LIVORNO E PISA SI DEVONO DIMETTERE

(17 Gennaio 2012)

Per 12 giorni i sindaci di Pisa e Livorno, responsabili della sicurezza e salute dei cittadini, hanno tenuto nascosto la perdita dalla nave Eurocargo Venezia Grimaldi in un tratto di costa imprecisato tra Livorno e Pisa di più di 40 tonnellate di composti chimici altamente pericolosi e tossici (pare costituiti in gran parte da ossidi di Cobalto e Molibdeno infiammabili e molto pericolosi al contatto) contenuti in fusti metallici.
Perdita avvenuta durante una tempesta mentre partita dal porto di Catania viaggiava verso il porto di Genova. Questo è quello che è emerso dai documenti ufficiali riportati in questi giorni dagli organi di stampa.
Dal 17 dicembre 2011 le amministrazioni comunali, provinciali e regionali sapevano quello che era accaduto. Ma quello che risulta di enorme gravità è questo:

Per 12 giorni hanno tenuto tutto nascosto alla cittadinanza.

Non hanno attivato la procedura di protezione civile e tanto meno hanno diramato
allarmi per eventuali spiaggiamenti dei fusti.

Non hanno attivato nessuna azione per la localizzazione precisa dei fusti tossici e quindi ad oggi non si conosce la posizione di mare interessata.

Non si sono attivati per conoscere l' esatta composizione del carico indicata genericamente nella documentazione dalla sigla internazionale (codici UN 3191 e IMDG 4.2 e la sigla COMO).

Ad oggi non si sanno quali contromisure verranno prese per la bonifica di un tratto di costa frequentato tutto l' anno da migliaia di frequentatori.

Ad oggi non sono state effettuate analisi biochimiche alla fauna, flora marina ed acqua
marina.

Queste omissioni hanno i sé delle pesantissime responsabilità politiche che vanno anche a coprire i principali responsabili della sicurezza della Regione Toscana.

Per questo motivo individuiamo nei Sindaci di Livorno e Pisa la loro precisa e indubbia grave responsabilità politica in merito. Gli unici atti possibili per chi sta mettendo a repentaglio la salute e la sicurezza dei cittadini, delle coste, dei territori sono le dimissioni immediate.

Partito Comunista dei Lavoratori
sezione Pisa
sezione Livorno

Fonte

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SARA' UN ANNO DI LOTTE
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DISOBBEDIRE ALL'APPELLO DI NAPOLITANO

(1 Gennaio 2012)

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano- quale supremo garante delle banche e dei capitalisti- ha cercato di convincere milioni di lavoratori che gli intollerabili sacrifici imposti da Monti e dalla  BCE assicureranno loro un futuro migliore. E che quindi vanno subiti in silenzio. Disgraziatamente è lo stesso messaggio a reti unificate che ogni giorno i lavoratori si sentono propinare da trentanni e che li ha condotti all'attuale catastrofe sociale. La verità è che Napolitano cerca di sorreggere col proprio falso “prestigio” di salvatore della patria il governo della Confindustria e delle banche: un governo condannato alla caduta di consenso, sullo sfondo di una crisi senza sbocco. Disobbedire all'appello presidenziale alla rassegnazione sociale, ritrovare la fiducia nella propria forza, ribellarsi alla dittatura degli industriali e dei banchieri, è la condizione decisiva perchè il mondo del lavoro  possa risalire la china e costruire un'altra società e un altro futuro.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI Roma, 1/1/2012

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dalla sezione PCL Pistoia
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MARCO FERRANDO A PISTOIA - Intervento – Video

(2 Gennaio 2012)

Finalmente. Dopo una serie di imprevisti tecnici, è disponibile la registrazione video dell'intervento di Marco Ferrando alla serata politica del 7 dicembre 2011 organizzata dalla nostra sezione presso il circolo ARCI di Bonelle (PT). Ci scusiamo per qualche rumore di fondo dovuto alle particolari condizioni in cui è avvenuta la registrazione, ma che comunque non ne pregiudicano l'ascolto. 
Per alcune difficoltà tecniche ancora presenti, non siamo ancora in grado di pubblicare il video completo, cioè con l'introduzione alla serata del coordinatore di sezione, Mario Capecchi. Lo faremo appena possibile.

MARCO FERRANDO A PISTOIA - INTERVENTO – VIDEO

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - PISTOIA

FONTE

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 ANALISI DI MARX SUL DEBITO

 

Marx 1867 - IL CAPITALE:  ESTRATTO CAPITOLO 24 
.....Oggigiorno la supremazia industriale porta con sè la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio è la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu «il dio straniero» che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità.
 
Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico243a. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.
 
Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.

Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa243b.

Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.
Poichè il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e... sovraccarico di lavoro. Tuttavia qui l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione del l’operaio salariato, qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costitutivi della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sè. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. E la efficacia espropriatrice del sistema è ancor rafforzata dal sistema protezionistico che è una delle parti integranti di esso.
 
La grande parte che il debito pubblico e il sistema fiscale ad esso corrispondente hanno nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, come il Cobbett, il Doubleday e altri a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni.
Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. Gli Stati europei si sono contesi la patente di quest’invenzione e, una volta entrati al servizio dei facitori di plusvalore, non solo hanno a questo scopo imposto taglie al proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con premi sull’esportazione, ecc., ma nei paesi da essi dipendenti hanno estirpato con la forza ogni industria; come per esempio la manifattura laniera irlandese è stata estirpata dall’Inghilterra. Sul continente europeo il processo è stato molto semplificato, sull’esempio del Colbert. Quivi il capitale originario dell’industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato. «Perchè», esclama il Mirabeau, « andar a cercar così lontano la causa dello splendore manifatturiero della Sassonia prima della guerra dei Sette anni? Centottanta milioni di debito pubblico!»[244].
 

Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d’infanzia della grande industria. La nascita di quest’ultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti. Le fabbriche reclutano il proprio personale, come la regia marina, attraverso l’arruolamento forzoso. Se Sir F. M. Eden parla con annoiato scetticismo degli orrori dell’espropriazione della popolazione rurale e della sua espulsione dalla terra a partire dall’ultimo terzo del secolo XV fino al tempo suo, che è la fine del secolo XVIII, e si congratula tutto compiaciuto di questo processo; secondo lui «necessario» per «stabilire» l’agricoltura capitalistica e «la vera proporzione fra terra arabile e pascoli», egli non dà prova però della stessa comprensione economica per la necessità del furto dei ragazzi e della loro schiavitù per la trasformazione della conduzione manifatturiera in conduzione di fabbrica e per stabilire la vera proporzione fra capitale e forza- lavoro. Egli dice: «Può esser degno dell’attenzione del pubblico considerare se una manifattura, che per essere gestita con successo deve saccheggiare cottages e workhouses in cerca di bambini poveri per farli sgobbare, a turni, la maggior parte della notte e derubarli del riposo...; una manifattura che inoltre mescola insieme, stipati, gruppi di entrambi i sessi, di differenti età e di differenti inclinazioni, cosicchè il contagio dell’esempio non può fare a meno di condurre alla depravazione e alla scostumatezza, — se tale manifattura possa aumentare la somma della felicità nazionale e individuale?»[245].

«Nel Derbyshire, nel Nottinghamshire e particolarmente nel Lancashire», dice il Fielden, «le macchine di recente inventate venivano adoperate in grandi fabbriche, costruite vicinissimo a corsi d’acqua capaci di far girare la ruota. In questi luoghi, lontani dalle città, si chiedevano all’improvviso migliaia di braccia; e specialmente il Lancashire, che fino a quel momento era relativamente poco popolato e sterile, ebbe bisogno ora anzitutto di popolazione. E si ricercavano soprattutto le dita piccole e agili. Subito sorse l’abitudine di procurarsi apprendisti (!) dalle diverse workhouses delle parrocchie, da Londra, Birmingham e altrove. Molte e molte migliaia di queste creaturine derelitte, dai sette ai tredici o quattordici anni, vennero così spedite al nord. Era costume che il padrone (cioè il ladro di ragazzi) vestisse e nutrisse i suoi apprendisti e li alloggiasse in una casa degli apprendisti vicino alla fabbrica. Venivano nominati dei guardiani per sorvegliare il loro lavoro. Era interesse di questi aguzzini di far sgobbare i ragazzi fino all’estremo, perchè la loro paga era in proporzione della quantità di prodotto che si poteva estorcere al ragazzo. La conseguenza di ciò fu naturalmente la crudeltà... In molti distretti industriali, specialmente del Lancashire, queste creature innocenti e prive d’amici, consegnate al padrone della fabbrica, venivano sottoposte alle torture più strazianti. Venivano affaticati a morte con gli eccessi di lavoro.., venivano frustati, incatenati e torturati coi più squisiti raffinamenti di crudeltà; in molti casi venivano affamati fino a ridurli pelle e ossa, mentre la frusta li manteneva al lavoro... E in alcuni casi venivano perfino spinti al suicidio!... Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire, lontane dall’occhio del pubblico, divennero raccapriccianti deserti di tortura... e spesso di assassinio!... I profitti dei fabbricanti erano enormi. Ma questo non faceva che acuire la loro fame da lupi mannari, ed essi dettero inizio alla prassi del «lavoro notturno», cioè dopo aver paralizzato col lavoro diurno un gruppo di braccia, ne tenevano pronto un altro gruppo per il lavoro notturno; il gruppo diurno entrava nei letti che il gruppo notturno aveva appena lasciato, e viceversa. È tradizione popolare nel Lancashire che i letti non si raffreddavano mai»[246].
 

 

 

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sabato 24 dicembre 2011

UN FUTURO PEGGIORE DEL PRESENTE, AL SERVIZIO DEL PROFITTO DI POCHI

 
Il programma di Monti e Confindustria per le generazioni future è molto semplice: Lavorare sino a 70 anni per prendere una pensione più miserabile di quella attuale, dopo essere stato licenziabile senza giusta causa e privato del diritto di scegliere il proprio sindacato in fabbrica. Il tutto per pagare ogni anno 90 miliardi di interessi ai banchieri e aiutare gli sfruttatori italiani a competere con gli sfruttatori cinesi. Eppure questo ritorno all'800 è presentato da tutti i principali partiti come toccasana per il futuro dei..giovani. Quanta ipocrisia!
Solo una grande rivolta sociale può spazzare via tutto questo e aprire la via di una nuova società, in cui a comandare siano i lavoratori e non i banchieri. In cui l'economia sia organizzata in funzione delle necessità sociali e non del profitto dei capitalisti.
Il PCL si batte e si batterà in ogni lotta per questa soluzione rivoluzionaria e socialista: l'unica alternativa alla catastrofe.
 
Partito Comunista dei Lavoratori
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Il loro nomi: Samb Modou, Diop Mor

(14 Dicembre 2011)

 

E’ razzismo anche questo. Per tutto il giorno e tutta la sera erano solo vucumprà, ambulanti di colore, immigrati senegalesi, malavitosi di colore uccisi per un regolamento di conti.
E’ stata a loro negata anche la dignità di un nome.
Il 13 dicembre di Firenze è stata una strage fascista. L’ assassino era un noto militante di Casa Pound presente ad ogni udienza del processo in corso nei mesi scorsi a Pistoia contro gli antifascisti toscani accusati di aver devastato un circolo dell’ organizzazione fascista. Nessuna giustificazione e nessuna assoluzione deve essere concessa a questo lucido assassino che si è ucciso mentre in fuga e braccato non aveva più possibilità di farla franca. Sociologi e politologi ci hanno bombardato per ore parlando di follia e di mente malata. Il vero responsabile di questa strage è ancora una volta il capitalismo e tutte le sue degenerazioni. Il capo espiatorio della feroce crisi capitalistica diventa l’ anello più debole della catena: quello più vilipeso,sfruttato e ricattato. Il migrante sia esso uno zingaro, un ambulante senegalese, un uomo i fuga dai teatri delle guerre imperialiste.
Ancora una volta viene utilizzato il terrore omicida per fermare la possibile risposta di classe all’ attacco che la borghesia internazionale sta sferrando contro le classi subalterne.
L’ unica risposta possibile ed efficace è l’ organizzazione diffusa delle lotte contro il capitalismo con la direzione dei lavoratori e del movimento operaio in particolare, che ricostruisca una coscienza e una forte solidarietà di classe. Dopo il 12 dicembre del 1969 i lavoratori hanno fermato la svolta reazionaria anticomunista.
Oggi 14 dicembre 2011 il compito prioritario dei compagni del Partito Comunista dei Lavoratori è quello di ricostruire il tessuto solidale di lotta che si è deteriorato. I fratelli senegalesi uccisi barbaramente a Firenze avranno giustizia attraverso il nostro operato di propaganda anticapitalista e di solidarietà giorno dopo giorno,nei quartieri e nelle fabbriche. Solo in questo modo non saranno mai dimenticati.

 

 

 

Ruggero Rognoni
Coordinamento PC Lavoratori della Toscana

 

Fonte

 

Chiudere Casapound, chiudere tutti i covi fascisti

(13 Dicembre 2011)


I fatti di oggi a Firenze non sono opera di un pazzo ma un atto di razzismo di matrice fascista. L'assassino è un noto militante di Casapound, organizzazione neofascista che da circa due anni ha aperto una sede a Firenze, famoso per i suoi deliri razzisti e xenofobi. Il movimento antifascista fiorentino è da anni che si batte per la chiusura di tutti i covi fascisti in città, covi da dove si diffondono idee fasciste e razziste.

La battaglia antifascista è costata cara al movimento, decine di perquisizioni, denunce ed arresti, per aver combattuto questa piaga che si stava diffondendo nella nostra città.

Ormai è troppo tardi per versare lacrime di coccodrillo, le istituzioni fiorentine sono complici di quanto è successo, sia per non aver impedito l'apertura delle sedi di Casaggi, Casapound, Forza Nuova, La fenice, ecc sia per averle protette in questi anni di mobilitazione. Esponenti della maggioranza di centrosinistra hanno anche partecipato più volte alle loro iniziative. Bisogna anche sfatare il tabù, ormai dilagato anche a sinistra e tra i sinceri democratici, che tutti hanno diritto di parola. Questi topi di fogna non hanno diritto di parola, a loro è stato tolto il 25 aprile del 1945 e non possiamo permettere che gli venga restituito.

Denunciamo anche il ruolo del PDL che oltre a proteggere questi topi di fogna li foraggia con soldi, aiuti istituzionali e sedi, li candida come indipendenti in vari comuni della Toscana (per esempio a Figline dove è stato eletto un consigliere di Casapound nelle liste del PDL) e cerca accordi per le prossime elezioni politiche.

I fatti di oggi ci dimostrano che la battaglia antifascista, sopratutto in un momento di grave crisi economica, è non solo attuale ma necessaria. Invitiamo tutti i militanti della sinistra fiorentina, i lavoratori, i giovani, gli studenti e sopratutto gli immigrati ad intraprendere una lotta per chiudere tutte le sedi fasciste.



Solidarietà alla comunità senegalese

Chiudere Casapound, Casaggi e tutti i covi fascisti

Antifascismo militante

 

Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione Olga Valdambrini Firenze

 

 

 

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ASSEDIAMO I PALAZZI DEL POTERE!
SCIOPERO GENERALE PROLUNGATO SINO AL RITIRO DELLA MANOVRA E ALLA CADUTA DEL GOVERNO!
GOVERNINO I LAVORATORI

(8 Dicembre 2011)

testo del volantino per lo sciopero generale contro il governo Monti.

La macelleria sociale che viene varata contro il lavoro, i giovani, le donne, porta il timbro di Confindustria e banche. Per quale ragione si alza l'età pensionabile, si colpiscono pensioni da fame, si aumenta l'IVA, si mette l'imposta sulla prima casa, si dà un nuovo colpo ai servizi sociali? Per travasare nuove risorse ai capitalisti e ai banchieri, che ottengono tutto ciò che avevano chiesto: sgravi fiscali per i profitti, taglio dell'IRAP, garanzia statale per i prestiti bancari. Mentre i grandi evasori escono illesi. Altro che manovra “salva Italia”! E' una manovra salva banche, grazie alla spoliazione dei lavoratori italiani.

La verità è che un pagliaccio impresentabile come Berlusconi, ormai decotto, è stato archiviato dai capitalisti, non dal movimento operaio. E sono oggi i capitalisti a dettare, attraverso Monti, un nuovo attacco alle condizioni del lavoro.

Il centrosinistra è il primo responsabile di quanto è avvenuto. Prima bloccando e dividendo l'opposizione sociale a Berlusconi, per ingraziarsi industriali e banchieri. Poi sdraiandosi a sostegno di Monti, con la benedizione di Napolitano. Bersani ha rinunciato ad elezioni e Premierato per obbedire alle banche, confermando la natura liberale del PD.
Nichi Vendola ha “aperto” al governo dei banchieri (raccomandando loro un po' di pietà per le vittime) pur di non rompere l'accordo con Bersani.
Di Pietro ondeggia senza alcun principio tra capitolazione e distinguo strumentali.
Mentre la Lega, complice di Berlusconi e dei padroni, prova a rigenerarsi all'”opposizione”.. di quelle stesse misure che ha votato sino a ieri. Una truffa.

Di fronte all' unità di tutti i poteri forti e di tutti i loro partiti, è necessario costruire la più ampia unità di lotta di tutto il mondo del lavoro e di tutte le loro organizzazioni. Non bastano scioperi simbolici di testimonianza. E' necessario un vero sciopero generale prolungato sino al ritiro della manovra e alla caduta del governo. Si marci sulle prefetture. Si organizzi la mobilitazione in ogni luogo di lavoro, nelle scuole, nelle Università. Ogni compromissione con l'avversario va revocata. Gli accordi estivi della CGIL con Confindustria e banche vanno annullati. E così l' eterna offerta di un accordo futuro col PD per la prossima legislatura, avanzate in varie forme da Vendola, Ferrero, Diliberto. Non si possono tenere i piedi in troppe scarpe. O di qua, o di là. O col lavoro o con i suoi avversari.

Si metta finalmente in campo una piattaforma di lotta unificante basata sulle rivendicazioni del lavoro e dei giovani: a partire dal blocco dei licenziamenti, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la difesa dei diritti, la riduzione dell'orario a parità di salario, un salario sociale per i disoccupati, un grande piano di opere sociali. E su questa piattaforma si apra una lotta vera, continuativa, combinata con la occupazione di tutte le aziende che licenziano, mirata davvero a piegare l'avversario. Solo una lotta radicale può strappare risultati. Paghi chi non ha mai pagato.

La verità è che il capitalismo è fallito, come sono fallite, una dopo l'altra, tutte le illusioni di una sua possibile riforma. Il cadavere politico di Zapatero e un Obama in crisi stanno lì a dimostrarlo. E' dunque necessario un programma di rottura col capitalismo. Che rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche usuraie. Rivendichi la nazionalizzazione delle banche senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Rivendichi la nazionalizzazione delle grandi imprese a partire da quelle che licenziano o offendono i diritti ( in primo luogo la Fiat).

E' un programma tanto radicale quanto radicale è il capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può realizzare questo programma. Solo una aperta ribellione sociale e di massa può imporre questo governo. Il Partito Comunista dei Lavoratori(PCL) è l'unico partito che si batte, in ogni lotta, per questa prospettiva socialista e rivoluzionaria: l'unica vera alternativa alla catastrofe.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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E' il capitalismo bellezza!

...Malgrado sia ancora disoccupato non riesco a pensare che questa giornata di prova sia stata una giornata persa, è stata, al contrario, molto istruttiva. Un bel viaggio all’inferno.

(17 Novembre 2011)

articolo con titolo originale pubblicato
il 17/11/2011 su Liberazione

Nella mia frenetica ricerca di un posto di lavoro, ho risposto ad un annuncio che stando a quanto scritto trattava di un semplice “lavoro d’ufficio” e sono rimasto incastrato in una giornata di prova presso un’appaltata ENEL in cui il lavoro consiste nello spacciare contratti a gente ignara, per modificare le tariffe enel e impedire che la clientela fugga verso altre aziende. Specularmente questo tipo di agenzie hanno appalti anche per le concorrenti di ENEL e in molte altre categorie.
In questa appaltata lavorano principalmente ragazzi giovani neodiplomati. Gli impiegati sono obbligati tutti i giorni a presentarsi in ufficio con larghissimo anticipo e a rinchiudersi in una sala con tutto il personale per urlarsi addosso slogan, darsi la carica tra loro, incitarsi l’un l’altro. Gli impiegati si pagano la benzina, si pagano il pranzo e vengono spediti agli angoli della provincia a girare casa per casa per vendere veramente al modo degli imbonitori questi contratti.
La vendita funziona in questo modo: ci si presenta come “Incaricato Enel” (o qualunque altra ditta, azienda), anche se non si lavora direttamente per Enel, e si procede ad un sondaggio fasullo chiedendo se il cliente è ancora a contratto con Enel, quanti contatori ha, di quanto voltaggio disponde, fino ad arrivare alla domanda cruciale, ovvero quella che inerisce l’oggetto della vendita.
Può riguardare il tipo di fornitura o un altro aspetto qualunque del contratto. La domanda cruciale dev’essere posta nel modo piú incomprensibile possibile, al fine di passare immediatamente al passaggio successivo, farsi mostrare una fattura (in questo modo ci si da un tono di professionalità, allontanando l’immagine del venditore).
Solo a questo punto si passa alla proposta di contratto, ma quando le persone vedono che devono firmare un contratto, diventano diffidenti e si fanno indietro.
A questo punto, come recita il manuale del perfetto venditore, bisogna far leva sulle oscure paure umane, bisogna “far leva sulla gelosia e dire che i vicini lo hanno già sottoscritto, perchè la gelosia muove il mondo”, oppure bisogna spaventarli con una spesa futura: il prodotto “diventerà a pagamento e sarà obbligatorio” o sulla leva della mancata occasione “siamo in zona solo oggi”. Lo stipendio ovviamente non esiste, ma si viene pagati a provvigioni e la fregatura non sta solo qui, infatti ci sono gare interne che sbloccano ulteriori porzioni di salario. Nella pausa pranzo ho visto un collega di 20 anni distrutto perchè ha ricevuto un sms da una collega che recitava “oggi ho chiuso 4 contratti del gas” e lui commentare “la gara la vince lei, come faccio questa settimana senza quei 50 euro?”.
In questo modo si sostituisce la solidarietà tra lavoratori al totale antagonismo sportivo; ci sono vere e proprie classifiche affisse nelle bachece degli uffici come se il lavoro ed il salario fossero nient’altro che tornei di calcetto. Piú vendi e piú puoi essere un imbonitore di successo. Molte di queste agenzie hanno appalti con piú aziende, anche in concorrenza tra loro e il venditore piú capace ha una fornitura di contratti vastissima, che fuoriesce del tutto dalla presentazione iniziale e così si finisce all’assurdo che chi si è presentato come un Incaricato Enel finisca a venderti un contratto di telefonia mobile. Sono i gradi. Piú sei alto in grado, piú cartucce-contratto hai da vendere, quindi piú soldi puoi fare. La giornata lavorativa dura quasi 10 ore, circa dalle 8 alle 18, di cui una passata ad urlarsi addosso slogan motivatori, otto passate in strada casa per casa a imbonire il prossimo, e l’avanzo diviso tra pranzo e compilazione dei contratti in ufficio.
L’ufficio è un luogo irreale. Musica altissima sempre e cartelloni giganti con frasi motivazionali scritte a caratteri cubitali tra cui troviamo: “Pensa solo pensieri positivi” “Tu sei il migliore” “Non arrenderti alla prima risposta negativa ma trova la soluzione” “Non piangerti addosso se non riesci a vendere” “Il nostro è un lavoro basato sulla statistica quindi devi correre, piú contatti hai, piú contratti hai la possibilità di chiudere”. Nel corso dei mesi di lavoro gli impiegati imparano un linguaggio terribile che si portano anche fuori dal lavoro: il mondo si divide in positivi e negativi, i positivi sono quelli facili da imbonire, i negativi sono quelli che ti mandano a cacare. Il contratto diventa “un pezzo”. Riuscire in qualcosa diventa “chiudere”. In pausa pranzo i colleghi parlavano di “chiudere” con una ragazza, intendendo che forse riuscivano a scoparsela. La cosa che piú emerge da una giornata di lavoro in una di queste aziende è il totale isolamento dei lavoratori l’uno dall’altro, costretti a camminare da soli per le strade, vedono i colleghi solo per colazione, pranzo e a chiusura dell’ufficio. Non esiste una dimensione collettiva e per questo si scatenano rancori, invidie, antipatie.
Chi lavora in queste agenzie non ama questo lavoro e non lo considera un punto d’arrivo, ma malgrado questo assume in sè le parole d’ordine dell’azienda, che oltre a condizionare il tuo modo di relazionarti col prossimo, ti manda in giro a tessere le lodi del mercato libero: “Prima col monopolio lei era schiava del governo che decideva i prezzi, grazie al mercato libero è lei che sceglie il suo prezzo.”
Malgrado sia ancora disoccupato non riesco a pensare che questa giornata di prova sia stata una giornata persa, è stata, al contrario, molto istruttiva.
Un bel viaggio all’inferno.

Nicola Sighinolfi Sez. Pisa PCL

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UNA RISPOSTA GENERALE ALLA FIAT

(23 Novembre 2011)



La Fiat punta a cancellare la Fiom dai propri stabilimenti per avere mano libera contro i lavoratori. Non è “il ritorno agli anni 50”, come spesso si dice. E' peggio. Negli anni 50 la Fiom, pur discriminata, aveva formalmente una presenza legittima in fabbrica e nella rappresentanza sindacale ( Commissione interna). Ciò che la Fiat oggi vorrebbe assomiglia di più al regime aziendale degli anni 30, con la cancellazione ex lege di ogni presenza sindacale indipendente dal padrone. E' una provocazione gravissima non solo contro i lavoratori della Fiat, ma contro tutti i lavoratori italiani. Una provocazione coperta e avallata dal nuovo governo dei banchieri, sostenuto da Bersani, Di Pietro, Berlusconi.

Contro questa provocazione non bastano iniziative giudiziarie né puri scioperi simbolici. E' necessaria una risposta tanto radicale quanto radicale è l'attacco del padrone: una mobilitazione straordinaria e continuativa, che, partendo dal gruppo Fiat, punti a coinvolgere l'intero mondo del lavoro, collegando la difesa intransigente dei diritti sindacali ad una piattaforma generale e unificante di rivendicazioni sociali. Alla spallata della Fiat deve rispondere una spallata operaia. L'unica che può ribaltare la china discendente degli arretramenti. L'unica che può fermare la valanga avversaria. L'unica che può imporre al centro dello scenario sindacale e politico le esigenze degli operai, non quelle dei padroni.

Parallelamente la natura particolarmente reazionaria dell'attacco Fiat, il suo carattere provocatorio ed extralegale, ripropone la nazionalizzazione del gruppo, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, come rivendicazione centrale del movimento operaio. Se una Fiat fuorilegge rivendica l'esproprio dei diritti sindacali dei lavoratori, i lavoratori hanno diritto a rivendicare l'esproprio della Fiat. Il PCL propone a tutte le sinistre politiche e sindacali una campagna nazionale attorno a questo obiettivo. Nella prospettiva di fondo di un governo dei lavoratori che liberi la società dalla dittatura del padronato.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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NO AL GOVERNO MONTI-NAPOLITANO,
GOVERNO DELLA CONFINDUSTRIA E DELLE BANCHE

(14 Novembre 2011)

Dichiarazione pubblica di Marco Ferrando

Nasce il governo della Confindustria e delle banche, sotto il commissariamento della BCE e la garanzia della Presidenza della Repubblica
Mai nella storia italiana del dopoguerra un esecutivo è stato espressione così diretta del capitale finanziario.
Mai la Presidenza della Repubblica ha svolto un ruolo tanto determinante e diretto nella sua genesi, sino a travalicare forme, tempi, procedure, del tradizionale parlamentarismo borghese.

Il combinarsi della crisi del berlusconismo e della crisi finanziaria, italiana ed europea- in assenza di una soluzione parlamentare alternativa immediatamente spendibile- ha prodotto questo esito straordinario.

MARIO MONTI FIDUCIARIO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Tutti i partiti dominanti hanno compiuto un passo indietro, per lasciare il passo al fiduciario delle banche e degli industriali. L'assetto bipolare tradizionale , già in crisi, ha subito un duro colpo dagli avvenimenti, con il distacco tra PDL e Lega da un lato e l'incrinatura interna al centrosinistra dall'altro.
Berlusconi si è rassegnato alla ritirata sotto i colpi della crisi delle Borse ( e delle sue stesse aziende) e lo sfarinamento della maggioranza parlamentare alla Camera. Bersani ha scelto di sacrificare una vittoria elettorale scontata del centrosinistra e la sua stessa leaderschip di governo, sotto la pressione dell'emergenza finanziaria e dell'interesse generale di sistema. Affermando che “viene prima il Paese e poi il Partito” il gruppo dirigente del PD ha consacrato con parole auliche la propria vocazione sacrificale di fronte all'interesse superiore del capitale.

UN PROGRAMMA ANNUNCIATO DI MISURE ANTIPOPOLARI

Il programma che si annuncia è la continuità dichiarata della politica d'emergenza varata dal governo Berlusconi, col lasciapassare delle “opposizioni” parlamentari: il rispetto del programma Europlus e dei relativi “impegni” solennemente assunti in sede U.E.. Non è davvero in discussione il programma di fondo del governo italiano, mai come oggi così predefinito. Era semmai in discussione la credibilità della sua esecuzione, il superamento delle sue “lacune”, la rapidità dei suoi tempi. Tutto il mondo capitalista, a partire dal governo tedesco, francese e americano, si è riunito a mani giunte attorno al capezzale del capitalismo italiano, per chiedere un' ulteriore terapia d'emergenza sul malato. Il nome di Monti e l'unità nazionale a suo sostegno sono la rassicurazione data non solo alla borghesia italiana ma al capitalismo internazionale.
Proprio per questo va rimossa ogni eventuale illusione. Il governo proverà a edulcorare la confezione d'immagine del suo programma con qualche innocua trovata “anticasta” a fini mediatici, e una probabile minipatrimoniale richiesta persino da Confindustria e banche in funzione antidebito. Ma dentro la confezione curata starà l'attacco alle pensioni d'anzianità, il salto generale di dismissione e privatizzazione di beni pubblici, il sostegno più marcato alla demolizione progressiva del contratto nazionale di lavoro, le nuove normative sui licenziamenti. Tutto ciò che chiede l'Europa capitalista per rassicurare i banchieri. Questa è e resta la ragione sociale del governo: fare contro i lavoratori ciò che Berlusconi non era più in grado di fare e ciò che il centrosinistra non era ancora pronto a fare. L'unità nazionale è semplicemente la soluzione di mutuo soccorso tra i partiti borghesi per garantirsi la reciproca complicità nell'attacco congiunto alla maggioranza della società. L'”unione sacra” è sempre storicamente una soluzione di guerra. In questo caso di guerra al lavoro.

LA CAPITOLAZIONE DI DI PIETRO E VENDOLA.

Tanto più in questo quadro colpisce la capitolazione al governo Monti di Di Pietro e di Vendola. Il populismo comiziesco, in tutte le sue varianti, si è sciolto come neve al sole di fronte all'emergenza del capitale finanziario, sotto la pressione intimidatoria del PD e di Napolitano. Il populismo giustizialista di Di Pietro è passato in due giorni dalla denuncia della “macelleria sociale” in arrivo alla “fiduciosa attesa” del nuovo governo. Il populismo poetico di Vendola ha surfato come sempre nelle pieghe del vocabolario, per concludere che Monti è degno di un sostegno, seppur “condizionato”. Entrambi hanno scelto di ingannare i lavoratori e i propri elettori accodandosi ai banchieri, e coprendo le spalle al PD: pur di coltivare le proprie ambizioni di governo futuro a braccetto con quel partito.

Dove è assente ogni confine di classe, si dissolve prima o poi ogni confine di opposizione.

VIA IL GOVERNO DEGLI INDUSTRIALI E DEI BANCHIERI

Di fronte alla generale capitolazione al governo di Confindustria e delle banche è necessario il rilancio di una coerente opposizione di classe. All'unità nazionale di tutti i principali partiti borghesi attorno al programma degli industriali e dei banchieri, va contrapposto il fronte unico di tutte le sinistre attorno alle ragioni del lavoro. Alla guerra come alla guerra. Il Partito Comunista dei Lavoratori fa appello a tutte le sinistre di opposizione al governo Monti per la più vasta campagna di mobilitazione contro il governo: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e università, nei quartieri. Preparando una prima manifestazione nazionale contro il governo da tenersi a Roma. La cacciata del governo dei capitalisti, per un'alternativa di società, deve diventare un obiettivo centrale del movimento operaio e popolare.

MARCO FERRANDO

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No al licenziamento di 

Riccardo Antonini

___________________

comunicato stampa

 



(8 Novembre 2011)

Il licenziamento da parte di Ferrovie di Riccardo Antonini ferroviere e consulente dei famigliari delle vittime della strage alla stazione di Viareggio nel processo in corso è un vero atto autoritario immotivato e provocatorio. L' amministratore delegato Moretti del gruppo FS in questo modo non solo cerca di impedire che emerga la verità sulle responsabiltà della tremenda strage, ma dimostra che le vite strocate e la sicurezza dei cittadini per lui non contano nulla. E' la logica del profitto e la sua morale.
La sicurezza viene messa all' ultimo posto. Vengono destinate risorse verso progetti inutili come la TAV e ne vengono tagliate altre destinate alla sicurezza delle linee e ai percorsi destinati al trasporto locale dei lavoratori pendolari.
Il Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana esprime la solidarità verso un lavoratore e sindacalista che ha pagato con lincenziamento la sua volontà di stare dalla parte dei più deboli come le vittime del quartiere Varignano di Viareggio.
Non solo, ma si batterà fino in fondo con la contro informazione nell' inchiesta sulla strage e per il reintegro immediato di Riccardo Antonini nel suo posto di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento della Toscana

 

 

 

 

 

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CINQUE MISURE STRAORDINARIE CONTRO LA CATASTROFE.
SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.

Documento nazionale PCLavoratori

(10 Novembre 2011)

IMPORTANTE PROPOSTA DI PERCORSO

La crisi del capitalismo italiano é al centro della tempesta economica europea e mondiale.
Le banche italiane sono colpite dalla crisi di credibilità dei titoli di stato tricolori in cui hanno investito a mani basse. L'azione di strozzinaggio degli interessi sul debito si è rivoltata contro gli strozzini.

La U.E. si trova di fronte al dissesto finanziario dell'Italia, senza disporre di risorse adeguate per un eventuale “soccorso”. Mentre la gigantesca ricapitalizzazione delle banche continentali si trasforma inevitabilmente in un nuovo appesantimento dei debiti pubblici.

L'unico punto fermo del caos finanziario europeo e mondiale è il programma comune dei governi di ogni colore: salvare i banchieri e i capitalisti facendo pagare la loro crisi ai lavoratori.

Questo attacco si aggrava in particolare in Italia, anello debole della catena capitalistica internazionale, sotto la frusta della BCE. Il precipitare della crisi finanziaria- sullo sfondo della crisi politica di Berlusconi- determina un nuovo salto drammatico dell'attacco alle condizioni sociali delle masse. Il progetto Europlus prescrive, di per sé, la riduzione ogni anno di 45 miliardi di debito pubblico italiano, al netto del pagamento degli interessi: ciò che segnerebbe una autentica regressione storica della già miserabile condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati. E oggi i “commissari” europei chiedono una stretta ulteriore della morsa per conto delle banche.

La rivolta sociale contro tutto questo è la condizione necessaria per salvarsi. Ma la rivolta deve impugnare un programma d'azione alternativo contro la crisi che recida finalmente la sua radice: la dittatura del capitale finanziario sulla vita della società.



CINQUE MISURE RADICALI PER AFFRONTARE LA “CATASTROFE"


"C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi” strillano all'unisono tutti i giornali borghesi e i banchieri che li finanziano, mentre invocano la spoliazione dei salariati. “ C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi”, diciamo noi: ma un programma che colpisca il potere delle banche e dei capitalisti, liberando milioni di lavoratori dal loro giogo. Un programma tanto radicale quanto è radicale il programma della BCE.

1) Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche strozzine. Il debito non è stato prodotto dai lavoratori, ma dalla rapina delle banche contro i lavoratori. Non si vede perchè debbano essere i lavoratori a pagarlo. Per di più.. ai banchieri. I 90 miliardi di interessi che lo Stato paga ogni anno alle banche- grandi acquirenti dei titoli di Stato- vanno semplicemente cancellati. E cosi' i 70 miliardi versati annualmente dagli enti locali. I piccoli risparmiatori saranno integralmente tutelati. Non i banchieri usurai. La loro rapina deve finire. E le risorse così liberate debbono andare al lavoro, alla sanità, alla scuola..

2) Le banche e le assicurazioni vanno nazionalizzate, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto controllo dei lavoratori, creando un'unica banca pubblica. Non è solo una misura imposta dall'annullamento del debito pubblico verso le banche. E' una misura indispensabile per abbattere i mutui che gravano sulle famiglie. Per portare alla luce la scandalosa evasione fiscale del grande capitale, di cui le banche sono canale e strumento. Per colpire i santuari della grande criminalità. Per acquisire la leva decisiva per una riorganizzazione radicale dell'economia e della società in funzione dei bisogni collettivi, e non del profitto di pochi. Senza la nazionalizzazione delle banche, vero verminaio della società borghese, ogni rivendicazione dell'“alternativa” si riduce ad una frase vuota.

3) Va istituito il controllo operaio sulla produzione a partire dall'abolizione del segreto commerciale e dall'apertura dei libri contabili delle aziende. Il segreto commerciale tanto difeso dai custodi della proprietà non vale più da molto tempo nel rapporto tra i grandi capitalisti, che hanno ben pochi segreti tra loro. Vale invece come paravento dei capitalisti nei confronti dei lavoratori e della società, cui debbono nascondere frodi, truffe, raggiri di ogni tipo. Inclusi i costi della pubblica corruzione. Non basta che i conti siano accessibili di tanto in tanto a qualche compiacente istituto borghese di “vigilanza” o alla Agenzia delle Entrate. E' necessario che siano i lavoratori e le loro organizzazioni a mettere il naso nei “segreti” delle proprie aziende. Per quale ragione dev'essere considerato “naturale” che i capitalisti e i loro governi facciano i raggi x agli stipendi, ai risparmi, alla vita dei lavoratori, e invece uno “scandalo” se i lavoratori vogliono controllare i capitalisti , i loro conti, le loro ruberie?

4) Vanno nazionalizzati i grandi gruppi capitalistici dell'industria, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano o colpiscono i diritti sindacali. Quindi a partire dalla Fiat. E' una misura indotta dalla nazionalizzazione delle banche, dato lo stretto intreccio fra capitale industriale e capitale bancario. Ma è soprattutto un provvedimento indispensabile per bloccare i licenziamenti, riorganizzare la produzione, ripartire il lavoro fra tutti, avviare una riconversione dell'economia a fini ecologici e sociali, secondo un piano democraticamente definito. E sarebbe oltretutto un provvedimento di risparmio straordinario per l'intera società: perchè annullerebbe la montagna di 40 miliardi annui di trasferimenti pubblici a quelle stesse imprese private che distruggono posti di lavoro. E che dunque sono già state “comprate” dai lavoratori, in quanto principali contribuenti. A proposito di “lotta agli sprechi”.

5) Va varato un grande piano di opere sociali di pubblica utilità che dia lavoro e risani le condizione di larga parte della società italiana. E' assurdo registrare da un lato la disoccupazione del 30% dei giovani e il licenziamento dei lavoratori, e dall'altro la straordinaria penuria (e distruzione) di beni e servizi sociali. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno ne sia privato, con la riduzione generale dell'orario a parità di paga. Ma non basta. E' necessario un grande piano di nuovo lavoro. La nazionalizzazione delle banche e della grande industria, la fine della dipendenza dal debito, possono liberare un piano di investimenti pubblici, sotto controllo sociale, in fatto di risanamento ambientale, energie alternative, riparazione della rete idrica, sviluppo della rete ferroviaria, messa in sicurezza dell'edilizia scolastica e residenziale, estensione della rete ospedaliera e di assistenza agli anziani..: investimenti capaci di utilizzare a pieno le capacità lavorative e le professionalità di milioni di disoccupati, di dare lavoro ai migranti,di cambiare volto all'ambiente di vita. Impedendo oltretutto crimini sociali come quelli compiuti nei nubifragi di Genova e Liguria.


SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.

Nessuna di queste misure è derogabile, ai fini di una vera svolta. Senza queste misure non solo non vi è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi, ma la crisi continuerà ad abbattersi con intensità sempre maggiore sulle condizioni dei lavoratori e del popolo. Al tempo stesso nessuna di queste misure è compatibile col capitalismo. Nessuna di queste misure è realizzabile da parte dei governi borghesi, tutti legati a doppio filo agli interessi dell'industria e delle banche. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzarle. E solo una sollevazione operaia e popolare può imporre un governo dei lavoratori.

La crisi politica del berlusconismo, dentro il precipitare della crisi capitalista, è un occasione preziosa per il movimento operaio: ma alla sola condizione di imporre la propria agenda per la soluzione della crisi politica e sociale. Senza questa azione indipendente, senza un autonomo programma, tutto è destinato a risolversi contro i lavoratori. Come prima e peggio di prima. O per mano di un governo Monti, o per mano di un resuscitato centrosinistra. Prima delle elezioni, o dopo le elezioni.

Il momento di agire è ora. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, a tutte le organizzazioni popolari e di massa, per un fronte unico d'azione attorno a questo programma di svolta. E' ora di porre fine una volta per tutte a compromissioni senza futuro col PD ,coi partiti borghesi, con la Confindustria. E' l'ora di assumersi una responsabilità indipendente. All'altezza della straordinarietà del momento.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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CONTRO OGNI SOLUZIONE BORGHESE DELLA CRISI POLITICA
PER UNA MOBILITAZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO

CONTRO LA NUOVA ANNUNCIATA MACELLERIA
PER IMPORRE UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA DELLA CRISI SOCIALE

(9 Novembre 2011)

Un Presidente del Consiglio ormai privo di maggioranza parlamentare ottiene dal Presidente della Repubblica il permesso non solo di andare avanti, ma di gestire la nuova macelleria sociale commissionata dai banchieri europei. Mentre le “opposizioni” parlamentari non solo assicurano preventivamente il loro lasciapassare alla “legge di stabilità” e al suo ulteriore appesantimento, ma si candidano a continuare l'opera in nuovo governo di “unità nazionale” quale supremo garante delle banche, della Commissione Europea, del FMI.

La verità è che si cerca di ridurre la fine annunciata di Berlusconi ad un passaggio di testimone tra ceti dirigenti e comitati d'affari dei poteri forti. In un clima di trasformismo maleodorante, compravendite parlamentari, compromissioni istituzionali. In cui persino le regole borghesi del parlamentarismo vengono sacrificate all'urgenza dei “mercati” e della crisi, pur di continuare a colpire il lavoro, le pensioni, i servizi sociali. Calpestando la stessa volontà del referendum di Giugno.

Non sappiamo se l'operazione in corso, sotto la regia di Napolitano, avrà successo, o se sfocerà in elezioni anticipate. Ma certo è un'operazione contro i lavoratori, i giovani, i movimenti di lotta di questi anni. Chi si è mobilitato per cacciare Berlusconi, non l'ha fatto nel nome di Draghi, di Monti, della BCE. Quella stessa parte di popolo di sinistra accorso ad applaudire Bersani il 5 Novembre non lo ha fatto per ritrovarsi in un governo d'emergenza con il PDL o suoi settori, né per inchinarsi ai banchieri. Quale che sia lo sbocco della crisi politica, si conferma una volta di più la natura liberale del PD quale carta di ricambio della borghesia contro il movimento operaio e contro tutte le ragioni sociali dell'opposizione.

Tanto più oggi, le sinistre politiche e sindacali non possono stare a guardare. Né limitarsi a chiedere elezioni per cercare di essere imbarcate dal PD in un nuovo vecchio centrosinistra ( confindustriale), come fanno in forme diverse i gruppi dirigenti di SEL e FDS. O per essere recuperate stabilmente al tavolo di concertazione con Confindustria, come fanno i vertici della CGIL. E' ora di finirla con vecchie compromissioni senza futuro. E' l'ora di una mobilitazione unitaria e radicale contro ogni soluzione borghese della crisi politica, per affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio, per fermare la nuova macelleria in gestazione, per trasformare la crisi del berlusconismo nella cacciata delle classi dirigenti bancarottiere della seconda Repubblica, e di tutti i loro partiti. Solo un governo dei lavoratori può liberare l'Italia dalla dittatura del capitalismo e aprire davvero una pagina nuova per la giovane generazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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TRAGEDIA DI GENOVA: CRIMINE DEL PROFITTO

(5 Novembre 2011)


I morti di Genova e la devastazione della città non sono “responsabilità” dei “mutamenti climatici” come dichiara il sindaco Vincenzi, immemore dell'analoga strage del 1970 ( 25 morti). Sono riconducibili alla legge imperante del profitto: che ha tagliato le risorse per la ripulitura dei fiumi, ha tagliato le risorse per lo scollamatore del Bisagno, ha autorizzato costruzioni edilizie sino a tre metri dai corsi fluviali. Governi nazionali di centrosinistra e centrodestra, impegnati a pagare ogni anno 80 miliardi di interessi alle banche strozzine o a finanziare mega speculazioni come la TAV, hanno “risparmiato” sulla protezione della natura e della vita. Per questo sono i responsabili politici e morali di quanto è avvenuto. Assieme ai sindaci e governatori che li hanno coperti e assecondati, e che sono tenuti alle dimissioni. Solo un governo dei lavoratori, rompendo con la legge del profitto e del capitalismo, può investire uomini e risorse nel riassetto idrogeologico del territorio evitando altre tragedie.

MARCO FERRANDO

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no alla repressione
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PER UNA PRONTA MOBILITAZIONE CONTRO LE LEGGI SPECIALI

(18 Ottobre 2011)

 


Un ministro degli interni secessionista e xenofobo, e un governo frequentato da faccendieri, evasori, ministri in odore di mafia, hanno il coraggio di invocare non solo la “legalita'” ma leggi speciali liberticide: partendo dal gravissimo divieto opposto alla manifestazione nazionale Fiom degli operai Fiat e Fincantieri.

E' una provocazione inaudita e intollerabile. Tanto più vergognoso e rivelatore è il ruolo reazionario di Antonio Di Pietro, vero sponsorizzatore di Maroni.

Tutte le sinistre politiche,sindacali, di movimento, tutte le forze promotrici della grande manifestazione del 15 Ottobre hanno il dovere di respingere la provocazione e di opporsi prontamente alle misure annunciate da Maroni e Di Pietro. Si tengano manifestazioni e assemblee in ogni città contro le leggi speciali. Si rilancino ovunque le ragioni di massa e anticapitaliste della manifestazione del 15 Ottobre, vero bersaglio della stretta repressiva.

Certo, il 15 Ottobre la rinuncia pregiudiziale a “marciare verso i palazzi del potere”, e quindi a marcare il terreno della contrapposizione al governo, ha disperso una occasione preziosa di sviluppo e caratterizzazione del movimento, amplificando lo spazio di pratiche nichiliste e nocive al movimento stesso.

Tanto più oggi il problema non è la “caccia ai black bloc”. Ma il rilancio dell'opposizione di massa e di classe a padronato e governo, i veri avversari dei lavoratori e dei giovani. Fuori da ogni ripiegamento su se stessi, e da ogni subordinazione a un Centrosinistra fedele alla BCE o addirittura questurino. ( IDV).

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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contro la violenza poliziesca
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SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE: UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA APRE IL VARCO A PRATICHE IMPOLITICHE E NICHILISTE

 (17 Ottobre 2011)




La manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma ha visto una grande partecipazione di massa, una vasta presenza di giovani, un diffuso senso comune “anticapitalista”. Ma la sua dinamica è stata distorta da un impostazione politica sbagliata del coordinamento che ha promosso ed organizzato il corteo: un'impostazione che rinunciando ad indirizzare il movimento sul terreno del confronto politico col potere, ha finito con l'amplificare lo spazio di pratiche, impolitiche e nichiliste, avulse da una logica di massa.

LA RESPONSABILITA' DI UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA

Quando proponevamo una manifestazione indirizzata verso i palazzi del potere, rivendicavamo non solo il diritto a una pratica diffusa a livello internazionale, ed in particolare europeo; non solo un'iniziativa politica corrispondente alla particolare gravità della situazione italiana, alla natura particolarmente reazionaria del suo governo, alle responsabilità bipartisan nel sostegno alle banche da parte delle “opposizioni” parlamentari; ma anche perciò stesso un'iniziativa di massa capace di segnare politicamente il terreno centrale dello scontro, di unificare e tradurre su quel terreno la domanda diffusa di un corteo “radicale” e non convenzionale, di emarginare per questa via iniziative “fai da te” del tutto estranee allo sviluppo reale del movimento.
Avevamo avvisato i naviganti: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL, 25/9/2011)
Purtroppo, siamo stati facili profeti. La scelta maggioritaria di una manifestazione rituale, nel nome del “realismo” e della scelta “pacifica”, ha ignorato la realtà e non ha garantito “la pace”. Ha semplicemente lasciato campo libero a chi ha cercato come terreno di scontro non la contrapposizione politica al potere, non lo sviluppo della radicalità del movimento e della sua coscienza politica, ma l'esercizio pratiche isolate e nichiliste, a danno del movimento di massa.

CONTRO LO STATO E LA SUA REPRESSIONE

Sia chiaro: la nostra critica del vandalismo muove non dalla logica delle questure, ma dall'interesse della rivoluzione. L'avversario fondamentale dei lavoratori, dei giovani, delle loro lotte, non sono i cosiddetti black block, ma il capitalismo e il suo stato.
Non siamo pacifisti, e in ogni caso manteniamo la misura della realtà. La violenza consumata contro auto in sosta o contro le vetrine di negozi - per quanto del tutto inutile e demenziale- resta infinitamente minore della violenza consumata quotidianamente nello sfruttamento di milioni di uomini e di donne, nella segregazione dei migranti, o nelle missioni di guerra. Per questo non parteciperemo mai ai cori sdegnati “contro la violenza” di un ministro degli interni secessionista e xenofobo, o di un centrosinistra amico dei banchieri strozzini, o di un Nichi Vendola che sino a ieri “votava” i bombardamenti in Afghanistan. Noi stiamo dall'altra parte della barricata. In uno scontro tra apparato dello stato e migliaia di giovani di diversa estrazione (ben altro che i cosiddetti gruppi black block), come quello avvenuto a S. Giovanni, noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei giovani e della loro resistenza, indipendentemente dalle cause d'innesco dello scontro. Come facemmo il 14 dicembre di un anno fa, contro ogni scandalismo perbenista. Ed oggi respingiamo la campagna repressiva del governo, sostenuta dal Pd e da Di Pietro, contro la cosiddetta area antagonista: indipendentemente dalla distanza politica grande che ci separa dalle posizioni di quest'area, non solo rifiutiamo ogni solidarietà con lo stato delle banche, delle bombe, dei blindati, ma difenderemo ogni compagno/a che sia vittima della sua repressione. Contro ogni posizione di disimpegno o addirittura di neutralità presente nella sinistra e nel movimento stesso.

CONTRO IL VANDALISMO, MA DAL VERSANTE DELLA RIVOLUZIONE. 14 DICEMBRE E 15 OTTOBRE

Ma tutto ciò non significa affatto ignorare le differenze e farci trascinare dalla suggestione mitologica dello scontro fine a sé stesso. Scontri di piazza apparentemente simili per intensità possono assumere infatti significati diversi (e prestarsi a diverse percezioni di massa), a seconda della loro dinamica.
Il 14 dicembre di un anno fa, nelle ore successive al salvataggio parlamentare di Berlusconi, una massa di giovani compagni si diresse spontaneamente verso Montecitorio, scontrandosi con la violenza poliziesca, ed esercitando il proprio diritto all'autodifesa. Quello scontro si sviluppò sul terreno politico della contrapposizione al potere, brandì una rivendicazione democratica comprensibile e popolare (la cacciata del governo e la condanna di un Parlamento corrotto), si circondò perciò stesso di una significativa solidarietà, nonostante la campagna di criminalizzazione .
Il 15 Ottobre, invece, la dinamica degli scontri è stata innescata dalla distruzione metodica di oggetti casuali (automobili, bar, supermarket) ai lati del corteo da parte di limitati settori organizzati. Lo scontro si è dunque prodotto su un terreno estraneo a qualsivoglia prospettiva politica, allo sviluppo del movimento, alla crescita della sua coscienza. Di più: lo scopo di chi lo ha cercato era esattamente quello di boicottare la manifestazione di massa del movimento. Il fatto che poi migliaia di giovani coinvolti alla fine negli scontri abbiano giustamente resistito ai caroselli criminali della celere, non può occultare questo dato.
Questa logica primitiva e distruttiva, coltivata da alcune aree dei centri sociali, dell'anarchismo, di curve ultras, non è affatto una logica “più rivoluzionaria” come in qualche caso cerca di presentarsi. E' l'esatto opposto. E' la ricerca di uno sfogatoio emozionale cieco, in assenza di ogni progetto di rivoluzione reale, e contro la prospettiva di rivoluzione. Il danno che produce infatti non si limita ai benefici contingenti per la propaganda governativa o di centrosinistra, e per il loro cantico ipocrita sulla “condanna della violenza”. Il danno maggiore è l'effetto dissuasivo e distorcente che il vandalismo produce nell'immaginario diffuso delle classi subalterne circa il senso stesso della radicalità di lotta e della rivoluzione: un effetto tanto più negativo nel momento in cui si allarga una diffusa sensibilità anticapitalista- potenzialmente rivoluzionaria- nella giovane generazione.

RIVOLTA DI MASSA E PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Grande dunque è la responsabilità di chi ha favorito questo scenario. Perché lo spazio fornito a queste pratiche è stato ed è direttamente proporzionale all'opportunismo delle direzioni maggioritarie del movimento. La rinuncia ad un assunzione di responsabilità in un momento straordinario di scontro politico e sociale; l'adattamento alla routine di manifestazioni rituali- alla ricerca di un puro spazio mediatico o di qualche pacca sulla spalla degli ambienti benpensanti del centrosinistra e della loro stampa “democratica”- hanno aperto il varco all'avventurismo. Questa è la lezione del 15 Ottobre.
Ora non si tratta di aprire la caccia “militare” ai “black block” all'interno del movimento, alla ricerca di qualche capo espiatorio. Si tratta di andare alla radice delle responsabilità politiche di fondo di quanto accaduto. Di discutere seriamente l'organizzazione della piazza. E soprattutto di rilanciare una prospettiva di rivolta sociale e di classe, su base di massa e su un programma anticapitalista: che resta la condizione decisiva per aprire una pagina nuova, e una nuova prospettiva politica.

17 ottobre 2011,

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Ferrando (PCL) Parte 2/2 a festa Fiom Padova 15.09.2011
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Ferrando (PCL) Parte 1/2 a festa Fiom Padova 15.09.2011
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analisi del debito pubblico
la verita' sul debito pubblico
DOBBIAMO FERMARLI
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SOLO I LAVORATORI POSSONO “SALVARE L'ITALIA

(21 Settembre 2011)

Nota pubblica PCL

Capitalisti e banchieri stanno affondando l'Italia. Solo i lavoratori la possono salvare.

IL CAPPIO DEL DEBITO PUBBLICO

L'Italia sta affondando per pagare gli interessi alle banche, interne ed estere, grandi acquirenti dei titoli di stato. Il costo del debito pubblico è il cappio al collo degli stipendi, dei servizi sociali, del lavoro: tutto viene sacrificato sull'altare delle banche. Le quali, mai soddisfatte, continuano ad imporre rendimenti sui titoli sempre più alti come condizione del loro acquisto. E' una pratica di usura. Che però invece di essere condannata, diventa il riferimento centrale dei programmi del governo e dell'”opposizione”: entrambi dediti a “rassicurare i mercati”, cioè i banchieri, col taglio e la svendita dei beni comuni. Lungo un piano inclinato senza fine.

Solo l'irruzione di una rivolta sociale può spezzare questa spirale di rovina: rifiutando il pagamento del debito pubblico alle banche e nazionalizzandole. In tutto il mondo il debito pubblico è stato alimentato dalle banche e dalle imprese: prima con la detassazione dei loro profitti e patrimoni ( anni 80 e 90), poi col gigantesco soccorso pubblico da parte degli stati nel momento della crisi. Non possono essere le vittime sociali di queste politiche a pagare, per la seconda volta, il conto lasciato dai capitalisti e dai banchieri. Rovesciare la dittatura dei capitalisti e dei banchieri è la sola via per uscire dalla crisi. In Italia, in Europa, nel mondo. Ogni altra “soluzione” politica è semplicemente un inganno, che maschera la difesa del presente.

LA CRISI POLITICA E MORALE DELLA SECONDA REPUBBLICA

In Italia la crisi finanziaria si intreccia sempre più con la crisi politica e morale delle classi dirigenti. La crisi del berlusconismo sta precipitando nel gorgo del malaffare e della corruzione pubblica ( bipartisan). Lo stesso governo che impone la più pesante macelleria sociale del dopoguerra- al servizio degli industriali (art8), dei banchieri ( costituzionalizzazione del pareggio di bilancio), del Vaticano ( e dei suoi scandalosi privilegi)- è un comitato d'affari di impresentabili faccendieri: che scambiano donne con appalti, evadono il fisco, lucrano soldi pubblici per affari privati. Dentro una vorticosa guerra per bande che attraversa lo stesso governo e l'intero apparato dello Stato ( Polizia, Guardia di Finanza, Magistratura, vertici di aziende pubbliche). La seconda Repubblica è in frantumi.

Ma ora, gli stessi industriali, banchieri, vescovi che hanno riscosso i servigi di Berlusconi, si rendono conto che quella barca affonda, e lavorano a cambiare cavallo. Perchè solo cambiando cavallo possono continuare la stessa corsa. Ed anzi, solo cambiando cavallo, possono puntare ad intensificare la propria rapina ai danni dei lavoratori e del popolo. Questo è lo snodo politico del momento. Non sappiamo- e nessuno può sapere- i tempi della svolta. Non sappiamo se prenderà la forma di un governo antioperaio di responsabilità nazionale a guida Monti, o di un governo di “larghe intese” come chiede Casini, o di un ricomposto centrosinistra confindustriale dopo una prova elettorale. Sappiamo solo che il suo programma, in ogni caso, è e sarà il programma della BCE e dei padroni: nuove centinaia di miliardi da destinare al pagamento degli interessi alle banche, nuova flessibilità in uscita per i lavoratori ( licenziamenti), nuova ondata di privatizzazioni, ulteriore colpo alle pensioni ( elevamento età pensionabile, cancellazione delle pensioni di anzianità, colpo alla reversibilità). Così come sappiamo che il PD è e sarà, in ogni caso, parte decisiva dell'operazione trasformista.

Come in occasione della crisi della Prima Repubblica, le classi dominanti cercano di risolvere a proprio vantaggio l'attuale crisi politica e istituzionale. Va impedito.

SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' FARE PULIZIA

Ma può essere impedito solo dall'irruzione sulla scena di una sollevazione operaia e popolare: che precipiti la crisi di Berlusconi dal versante delle ragioni del lavoro e spiani la via ad una alternativa dei lavoratori. L'abbiamo detto e lo ribadiamo: solo la classe operaia e le più larghe masse possono fare piazza pulita di sfruttamento e malaffare, e costruire un ordine nuovo della società. Che tagli il cappio del debito pubblico, espropri le banche ( con garanzia per il piccolo risparmio), blocchi i licenziamenti, ripartisca il lavoro, realizzi il controllo dei lavoratori sulla produzione, promuova un grande piano di piccole opere al servizio del lavoro, dell'ambiente, dei beni comuni. Un ordine nuovo, in cui a comandare siano i lavoratori e non i banchieri.

Questo è il progetto con cui attraverseremo tutte le mobilitazioni nazionali previste in calendario per l'Autunno, e tutte le lotte e i movimenti, nelle fabbriche, nelle scuole, sul territorio. Radicandoci in ogni lotta parziale, anche la più minuta, ma sempre con una prospettiva generale: l'unità degli sfruttati per un programma anticapitalista , per la rivoluzione sociale, per il governo dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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un formidabile testo di lenin per affrontare la crisi in atto del capitalismo
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LA CATASTROFE IMMINENTE E COME LOTTARE CONTRO DI ESSAruggero administrator 13/09/2011248,41Download
Il testo di Lenin che qui pubblichiamo è di grande attualità politica, al di là dei riferimenti storici datati. ruggero administrator 13/09/2011248,41Download
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volantino nazionale PCL per le manifestazioni ( testo )

NON PUO' FINIRE QUI.
PER UNA LOTTA VERA CHE VADA SINO IN FONDO !
SE NE VADANO TUTTI, GOVERNINO I LAVORATORI !

Lo sciopero di oggi contro la macelleria sociale di Berlusconi-Tremonti-Bossi non può ridursi a
un atto rituale. Né può rimuovere il bilancio delle scelte dei vertici CGIL.

GOVERNO DI BANDITI, “OPPOSIZIONI” COMPLICI

L'operazione del governo- spalleggiata da Confindustria, banche, CISL, UIL- è semplicemente
infame. Un governo di faccendieri ed evasori scarica la più imponente manovra economica del
dopoguerra sul lavoro dipendente: a vantaggio degli industriali ( Art.8), dei banchieri( tagli
pesanti su pubblico impiego, pensioni, servizi), del Vaticano ( i cui privilegi scandalosi restano
intatti).
Tutto ciò è avvenuto con l'avallo delle “opposizioni”. Che hanno prima consentito la manovra
di Luglio in 3 giorni. Poi hanno accettato l'anticipazione del pareggio di bilancio e il suo
inserimento in Costituzione. Infine hanno addirittura presentato “emendamenti” che in
qualche caso aggravano l'attacco sociale: il PD propone privatizzazioni per 25 miliardi, alla
faccia del referendum di giugno; la UDC un attacco ancor più pesante alle pensioni dei
lavoratori. La verità è che PD e UDC stanno dalla parte degli industriali e dei banchieri nel cui
nome vogliono tornare a governare!

LE SCELTE GRAVISSIME DI SUSANNA CAMUSSO:DIMISSIONI!

E la CGIL? Gli accordi firmati da Susanna Camusso con Confindustria, banche, CISL,UIL,
prima a favore della derogabilità dei contratti nazionali( 28 Giugno), poi a favore
dell'anticipazione e costituzionalizzazione del pareggio di bilancio( 4 Agosto), sono di una
gravità inaudita. Sia in sé. Sia perchè hanno spianato la strada all'attuale macelleria di ragioni
sociali e diritti. Sia perchè hanno rappresentato il segnale di futura disponibilità della Cgil ai
“sacrifici” in occasione di un eventuale ricambio politico di Governo. Il fatto di essere stata
usata e poi scaricata da Marcegaglia, non assolve (semmai aggrava) le responsabilità
politiche dell'attuale segreteria della Cgil. Che va chiamata alle dimissioni.

PER UNA SVOLTA DI LOTTA, UNITARIA E RADICALE

Tanto più oggi occorre una svolta vera del movimento operaio e sindacale: di metodi,
programma, direzione.
Ogni concertazione col padronato è fallita. Al tempo stesso non si regge l'urto drammatico
della crisi capitalista e dell'offensiva del governo senza contrapporre la forza alla forza. Senza
mettere in campo una radicalità uguale e contraria. Senza rompere con tutti i partiti padronali
unendo il movimento operaio attorno ad un proprio programma indipendente di vera svolta.
Solo una sollevazione sociale di massa può sbarrare la strada al governo, strappare risultati,
aprire la via di un'alternativa vera. Solo un programma anticapitalista che punti ad un
governo dei lavoratori, e ad un 'Europa dei lavoratori, può incarnare questa alternativa.

BLOCCARE L'ITALIA, ASSEDIARE I PALAZZI, CACCIARE IL GOVERNO

Lo sciopero di oggi sia solo il punto di partenza. Occorre puntare a bloccare l'Italia sino al
ritiro della manovra. Occupare le aziende che licenziano. Preparare uno sciopero generale
prolungato, su una piattaforma di lotta unificante. Contestare in tutta Italia i sindacati
padronali di Cisl e Uil. Costruire una marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi e
Parlamento, che assedi i palazzi del potere sino alla loro resa. Ad attacco straordinario,
risposta straordinaria!

NON UN EURO AI BANCHIERI! GIU' LE MANI DAL LAVORO!

Lo stesso vale sul programma. Vogliono spogliare il lavoro per pagare gli interessi ai
banchieri. E' ora di spogliare i banchieri per salvare il lavoro.
Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche, strumento di rapina. Si nazionalizzino
le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto controllo dei lavoratori. Si investano
le enormi risorse così liberate in un grande piano del lavoro per la rinascita sociale di servizi,
sanità, istruzione. Si distribuisca tra tutti il lavoro, con la riduzione dell'orario a parità di paga,
in modo che nessuno ne sia privato.
Si abroghino tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, si blocchino i licenziamenti, si
nazionalizzino, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, tutte le aziende che
licenziano, calpestano i diritti, ignorano la sicurezza dei lavoratori.
Si abbattano gli scandalosi privilegi Vaticani, i veri lussi della “casta” parlamentare, le enormi
spese militari. Si colpisca davvero l'evasione fiscale con l'abolizione del segreto bancario e il
controllo operaio e popolare su redditi e patrimoni: per finanziare un salario sociale ai
disoccupati che cercano lavoro, ritornare alla previdenza pubblica a ripartizione, estendere le
protezioni sociali.
Si lotti per un governo dei lavoratori, basato unicamente sulle loro ragioni e sulla loro forza :
l'unico governo che possa realizzare queste misure di svolta.

PER LA SINISTRA CHE NON TRADISCE

Questo programma è “troppo” radicale? No. E' tanto radicale quanto radicale è l'offensiva dei
padroni. In compenso è l'unico che indichi una via d'uscita da questo sistema capitalista: che
è interamente fallito, non è riformabile, non ha più nulla da offrire se non disperazione e
miseria. In Italia e nel mondo.
Ricondurre ogni lotta parziale a questa prospettiva generale di rivoluzione è l'unica risposta
vera all'offensiva in atto.
Questa è e sarà la linea di intervento, in ogni lotta, del Partito Comunista dei Lavoratori(PCL):

“la sinistra che non tradisce”.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

www.pclavoratori.it info@pclavoratori.it

stampato in proprio via Marco Aurelio 7 Milano - 31/08/2011

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Fonte

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LA CADUTA DI GHEDDAFI
RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE IN LIBIA

(26 Agosto 2011)

La caduta della dittatura di Gheddafi è, in ultima analisi, uno sbocco della rivoluzione araba. Ma la natura controrivoluzionaria della direzione politica della rivoluzione libica consegna questo successo all'imperialismo. Il cui intervento militare, sostenuto e sponsorizzato dal CNT, era ed è finalizzato a preservare il controllo imperialista sul paese, contro le esigenze di liberazione democratica e sociale del popolo libico e delle masse insorte.
Più in generale i disegni imperialisti sono il principale nemico delle aspirazioni di libertà e autonomia dell'intero popolo arabo. La lotta contro le attuali direzioni della rivoluzione araba, e contro i loro alleati imperialisti, sulla base di un programma anticapitalista, è condizione decisiva per il suo sviluppo e per la piena affermazione delle sue stesse istanze democratiche: in Libia, in Tunisia, in Egitto , in tutta la nazione araba.

LA CADUTA DI GHEDDAFI, FRUTTO DELLA RIVOLUZIONE ARABA

La caduta del regime totalitario di Gheddafi- partner privilegiato e bipartisan dell'imperialismo italiano- è l'esito conclusivo del processo aperto dall'insurrezione libica del 17 Febbraio, a sua volta inseparabile dalla sollevazione del popolo tunisino ed egiziano. Senza la sollevazione popolare del 17 Febbraio, fuori dalla dinamica della rivoluzione araba, il regime di Gheddafi sarebbe ancora in piedi, con l'imperturbabile sostegno , già decennale, di tutti i governi imperialisti e dello stesso Stato sionista d'Israele.( E sicuramente con l'appoggio del Venezuela di Chavez, che tuttora esalta Gheddafi come “un socialista fratello”).

E' invece caduta una dittatura sanguinaria, certo segnata alle origini da un connotato piccolo borghese “antimperialista”, militarmente distorto, di tipo nasseriano ( colpo di stato degli ufficiali liberi del 1969), ma pienamente integrata da tempo nel nuovo ordine imperialista internazionale: con la solenne benedizione prima dell'amministrazione Clinton, e poi definitivamente dell'insospettabile amministrazione Bush (2004).

La rivolta contro Gheddafi non è stata la ribellione “etnica” della Cirenaica, ma una rivolta nazionale che ha trovato la sua espressione non solo a Bengasi, ma a Misurata, nella maggioranza delle città costiere della Tripolitania, nelle popolazioni berbere dell'Ovest, e all'inizio, in parte, nella stessa Tripoli( per essere qui falcidiata nelle prime 48 ore dalla repressione militare del Regime).

La domanda popolare che ha ispirato la rivolta non è stata diversa da quella che ha mosso la più ampia rivoluzione araba: una domanda di libertà, di diritti, di emancipazione sociale contro un regime oppressivo, familistico, privilegiato.
La giovanissima generazione di scebab in armi di Bengasi,i resistenti eroici di Misurata, le milizie montanare berbere hanno combattuto per la propria liberazione. Le sovrapposizioni tribali e di clan che pur esistono- e che segnano storicamente assai spesso i processi di liberazione dei popoli oppressi, come del resto oggi in Yemen e in Siria- non cancellano questa verità.

Se la rivoluzione libica, a differenza della rivoluzione tunisina o egiziana, si è rapidamente trasformata in guerra civile non lo si deve ad una sua diversa “natura”, ma alla immediata reazione militare del regime: il quale, a differenza che altrove, poteva godere di un apparato militar repressivo relativamente compatto attorno al clan dominante, e quindi pronto ad una reazione frontale.

Porsi al fianco della sollevazione popolare contro il regime era dunque il primo dovere elementare dei rivoluzionari di tutto il mondo. Contro la logica “campista” di chi ha scelto la difesa del regime contro la sollevazione, o di chi si è attestato sulla linea della neutralità tra oppressi ed oppressori, o di chi si è ritagliato il compito di osservatore distaccato e scettico degli avvenimenti.

UNA DIREZIONE LIBICA CONTRORIVOLUZIONARIA E FILOIMPERIALISTA

Ma il sostegno alla rivoluzione libica, dentro l'appoggio più generale alla rivoluzione araba, non ha mai significato da parte nostra alcun sostegno alla sua direzione. Così come l'appoggio alla sollevazione tunisina o egiziana non ha mai significato e non significa il benchè minimo adattamento alle sue leaderschip e ai governi borghesi e filoimperialisti che oggi guidano quei paesi, e che sono i peggiori nemici di quelle rivoluzioni.

E' vero l'ESATTO contrario. Sin dall'inizio, contro ogni affidamento illusorio alla pura dinamica rivoluzionaria, abbiamo insistito su un punto decisivo: solo un'altra direzione della rivoluzione, basata su un programma anticapitalista e dunque antimperialista, avrebbe potuto e potrebbe dare una prospettiva conseguente alla rivoluzione araba. E la lotta per questa direzione alternativa non può che implicare la contrapposizione più radicale, dal versante della rivoluzione, alle attuali direzioni borghesi e filoimperialiste delle rivolte. Pena l'inevitabile tradimento delle stesse ragioni democratiche delle rivoluzioni.

Il caso libico ha offerto una conferma clamorosa a questa tesi marxista. Una conferma se possibile ancor più netta di quella espressa dallo scenario tunisino ed egiziano.

La direzione della rivoluzione libica si è concentrata da subito nelle mani di un entourage controrivoluzionario, selezionato dalla stessa dinamica degli avvenimenti. Il CNT di Bengasi ha rappresentato certamente un raggruppamento eterogeneo di forze, segnato da contraddizioni profonde. Ma il baricentro del CNT è stato rappresentato da transfughi del vecchio regime, ex ministri di Gheddafi, ex comandanti militari delle sue truppe: i quali hanno concentrato nelle proprie mani le leve essenziali del governo provvisorio, delle relazioni diplomatiche, delle relazioni economiche internazionali. Il loro obiettivo non era quello dei giovani insorti per la libertà della Libia. Era quello di riciclarsi come carta di ricambio dell'imperialismo, al servizio della continuità dell'oppressione della Libia.

L'INTERVENTO DI GUERRA DELL'IMPERIALISMO E I SUOI SUCCESSI

I governi imperialisti hanno giocato qui, con relativo successo, le proprie carte. Non perchè “avevano orchestrato tutto sin dall'inizio, sollevazione di Bengasi inclusa”, come dicevano e tuttora dicono tanti dietrologi “campisti” che surrogano la comprensione della realtà ( complessa) con l'eterno schema del “complotto” ( infinitamente più semplice). Ma perchè proprio la direzione controrivoluzionaria della rivolta offriva all'imperialismo un canale diretto di inserimento nella partita libica. In funzione dei propri interessi e contro le ragioni di fondo della rivoluzione: per aprirsi un varco di più diretto condizionamento non solo sulla dinamica libica, ma sull'intero scacchiere arabo in rivolta.

L'intervento militare imperialista ha rappresentato il punto di congiunzione, e di progressiva saldatura, tra gli interessi della direzione controrivoluzionaria del CNT e quelli dell'imperialismo.

I vertici del CNT non solo hanno invocato l'intervento militare imperialista, ma sono andati ben al di là di un suo “utilizzo” per il rovesciamento del regime. Hanno fatto leva sull'intervento militare per approfondire ed estendere i propri legami con l'imperialismo. Per conquistarsi il ruolo di affidabili fiduciari dei suoi interessi. Per garantire ai governi imperialisti la continuità dei patti miserabili realizzati con essi da Gheddafi ( inclusa l'infamia dei campi lager per i migranti). Per assicurare i grandi gruppi economici internazionali, a partire da petrolieri e costruttori, sulla piena salvaguardia dei loro affari in Libia. Cercando peraltro a loro volta di inserirsi nelle contraddizioni imperialistiche, per offrire a turno le proprie mercanzie. Chi- come il grosso dell'entourage di Bengasi- puntando all'asse privilegiato con l'imperialismo italiano, in più diretta continuità con la tradizione del vecchio regime. Chi- come i dirigenti della sollevazione arabo berbera ad ovest- assecondando l'ambizione dell'imperialismo francese di scalzare l'Italia in fatto di pozzi e commesse. Il rovesciamento di Gheddafi lascerà aperta la partita sugli equilibri interimperialisti nel controllo del paese. Ma certo le direzioni della rivolta hanno donato la Libia e la sua rivoluzione al controllo dell'imperialismo.
L'euforia dei titoli in Borsa delle grandi aziende energetiche italiane e francesi è il riflesso economico di questo dato politico.

LE CONTRADDIZIONI APERTE. L'ORDINE NON REGNA IL LIBIA

Tuttavia, come in Tunisia e in Egitto l'affermazione di governi borghesi filoimperialisti ( militare in Egitto, civile in Tunisia) non ha stabilizzato la situazione economica e sociale, è assai probabile che lo stesso accada in Libia.

Contrariamente a chi vede la storia come un teatrino di marionette orchestrate da un imperialismo onnipotente, la stessa composizione di un nuovo governo libico e di un nuovo equilibrio istituzionale nel paese si annuncia assai complicato. Gli stessi imperialisti ne sono coscienti. Quarantadue anni di regime totalitario hanno fatto tabula rasa di presenze politiche organizzate. Il ruolo delle tribù, a lungo preservato dal vecchio regime, è un retaggio potente. Lo Stato stesso si è identificato più che altrove in un clan dinastico, ed è largamente privo di un'ossatura disponibile, amministrativa e militare, per un altra gestione.

L'imperialismo, come in Irak, si troverà di fronte al dilemma se utilizzare il vecchio apparato statale, per quanto asfittico e odiato, o se scioglierlo in attesa del nuovo. E pare, non a caso, stia propendendo per la prima soluzione ( non avendo oltretutto a differenza che in Irak una presenza di truppe occupanti sul suolo e avendo parecchi problemi in più, economici e politici, per dispiegarle). Ma decine di migliaia di giovani combattenti, di uomini e donne insorte per la libertà, come accoglierebbero la permanenza ai posti di comando di tanti aguzzini del vecchio regime? Oppure, nello scenario opposto: come reagirebbero all'eventuale dispiegamento sul campo di truppe straniere di occupazione ( come oggi chiede l'imperialismo inglese), quale strumento d'ordine interno in assenza di un apparato statale spendibile e affidabile? Oggi sventolano ingenuamente le bandiere francesi, italiane o magari americane, perchè le identificano con la propria “libertà”. Ma come reagirebbero se dovessero scoprire che quelle bandiere e i loro bombardieri sono garanti della “libertà” di tanti loro nemici, o di una nuova forma di oppressione?

Le stesse contraddizioni non tarderanno a manifestarsi su altri terreni. Chi metterà le mani sugli enormi investimenti finanziari del vecchio regime ( tramite “Lia” e Banca di Libia) nel capitale finanziario europeo e americano? Gli imperialisti scongelano i fondi. Ma il controllo e l'uso di quei fondi sarà oggetto di un contenzioso sociale.
Oppure: quale confronto si aprirà in ordine alla nuova costituzione dello Stato tra le componenti laiche della rivoluzione e le tendenze islamiste in via di rafforzamento? L'annuncio della Scharia nella Costituzione della nuova Libia ha poco a che fare con la domanda di libertà ed uguaglianza che si è levata nel popolo di Bengasi, e col proliferare in Cirenaica di centinaia di organi di stampa, di movimenti per i diritti civili, delle organizzazioni femminili, dei primissimi embrioni di sindacati indipendenti.

E soprattutto: che ne sarà del “popolo in armi”?. Gli imperialisti hanno posto come prima esigenza il disarmo degli insorti e il ritorno alla “sicurezza” ( innanzitutto per i propri investimenti e ricchezze). E' la condizione posta dagli stessi Sarkosy e Berlusconi sul tavolo dei negoziati col CNT. I loro amici del CNT hanno naturalmente assentito. Ma non sarà semplice. Decine di migliaia di giovani hanno combattuto la “propria” rivoluzione con le armi in pugno. Il grosso della popolazione libica è entrata in possesso di armi durante la guerra civile. Un Kalascnikov costa cento euro sul mercato di Tripoli e di Bengasi. Non a caso questa è la prima preoccupazione di un grande capitalista come Scaroni (ENI) che, dopo aver rassicurato il Corriere della Sera ( e le sue banche proprietarie) sulla stabilità degli interessi italiani in Libia, candidamente avverte:” La situazione è confusa..ci sono migliaia di ragazzi giovani col mitra che scorazzano per Tripoli.. questo è un problema serissimo”( Corriere 24 Agosto). Già. Come assicurare la continuità del proprio dominio sulla Libia, nel momento in cui non si dispone più della “sicurezza” garantita dal vecchio regime(..”antimperialista”) e dai suoi sgherri?

PER UN ALTRA DIREZIONE DELLA RIVOLUZIONE ARABA

Tutto lascia pensare che la caduta di Gheddafi, e l'attuale successo militare e diplomatico imperialista in Libia, non chiuderanno affatto la partita libica. E' impossibile predire gli eventi. Ma rivoluzione e controrivoluzione continueranno a confrontarsi- in forme diverse e con dinamiche imprevedibili- in uno scenario altamente instabile e terremotato. Molto, certamente, dipenderà dalla dinamica più generale della rivoluzione araba, che oggi conosce un andamento molto contraddittorio ( arretramento in Egitto, radicalizzazione in Siria).

Ma l'elemento decisivo, ancora una volta, in Libia come ovunque, è l' emergere di una nuova direzione politica della rivoluzione araba. Tutta l'esperienza storica di questi 9 mesi di rivoluzione araba dimostra la verità di fondo del marxismo rivoluzionario: non c'è possibilità di affermare e consolidare i contenuti democratici della rivoluzione in paesi arretrati e dipendenti senza rompere con l'imperialismo, e quindi con le borghesie nazionali sue alleate. Senza rompere con l'imperialismo e con le borghesie nazionali sue alleate ( laiche o islamiche), ogni vittoria contro la tirannia di vecchi regimi dispotici, per quanto importante, è condannata a ripiegare, prima o poi, sotto una nuova forma di sottomissione e dipendenza. Da questo punto di vista,in forme certo diverse, la Libia segue Tunisia ed Egitto.

Al tempo stesso non è possibile lavorare per l'emergere di una direzione marxista rivoluzionaria- e quindi coerentemente antimperialista- se non a partire da un internità al processo rivoluzionario : se non a partire da una chiara scelta di campo per la sollevazione popolare contro la tirannia. Questa è stata ed è la nostra scelta di campo. In Tunisia, in Egitto, in Libia, come in Siria o in Yemen.

Quelle componenti “neostaliniste” o “bolivariane” che o rifiutano l'esistenza stessa di processi rivoluzionari, o rifiutano di schierarsi al loro fianco- spesso formalmente nel nome dell'”antimperialismo”- non lo fanno perchè più “radicali”. Lo fanno, consapevolmente o meno, per la ragione opposta: perchè non sono interessate alla rivoluzione nel mondo reale, ma al suo surrogato “ideologico” nel mondo immaginario. Magari vedendo la “rivoluzione socialista” nel colonnello Chavez e nelle sue leggi antisciopero, l'”antimperialismo” nel regime clerico fascista iraniano, il “comunismo” nella Cina dei capitalisti miliardari. (E dopo aver votato, in qualche caso, tutte le peggiori porcherie dei due governi Prodi in Italia).

Chi invece persegue la rivoluzione reale per il governo dei lavoratori - contro i suoi travestimenti mitologici- sceglie come proprio campo di lotta il terreno della lotta di classe, dei movimenti di massa , dei processi rivoluzionari . Confrontandosi con la loro complessità e le loro contraddizioni. Non confondendo mai le ragioni delle rivoluzioni con la natura e i progetti delle loro direzioni controrivoluzionarie. Contrapponendosi sempre all'imperialismo. Lottando ovunque per la costruzione del partito rivoluzionario: in Italia,come in terra araba, come in tutto il mondo.

Marco Ferrando

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RISULTATO STORICO IN ARGENTINA DEL FRENTE de IZQUIERDA E DEL PARTIDO OBRERO

(15 Agosto 2011)

Oltre 500.000 voti: in Argentina è stata evitata la proscrizione dei trotskisti!

Il 14 agosto si sono svolte le elezioni primarie in Argentina, passaggio obbligato per partecipare alle elezioni presidenziali del 23 ottobre. La nuova riforma elettorale prevedeva la necessità di ottenere almeno 400.000 voti per essere ammessi alle elezioni (vere)... un altro esempio di democrazia autoritaria e bloccata che rafforza l'esecutivo a discapito dell'opposizione. Un sistema che tentava di proscrivere una parte consistente della cittadinanza, espulsa così persino dalla farsa delle elezioni borghesi. Ma in Argentina questa operazione è stata respinta! I nostri compagni del Partido Obrero hanno costruito il fronte di sinistra dei lavoratori (FiT) con altre formazioni che si richiamano al trotskismo, in particolare il PTS e IS. Il FiT che sosteneva Jorge Altamira ha ottenuto 500.000 voti pari al 2,5%. Il FiT ha fatto dell'indipendenza di classe dai settori liberali il suo asse strategico di riferimento.

Non si può ignorare questo sviluppo della sinistra rivoluzionaria, in particolare nel quadro della bancarotta del capitalismo su scala internazionale che si sta consumando.

Jorge Altamira / Conferencia de prensa FRENTE de IZQUIERDA / tras las primarias

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SCONTRO FERRANDO-DE MITA DAVANTI AGLI OPERAI DELLA FIAT-IRISBUS DI AVELLINO

(14 Agosto 2011)

 

La Fiat IRISBUS di Avellino- con 700 dipendenti- è l'unica fabbrica in Italia che produce autobus. La Fiat vuole cedere lo stabilimento ad un'azienda molisana, che non garantirebbe la continuità del lavoro e dell'occupazione. I lavoratori hanno immediatamente reagito all'annuncio aziendale iniziando una lotta a oltranza con il presidio permanente, giorno e notte, dei cancelli della fabbrica. Siamo ormai a 35 giorni di lotta operaia, che registra la solidarietà attiva non solo delle famiglie dei lavoratori ma anche di larga parte della popolazione irpina. E' infatti evidente che lo smantellamento della presenza industriale della Iribus significherebbe una retrocessione sociale pesantissima per l'intera provincia.

La vicenda IRISBUS è al centro del dibattito politico locale. Tutti i partiti avellinesi si presentano come difensori dei lavoratori e della Irpinia in funzione dei propri interessi elettorali. In realtà il loro intervento ha come unico scopo quello di tener buoni il più possibile i lavoratori con promesse di “interventi parlamentari, interpellanze, appelli alle autorità ecc.” Tutte promesse o iniziative che lasciano il tempo che trovano. Tanto più a fronte dell'arroganza della Fiat- che ha già deciso di concentrare in Cechia e in Francia la produzione di Autobus- e di un governo che taglia i fondi per trasporti locali e servizi, oltre a liberalizzare i licenziamenti. La nostra sezione avellinese interviene controcorrente tra i lavoratori, con una presenza frequente ai cancelli, portando le proposte del partito: a partire da quella dell'occupazione degli stabilimenti. Una ipotesi di lotta che incontra molto interesse tra i lavoratori, al punto che il quotidiano Il Manifesto del 9/8 l'ha presentata come oggetto centrale di discussione interna fra le maestranze.

In questo contesto le rappresentanze di fabbrica hanno deciso di promuovere per il 12/8 un'iniziativa pubblica davanti allo stabilimento, invitando le direzioni sindacali, le autorità locali, i parlamentari del territorio, i partiti, a sostegno della propria lotta. L'iniziativa ha visto una massiccia presenza degli operai e delle loro famiglie che hanno resistito per due ore sotto un sole cocente pur di ascoltare gli interventi dal palco.
Tra gli esponenti politici erano presenti Marco Ferrando, in rappresentanza del PCL, Antonio Barbato, deputato dell'IDV, e soprattutto Ciriaco De Mita, ex segretario nazionale della DC e Presidente del Consiglio negli anni 80, oggi senatore della UDC, e tuttora padre padrone dell'Irpinia.
Il confronto reale è avvenuto tra De Mita e Ferrando, la cui presenza combinata aveva già attratto la curiosità ( un po' ironica) di Stampa e TV locali.

De Mita si è presentato con un seguito di almeno 200 persone osannanti, ed è stato annunciato dai sindacalisti locali della CISL come l'unico possibile salvatore della fabbrica e dell'Irpinia. L'ex Segretario DC ha svolto di fatto un intervento contro l'occupazione della fabbrica. Tutta la sua argomentazione, classicamente democristiana, ha elogiato la “virtù contadina della pacatezza”, il primato della “ragione sulla intemperanza”, la “moderazione dei sentimenti”. Concludendo che la soluzione possibile del contenzioso andava affidata alla trattativa tra sindacati nazionali e governo, con la mediazione..di De Mita. L'intervento è stato accolto da un tripudio dei fans, ma anche da un silenzio perplesso di tanti lavoratori che si attendevano risposte chiare.

Marco Ferrando è intervenuto subito dopo De Mita svolgendo un'argomentazione di segno opposto. Affermando che la “ragione” può vincere solo quando è sorretta dalla forza di massa. Che la vicenda recentissima di Fincantieri- con la protesta radicale di Castellamare e di Genova- ha dimostrato che solo una ribellione radicale dei lavoratori può costringere l'avversario a un passo indietro. Che questo è tanto più vero nel quadro di una crisi sociale capitalistica acutissima e in presenza di un governo nazionale particolarmente reazionario. Concludendo che se i lavoratori dell'Iribus occupassero l'azienda, questo fatto potrebbe rappresentare oltretutto un riferimento esemplare per i lavoratori degli altri stabilimenti Fiat e delle altre centinaia di aziende in lotta a difesa del lavoro.
L'intervento è stato accolto da ripetuti applausi, da una grandissima attenzione, da un diffuso riconoscimento, durante e dopo. A partire naturalmente dai lavoratori della FIOM. Che hanno chiesto la presenza del PCL davanti ai cancelli il 30 agosto.

La Stampa e le televisione locali hanno dato molta attenzione all'episodio. Il Mattino ha parlato dello scontro Ferrando-De Mita come del confronto tra “il diavolo e l'acqua santa”. Non senza accusare il PCL di voler “strumentalizzare la disperazione dei lavoratori”.

L'episodio va contestualizzato. La vicenda Iribus è molto complicata. Le direzioni sindacali nazionali sono di fatto assenti. La RSU vede una maggioranza CISL, UIL, UGL, con la FIOM in minoranza. I lavoratori hanno un'età media elevata, e la Fiat cerca anche per questo di dividerli giocando la carta dei prepensionamenti. Ma al tempo stesso c'è una tradizione di lotta dei lavoratori, che già nel 92 difesero la fabbrica da un tentativo di chiusura: un fatto che è rimasto nella memoria degli operai e che pesa nella lotta attuale. La determinazione dei lavoratori a resistere sembra molto grande. Ma si scontra con l'assenza drammatica di una direzione, sia locale che nazionale.

La sezione avellinese del PCL si è guadagnata un piccolo patrimonio di credibilità tra i lavoratori, grazie alla sua presenza ripetuta ai cancelli. Ed oggi vede allargarsi il numero dei contatti e degli interlocutori in fabbrica.
Non c'è altra via per i rivoluzionari che continuare a fare controcorrente il proprio dovere, nell'interesse del movimento operaio.

 

Marco Ferrando con gli operai di Irisbus

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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LONDRA,MADRID,TEL AVIV,

ANNUNCIANO IL POSSIBILE AUTUNNO ITALIANO

(9 Agosto 2011)


Berlusconi,Tremonti, e i tutti i partiti confindustriali sono seduti su una polveriera sociale. Che potrebbe esplodere in Autunno.

In forme molto diverse, la ribellione di Londra, la rivolta degli indignati spagnoli e greci, e persino il grande movimento di massa che sta scuotendo Israele, sono la punta dell'iceberg di un potenziale enorme di rivolta sociale contro le politiche di miseria commissionate dai banchieri e dai loro governi.

Anche in Italia le fascine si accumulano.

Il PCL rilancia a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, la proposta di un'iniziativa di massa straordinaria in Autunno, che passi per un vero sciopero generale e l' assedio prolungato del Parlamento, attorno alla parola d'ordine:” Non un euro ai banchieri, se ne vadano tutti, potere a chi lavora”.

In ogni caso, il nostro partito si batterà, nel movimento operaio e tra le masse, per lo sviluppo della più ampia rivolta sociale. L'unica che possa sbarrare la strada alle classi dominanti, e preparare un'alternativa vera.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI?
ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE

Documento di Marco Ferrando

(8 Agosto 2011)

BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI?
ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE


La questione del “debito pubblico” domina lo scenario internazionale ed europeo. Il clamoroso declassamento del debito americano, in queste ore, ne è una riprova.
I circoli dominanti e i loro partiti presentano il nodo del debito come “questione tecnica” inerente alla oggettività “naturale” delle “leggi economiche”. In realtà si tratta di una grande questione sociale e di classe che svela la totale irrazionalità del capitalismo e le dinamiche della sua crisi.
Vediamo meglio.


LE ORIGINI DEL DEBITO PUBBLICO NEGLI ANNI 80

L'esplosione del debito pubblico ha come sfondo l'esaurimento del boom economico postbellico. Lo sviluppo economico del dopoguerra, trascinato prima dalla ricostruzione , poi dalle spese militari della guerra fredda, aveva consentito- sia negli Usa ,sia in Europa- una progressiva riduzione del debito pubblico accumulatosi durante la guerra. L'esaurimento del boom all'inizio degli anni 70 ( con la crisi recessiva internazionale del 74-75) mutò radicalmente il quadro. Per contrastare la caduta del saggio di profitto, il governo americano e i governi europei inaugurarono una politica economica di riduzione progressiva delle tasse sulle voci del capitale: rendite, profitti, patrimoni. Fu l'epoca del Reaganismo e del Teacherismo. Ovunque le classi dirigenti furono alleviate degli oneri di “responsabilità sociale”. Ovunque le classi subalterne pagarono di tasca propria il beneficio dei possidenti, con una prima compressione delle protezioni sociali acquisite, in varie forme, nel ciclo precedente. Queste politiche capitaliste furono del tutto incapaci di rilanciare una vera crescita economica capitalista. Ma furono capaci di concorrere al dissesto dei bilanci pubblici, che non a caso videro dagli anni 80 una diffusa impennata del debito.

LE BANCHE INVESTONO NEL DEBITO PUBBLICO

Come finanziare l'erario pubblico, nel momento in cui si dispensavano sempre più i capitalisti dallo spiacevole onere di pagare le tasse? In parte, come s'è detto, aggravando la pressione( anche fiscale) sul lavoro dipendente. In parte- ecco il punto- indebitandosi sul mercato finanziario. Cioè mettendo in vendita titoli di Stato a un determinato tasso di interesse e relativamente appetibili ( anche per i benefici fiscali spesso concessi ai compratori). Chi erano i compratori dei titoli di Stato? Certo anche piccolo borghesi, pensionati, fasce di lavoratori, che ancora disponevano negli anni 80 e nei primissimi anni 90 di un qualche risparmio da investire. Ma i maggiori compratori divennero sempre più, a partire dalla metà degli anni 90, i cosiddetti “investitori istituzionali”: grandi banche ( private e pubbliche), compagnie di assicurazione, imprese industriali, cordate finanziarie. Dentro un mercato finanziario sempre più allargato su scala planetaria dal crollo del Muro di Berlino, dinamicizzato dalle nuove tecnologie informatiche, sospinto dal quadro di perdurante stagnazione economica produttiva. Proprio così: contrariamente al diffuso luogo comune riformista che dipinge il liberismo e la finanziarizzazione come progressiva emarginazione dello Stato dall'economia, fu proprio il mercato dei titoli di Stato a contribuire significativamente alla espansione del capitale finanziario negli ultimi 20 anni. E con esso del debito pubblico.

LO STATO PAGA I BANCHIERI

Debito di chi verso chi? Questo è il punto rimosso ( significativamente ) dal dibattito pubblico. Eppure è il punto decisivo. Se è vero come è vero che gli acquirenti dei titoli di Stato sono sempre più i grandi potentati industriali e finanziari, il pagamento del debito pubblico si riduce al pagamento degli interessi alle banche, alle assicurazioni, ai capitalisti. La crescita del debito pubblico è solo la crescita del versamento di denaro pubblico nelle tasche delle classi sociali dominanti. Che per di più sono quelle già sgravate progressivamente dal pagamento delle tasse e dunque responsabili del dissesto dei bilanci statali. E chi paga dunque il pagamento del debito pubblico? Naturalmente le classi subalterne, quelle già gravate dal grosso del carico fiscale, con un nuovo carico di sacrifici.

CRISI CAPITALISTICA E DEBITO SOVRANO. CRESCE LA RAPINA AL SERVIZIO DELLE BANCHE

Questo meccanismo infernale ha ricevuto una spinta ulteriore e abnorme proprio dalla grande crisi capitalistica internazionale iniziata nel 2007.
Cos'è successo? E' successo che la crisi di sovraproduzione mondiale e il crollo della piramide finanziaria hanno scosso alle fondamenta il sistema bancario internazionale, a partire dagli USA. Gli stessi Stati e governi che per anni avevano cantato ( ipocritamente) le lodi del liberismo quando dovevano giustificare tagli sociali alla povera gente, sono accorsi precipitosamente al capezzale delle banche versando loro una massa gigantesca di risorse pubbliche: pagate da un nuovo e più pesante attacco a sanità, pensioni, istruzione, lavoro, ma anche da una crescita enorme del debito pubblico. Cioè da un nuovo massiccio indebitamento dello Stato presso banchieri e capitalisti. E qui viene il bello: larga parte dei soldi regalati dallo Stato a capitalisti e banchieri sono stati da questi investiti non in produzione e lavoro ( data anche la crisi di sovraproduzione), ma nell'ennesimo acquisto di Titoli di Stato, cioè nel debito pubblico.
Ecco allora la contraddizione esplosiva: da un lato i bilanci pubblici sono sempre più dissestati dall'aiuto statale ai banchieri; dall'altro i banchieri, acquirenti dei titoli di Stato ( coi soldi regalati dallo Stato) pretendono da quest'ultimo assoluta certezza di pagamento degli interessi pattuiti. E dunque una politica di maggiore“rigore” della finanza pubblica. Ecco ciò che si chiama “ solvibilità dello stato”: l'affidabilità dello Stato nel pagamento dei banchieri. E come fa lo Stato a conquistarsi tale affidabilità? Approfondendo sempre più la rapina sociale commissionata dalle banche contro i lavoratori e la maggioranza della società. Una rapina che oggi conosce, in America come in Europa, una drammatica intensificazione. Sotto i governi di ogni colore. E con un'ampia corresponsabilità bipartisan.

DEBITO PUBBLICO E UNIONE EUROPEA

La crisi del debito sovrano investe in particolare l' Unione Europea. Perchè qui la crisi economica si somma con la crisi politica dell'Unione.

E' vero: il debito pubblico europeo è mediamente minore, non maggiore, di quello americano o giapponese. Ma a differenza degli Usa o del Giappone, che dispongono di un unità statale e di una Banca centrale di garanzia, la U.E. versa in una situazione esattamente opposta. E la contraddizione tra una “moneta unica” e l'assenza di un unico Stato genera un quadro caotico proprio sul terreno finanziario. Tanto più sullo sfondo di una divaricazione strutturale progressiva tra gli Stati capitalistici centrali dell'Unione ( in particolare la Germania) e gli Stati periferici mediterranei.

Il caso Grecia ha semplicemente fatto da detonatore di questa contraddizione esplosiva. Non solo ( e non tanto) per l'insolvibilità di fatto del debito greco presso le banche francesi e tedesche, grandi acquirenti dei titoli ellenici. Ma per l'assenza ,che quel caso ha evocato, di un meccanismo generale di garanzia dei titoli di Stato in Europa e dunque per le banche che li possiedono.

Il cosiddetto “ Fondo europeo salva stati” ( cioè salva banche) che formalmente è stato predisposto( dopo un estenuante contenzioso interno), non solo non ha risolto il problema, ma l'ha riproposto al massimo grado. Sia per i tempi lunghi della sua operatività, sia per l'esiguità dei fondi a disposizione, sia per la discrezionalità dell'eventuale intervento ( chi decide?), sia per il (parziale) coinvolgimento nel salvataggio delle stesse banche private acquirenti dei titoli. Ciò ha spinto e spinge una parte consistente di istituti finanziari internazionali ( anche europei) a disfarsi dei titoli di Stato europei, per ripiegare altrove. E questo fatto genera due fenomeni complementari. Da un lato un calo di valore dei titoli statali, e quindi del patrimonio delle banche che li possiedono, con una ricaduta restrittiva sul credito alla produzione; dall'altro una crescita dei loro “rendimenti”, cioè dei tassi d'interesse a cui sono venduti: perchè aumentando il rischio dell'insolvibilità del venditore ( lo Stato), il compratore ( la banca) pretende un maggiore guadagno.

CRESCITA DEI “RENDIMENTI” E PRATICA LEGALE DELL'USURA

Come si vede la pratica criminale dell'usura è moneta corrente delle relazioni economiche capitaliste. Non solo non è condannata dalla morale dominante, men che meno dalla legge, ma viene addirittura elevata a legge naturale dell'economia e dunque a ragione della rapina antipopolare. Quante volte sentiamo ripetere in Italia che il rialzo dei rendimenti dei “nostri” titoli di Stato costringe a un più virtuoso “rigore” ( contro i lavoratori)? Il fatto che magari il rialzo dei rendimenti sia dovuto a vendite massicce dei titoli italiani da parte della Deutsche Bank viene accuratamente rimosso. Meglio accusare ignoti e fantomatici “speculatori”, o l'impersonalità dei “mercati”, piuttosto che il cuore di quella fraterna Unione per cui si chiedono tanti sacrifici agli operai. Resta il fatto che in tutta Europa, il pagamento del debito alle banche strozzine è diventata la bandiera di una nuova mostruosa rapina. L'unica Unione che i capitalisti europei e i loro Stati hanno saputo realizzare è quella contro il proletariato continentale al servizio delle proprie banche.


DEBITO PUBBLICO E CAPITALISMO ITALIANO

La crisi finanziaria in Italia è figlia della crisi europea.

Certo, la questione del debito pubblico in Italia ha radici specifiche e lontane, connesse con la storia dell'unificazione nazionale, col particolare retaggio del parassitismo clientelar/burocratico della prima Repubblica, con i privilegi secolari del Vaticano in Italia (anche in fatto di esenzione fiscale), col carattere patologico dell'evasione fiscale delle classi proprietarie . Ma queste antiche radici - anch'esse peraltro legate alle caratteristiche strutturali del regime borghese, e alla sua particolare conformazione nazionale - non possono cancellare l'attuale natura prevalente del debito pubblico italiano: un debito sospinto e riprodotto negli ultimi 20 anni dalla dipendenza crescente dello Stato verso il capitale finanziario, interno e internazionale. Un debito dominato dalle banche.

La propaganda dominante che attribuisce il debito pubblico all'eccesso di concessioni ai lavoratori e agli strati popolari ( “siete vissuti al di sopra delle vostre possibilità”) non solo è totalmente falso ma capovolge esattamente i termini della questione. E' stata proprio la progressiva defiscalizzazione delle classi proprietarie, pagata dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, ad accompagnare strutturalmente la crescita del debito pubblico. Basta guardare l'evoluzione del regime fiscale in Italia negli ultimi 20 anni e la parallela redistribuzione della ricchezza a vantaggio di rendite, profitti, patrimoni. Detassazione delle classi proprietarie, aumento del prelievo fiscale sul lavoro dipendente, espansione della grande ricchezza immobiliare e finanziaria e sua concentrazione in poche mani: questi sono i dati che hanno accompagnato la crescita del debito pubblico. Perchè? Perchè il vuoto dei conti pubblici( nazionali e locali) aperto dalla detassazione del capitale è stato compensato dal ricorso sempre più largo dello Stato all'indebitamento verso le banche. Le quali, prima beneficiate dai tagli fiscali, poi beneficiate dal pagamento degli interessi sui titoli, hanno anche per questo allargato la propria presa sul grosso della società italiana e dei suoi gangli vitali, allargando il processo di accumulazione di ricchezza. La struttura “bancocentrica” del capitalismo italiano è oggi riconosciuta dalla stessa stampa borghese.

CHI POSSIEDE OGGI IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO? LE BANCHE

Chi possiede oggi il debito pubblico italiano? Per il 50% banche, imprese, e istituti finanziari stranieri. Per l'altra parte banche, imprese, e assicurazioni italiane. Fuori da questi pacchetti proprietari restano davvero pochi spiccioli. Basta questo dato, pubblicamente riconosciuto, per capire chi intasca ogni anno gli 80 miliardi di interessi versati dallo Stato italiano sui propri titoli. Anche in questo caso è la detassazione del capitale ad aver finanziato il debito pubblico persino in forma diretta: i guadagni ricavati dal capitale grazie alle mille regalie fiscali dei governi di centrosinistra e centrodestra ( basti pensare all'enorme riduzione della tassa sui profitti industriali e bancari- dal 34% al 27%- realizzata dall'ultimo governo Prodi) sono finiti in parte nell'acquisto di nuovi titoli statali, e dunque nell'accaparramento di nuove risorse pubbliche. Il beneficio di classe ha finanziato la rapina di classe.

E lo stesso è avvenuto a livello di amministrazioni locali. Dove il taglio massiccio di trasferimenti pubblici dello Stato, (connessi al processo del cosiddetto “federalismo”), e l'esenzione fiscale delle classi proprietarie ( v. per ultima l'esenzione dell'ICI per le stesse abitazioni di lusso da parte del governo Berlusconi), hanno spinto i governi locali all'indebitamento sul mercato finanziario: sino a determinare la somma complessiva di circa 70 miliardi di interessi annuali da versare alle banche. Una somma quasi pari a quella versata dallo Stato centrale. E pagata com'è noto, anche qui, dal taglio sistematico dei servizi ( scuola, asili, trasporti locali..) oltre che dall'aumento di rette,tasse, tariffe.

LE RAGIONI DELLA CRISI ATTUALE DEL DEBITO ITALIANO

Perchè oggi il debito sovrano italiano è entrato in crisi? Perchè i “nostri” titoli di Stato sono investiti dalla bufera finanziaria internazionale? Per un insieme di ragioni di fondo. Tutte riconducibili, in ultima analisi, alla presenza del terzo debito pubblico del mondo ( 120% del PIL). Ma non riducibili a questo solo dato.

Il nuovo patto di stabilità europeo concordato nel marzo 2011 prescrive per l'Italia non solo il pareggio di bilancio entro il 2014 ( oggi anticipato), ma l'abbattimento di 900 ( novecento) miliardi di debito pubblico nei prossimi 20 anni ai fini del raggiungimento del 60% del PIL: significa ogni anno un'operazione finanziaria di 50 miliardi al netto del pagamento degli interessi sul debito. Questa operazione enorme di macelleria è già di per un'impresa titanica. Ma tanto più lo è in un quadro di particolare stagnazione produttiva ( l'economia capitalistica italiana è la più stagnante delle grandi economie europee), e alla vigilia di un possibile terremoto politico istituzionale interno ( connesso alla crisi della seconda Repubblica).

A ciò si aggiunge un particolare decisivo: a differenza della Grecia, del Portogallo o dell'Irlanda, che contano dopo tutto una massa debitoria relativamente modesta, e sono quindi passibili di “aiuto”, l'Italia registra un debito pubblico enorme in cifra assoluta ( 1800 miliardi a fronte dei 350 della Grecia) e un suo salvataggio sarebbe economicamente improponibile. Ma al tempo stesso un default dell'Italia- cioè della settima economia capitalistica mondiale- trascinerebbe con sé il crollo dell'Unione e dell'Euro, con un effetto domino sul sistema bancario internazionale.
Tutto questo eleva enormemente il “rischio” dei titoli italiani sul mercato finanziario. E dunque la pretesa di un rendimento più alto da parte delle banche strozzine creditrici. Ciò che determina a sua volta un ulteriore aumento del debito e del relativo “rischio”. Questa è la spirale che sta avvolgendo l'economia italiana.

CRISI DEL DEBITO PUBBLICO E CRISI DEI TITOLI BANCARI

C'è di più. E' vero che le banche italiane sono state meno esposte di altre sul mercato mondiale dei titoli tossici, e non sono coinvolte direttamente in bolle immobiliari esplosive come quelle spagnole. Ma è vero anche che sono molto esposte sul versante dei titoli di Stato di cui sono grandi acquirenti. Questo significa che un calo di valore dei titoli italiani si traduce direttamente in un calo patrimoniale delle banche. Mentre la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato costringe le banche, per ragioni di concorrenza, ad alzare i rendimenti delle proprie obbligazioni, fonte primaria del loro autofinanziamento: il che significa una loro maggiore spesa di interessi proprio nel momento del loro indebolimento patrimoniale. La conseguenza di tutto questo è molto semplice: la crisi del debito sovrano trascina con sé la crisi dei titoli bancari italiani ( non a caso i più penalizzati dalle Borse). E la crisi dei titoli bancari si traduce a sua volta in un indebolimento del capitalismo italiano e della credibilità finanziaria dei suoi titoli di Stato sul mercato internazionale.

L'UNITA' NAZIONALE A SOSTEGNO DELLE BANCHE E DELLA LORO RAPINA

Ecco dunque la risultante d'insieme: i titoli di Stato italiani tendono a valere sempre meno e dunque a costare sempre di più alle banche acquirenti. E le banche, interne ed estere, pretendono come garanzia del loro “rischio”, cioè della solvibilità dell'Italia, una politica di massacro sociale ancor più severa e convincente. Tutta la drammatica stretta sociale e finanziaria di queste settimane, ( prima una finanziaria di 40 miliardi, poi il suo raddoppio di fatto in 10 giorni, poi l'anticipo del pareggio di bilancio deciso su pressione della BCE in 24 ore, poi ancora l'annuncio di nuove misure di rapina contro lavoro e pensioni..) sono solo l'affannosa rincorsa del ricatto usuraio delle banche e dei loro portavoce istituzionali. Oltrechè un cedimento alle pressioni dirette della BCE e dei governi francese tedesco, le cui banche sono molto esposte sui titoli italiani.

Il fatto che su questo signorsì ai banchieri sia scattata una grande unità nazionale tra governo e opposizioni liberali, e persino tra industriali e burocrazia CGIL ( sino alla scena umiliante di una Camusso rappresentata dalla Marcegaglia al tavolo col governo), misura solamente la comune subordinazione di tutti gli attori in commedia allo spartito del capitalismo italiano ed europeo. Il che non elimina contraddizioni interne e neppure possibili rotture tattiche ( anche per via del nodo politico irrisolto di Berlusconi). Ma chiarisce in modo definitivo che il pagamento del debito pubblico ai banchieri è la bussola attorno a cui ruota tutto l'universo politico dominante. Al di là di ogni confine di schieramento.

ABOLIRE IL DEBITO VERSO LE BANCHE: L'UNICA ALTERNATIVA REALE

Proprio per questo è necessario e urgente contrapporre alla bussola dominante un'altra bussola. Quella di un piano anticapitalista per uscire dalla crisi, che risponda unicamente alle esigenze del lavoro, contro gli interessi di Confindustria e banche. Un piano che chiami alla mobilitazione di massa straordinaria la classe operaia, la giovane generazione, tutti i movimenti di lotta. Un piano che abbia una radicalità uguale e contraria a quella dei piani padronali. Un piano che proprio per questo parta dalla rivendicazione elementare e unificante imposta dalla crisi: l'abolizione del debito pubblico verso le banche, interne e internazionali, sia a livello statale, sia a livello delle amministrazioni locali. In altri termini, il rifiuto di pagare gli interessi sul debito agli strozzini.

Non c'è altra soluzione. I capitalisti, i loro partiti, i loro governi, vogliono costringere alla bancarotta i lavoratori e i servizi sociali, per cercare di evitare la bancarotta del proprio sistema di sfruttamento. I lavoratori possono e debbono rivendicare la bancarotta dello Stato ( cioè il rifiuto di pagare gli usurai), per tutelare la propria condizione sociale e i propri diritti più elementari. Nessuna difesa del lavoro, della sanità della scuola pubblica, della previdenza; a maggior ragione nessuna rinascita sociale dell'Italia saranno realisticamente possibili, senza troncare il nodo scorsoio del debito pubblico. Cioè la dipendenza dalle banche. Solo questa misura potrà liberare una massa enorme di risorse pubbliche da investire nei beni comuni e in un grande piano del lavoro.

“Ma come faranno le banche a sopravvivere sul mercato” di fronte all'insolvenza dello Stato? Risposta: le banche dovranno essere nazionalizzate, senza indennizzo, e sotto controllo dei lavoratori, proprio per sottrarle alla logica del mercato, per unificarle in un unica banca pubblica sotto controllo sociale, che provveda al sostegno dei lavoratori secondo l'interesse pubblico, non alla loro rapina secondo l'interesse privato.

Ma cosa ne sarebbe dei “piccoli risparmiatori”? I piccoli risparmiatori sarebbero integralmente salvaguardati dalla banca pubblica, proprio all'opposto di quanto avviene oggi: dove la speculazione dei banchieri spesso travolge in primo luogo proprio i piccoli risparmiatori, più volte oggetto di truffe criminali ( Parmalat, Cirio, bond argentini..) da parte dei grandi azionisti delle banche private.

“Ma l'annullamento del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche non sono possibili nell'Unione Europea”. Se è per questo nell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri non è “possibile” nemmeno tutelare il lavoro, la previdenza pubblica, i diritti sociali, come mostra l'esperienza pratica di ogni Paese. La verità è che solo il rifiuto dell'Unione delle banche e delle sue leggi può liberare le classi lavoratrici dalla dittatura del capitale finanziario e aprire una prospettiva nuova. Il rifiuto del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche vanno esattamente in questa direzione: quella di un Europa dei lavoratori. Del resto: è un caso che questa rivendicazione cominci ad affiorare in settori d'avanguardia del movimento operaio europeo o nel movimento degli indignati spagnoli?


GOVERNINO I LAVORATORI, NON I BANCHIERI: IN ITALIA,IN EUROPA,NEL MONDO

Il punto decisivo è un altro. L' abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società , con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche ( e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l'attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l'intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista. Una società che possa realmente decidere il proprio destino, senza dipendere dal gioco d'azzardo delle Borse, dall'anarchia del mercato, dalla legge del profitto.

Il nuovo acutizzarsi della crisi capitalistica, nel mondo, in Europa, in Italia, ripropone questa prospettiva rivoluzionaria come unica possibile via d'uscita.

Costruire in ogni lotta parziale il senso di questa prospettiva generale è il lavoro del Partito Comunista dei Lavoratori.

MARCO FERRANDO

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UN MASSACRO CONSENTITO DALLA COMPLICITA' DELLE “OPPOSIZIONI”

(13 Agosto 2011)



Siamo di fronte alla più pesante manovra antipopolare del dopoguerra.

L'ipocrita cortina fumogena di micromisure “anticasta”- che peraltro risparmiano totalmente i privilegi veri dei piani alti istituzionali- serve solo a mascherare il contenuto reale dell'operazione: la distruzione dei servizi sociali sul territorio, la svendita di ciò che rimane del patrimonio pubblico, gravissimi colpi su tredicesime ed età pensionabile, e soprattutto l'estensione per legge del modello Pomigliano-Mirafiori, sino alla “libera” derogabilità dello stesso articolo 18. Il tutto per soddisfare i banchieri ed ingraziarsi la Fiat.

E' nel suo insieme un infamia sociale.

Ma se il governo più screditato e traballante riesce a varare la rapina del secolo, lo si deve unicamente alla complicità delle “opposizioni”( PD,UDC,IDV). Che dopo aver consentito in tre giorni il varo della prima manovra, consentono oggi “responsabilmente” il suo raddoppio : coprendo dietro una rosa di “emendamenti” la rinuncia ad ogni ostruzionismo parlamentare. Berlusconi non a caso ringrazia: se non mette la fiducia sulla manovra è perchè ha più fiducia nelle “opposizioni” che nella sua maggioranza.

A sinistra è l'ora delle scelte. Lo sciopero generale a settembre è la prima necessità. Ma deve essere uno sciopero generale vero, continuativo, capace di bloccare l'Italia, sino al ritiro della manovra. Dichiarazioni di dissenso e pure denunce non servono a nulla. Ad una offensiva mai vista prima deve corrispondere una risposta di massa straordinaria. Se la CGIL non convocherà uno sciopero vero per non rompere la vergognosa cordata con industriali , banchieri e PD, dovranno essere la FIOM, la sinistra CGIL e tutto il sindacalismo di base ad assumersi unitariamente la responsabilità di promuoverlo. Senza incertezze.

L'ora dei minuetti è finita per tutti.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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L' ALLEANZA CAPITALISTICA BANCHE CONFINDUSTRIA SINDACATI
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NO ALLA GRANDE INTESA CONFINDUSTRIA- ABI-CISL-CGIL

(28 Luglio 2011)


La cappa di piombo della grande concertazione inizia a calare sul movimento operaio italiano e su tutti i movimenti sociali, in funzione di un ricambio politico confindustriale.

La clamorosa dichiarazione comune di Confindustria, Associazione banchieri, Cisl, Cgil, sull'”emergenza economica nazionale” è al riguardo eloquente. Dopo una manovra finanziaria di macelleria sociale, industriali e banchieri chiedono “maggiore rigore” ( contro i lavoratori) e “maggiore sviluppo” ( più risorse pubbliche per i propri profitti privati). E la Cgil, dopo aver sottoscritto con Confindustria un accordo restrittivo dei diritti sindacali, tra gli applausi di tutta la stampa padronale, replica oggi con un secondo Sì a Confindustria e banche sulla necessità dei “sacrifici”.

La valenza politica della dichiarazione comune è fin troppo scoperta. Di fronte all'aggravarsi della crisi finanziaria e della crisi del berlusconismo, la grande borghesia italiana accentua la sfiducia verso il governo e cerca di predisporre una soluzione politica alternativa, protetta da una larga concertazione sindacale: l'unica soluzione capace di imporre ai lavoratori una nuova più pesante stagione di austerità. La burocrazia Cgil, firmando la dichiarazione, ha detto Sì a questa prospettiva politica. Che essa assuma i caratteri di un governo di “unità nazionale” o di un nuovo governo confindustriale di centrosinistra, poco importa: la Cgil fa sapere al padronato che in ogni caso si “assumerà le proprie responsabilità”.. verso il capitalismo italiano.

Lo scontro sociale e politico in autunno conoscerà dunque un ulteriore salto di qualità. Tutti i fattori di crisi sembrano congiungersi: crisi finanziaria, crisi sociale, crisi politica ed istituzionale, bancarotta “morale” delle classi dirigenti e dei loro principali partiti. E' necessario che il movimento operaio e i movimenti sociali preparino una risposta all'altezza del nuovo scenario.

La battaglia nei luoghi di lavoro per il No all'accordo del 28 Giugno è un passaggio importantissimo. Ma va investita in un salto radicale di mobilitazione di massa, e in un programma apertamente anticapitalistico . Solo una svolta unitaria e radicale della mobilitazione può spazzare via Berlusconi, sbarrare la via della concertazione, preparare dal basso un nuovo scenario politico. “Contro rapina e malaffare, sollevazione popolare” gridava il PCL nella manifestazione nazionale di Genova del 23 Luglio. E' e sarà la nostra linea di massa di Autunno.

MARCO FERRANDO

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10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA
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10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA

(20 Luglio 2011)

volantino nazionale per il decennale del G8

10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA
 
 
Nel 2001 si aprì a Genova una grande stagione di mobilitazioni segnata dalla domanda di “un altro mondo possibile”. La risposta fu un governo di centrosinistra che continuò le politiche di guerra, promosse i macellai della repressione genovese ( De Gennaro), varò finanziarie di sacrifici contro i lavoratori e i giovani. Il tutto per conto di Confindustria e banche. E col sostegno- in cambio di ministri- di tutte le sinistre italiane.
 
10 anni dopo, sullo sfondo di una enorme crisi sociale, si sta preparando un tradimento analogo.
 
STANNO TRADENDO LA DOMANDA DI CAMBIAMENTO
Si affaccia sulla scena, in forme diverse, una nuova generazione e una nuova preziosa domanda di cambiamento: che chiede non solo la cacciata di Berlusconi, ma una svolta delle politiche sociali, a partire dalla difesa dei beni comuni e dei diritti del lavoro. Ma contro questa domanda, prima si leva un accordo sciagurato tra Confindustria, CGIL,CISL,UIL a scapito del lavoro; poi una gigantesca rapina finanziaria contro tutti i beni comuni ( pensioni, scuola, sanità, servizi..) a sostegno dei banchieri, con la benedizione di Napolitano e la pubblica complicità delle “opposizioni” parlamentari. Sono atti rivelatori. Anticipano già oggi il programma di governo del “nuovo” centrosinistra in gestazione: la continuità (e persino l'aggravamento) dei sacrifici , una ennesima ondata di privatizzazioni, la concertazione della pace sociale. Per non parlare della continuità delle guerre.
 
VIA BERLUSCONI, MA PER UNA VERA ALTERNATIVA
Qui sta il bivio dei movimenti e delle sinistre.
In forme diverse, SEL e FDS vorrebbero subordinare i movimenti al costituendo centrosinistra, a braccetto coi complici della macelleria sociale di Berlusconi e banche. Il PCL avanza invece una proposta opposta: quella della massima unità di lotta dei movimenti e al tempo stesso della loro massima autonomia e contrapposizione al centrosinistra confindustriale. Cacciare Berlusconi è una priorità e un dovere: ma dal versante delle ragioni del lavoro e dei giovani, non da quello di Confindustria e banche, come è avvenuto nel 96 e nel 2006! In direzione di un'alternativa anticapitalista, non dell'ennesima alternanza trasformista in cui “tutto cambia perchè nulla cambi”!
 
Questa prospettiva pone a tutti i movimenti di lotta, a partire dal movimento operaio, l'esigenza di una svolta profonda.
 
UNA SVOLTA DI LOTTA RADICALE E UNIFICANTE
In primo luogo una svolta di lotta, radicale e unificante.
All'unità nazionale delle classi dirigenti e dei loro partiti va contrapposto il più vasto fronte unico di mobilitazione della classe lavoratrice e di tutti i movimenti. Nessun movimento di lotta vincerà da solo, sulle sue sole gambe: solo una grande vertenza generale del mondo del lavoro, e l'unificazione delle lotte in una comune prova di forza contro il governo e le classi dirigenti, possono davvero aprire una pagina nuova. E' ora di dare alla rabbia e all'indignazione popolare una traduzione tanto radicale quanto è radicale è l'offensiva avversaria. Il vento delle sollevazioni di massa in nord Africa, dimostra la potenza della forza del popolo  quando si leva contro l'oppressione. Raccogliere questo vento e questa lezione è condizione decisiva per far saltare non solo Berlusconi ma la stessa trama della concertazione. Il PCL è impegnato a sostenere questa prospettiva in tutte le sedi e in tutte le strutture di massa: nei sindacati e nei comitati del No all'accordo sindacale di Giugno, nei comitati per l'acqua pubblica e nelle strutture No Tav..
 
PER UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO
Parallelamente la profondità della crisi sociale pone l'esigenza di un nuovo programma. Dieci anni fa i gruppi dirigenti della sinistra propagarono tra i movimenti l'illusione di una possibile “riforma” del capitalismo, grazie all'adozione della Tobin Tax ed altre misure marginali ( coprendo per questa via i propri appetiti di governo nella prospettiva del centrosinistra). Dieci anni dopo la più grande crisi capitalistica degli ultimi 80 anni ha polverizzato la credibilità del riformismo. L'intera società umana è posta di fronte ad un'alternativa storica: o rassegnarsi alla barbarie della crisi, e dunque ad un arretramento progressivo della propria condizione ( sociale, ambientale, di civiltà); oppure rovesciare il capitalismo, le sue classi dirigenti e i suoi governi, per realizzare un governo dei lavoratori. Una terza via non esiste.
Per questo alla radicalità delle ricette antipopolari dettate dagli industriali e dei banchieri, va contrapposta, senza timidezze, la radicalità di un programma anticapitalista: che parta dall' abolizione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione, sotto controllo dei lavoratori, per destinare le immense risorse cosi risparmiate alla difesa e alla cura di tutti i beni comuni, allo sviluppo dei servizi e prestazioni sociali, a un grande piano del lavoro, sotto controllo sociale.. L'opposto esatto delle politiche del capitale, ad ogni angolo del mondo.
 
Sviluppare in ogni lotta la coscienza anticapitalista, unificare le lotte attorno ad una prospettiva antisistema, battersi in ogni sede per un'alternativa rivoluzionaria di società e di potere, è il lavoro quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. La “sinistra che non tradisce”.
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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LA GIUSTIZIA DELLA FIAT E QUELLA DEGLI OPERAI

(15 Luglio 2011)


L'accoglimento del ricorso della Fiat a favore del licenziamento di tre operai della Fiom a Melfi, è un fatto gravissimo. E' la copertura giudiziaria di un licenziamento politico. “I tre operai hanno l'unica colpa di essere iscritti alla Fiom” gridavano ieri davanti al tribunale di Melfi numerosi lavoratori durante un presidio di solidarietà. Hanno ragione.
I lavoratori colpiti e la Fiom hanno la piena solidarietà del PCL. La Fiat ha praticato il licenziamento dei tre operai per ammonire e intimidire l'insieme dei suoi dipendenti e l'intera classe operaia italiana. Il “giudice” del lavoro ha messo il timbro della legge a questa infamia, dopo aver ignorato persino formalmente la documentazione difensiva degli operai. E' l'ennesima riprova non solo del cinismo dei padroni, ma anche della natura di classe dello Stato: contro tutte le illusioni “giustizialiste” che tanto hanno circolato in questi anni anche a sinistra. Naturalmente fa bene la Fiom a ricorrere in appello contro la sentenza e ad esperire ogni spazio legale per ribaltarla. Ma al tempo stesso è sempre più evidente che il terreno della rivincita generale degli operai non sarà mai l'aula di tribunale, ma la lotta di massa per difendere i propri diritti, per rovesciare questa società di sfruttamento, per imporre il potere dei lavoratori. Che sarà la vera giustizia degli operai.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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NON SI ESCE DALLA CRISI SENZA LIBERARCI DEL CAPITALISMO

Manifesto pubblico PCL

(13 Luglio 2011)

NON SI ESCE DALLA CRISI SENZA LIBERARCI DEL CAPITALISMO



A quattro anni di distanza dal suo inizio, la grande crisi del capitalismo permane e si aggrava in Europa.
I governi di ogni colore ( da Berlusconi a Zapatero a Papandreu) sanno solo chiedere sacrifici sempre più grandi ai lavoratori e alle proprie popolazioni . Rivelando la bancarotta politica e morale di un intera organizzazione della società.

IL CAPITALISMO E' FALLITO

“Rassicurare i mercati finanziari”: questo è il passaporto universale del taglio ai salari, al lavoro, alla sanità, alle pensioni... Ma chi si cela dietro questi anonimi “mercati”? I banchieri e gli industriali.
Sono loro che da 30 anni ordinano i sacrifici sociali a vantaggio dei propri profitti.
Sono loro i cinici giocatori d'azzardo che nelle crisi distruggono in tutto il mondo centinaia di milioni di posti di lavoro, e le ricchezze prodotte dal lavoro che sfruttano.
Sono loro che in questi anni di crisi hanno chiesto e ottenuto una nuova montagna di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, per reinvestirle nella speculazione finanziaria: dissestando sempre più i bilanci pubblici, a spese della società. Sono loro che oggi, di fronte al dissesto dei bilanci pubblici, hanno il coraggio di chiedere ulteriori “garanzie” di pagamento degli interessi sui titoli statali acquistati: presentando il conto ancora una volta alla maggioranza della società, al solo fine di nutrire il proprio ruolo di parassiti.

Occhio alla truffa. Vogliono far passare la crisi come “crisi dell'economia”, quasi fosse un fatto naturale e ineluttabile. La verità è che è la crisi della LORO economia, basata sulla legge del profitto. Questa economia non ha più nulla da offrire e neppure da promettere alle giovani generazioni: può solo condannarle ad un futuro sempre peggiore. Dentro le sue regole del gioco, non c'è cambiamento di uomini, né di partiti, né di governi, che possa mutare l'ordine delle cose. Ogni governo di questo sistema è un comitato d'affari di banchieri e industriali, e può solo gestire il declino della società.

Per questo l'alternativa o è anticapitalistica o non è. O mette in discussione il potere dei banchieri e degli industriali o si riduce ad una truffa.

L'ALTERNATIVA E' POSSIBILE.

L'alternativa è possibile. Ma deve essere radicale quanto è radicale l'attuale potere, rovesciando come un guanto tutte le sue politiche.

Vogliono tagliare lavoro, scuola, pensioni, per pagare gli interessi ai banchieri ( il cosiddetto “debito pubblico”)? Occorre fare l'opposto: annullare il debito pubblico smettendo di pagare i banchieri, nazionalizzare l'intero sistema bancario, investire le enormi risorse così liberate in nuovo lavoro, ambiente, sanità e scuola.
Vogliono continuare a privatizzare i beni comuni ( aziende , trasporti, acqua, istruzione..) per offrire ai profitti una nuova frontiera di speculazione e di saccheggio? Occorre fare l'opposto: ripubblicizzare tutto quello che è stato privatizzato negli ultimi 20 anni ( senza indennizzo per i grandi azionisti), e porre tutti i beni comuni sotto diretto controllo sociale.
Vogliono continuare a essere “liberi” di calpestare diritti sindacali, licenziare, inquinare l'ambiente, ignorare la sicurezza sul lavoro? Occorre fare l'opposto: nazionalizzare sollo controllo dei lavoratori tutte le aziende responsabili di morti sul lavoro, di licenziamenti, di manomissione dei diritti.
Vogliono continuare a sfruttare il lavoro nero, precari senza futuro, migranti senza permesso, evadendo il fisco a danno della società? Occorre fare l'opposto: cancellare tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, trasformare in reato penale lo sfruttamento del lavoro nero, dare a tutti i lavoratori la pienezza dei diritti contro ogni forma di discriminazione...

I LAVORATORI AL POSTO DI COMANDO

In una parola: vogliamo che al posto di comando vadano i lavoratori, per riorganizzare da cima a fondo l'ordine della società. Questa è la vera alternativa. Ed è anche l'unica via di uscita dalla crisi. E' la legge del profitto a distruggere ricchezza, lavoro, sapere, natura. Se al suo posto subentrasse la legge dei bisogni sociali, delle necessità della popolazione, l'economia riprenderebbe a scorrere su basi nuove: tutti potrebbero lavorare per produrre ricchezza e sapere, secondo un piano democraticamente definito, in nuovo rapporto con l'ambiente e con la vita.

Questa alternativa può essere realizzata solo attraverso una grande ribellione sociale, che cacci le attuali classi dirigenti , rovesci i loro governi , imponga la forza della maggioranza della società: che è poi l'autentica democrazia. Peraltro solo un governo dei lavoratori, liberando la società dall'inquinamento del profitto, può liberare la politica da affarismo, corruzione, mercimonio, restituendola alle ragioni della società.

Lottare per questa alternativa, in Italia, in Europa , nel mondo, è il programma del Partito Comunista dei Lavoratori. La sinistra che non tradisce.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

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VAL DI SUSA: L'IPOCRISIA BIPARTISAN SULLA “VIOLENZA”

( l'impotenza del “legalismo”, la riflessione sull' ”antagonismo”)

 

La “violenza” è da tempo immemorabile una categoria singolare. Se compiuta nel nome della “legalità” non solo cessa di essere tale, ma è addirittura ragione di encomio e di pubblica lode. Se invece è compiuta contro il potere, diventa il massimo dell'abominio e della pubblica esecrazione.

 

Questa legge della pubblica ipocrisia è universale.

Militari che uccidono in guerra sono eroi. Chi difende la propria terra contro quei militari è un assassino e un bandito.

Chi impone col manganello la viabilità di una strada contro una lotta operaia a difesa del lavoro , fa il suo dovere. Chi si difende da quel manganello per il diritto al lavoro, è un “resistente” a pubblico ufficiale e andrà a processo.

Chi respinge un barcone di migranti in mezzo al mare, magari facendo cento morti, difende i confini e la legalità internazionale. Chi cerca di varcare disperatamente quei confini è un deprecabile “clandestino”, responsabile della sua stessa sorte...

 

Questa legge dell'ipocrisia non risparmia la Val di Susa.

Un gigantesco apparato militare dispiegato in quella valle, quasi pari alla forza militare italiana impiegata in Afghanistan, finalizzato unicamente a imporre alla popolazione di Val Susa un opera nociva,( e all'Italia lo spreco di 20 miliardi a favore dei peggiori interessi), è un atto di difesa della legalità. Se per difendere quella legalità si usano gas tossici, lacrimogeni ad altezza d'uomo, mirati proiettili di gomma, è ( nel migliore dei casi) un “sacrificio” imposto dalla superiorità del “dovere”, che merita il plauso solenne del Capo dello Stato, di tutte le “istituzioni” , di tutti i partiti dominanti. Se invece una massa di valligiani e di giovani cerca di impedire come può la devastazione della Valle, per affermare la volontà e i diritti di chi la abita, ( oltrechè gli interessi della maggioranza della società italiana), diventa il simbolo della “Violenza” , della “delinquenza”, della “sopraffazione”. Perchè? Perchè si contrappone alla “Legge” e allo Stato che la difende.

 

E' tutto chiaro. La violenza dello Stato si chiama Legge. La legge della democrazia si chiama Violenza. I conti tornano. E' la riprova che solo una rivoluzione sociale può fare giustizia, restituendo alle ragioni della democrazia il diritto della forza.

 

Tutta la cultura dipietrista, grillina o pacifista, che da anni rivendica il valore della “legalità” come orizzonte insuperabile e leva di trasformazione, è smentita una volta di più dalla violenza legale dello Stato. L'appello a uno Stato immaginario contro lo Stato reale, a una legalità fantasma contro la legalità materiale, è un esercizio retorico di impotenza e di inganno. Che spesso serve a coprire la propria subalterneità, per quanto “critica” allo status quo.

 

Parallelamente l'esperienza della Val di Susa dimostra, sul versante opposto, che una pura apologia dell'antagonismo ribelle non porta lontano, se non si congiunge ad una prospettiva rivoluzionaria, capace di unificare tutte le ragioni degli sfruttati e degli oppressi in un'azione di rivolta generale e di massa. La Val di Susa non vincerà da sola. Come non vincerà da sola la battaglia sull'acqua pubblica. O la battaglia contro la guerra. O la battaglia per i diritti dei migranti. O la battaglia per la difesa della scuola e del lavoro. Ogni lotta parziale può strappare risultati, anche parziali, nel suo specifico settore, solo all'interno di una prospettiva unificante. Solo ponendo la propria radicalità al servizio di una rottura complessiva di sistema, e quindi di un'alternativa di società. Ciò che implica a sua volta ,in ogni settore di lotta, un lavoro di organizzazione, di sviluppo della coscienza politica, di selezione e formazione dell'avanguardia più generosa e combattiva.

 

Questo è il lavoro quotidiano controcorrente del Partito Comunista dei Lavoratori, all'interno di tutte le lotte di massa: il lavoro per la rivoluzione.

 

 MARCO FERRANDO

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Riduci

3 luglio 2011 Una giornata di ordinaria RIVOLTA

05/7/2011

Da ATENEINRIVOLTA - racconti, emozioni e riflessioni dopo l'assedio ai cantieri della tav di domenica scorsa.

La nostra generazione: ribelle sulle montagne!

  • AteneinRivolta Trento

Tutto inizia a Venaus alle 6 del mattino, dopo essere arrivati alle 5 ed esserci infagottati nei sacchi a pelo su dei giacigli di fortuna, sentiamo tintinnare le tazze e i vasetti di marmellata.
Al presidio, luogo della grandiosa vittoria del movimento no tav, che nel 2005 riuscì a rioccupare la zona sgomberata precedentemente dalla polizia, ci si sveglia presto e si inizia a parlare dei percorsi che arrivano alla zona rossa posta dalla polizia ai margini del presidio della Maddalena.
Fin dalle prime parole e sorrisi assonnati era chiaro che avremmo assediato la prepotenza dello stato, costituita dalla militarizzazione di una valle minacciata da un'inutile grande opera.

Tornati verso le macchine, mentre preparavamo le bottiglie di Malox e acqua per riprenderci dal goffo risveglio, scherzavamo sul termine "grande opera", come qualcosa di simile ad una rappresentazione teatrale, nella quale con tono melodrammatico le varie istituzioni si fanno beffe della popolazione valsusina ribaltando la realtà.
E così un'opera inutile e disastrosa diventa progresso, le popolazioni che la rigettano diventano black block, mentre 3000 agenti di polizia, sui telegiornali poveri pacifisti responsabili dell'ordine, militarizzano l'intera valle attaccando i dimostranti.
Ci mettiamo in marcia verso Giaglione, luogo da cui avremmo dovuto arrivare al presidio della Maddalena attraverso i sentieri boscosi che attraversano la valle. Un compagno di fianco a me si lamenta della lunga attesa mentre guarda le montagne illuminate dal sole e mi sussurra "giornata perfetta per combattere l'arroganza del potere...manca solo un po' di vento...qua non scherzano, ci intossicheranno con i lacrimogeni cs".

Il corteo inizia così a radunarsi e si incammina per le strade di Giaglione mentre guardo la mia mascherina medica e mi chiedo quanti minuti potrà sostenere quelle terribili sostanze cancerogene.. Mentre attraversiamo le strade tipiche di un borgo di montagna ci stupiamo nel vedere gli sguardi dei vecchietti alle finestre, noi, abituati di essere tacciati di violenza e appartenenze black bloc per spaventare le popolazioni, leggiamo invece nei loro occhi stima nei nostri confronti.
Qualcuno ci butta dell'acqua, una signora con un enorme crocifisso al collo ci dice "state attenti ragazzi, quelli non hanno pietà", un signore intento a curare le sue vigne applaude mentre noi passiamo sotto gridando "sono arrivati i liberatori".
Eccitato per un clima che mai ho visto da quando vado in manifestazione prendo sottobraccio una compagna e le dico "oggi sembriamo proprio dei partigiani".

Il sentiero per i boschi è lungo e dispersivo, dalla stradina di paese che non riusciva a contenerci si passa a sentieri da fare in fila indiana che nascondevano i numeri reali interrogandoci continuamente su dove fossero finiti tutti.
Cerco di stare con i compagni della mia città, ci conosciamo e insieme ci sentiamo più sicuri. Tutti i nostri occhi sono puntati su una signora di sessant'anni che ci avvisa delle probabili postazioni digos, ogni cinquanta passi si girava e ci diceva "via i passamontagna, dovete respirare" oppure cinquanta metri dopo "occhio ai poliziotti, meglio coprirsi ora, dopo non servirà più a niente" e almeno 100 persone vicino a me diventavano improvvisamente irriconoscibili.
Proprio in quel momento mentre scruto dal passamontagna le persone che ho al mio fianco, mi rendo conto di quanti compagne e compagni della mia età si sono fatti chilometri e chilometri, per difendere la valle, per dare una mano all'autodeterminazione dei valsusini contro lo strapotere degli interessi privati.
Mi viene da pensare al 14 dicembre, seppur con una composizione più eterogenea, migliaia di persone stanno attraversando i boschi della Val Susa, molte con il volto coperto, con la stessa eccitazione che c'è quando l'insofferenza per i soprusi si trasforma in rabbia contro chi li perpetra, proprio come in piazza del Popolo.

Arriviamo al presidio della Maddalena e non tardiamo a vedere il ponte e le reti della zona rossa, disegnano già futuro e presente della Val Susa: il grigio del cemento e il blu dei difensori delle speculazioni.
Le nostre vite però valgono più dei loro profitti e ci mettiamo poco per rimettere in sesto il presidio nel quale i vicequestori hanno fatto sfogare gli assetti antisommossa, i quali hanno cagato in giro, tagliato tende, distrutto finestre bruciato le bandiere no tav.

Una lunga fila indiana arriva al presidio, ormai ci stiamo abituando al caldo del passamontagna quando una delle mie amiche esclama in dialetto "alurà andema a ciapar ciò che è nostar?", subito dopo dal megafono invitano a far andare avanti i valsusini che si dirigeranno per la salita che porta alle reti della zona rossa. Dietro alle reti metalliche un immenso schieramento di polizia dotato di idranti attende il nostro arrivo.
Giunti nello spiazzo che precede la rete con le mani alzate proviamo a forzarla con tutte le energie che abbiamo, vediamo scorrere lentamente l'acqua dagli idranti, in poco tempo diventano getti potentissimi, arretriamo di qualche passo e boom! Partono i lacrimogeni, tanti, da tutte le parti, incandescenti fanno reazione con l'acqua sprigionando così una vera cappa di fumo da cui non riusciamo ad uscire. Salto due volte per cercare l'aria, mi tolgo tutto quello che ho davanti alla bocca, ma la situazione non migliora, c'è troppo fumo ovunque, non vedo ad un centimetro da me e la gente è nel panico, non possiamo scendere perchè il corteo sta salendo.
Guardo a lato e con spirito di sopravvivenza mi arrampico sulle vigne che costeggiano il piazzale, mi corico sotto un albero, doccia di malox, lo passo ad altre due persone e penso a quanto sarebbe pacifico e rilassante questo posto, sdraiato sotto le vigne a guardare le nuvole che si arrampicano sulle montagne.

I miei sogni bucolici però finiscono presto, quei bastardi sparano dal ponte che si erge ad un'altezza di trenta metri sull'intera area, le vigne diventano luogo pericoloso, inadatto a prendere aria, salgo ancora un po' di metri e mi nascondo dietro un albero.
Un suono di frusta attira la mia attenzione mentre impunto gli scarponi nel terreno friabile di queste immense montagne, mi giro e noto a pochi metri da me un anziano valsusino accompagnato da un cumulo di sassi e una fionda. Come un cecchino paziente si era mimetizzato nella boscaglia e da lì faceva partire colpi che arrivavano sino allo schieramento di polizia protetto dalla rete.

Mentre penso che sia meglio allontanarmi, troppo poco pratico rischierei soltanto di scoprire la posizione dell'esperto tommy gun valsusino, guardo giù verso le compagne e i compagni che a turno si sporgono dalla roccia prima del piazzale e lanciano sassi contro la polizia. Uno di loro si ferma allo scoperto a prendere la mira e bam!, il cilindro metallico dei lacrimogeni lo sfiora alla testa. Ci stanno sparando addosso! Non è questione di spari ad altezza d'uomo, stanno proprio mirando le persone per ferirle, se non ammazzarle.
Non posso essere molto d'aiuto qua e continuo a scalare le vigne, sembra il terreno di un addestramento militare, sento gli altri compagni che mi dicono che su a Ramats hanno tranciato le reti e stanno spingendo dentro il manipolo di caschi blu.

Arrivo sopra e di fianco ad un enorme masso trovo i miei compagni che tossiscono, mi arrampico sulle rocce per vedere la situazione, ciò che mi si presenta davanti è una vera e propria guerriglia nei boschi con gente che va avanti e indietro a rifornire le prime linee di acqua e sassi.
A dettare il tempo che passa i suoni tonfi dei lacrimogeni che si schiantano sugli alberi, è meglio che mi muova, un ragazzo urla "la foresta sta prendendo fuoco, acqua!" riferendosi ad un rogo causato da uno dei tanti grappoli di fumogeni che escono dai candelotti metallici.
Mi metto gli occhialini da piscina a lente gialla e stando basso mi muovo verso la polizia, mi accovaccio per prendere delle pietre, sembra di essere in un film sulla guerra in Vietnam: spari, fumo, fuoco e urla.
Ho sempre rigettato qualsiasi retorica militarista, ma quando sento "Avanti compagni!!!Avanti, attacchiamo!!!" e in una trentina usciamo dai ripari di fortuna con una sassaiola contro il blindato che stavano facendo salire in quella zona impervia, mi viene la pelle d'oca.
Retrocedono, retrocedono, ma in pochi secondi una scarica di lacrimogeni ci piove addosso.
Piangendo torno dietro la roccia mentre provo a guardarmi intorno, la mente va agli scontri in via del Corso, riconosco dietro le magliette e i passamontagna compagne e compagni che ho trovato in molte lotte al mio fianco negli ultimi anni.

Penso ai primi anni di militanza, alla paura del dopo Genova, ai discorsi artificiali sulla
non-violenza usata come grimaldello politico da incravattati che sfruttavano i movimenti in cerca di una poltrona governativa. La mia generazione non ha paura di essere etichettata black bloc, di mettersi un passamontagna e assaltare la polizia con tutte le energie in corpo.
Si scaglia contro il potere perchè è legittimo farlo, perchè vede sgretolarsi davanti agli occhi il futuro televisivo che le avevano promesso, mentre un presente a favore degli interessi privati viene difeso da scudi e manganelli.
Rischiamo di essere dinamite con una miccia troppo corta senza riferimenti politici, ma incominciamo a sentirci un corpo unico quando alziamo i cappucci, quando l'insofferenza è troppa e i calcoli politici diventano insufficienti.

È il prezzo della crisi che i potenti devono pagare, non c'è più spazio per operazioni mediatiche, concertazioni e dialoghi con le istituzioni. Non c'è più spazio per la loro arroganza.
Alzo gli occhi, un compagno viene trasportato su una tenda usata come barella, mi guarda e sviene, ha un enorme bolla rosso violacea sullo stomaco, fra poco ci dovremmo ritirare, per la prima volta ho paura, incomincio a pensare che qua ci lasciamo la pelle.

Mi alzo, tolgo la terra dai pantaloni e mi incammino per il "sentiero" che scende alla baita della Maddalena, ho ancora il passamontagna giù e mi accendo una sigaretta per far scendere la tensione, un'anziana signora sulla sessantina sta facendo una montagnola dei sassi, vede che la guardo e mi squadra per qualche secondo, sorride e urla tossendo "Sarà dura!".
La Val Susa non ha paura, c'è tempo per l'ultimo assalto!!!

 

 

 

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Riduci

UN ACCORDO GRAVISSIMO

(29 Giugno 2011)

L'accordo raggiunto da Susanna Camusso con Confindustria, CISL,UIL è inaccettabile, sindacalmente e politicamente.

Dal punto di vista sindacale, nega il principio elementare del potere decisionale dei lavoratori sulle piattaforme e gli accordi che li riguardano, oltre ad allargare la derogabilità del contratto nazionale e ad accettare limiti al diritto di sciopero. La soddisfazione di Confindustria misura la natura dell'accordo. Il titolo di “Sole 24 Ore” - “Così si completa la svolta del 2009”- registra la pura verità: la Cgil ritorna all'ovile.

Dal punto di vista politico, l'accordo è se possibile persino peggio. Da un lato regala di fatto una sponda a un governo reazionario, delegittimato, e in gravi difficoltà, motivando le congratulazioni di Sacconi. Dall'altro, e soprattutto, investe nel futuro possibile governo di Centrosinistra: prefigurando quel quadro “normalizzato” di relazioni industriali e sociali che è necessario per consentire le politiche annunciate di “lacrime e sangue” dettate da banchieri e Confindustria. E di cui il PD è interprete sperimentato.

Colpisce il silenzio di Nichi Vendola sull'accordo Camusso Marcegaglia. La sua candidatura a premier del centrosinistra già lo subordina alla concertazione.

Di certo la battaglia contro l'accordo annunciata da Fiom e minoranza Cgil, avrà il pieno sostegno del PCL e dei suoi militanti, in ogni sede.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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Riduci

CONTRO LA MANOVRA BERLUSCONI-TREMONTI

(29 Giugno 2011)


Il governo Berlusconi-Scilipoti, sfiduciato dal voto popolare, annuncia una pesante manovra economica contro lavoratori, disoccupati, pensionati. Tickets sanitari, elevamento dell'età pensionabile delle donne, blocco di turnover e contratti nel pubblico impiego, rispondono a una sola ragione sociale: pagare i banchieri europei e liberare risorse per gli industriali italiani.
Per di più lo stesso governo di centrodestra “scrive” di fatto il programma del futuro (possibile) governo di centrosinistra: un salasso devastante di 40 miliardi di tagli sociali entro il 2014.

Non stupisce che PD e UDC, ligi a Confindustria e a Bruxelles, siano preoccupati del grosso del “lavoro sporco” loro commissionato. Ma proprio per questo, paradossalmente, non solo non contrastano la manovra Tremonti dal versante sociale ( al di là di qualche parola di circostanza), ma ne criticano l'“insufficiente rigore”. In ogni caso sono pronti al “dialogo responsabile” col governo, in compagnia del trasformista Di Pietro e sotto la pressione tricolore di Napolitano. Così, proprio la complicità dell'”opposizione” liberale consente a un governo reazionario, delegittimato, e in crisi, di realizzare autentiche provocazioni contro i lavoratori e i movimenti ( No Tav).

Colpisce, tanto più in questo quadro, che le sinistre cosiddette “radicali” continuino a inseguire, come se nulla fosse, l'accordo di governo col centrosinistra. E che Susanna Camusso, proprio oggi, ricomponga un gravissimo patto con Confindustria, già pensando al governo futuro, e senza far nulla contro il governo presente.

Il PCL fa appello a tutte le sinistre -politiche, sindacali, di movimento – perchè promuovano una vera mobilitazione generale contro la manovra del governo e i “sacrifici” comandati dalla finanza europea. In Grecia e in Gran Bretagna sono in corso lotte di massa “indignate” contro l'austerità di Papandreu e Cameron. E' ora di mobilitare anche il fronte sociale italiano, contro Berlusconi e le classi dirigenti del Paese: raccogliendo la rabbia sociale, organizzandola su basi indipendenti, dandole una prospettiva anticapitalista.

MARCO FERRANDO

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la situazione in Grecia vista dall EEK
Riduci

 

                              

 

Da SYNTAGMA A PUERTA DEL SOL E DI NUOVO A SYNTAGMA

di Savas Michael-Matsas

 

Proprio quando i preparativi per le celebrazioni del Natale erano a buon punto, nel dicembre 2008, in piazza Syntagma (Costituzione), al centro di Atene, di fronte al Parlamento Nazionale, il gigantesco Albero di Natale fatto erigere dal sindaco di destra di Atene Nikitas Kaklamanis – che si vantava che questo monumento al kitsch fosse l’Albero di Natale più alto d’Europa – stava “bruciando lucente nella foresta della notte”1 - incendiato dai giovani ribelli durante lo slancio di massa di quel mese indimenticabile. Fu una delle più spettacolari ed emblematiche azioni della Rivolta di Dicembre greca.

Nel maggio 2011, irrompe nel medesimo luogo un altro inaspettato evento: dal 25 maggio in poi, ogni giorno, decine di migliaia e, più recentemente, oltre centomila persone si radunano in piazza Syntagma, (oltre che nelle piazze più centrali delle città di tutto il paese) contro la nuova ondata di misure di cannibalismo sociale che l’UE, la Banca Centrale Europea e l’FMI, l’infame “troika”, vogliono imporre tramite il governo del PASOK al popolo greco; il salvataggio della Grecia del maggio 2010 ha totalmente fallito il tentativo di impedire un default, nonostante i tagli estremamente selvaggi imposti su salari, pensioni, posti di lavoro e condizioni di vita della stragrande maggioranza, e lo spettro di una catastrofe sia sospeso non solamente sulla Grecia ma anche sull’intera Europa e oltre…

Il “Movimento delle piazze” greco o Movimento per la “Democrazia Diretta Ora!” è stato ispirato dagli “indignados” spagnoli, l’M15 (15 Maggio) Movimento che chiede una “reale democrazia ora” contro il sistema politico esistente e le sue misure antipopolari, e che sta occupando Puerta del Sol, la piazza centrale di Madrid, oltre alle piazze di Barcellona e di altre maggiori città della Spagna. Le mobilitazioni spagnole (e greche) seguono l’esempio e i metodi organizzativi di Piazza Tahrir a Il Cairo, centro della Rivoluzione Egiziana che ha rovesciato la dittatura di Mubarak. Le peggiori paure delle classi dominanti in Europa, e le previsioni dei marxisti rivoluzionari, compresi quelli dell’EEK, cominciano a materializzarsi: la rivoluzione comincia a muoversi dalle sponde meridionali del Mediterraneo a quelle settentrionali.

DALLA BANCAROTTA…

Mentre “l’Albero di Natale più alto d’Europa” bruciava in piazza Syntagma, durante la Rivolta di Dicembre del 2008, sul muro dell’Università di Atene apparve la scritta con gli auguri di buone feste della gioventù rivoluzionaria rivolti alle classi dominanti di tutto il mondo: MERRY CRISIS AND HAPPY NEW FEAR!

La Rivolta di Dicembre in Grecia, all’indomani del crollo della Lehamn Brothers e del tracollo del sistema finanziario globale, fu caratterizzata correttamente dall’allora capo dell’FMI (ed oggi ingloriosamente caduto) Dominique Strauss-Kahn come “la prima esplosione politica dell’attuale crisi economica mondiale”.

Il capitale finanziario internazionale, e in particolare la leadership capitalista del nucleo centrale dei Paesi dell’Unione Europea, sapevano molto bene che l’economia greca era “l’anello debole” della catena dell’Euro-zona, e che il suo futuro fattosi oscuro minacciava, nelle condizioni della crisi globale, il futuro dell’intero capitalismo europeo, prima fra tutte le sovraesposte banche tedesche e francesi del nocciolo duro dell’UE. Abbiamo la prova che le autorità dell’UE conoscevano già la reale situazione molti mesi, se non anni, prima che il neoeletto governo “socialista” di Papandreou annunciasse alla fine del 2009 la “contabilità creativa” del precedente governo di destra di Karamanlis e il rischio di default dell’economia del paese. Quando la Rivolta di Dicembre giungeva al termine, nel febbraio 2009, il Ministro delle Finanze tedesco dell’epoca, e membro dell’SPD Steinbrück aveva comunicato tutte le provedelle spaventose condizioni dell’economia greca, al suo “compagno” George Papandreou, allora leader del partito dell’Opposizione Ufficiale, il PASOK. Poiché questa discussione segreta ebbe luogo mentre le ultime battaglie della Rivolta di Dicembre si stavano concludendo, è ovvio che i leader tedeschi e dell’UE, poiché si era rivelata alla prova dei fatti la totale incapacità del governo Karamanlis di controllare una situazione di emergenza, si stavano preoccupando dei rischi di una nuova esplosione, prodotta da un’imminente disastro finanziario della Grecia; così dovevano preparare un governo alternativo, più accettabile al popolo perché gestisse l’imminente crisi, e il candidato meglio utilizzabile era il PASOK di Papandreou.

Nel luglio 2009, Almunia dell’UE e il Commissario UE Olli Ren, nel settembre 2009, alla vigilia delle elezioni parlamentari d’ottobre in Grecia, ebbero discussioni con Papandreou mettendolo in guardia sugli enormi problemi del deficit e del debito del paese. Papandreou conosceva bene la situazione reale quando, durante la campagna elettorale che lo portò al potere, fingeva che ci fossero “un sacco di soldi” per finanziare misure di tipo keynesiano a favore degli strati popolari. Continuò la sua diplomazia segreta con i suoi padroni dell’UE e dell’FMI per attuare i loro ordini, mentre mentiva al popolo prima e dopo l’esplosione della crisi del debito, sino ad oggi.

Nel maggio 2010, fu presentato da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e dell’FMI il piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro suggellato dall’infame Memorandum con il governo Papandreou che conteneva misure draconiane contro salari, pensioni, posti di lavoro, servizi sociali e condizioni di lavoro. Il Memorandum diffuse la miseria tra il popolo ma fallì esso stesso miseramente il suo falso scopo, il salvataggio della Grecia dalla bancarotta dello Stato. In ogni caso, gli architetti di questa mostruosità sapevano molto bene che il debito greco è insostenibile, e che la profonda recessione prodotta nella sua economia legata all’euro da una “svalutazione interna” forzata renderebbe di gran lunga peggiore una già disperata situazione.

Il salvataggio del maggio 2010 aveva come scopo non quello di evitare il default della Grecia come tale ma di salvare il sistema bancario europeo, in primo luogo, le banche francesi e tedesche sovraesposte con il debito greco, e creare una “fire zone” per proteggere dal contagio la periferia europea e l’intera Euro-zona. Quando nel novembre 2010 l’Irlanda chiese urgentemente un intervento di salvataggio era già evidente ( e le nostre analisi del tempo, nell’EEK, lo dicevano forte e chiaro) che l’operazione di prevenzione attraverso il salvataggio greco era fallita, e la crisi del debito dell’Eurozona riemergeva più forte che mai. Seguì il salvataggio del Portogallo, e l’insolvenza della Grecia si trovò di nuovo al centro.

Nel maggio 2010 – scrive Aline Van Duyn sul Financial Times - la crisi del debito dell’Eurozona esplodeva e i mercati precipitavano. Si temette un default dei bond governativi di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche Spagna […], in effetti l’impatto sulla ripresa post-2008 fu così grave e globale che la Federal Reserve decise di impiegare un’extra di 600 miliardi di dollari per sostenere l’economia USA. Sta accadendo ancora nel maggio 2011?” (FT 25 maggio 2011, p.16)

Ciò che sta avvenendo è il fallimento degli interventi senza precedenti da parte dei governi e banche centrali, dopo il crollo della Lehman Brothers e il disastro finanziario globale, di iniezione di migliaia di miliardi di dollari, una marea di liquidità per mezzo di “pacchetti di stimolo”, “pacchetti di salvataggio”, “quantitative easing”2 ecc., per arrestare e invertire la caduta del sistema nell’abisso. Tutti i tentativi non solo sono stati inutili ma si sono trasfromati in un boomerang.

Condurre interventi per trasformare il debito privato in debito pubblico ha prodotto deficit giganteschi e una crisi del debito sovrano senza precedenti sia in Europa che in America. La Grecia è il microcosmo di ciò che succede al capitalismo globale. Il flusso di liquidità non è riuscito a produrre alcune ripresa sostenibile degli USA e dell’economia globale. Al contrario, le ultime evidenze mostrano che la disoccupazione continua a crescere negli USA e in Europa, un rallentamento dell’economia americana è in corso mentre la Cina intensifica la stretta fiscale per combattere l’inflazione e il duro atterraggio della propria crescita.

Il massiccio intervento statale si è rivelato inefficace nel rinvigorire un’economia capitalista in una crisi di sovraccumulazione; ha prodotto soprattutto altre bolle speculative sia nel Nord e specialmente nel Sud globale, dove le spinte inflazionistiche hanno esacerbato le contraddizioni sociali portando all’esplosione della rivoluzione sociale in Nord Africa e Medio oriente – una nuova fase di rivoluzione mondiale, che già cambia drammaticamente le geopolitiche della principale regione strategica del pianeta, e che adesso arriva al nord, nelle coste europee del Mediterraneo.

La Grecia è divenuta ancora una volta il punto di partenza di una nuova fase della crisi europea e globale, alimentando lo spettro di una nuova catastrofe finanziaria stile Lehman Brothers mondiale. Un anno dopo il primo salvataggio della Grecia non si è riusciti ad affrontare alcuno degli obbiettivi fiscali del Memorandum, il debito in rapporto al PIL è balzato dal 110% a quasi il 160%, l’economia, piombata in una profonda recessione, che sta morendo d’asfissia, il governo greco ha dovuto chiedere un nuovo salvataggio per evitare un’imminente default obbligato. Una somma tra i 60 e i 70 miliardi di euro (secondo Fitch circa 100 miliardi) ‘è necessaria prima della fine del 2013, metà della quale deve essere raccolta attraverso un vasto programma di privatizzazioni dei beni statali e l’altra metà dall’UE e dall’FMI.

La rinnovata e aggravata crisi del debito della Grecia e dell’Eurozona ha rivelato sia le dimensioni globali del problema che le profonde divisioni esistenti tra l’UE e il FMI, tra la Banca Centrale Europea e i leader politici europei, in particolare la Germania, tra le classi dominanti dell’UE e l’interno della stessa borghesia Greca. Un settore della classe capitalista dell’UE, dei paesi Anglosassoni tra i quali quelli che scommettono sul default della Grecia sta chiedendo una ristrutturazione, un default ordinato, combinato con l’uscita dall’euro e un ritorno alla dracma, apparentemente allo scopo di interrompere il circolo vizioso di debito e deficit attraverso l’aumento della competitività e delle esportazioni – un’aspirazione piuttosto incerta nelle fosche condizioni odierne di una domanda in caduta sul mercato mondiale. Un altro settore capeggiato dalla BCE si oppone a qualsiasi idea di ristrutturazione temendo che qualsiasi genere di default dilagherebbe in un contagio agli altri paesi salvati, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto la Spagna, la quarta più grande economia dell’UE e anche l’Italia, la terza più grande economia, recentemente degradata dalla tripla A (AAA) a “outlook negativo” da Standard & Poors, dando un colpo terribile al fragile sistema bancario europeo, e ai paesi del nucleo centrale: Germania e Francia.

Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE e suo futuro Presidente ha avvertito: “una ristrutturazione del debito o un’uscita dall’euro sarebbe come una condanna a morte[…], l’effetto destabilizzante sarebbe drammatico. Gli economisti che immaginano che l’impatto sarebbe contenibile sono come quelli che a metà settembre 2008 stavano dicendo che i mercati erano stati del tutto preparati al fallimento della Lehman Brothers”. (FT 30 maggio 2011, p.3).

È indubbio che l’UE sia di fronte alle conseguenze più drammatiche della rinnovata crisi del debito: “Gli avvenimenti in Grecia hanno portato l’area dell’euro ad un bivio”, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha dichiarato il 20 maggio ad Amburgo (Financial Times, 25 maggio 2011,p.9) “il carattere futuro dell’unione monetaria europea sarà determinato dal modo in cui verrà affrontata questa situazione.”

Le scelte sono “intollerabili” come ha scritto Martin Wolf: “L’Eurozona si trova di fronte alla scelta tra due opzioni intollerabili: o il default e la parziale dissoluzione o un sostegno ufficiale senza limiti di tempo [della Grecia e di altri membri in default dell’Eurozona]” (FT 1° giugno 2011, p.9).

Wolfogan Münchau l’ha detto chiaramente: “O l’UE/FMI continuano a finanziare la Grecia finché possono o la Grecia sarà costretta ad un pesante default.[…] Il prezzo per continuare con il sostegno da parte di UE e FMI è quasi una perdita di sovranità economica da parte della Grecia […]. La scelta reale si riassume in una riduzione dell’ Eurozona al suo nucleo tedesco o a un ‘unione politica.” (FT 30 maggio 2011, p.9) la prima opzione è suicida, non solo per l’intero progetto dell’UE, ma anche per la Germania stessa, che perderebbe il suo vantaggio delle esportazioni; la seconda si è dimostrata, nel corso di tutto il post-crisi 2008, un’utopia reazionaria.

Un accordo stile Vienna (com’era il precedente accordo raggiunto nella capitale austriaca per la crisi del debito dell’Europa orientale) per il rollover del debito greco, rimpiazzarne i titoli in scadenza senza venir meno agli obblighi verso gli investitori, è apparentemente il compromesso che si può fare per il tempo che resta ad evitare un default della Grecia il prossimo luglio.

Ma il nuovo “pacchetto di salvataggio” è accompagnato “da un intervento esterno senza precedenti nell’economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione delle tasse e nella privatizzazione dei beni statali.” (FT 30 maggio 2011, p.1).Qualsiasi tipo di sovranità diverrebbe una farsa e la Grecia sarebbe ridotta apertamente alla condizione di protettorato al diritto comando dell’UE e dell’FMI, in condizioni molto peggiori di quanto sia avvenuto finora sotto l’odiata troika.

Ma ciò è più facile a dirsi che a realizzarsi: il fattore più importante è l’intervento delle masse nell’arena per determinare il proprio destino.

 

AL SOLLEVAMENTO DELLE MASSE

La Rivolta di Dicembre del 2008 fu solo il preludio. Prima e nel corso un anno di attuazione del Memorandum BCE/FMI/Commissione Europea con il governo del PASOK nel 2010-2011, la combattività della classe operaia è stata dimostrata – ma anche frenata – da una dozzina di Scioperi Generali di protesta di 24 ore organizzati dalle burocrazie sindacali controllate dal PASOK della GSEE e ADEDY. La frustrazione tra le persone aumentò appena svanì l’illusione che una semplice dimostrazione di forza potesse avere successo come in tempi precedenti, ad esempio con lo Sciopero Generale del 2001 che respinse il precedente tentativo di attacco ai diritti pensionistici. Le mobilitazioni separate, settarie, burocraticamente controllate e inutili della PAME, la corrente sindacale dello stalinista KKE (Partito Comunista della Grecia) hanno aumentato la frustrazione popolare, e i raduni pubblici stalinisti cominciarono a ridursi come fu ben evidente nel marzo 2011. La violenza cieca di elementi isolati, come nei tragici eventi dello Sciopero Generale del 5 maggio 2010 quando tre impiegati furono soffocati nella Marfin Bank, dopo il lancio di una molotov o nell’attacco ad un mercato popolare in Kallidromiou Street, a Exarchia, ai primi di maggio, hanno condotto il movimento anarchico alla paralisi.

La repressione statale si è intensificata, di Sciopero Generale in Sciopero Generale, raggiungendo il culmine nell’orgia di violenza della polizia antisommossa dell’11 maggio 2011, quando un giovane uomo fu quasi ucciso, a dozzine furono mandati all’ospedale gravemente feriti, e il centro di Atene venne trasformato ancora una volta in una camera a gas dall’uso massiccio, da parte della polizia, di enormi quantità di lacrimogeni. Contemporaneamente, il gruppo neonazista di “Alba Dorata”, sotto la protezione della polizia, scatenava un’autentica Kristallnacht il 12 maggio, attaccando le comunità di immigrati e i loro negozi, uccidendo un operaio immigrato del Bangladesh e linciando molti altri immigrati, soprattutto “di colore” o “neri”, in Omonia Square nel centro di Atene.

Le prime due settimane del maggio 2011, il terrore di Stato e le gang fasciste protette dallo stato dominarono la scena, mentre la maggior parte delle persone restava immersa in una profonda disperazione e rabbia.

Improvvisamente, in maniera imprevedibile, come nei paesi arabi o in Spagna, l’intero panorama politico mutò radicalmente nelle ultime settimane di maggio e ai primi di giugno, con il potente emergere del “movimento delle piazze”, in seguito all’esempio del Movimento 15 Maggio a Puerta del Sol e in altre piazze spagnole.

Decine e poi centinaia di migliaia di persone si sono radunate, molte di loro per la prima volta nella loro vita, in piazza Syntagma e in altre piazze centrali delle principali città greche, in Tessalonica, a Patras, Volos, Khalkis, Lamia, Preveza, nelle città cretesi e in tutto il paese. Per la prima volta dal dicembre 2008 un tale movimento di massa, ma con caratteristiche molto differenti dalla precedente rivolta giovanile, è emerso su scala nazionale.

Nel dicembre 2008 è stata una giovane generazione senza futuro, che fa lavori precari, o è disoccupata e sotto le costanti vessazioni della polizia ad essersi rivoltata. Era una rivolta di coloro spinti ai margini della vita sociale dal sistema sociale in declino e in crisi, la ribellione degli “outisiders– non di una minoranza isolata: senza il sostegno popolare di massa di una maggioranza in crescenti difficoltà economiche e sociali e il crescente conflitto con le politiche del governo di destra, la gioventù ribellatasi non avrebbe potuto continuare la sua rivolta per molte settimane, addirittura mesi, in tutta la Grecia, attaccando stazioni di polizia e banche.

Ma nel maggio 2011 non sono gli “esclusi” dall’ordine sociale dominante a ribellarsi ma il cosiddetto “mainstream”, la maggior parte del quale proveniente dalle classi medie che si mobilitano in massa, pacificamente, indipendentemente o anche in aperta ostilità a tutte le organizzazioni politiche o sindacali, utilizzando internet, Facebook e altri mezzi di social networking per radunarsi nelle piazze seguendo l’esempio di Puerta del Sol a Madrid e della Primavera Araba.

I mass media borghesi, l’opposizione di destra, la Chiesa ultraconservatrice e sciovinista, i vari gruppi nazionalisti dell’area dell’estrema destra, anche lo stesso governo del PASOK all’inizio cercarono di prendere il controllo di questo movimento elogiando la sua posizione “nazionale”, nonviolenta, e soprattutto anti-partito e anti-sindacato: il primo giorno di mobilitazione, il 25 maggio, quando gli scioperi dei lavoratori della DEH, la compagnia nazionale di elettricità ora in corso di privatizzazione giunsero in piazza Syntagma, i “Cittadini Indignati” li radunati, li respinsero dalla piazza urlando contro “i nuovi arrivati”.

I circoli dominanti e i loro media cercarono deliberatamente di contrapporre il pacifico maggio 2011 al “violento dicembre 2008”, nello stesso modo in cui la borghesia francese aveva contrapposto la “minacciosa rivoluzione” del proletariato di Parigi nel giugno 1848 alla “rivoluzione gentile” del febbraio 1848, quando tutte le classi, la borghesia, i democratici piccolo-borghesi e la classe operaia erano uniti contro il vecchio regime. Ma il maggio “gentile” 2011 si apprestava a divenire, secondo i canoni borghesi, sempre più “minaccioso”. Perché sempre più persone hanno cominciato ad unirsi ai “Cittadini Indignati”, e il raduno di piazza Syntagma divenne permanente giorno e notte, la radicalizzazione in corso del movimento si fece sempre più pronunciata. Ciò si è espresso particolarmente nell’autorganizzazione delle persone in piazza Syntagma oltre che nella seduta dell’Assemblea generale, pubblica e imponente, che ha avuto luogo dalle 9 del pomeriggio alle 2 di notte, con migliaia di partecipanti [ancora] al primo mattino.

Gli slogan antisindacali furono abbandonati, si decisero azioni di solidarietà con i lavoratori in sciopero (ad esempio per i Dockers del porto del Pireo in corso di privatizzazione) o impegnati nelle occupazioni (ad esempio alla Postbank) approvate da una schiacciante maggioranza; gli elementi di estrema destra e i razzisti antimmigrati furono subissati di urla e fischi e respinti dai “Cittadini Indignati” ivi radunati. Furono votati da un’estesa maggioranza dell’Assemblea Generale lo slogan e lo striscione per un indefinito Sciopero Generale Politico per il rovesciamento del governo e buttare fuori a calci la “troika dell’FMI/BCE/UE.

Il rifiuto di riconoscere tutti i debiti esteri come obbiettivo centrale del movimento degli Indignati fu accettato dalla schiacciante maggioranza, battendo la proposta dei riformisti “economisti di sinistra” del solo ripudio della cosiddetta parte “illegale” del debito, seguendo l’esempio ecuadoriano.

Si svolse una votazione cruciale per scegliere se avere come slogan principale “Democrazia Reale Ora!”, come a Puerta del Sol, o “Democrazia Diretta Ora”. La maggioranza votò a favore della Democrazia Diretta, e inoltre una minoranza non trascurabile (non solo i supporters dell’EEK) chiesero “ Potere ai lavoratori .”

Malgrado il fatto che le bandiere di partito o la stampa siano ancora banditi da piazza Syntagma, è ridicolo definire questo movimento “non politico” come sostiene lo stalinista KKE. La gente più politicizzata si raduna nella parte più bassa di piazza Syntagma, di fronte all’uscita della metro, nello spazio dell’Assemblea Generale Permanente, mentre i settori meno direttamente politici e i nazionalisti con slogan e bandiere della Grecia sono radunati nella parte più alta della piazza, di fronte al Parlamento. C’è un contrasto e osmosi, in altri termini una dialettica, tra le persone delle due parti della piazza, un processo di comune radicalizzazione e unificazione, particolarmente nelle azioni dirette (quando, ad esempio, l’uscita del Parlamento fu bloccata e i deputati dovettero scappare da un’altra porta attraverso il Giardino Nazionale!).

Non si deve dimenticare che in ogni autentico movimento popolare, le masse entrano in battaglia con tutti i loro pregiudizi e superstizioni. Nessuno e nessuna con in mano una bandiera della Grecia è un nazionalista di destra. Senza capitolare all’oscurantismo e ai pregiudizi sciovinistici reazionari, dobbiamo saper afferrare le contraddizioni che muovono questo movimento di massa senza precedenti. Il capitale finanziario internazionale e le sue istituzioni (FMI,BCE, e UE) stanno trasformando il paese in un protettorato servile e degradano il popolo greco ad una nazione di indigenti. C’è una differenza tra un nazionalista, pogromista antimmigrati dell’estrema destra con in mano una bandiera della Grecia, e un piccolo borghese impoverito o un operaio, che sollevano la stessa bandiera quando vedono che il proprio personale disastro si combina con la perdita di ogni dignità del popolo greco imposta dagli usurai esteri e i loro collaboratori locali come durante l’Occupazione nazista del paese nel 1940.

La posizione “anti-partito” non è solamente “conservatrice e apolitica”, come Papagira, il segretario generale del KKE, affermava in un’intervista. Bisogna comprendere la contraddizione in essa. Da una parte, non c’è politica, naturalmente, senza l’aperto dibattito e conflitto tra i vari programmi politici, differenti prospettive politiche, e inevitabilmente tra opposte o alleate collettività politiche, organizzazioni, partiti, incluso il partito rivoluzionario che raggruppa gli elementi più combattivi e coscienti dell’avanguardia del proletariato. D’altra parte “i partiti”, nella coscienza sociale delle masse, sono oggi identificati con il corrotto sistema politico dei partiti, responsabile della distruzione dei loro livelli di vita, oltre che con il fallimento politico della Sinistra ufficiale burocratica, legata al sistema parlamentare e responsabile di molte tragiche sconfitte del passato, perché possano offrire un’alternativa plausibile. Un vero Partito rivoluzionario dei lavoratori non è un’autonominatasi leadership della classe, ma un partito che, come ha detto Trotsky nei suoi articoli sulla Germania, lotta tra le masse, non per sostituirsi ad esse nel loro ruolo storico emancipatore, ma per dare prova di sé nella pratica di ogni momento e convincere le masse con le proprie ragioni a condurle su una via rivoluzionaria.

Le misure di cannibalismo sociale introdotte dal governo “socialista” con l’aperto sostegno dell’estrema destra del LAOS, e, malgrado la demagogia populista, con il sostegno del partito di destra Nuova Democrazia di Samaras, distruggono i posti di lavoro e le vite di milioni di persone sia delle classi medie che della classe operaia. La generale devastazione dell’enorme maggioranza della popolazione, con l’aperta complicità del corrotto sistema parlamentare borghese, dei partiti borghesi che si alternano al potere da decenni, con la complicità delle burocrazie sindacali, con una sinistra riformista e /o stalinista alienata dalla maggioranza del popolo che appare giustamente come una parte del problema, non la sua soluzione, creano le condizioni dell’attuale Grande Rifiuto.

La natura della crisi globale, l’impasse e la bancarotta del capitalismo sono la fonte del suo attacco generalizzato “a quelli che stanno in basso” e del rifiuto di massa generalizzato di “quelli che stanno in alto”, sia da parte della piccola borghesia che dei proletari. Ciò impedisce alle classi dominanti di trovare una base di massa nelle classi medie contro il proletariato, come con il caso della Thatcher o inizialmente di Pinochet. Non solo questo governo del PASOK, ma ogni governo che come questo la classe dominante discute come alternativa (un governo di unità nazionale, una coalizione di governo PASOK-Nuova Democrazia, un governo di tecnocrati, e neppure un “governo di unità popolare” che resterebbe sempre in un quadro capitalista) può essere un governo stabile, precisamente perché la bancarotta del capitalismo impedisce di fare ogni sostanziale concessione ad una considerevole parte della popolazione.

Questa debolezza del dominio borghese è anche paradossalmente, ma dialetticamente, il suo punto di forza. L’eterogenea massa popolare che si rivolta contro le classi dominanti non può aprire una via d’uscita socialista all’attuale impasse senza l’egemonia della classe operaia, armata di un programma di transizione e di una prospettiva comunista internazionalista. Sarebbe un disastro se il proletariato e la sua avanguardia rifiutassero le masse piccolo borghesi, le loro rivendicazioni sociali e sensibilità democratiche; il proletariato che lavora, disoccupato e precario elevandosi esso stesso come “classe universale” al di sopra di ogni limitazione settoriale deve divenire la direzione politica della nazione di indigenti che lotta per la giustizia sociale, la libertà e la dignità, ponendo “l’emancipazione universale umana come precondizione per ogni emancipazione particolare” secondo la prima immortale definizione di Rivoluzione Permanente di Karl Marx.

Per ottenere questa egemonia dei lavoratori, non possiamo evitare la politica di partito e la lotta per chiarire gli obbiettivi politici del movimento di massa. Nonostante la legittima rabbia dei “Cittadini Indignati” contro il sistema dei partiti esistente, un Partito della Rivoluzione Permanente è necessario non come auto-nominatosi “salvatore” e futuro dittatore, ma come strumento della rivoluzione socialista, un laboratorio ideologico del movimento di liberazione. La Democrazia Diretta ha un futuro solo attraverso la rivoluzione sociale. È necessario come strumento un partito di lotta della Rivoluzione Permanente costruito tra le masse, dalle masse, per l’auto-emancipazione delle masse. Questo è lo scopo e la ragion d’essere dei trotskysti dell’EEK e della Quarta Internazionale.

Non c ‘è soluzione elettorale alla crisi attuale come domandano i riformisti SYN/SYRIZA di Tsipras. Anche l’insistenza sulla richiesta di democrazia diretta rivela l’esaurimento del parlamentarismo borghese. La prospettiva della conquista del potere da parte della classe operaia sostenuta dalle masse impoverite delle città e della campagna non può essere differita ad un futuro indefinito, alle calende greche, come fa lo stalinista KKE. I partiti della sinistra ufficiali ma anche la coalizione centrista di ANTARSYA sono legati a prospettive elettoralistiche, che considerano le lezioni come “la scena politica centrale.”

Mentre venivano scritte queste righe, giungevano notizie da Atene che dicono che oggi, 6 giugno, più di 200 mila persone convergono in piazza Syntagma, in quella che è probabilmente la più grande dimostrazione dopa la caduta della dittatura militare nel 1974. In Grecia sta emergendo una situazione pre-rivoluzionaria. Il proletariato e le masse popolari indignate, con la gioventù in anticipo, sono già in marcia, con passo differente in tutto il Vecchio Continente. Come abbiamo scritto altrove (si veda il nostro articolo sulla Primavera Araba ora in stampa nel giornale Critique), il Simoun, il vento dei deserti arabi, sta soffiando adesso nelle piazze della Metropoli europea.

Il vecchio spettro della rivoluzione sociale, esorcizzato da capitalisti e burocrati e ritornato. Diffonde il terrore tra tutte le classi dominanti e speranza in tutti coloro che sono privati di ogni speranza! Il vecchio urlo di battaglia della rivoluzione Europea del 1848 diviene oggi più che mai attuale: Rivoluzione in Permanenza!

 

4-5 giugno 2011.

 

1William Blake The Tyger : “Tyger Tyger, burning bright in the forest of the night...”

2Alleggerimento quantitativo: operazione di iniezioni di moneta

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ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI
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ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI

TRASFORMIAMO LA LOTTA CONTRO I RIGASSIFICATORI IN UNA LOTTA CONTRO GLI INTERESSI DI CONFINDUSTRIA, DELLE DESTRE E DEL CENTROSINISTRA

(22 Giugno 2011)

testo volantino/comunicato delle sezioni del PCL
di Livorno ed Ancona

ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI

In occasione della manifestazione il 25/06/2011 ad Ancona indetta dal coordinamento No Rigassificatori ! :
Le sezioni di Ancona e Livorno del PCLavoratori hanno diffuso un comunicato/volantino.

Mai più rigassificatori ovunque!

TRASFORMIAMO LA GIORNATA DEL 25 GIUGNO CONTRO I RIGASSIFICATORI IN UN MOMENTO DI LOTTA CONTRO GLI INTERESSI DI CONFINDUSTRIA, DELLE DESTRE E DEL CENTRO SINISTRA.

La ricerca spasmodica del profitto ha portato allo scempio di ampi tratti marini delle coste adriatiche e tirreniche, alla predazione del territorio, ad un’ attacco al diritto inalienabile alla salute dei cittadini, al ricatto costante verso una mai garantita occupazione.

I progetti di Confindustria sono avvallati dalle scelte politiche dei partiti presenti nelle amministrazioni regionali e locali sia di destra che di centrosinistra. Non vengono minimamente osservati i risultati di chiaro tenore anticapitalista dei referendum. Tutt’ altro: si cercano scappatoie e deroghe in favore della privatizzazione dell’ acqua e si favoriscono i progetti devastanti come quelli dei rigassificatori delle multinazionali dell’ energia, di grandi gruppi bancari e potentati politici che sfruttano a tal fine il disimpegno nazionale verso il nucleare.

I faraonici progetti dei rigassifficatori OFFSHORE nei mari di Ancona e di Livorno “parlano” con l’ arroganza inaccettabile del grande capitale. Il fabbisogno energetico nazionale non necessita di grandi stoccaggi di gas nel territorio nazionale. Quello che si tenta di speculare sulla testa dei cittadini e dei lavoratori, è il commercio internazionale di questa fonte energetica strappata alle popolazioni del terzo mondo sfruttata e neo colonizzata. Ogni vite e bullone dei rigassificatori parla con il sangue di questi popoli.

Si portano sui nostri territori impianti pericolosi e dannosi. Basta solo pensate alle migliaia di tonnellate di cloro che verranno sversate in mare per la manutenzione di questi impianti. Nulla prova la sicurezza di queste mega strutture e i possibili incidenti ( si veda il grande incidente alla piattaforma petrolifera OFFSHORE del Golfo del Messico ). Nulla dimostra l’ incremento per l’ occupazione locale.

TUTTO A DANNO DEI CITTADINI, DEI LAVORATORI, DEL TERRITORIO

IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI DI ANCONA E DI LIVORNO APPOGGIANO LA MAIFESTAZIONE DEL 25 GIUGNO AD ANCONA CONTRO I RIGASSIFICATORI. E’ INDISPENSABILE CHE IN TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE SIANO BANDITI QUESTI PROGETTI DANNOSI PER L’ AMBIENTE.

I cittadini ed i lavoratori devono organizzarsi in un lotta autonoma dalle scelte politiche delle destre e del centrosinistra, trasformare i comitati referendari in comitati di lotta in difesa dell’ ambiente, della salute e del lavoro. Il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI si batterà con forza per questi diritti assolutamente inalienabili.

20 Giugno, 2011

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Sezione di Ancona pclancona@alice.it
Sezione di Livorno pcllivorno@gmail.it

Committente responsabile: Francesco Grisolia. Stampato in proprio. Via Marco Aurelio 7 – 20127 Milano – 20- 06-2011

PCL sez. Ancona        PCL sez. Livorno

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GRECIA : LA LEGGENDA DEL CANE RIVOLUZIONARIO
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GRECIA : L' INIZIO DELLA FINE DEL CAPITALISMO EUROPEO?
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DOVE VA LA GRECIA?

Articolo di Marco Ferrando

(19 Giugno 2011)

 
 
La Grecia è l'epicentro della crisi economica e politica europea. L'enorme debito pubblico del paese, amplificato dalla crisi internazionale, tiene in scacco la finanza europea e le stesse strutture comunitarie, precipitando tutte le loro contraddizioni.
 
IRRAZIONALITA' E PARASSITISMO DEL CAPITALE: LA QUESTIONE DEL DEBITO PUBBLICO
 
Il carattere irrazionale e parassitario del capitalismo è illustrato dalla crisi greca meglio che da qualsiasi manuale. Cos'è il “debito pubblico” greco? E' la massiccia esposizione delle banche francesi e tedesche nell'acquisto e detenzione di titoli di stato ellenici.  Ciò significa che lo Stato greco è tenuto a pagare una massa ingente di interessi ai banchieri tedeschi e francesi. E siccome la finanza tedesca è il cuore della finanza europea, la solvibilità della Grecia diventa questione continentale e mondiale. Un default della Grecia avrebbe un potenziale effetto domino ben superiore alla relativa marginalità economica di quel paese.
 
Ma per pagare un crescente debito pubblico ai banchieri tedeschi e francesi, la Grecia deve finanziarsi. Come? Continuando a vendere titoli pubblici ai propri strozzini. Il che significa che per pagare il debito pubblico, la Grecia deve alimentare il proprio debito pubblico. E più il debito pubblico cresce, più i banchieri francesi e tedeschi pretendono tassi di interesse più alti come condizione di un acquisto “rischioso”: “Aumenta il mio rischio? Allora mi devi pagare di più”. Ciò che oggi ha spinto i titoli di Stato greci ad un saggio d'interesse record del 18%!. Ma più salgono gli interessi da pagare agli strozzini, più aumenta il debito pubblico.. lungo una spirale inarrestabile.
 
Da qui il cosiddetto “aiuto” europeo e mondiale alla Grecia. In cosa consiste l'”aiuto”? Nell'acquistare titoli di Stato greci con risorse pubbliche, messe a disposizione da U.E. e Fondo monetario, per consentire alla Grecia di continuare a pagare i banchieri francesi e tedeschi. Ma qui nasce un forte contrasto tra il governo tedesco e la BCE. Come rispondere al rischio reale di un default greco? La signora Merkel non sa più come spiegare ai suoi stessi elettori che devono continuare a fare sacrifici per consentire alla Grecia di salvare i banchieri tedeschi, già poco amati. E quindi pone come condizione di nuovi “aiuti” alla Grecia il coinvolgimento nel rischio delle banche private, che dovrebbero accollarsi parte degli oneri . La BCE è contraria perchè la deresponsabilizzazione degli Stati, e a maggior ragione della Germania, nel sostegno alla Grecia, sancirebbe di fatto il riconoscimento di un suo default, e quindi potrebbe svalutare con un effetto a catena i titoli di stato detenuti dalle banche con effetti incontrollabili.
 
LO STROZZINAGGIO FINANZIARIO CONTRO I LAVORATORI GRECI
 
Non sappiamo come si risolverà il contenzioso. Sappiamo invece benissimo il costo sociale di questa mostruosa rapina per i lavoratori greci ed europei. Perchè la condizione ultimativa che tutti i banchieri strozzini e i loro Stati pongono  alla Grecia, per continuare a comprare i suoi titoli di Stato ( e quindi oliare la corda dell'impiccagione) è il drastico e progressivo abbattimento della sua spesa sociale e delle condizioni di vita  dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani greci.
 
L'ultimo anno ha rappresentato per la classe operaia e la gioventù greca la più pesante retrocessione sociale del dopoguerra. Taglio secco degli stipendi pubblici, aumento delle tasse dirette e indirette, riduzione delle pensioni, soppressione di sussidi e prestazioni, aumento verticale dell'età pensionabile, liberalizzazione dei licenziamenti nel settore privato e nei servizi pubblici. Il governo del “socialista” Papandreu ha offerto ai banchieri europei lo scalpo dei lavoratori greci, per poter continuare a indebitare i lavoratori greci presso i banchieri europei.
Ma siccome la cura da cavallo non ha raggiunto lo scopo ( ed anzi ha concorso ad una nuova recessione interna , con  la conseguente crescita della percentuale di debito), Papandreu vara oggi un'ulteriore stangata. Che non solo appesantisce ed aggrava le misure antipopolari già intraprese, su dettato della finanza internazionale, ma estende a dismisura il processo di privatizzazioni. La Grecia è in svendita. Porti, aeroporti, autostrade, acquedotti, telecomunicazioni, energia, gas, persino le lotterie nazionali, sono messi all'asta. E gli acquirenti sono spesso- guarda caso- aziende e banche europee creditrici. Con un ruolo di punta delle aziende tedesche ( Deutsche TeleKom acquista a prezzi stracciati le telecomunicazioni greche), ma anche italiane (il gruppo Atlantia è in corsa per autostrade e acquedotti), e persino cinesi ( in particolare nel settore portuale). Pur di far soldi e pagare gli strozzini, il governo greco svende agli strozzini i beni della Grecia. Col plauso della borghesia nazionale greca ed in particolare delle sue banche, anch'esse acquirenti dei titoli di Stato , anch'esse partecipi del bottino delle privatizzazioni.
 
LA CRISI POLITICA SI APPROFONDISCE
 
La rapina del secolo tuttavia non è politicamente indolore. Il governo Papandreu, che aveva retto la prima fase della crisi, vede ora precipitare il suo consenso sociale. Il PASOK in particolare è investito da una crisi profonda, con defezioni parlamentari, abbandoni, forti divisioni interne. Il restringimento numerico della maggioranza parlamentare, già risicatissima ( 155 deputati su 300), ha indotto Papandreu, sotto pressione internazionale, a invocare un governo di “solidarietà nazionale” per varare la nuova stretta sociale. Ma la vecchia destra reazionaria di “Nuova Democrazia” ha respinto la proposta, per far cuocere il Pasok nel suo brodo e cercare di rimpiazzarlo alle prossime elezioni.
In questo quadro , un governo in condizioni disperate ha due soli punti d'appoggio. Il primo è la finanza europea e la crisi europea: tutti i governi europei sorreggono Papandreu così come i creditori sorreggono i propri esattori e gabellieri. Il secondo è l'opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra greca: che di fronte alla più grave crisi del Paese, sono del tutto incapaci anche solo di perseguire una via d'uscita indipendente.
E questo è il vero punto cruciale.
 
L'ASCESA DEL MOVIMENTO DI MASSA DEI LAVORATORI E DELLA GIOVENTU'
 
La classe lavoratrice e le masse popolari greche non hanno subito passivamente la propria spoliazione. L'ultimo anno e mezzo ha registrato una forte ascesa delle lotte di massa, prevalentemente concentrate nel settore pubblico e nei servizi. In particolare una nuova generazione di lavoratori, di studenti, di precari, di disoccupati (la disoccupazione è ormai al 15%) ha invaso lo scenario sociale e politico, col ricorso ripetuto all'azione diretta e radicale, contro il governo e il padronato, in una dinamica di scontro diffuso con lo Stato e il suo apparato repressivo. Si sono moltiplicate in tutta la Grecia- a partire da Atene- esperienze di assemblee popolari, occupazioni di uffici pubblici,  comitati di lotta a difesa di posti di lavoro e servizi minacciati. La piazza del Parlamento greco è diventata il luogo principe delle manifestazioni di rabbia contro “ladri e corrotti”. L'irruzione sulla scena del movimento giovanile degli “indignati” e il suo assedio del Parlamento, su richiamo dell'esperienza spagnola, assume nel contesto greco un peso maggiore che in Spagna. La parola d'ordine” Pane, sapere, libertà”- che fu la bandiera della sollevazione popolare contro la dittatura dei colonnelli greci nel 1973- è significativamente rieccheggiata in piazza Syntagma sulla bocca di decine di migliaia di giovani. Non a caso la questione dell'”ordine pubblico” in Grecia , di come preservarlo (o restaurarlo), è in cima alle preoccupazioni borghesi, non solo ad Atene. Il rischio di “contagio” in Europa del “radicalismo greco” è oggetto di dibattito pubblico nei circoli dominanti del vecchio continente. Tanto più a fronte delle ulteriori terapie d'urto commissionate contro il popolo greco.
 
IL RUOLO CONSERVATORE DELLE DIREZIONI POLITICHE E SINDACALI
 
Ma proprio questo scenario di potenzialità dirompenti misura il ruolo conservatore degli apparati dirigenti del movimento operaio greco.
 
Il Pasok, primo gestore della politica di aggressione sociale, è ovviamente nel mirino della protesta popolare. Ma proprio per questo ha cercato e cerca di usare i propri canali sindacali o la propria influenza nei sindacati per “rappresentare” parte della protesta, addomesticarla, e quindi incanalarla su un binario morto: quello della “pressione” sul governo..del Pasok, secondo un abile gioco delle parti, tipico della socialdemocrazia. Gli scioperi promossi dal sindacato GSEE, a forte influenza socialista, hanno svolto esattamente questo ruolo: fornire alle masse un canale di sfogatoio, far defluire la rabbia,  disinnescare ogni rischio di esplosione concentrata di massa. Cercando così di salvare il governo Papandreu e il capitalismo greco. La recente integrazione nel governo di un dirigente socialista “di sinistra” (Venizelos), critico di Papandreu, vuole coprire il governo a sinistra sul versante sindacale, per meglio consentire la nuova mazzata antipopolare.
 
A sinistra del Pasok, l'aggregazione Syriza- riferimento greco del PRC e della Sinistra Europea- svolge un ruolo di “socialdemocrazia di sinistra”  in rapporto ai “movimenti”, in particolare giovanili. Il governo l'ha definito “un partito di bulli e di teppisti”( Panglos, vicepresidente del governo). In realtà si tratta della riedizione greca del bertinottismo italiano di 10 anni fa, stile Genova. La sua enfasi ideologica “movimentista” convive con una politica di contenimento e subordinazione delle spinte più radicali dei movimenti stessi:  teorizzando ad esempio il principio della “non violenza” di fronte alla violenza repressiva dello Stato, contro ogni pratica di autodifesa di massa. Ma soprattutto è chiarificatore il suo programma: un programma di “ricontrattazione del debito pubblico greco” con le istituzioni finanziarie europee; che significherebbe “contrattare” la rapina e spoliazione dei lavoratori e dei giovani greci con i loro strozzini. La parola d'ordine riformista e illusoria di un'”Europa sociale e democratica” in ambito capitalistico, appare così per quello che è: la subordinazione “critica” ma rassegnata al capitalismo europeo, alla sua Unione, alla sua crisi, alle sue controriforme sociali.
 
In forme diverse, la politica del KKE ( Partito Comunista greco) e del suo sindacato ( PAME) svolge un ruolo complementare. Chi ha illusioni nello stalinismo greco (anche in Italia) è bene apra gli occhi.
Il KKE contesta apertamente e con un linguaggio radicale la politica di Papandreu, così come  denuncia con parole vibranti la  “rapina” della U.E. Il suo “anticapitalismo” ideologico è a prova di bomba. Ma la sua linea d'azione  concorre a disarmare il movimento reale delle masse: da un lato la moltiplicazione di scioperi generali una tantum, scaglionati nel tempo, in contrapposizione ad ogni proposta di sciopero generale prolungato; dall'altro una linea costantemente separatista e autocentrata nelle manifestazioni di massa e nelle azioni di lotta ( manifestazioni di partito/ sindacato fiancheggiatore sempre distinte e distanti dalle manifestazioni e azioni degli altri soggetti) in una logica di contrapposizione al fronte unico di classe. Infine il costante ricorso al più vergognoso armamentario stalinista contro il radicalismo di lotta della gioventù ribelle: definita e denunciata come massa di provocatori prezzolati, e più volte aggredita dai propri servizi d'ordine di partito, col pubblico plauso del Pasok e del governo.
 
Certo, il KKE ha beneficiato elettoralmente della crisi del Pasok e della sua politica governativa. Ma il suo programma si riduce all'uscita del capitalismo greco dalla U.E in una logica di riforma dell'economia nazionale. Il fine ultimo del KKE, al di là dei proclami, è  l' autoconservazione del proprio apparato e ruolo politico dentro le istituzioni dello stato borghese. Contro ogni reale prospettiva rivoluzionaria.
 
A sinistra della socialdemocrazia e dello stalinismo è presente una eterogenea aggregazione centrista ( Antarsia), divisa al suo interno tra diverse opzioni programmatiche ( contrattazione del debito o suo annullamento?) e politiche ( “partito o movimento”?).E' la cosiddetta “unità dei comunisti” in salsa greca: un cartello elettorale, una commedia politica degli equivoci senza futuro. Il cui ruolo nelle lotte è sicuramente “antagonista”, ma fuori da ogni prospettiva strategica di alternativa di potere.
 
LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL EEK: IL POTERE AI LAVORATORI, QUALE UNICA SOLUZIONE
 
Nella sua piena autonomia politica, solo lo EEK- sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della 4° Internazionale- sviluppa un intervento di massa  e una proposta programmatica all'altezza della radicalità della crisi greca.
Il suo programma rivendica apertamente la rivoluzione sociale  quale unica vera risposta alla crisi capitalista e alla sua rapina: solo un governo dei lavoratori che annulli il debito pubblico verso le banche creditrici, interne e internazionali, e  nazionalizzi, sotto controllo dei lavoratori, l'intero sistema bancario, può salvare il popolo greco dalla rovina sociale; solo la prospettiva di un Europa socialista ( Stati Uniti Socialisti d'Europa) che liberi il vecchio continente dalla dittatura degli industriali e delle banche, può offrire un futuro diverso alle giovani generazioni europee.
Questo è il programma che distingue EEK dal resto della sinistra greca. Ed è il programma che indirizza il suo intervento di massa: costruzione del più ampio fronte unico di classe nel movimento di lotta dei lavoratori e dei giovani contro il settarismo burocratico del KKE; ma al tempo stesso proposta di sciopero generale prolungato, mirato a bloccare la Grecia e rovesciare il governo; sviluppo e unificazione dell'autorganizzazione operaia e popolare; incoraggiamento e organizzazione dell'autodifesa di massa contro l'apparato dello stato; rifiuto di ogni subordinazione al feticcio istituzionale di una “democrazia” borghese, sempre più privata oltretutto di ogni parvenza di sovranità. In ogni lotta parziale, in ogni piega del movimento, lo EEK pone la prospettiva del potere come questione decisiva: quale classe comanda in Grecia ( e in Europa), i lavoratori o i banchieri, la maggioranza della società o una minoranza dei capitalisti? Questo è il nodo che non si può né rimuovere, né archiviare. Sviluppare la coscienza dei lavoratori e dei giovani verso la comprensione di questa verità è l'essenza della politica rivoluzionaria. In Grecia come in Italia.
 
Lo EEK è ancora un piccolo partito, che non può oggi esercitare una direzione alternativa del movimento di massa. Ma è un partito che registra una forte crescita tra i lavoratori e i giovani. Sviluppa una crescente visibilità nell'azione di massa. Dispone di militanti e  quadri sperimentati, con indubbio prestigio a sinistra. Non a caso è stato più volte nel mirino della repressione governativa e poliziesca, subendo isteriche campagne intimidatrici da parte dei giornali del Pasok e della destra. Ciò che vi è di più coraggioso e generoso nel movimento operaio greco si concentra in questo piccolo partito rivoluzionario. Il cui sviluppo misurerà, in ultima analisi, fortune e prospettive storiche della rivoluzione greca, al di là della dinamica contingente degli avvenimenti attuali.
 
Di certo, il PCL dà e darà ai propri compagni greci tutto il sostegno e la solidarietà di cui sarà capace.  Sulla base di un comune programma e di una comune politica.

Marco Ferrando

 

 

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REFERENDUM: RISULTATO SORPRENDENTE
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DALLE URNE ALLE PIAZZE: VIA BERLUSCONI, PER UNA VERA ALTERNATIVA!
 

(13 Giugno 2011)


La grande vittoria referendaria conferma la domanda di svolta della maggioranza della società italiana, ben al di là dell'importante merito dei quesiti. A pochi giorni dalle elezioni amministrative, il governo Berlusconi-Bossi subisce un secondo pesante rovescio. Ora è il momento della spallata definitiva.
 
La pretesa di Berlusconi di restare in sella come se nulla fosse accaduto è una provocazione inaccettabile. Il pubblico “impegno” di Bersani e Di Pietro a “non usare” contro il governo l'esito del voto, per rassicurare le classi dirigenti e la loro ansia di “governabilità”, è francamente penoso.  Le decine di milioni di lavoratori, di giovani, di donne, che hanno votato contro le politiche del governo, contro i suoi tentativi truffaldini antireferendari,  contro il suo invito all'astensione, chiedono e  meritano una svolta . Ed hanno la forza per imporla.
 
Travasare nelle piazze la domanda delle urne, è il compito del momento. Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni che si ostina a non dare. Si tratta di imporgliele con una mobilitazione popolare straordinaria che unifichi il mondo del lavoro, i giovani, e tutto l'associazionismo democratico, in una lotta di massa continuativa e radicale: che assedi i palazzi del potere sino alla caduta del governo. Questo è l'appello unitario che rinnoviamo ,tanto più oggi, a tutte le sinistre politiche , sindacali, associative.
 
E' questa la via necessaria  per una prospettiva di vera alternativa alle classi dominanti del Paese. Le decine di milioni che hanno abrogato 4 leggi reazionarie su acqua, nucleare, giustizia, hanno perciò stesso rivendicato di fatto una vita liberata dalla dittatura del profitto e un principio elementare di uguaglianza. Al di là del loro livello di coscienza, e dei loro stessi orientamenti elettorali, hanno espresso la domanda di un'alternativa di società. Dare a questa domanda una coscienza politica e un programma anticapitalista, contro ogni sua subordinazione al centrosinistra confindustriale e bancario, è il compito di una sinistra di classe. E' il duro lavoro controcorrente del PCL, e della sua battaglia per un governo dei lavoratori.
 
 

MARCO FERRANDO

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BALLOTTAGGI
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BOCCIARE MORATTI E LETTIERI, PER SCONFIGGERE BERLUSCONI.
VOTARE PISAPIA E DE MAGISTRIS, MA SENZA ALCUNA ILLUSIONE.

(26 Maggio 2011)

Dopo aver presentato proprie liste e candidati alternativi al primo turno, il PCL dà indicazione di voto per Pisapia e De Magistris nei ballottaggi: l'unico modo, sul terreno elettorale, per concorrere alla sconfitta politica di Berlusconi , del suo governo, e dei suoi candidati reazionari, come chiede la totalità del popolo della sinistra.

Ma questa indicazione di voto non contiene per parte nostra un solo briciolo di illusione nei candidati del centrosinistra e nel centrosinistra che li sostiene. Né Pisapia, né De Magistris rappresentano una reale alternativa per i lavoratori e per gli sfruttati. I loro programmi si riducono all'”onesta” amministrazione della società borghese e delle sue istituzioni. Il partito chiave che li sostiene- il PD- è intrecciato nel suo apparato dirigente, nazionale e locale, con le classi dominanti e i poteri del territorio. I poteri forti che saltano sul carro vincente del centrosinistra- come gli ambienti bancari a Milano- ne rivelano la natura e ne ipotecano il corso.
Di certo soggetti come il banchiere Profumo o Cesare Romiti, che puntano pubblicamente su Pisapia, non temono la “svolta sociale”. Semmai pensano a gestire col nuovo inquilino il business dell'Expo. Peraltro in tutta Italia le giunte di centrosinistra sono comitati d'affari della classe dominante: inclusa una giunta Vendola che regala milioni alla cliniche private cattoliche.

Se, come ci auguriamo, Berlusconi perderà i ballottaggi, sarà proprio l'esperienza delle nuove amministrazioni di centrosinistra a fare giustizia di tante illusioni. Non meno di come, su scala più generale, l'esperienza dei governi Prodi, Zapatero, Obama, ha sgombrato il campo da tante ingenue suggestioni e speranze popolari. Il nostro voto a Pisapia e De Magistris vuole dunque favorire l'esperienza diretta di un inganno e il suo disvelamento.

Schierandosi autonomamente al primo turno, il PCL ha opposto sin dall'inizio un programma di classe ai programmi liberali del Centrosinistra. Anche a Milano e a Napoli. La fortissima pressione antiberlusconiana ha spinto molti lavoratori d'avanguardia e giovani combattivi, anche vicini alle nostre posizioni, a votare i candidati del centrosinistra, già al primo turno. E' stato un errore, ma è un fatto.

Tuttavia per noi l'essenziale è lavorare per la verità, e per la sua emersione nella coscienza di massa. I fatti saranno più eloquenti delle parole. Per questo ai tanti lavoratori e giovani che vogliono colpire il governo Berlusconi diciamo:” Siamo con voi, senza incertezze. Come saremo con voi contro la politica borghese delle nuove amministrazioni, quando i fatti vi dimostreranno la verità”. Quella che noi sin dall'inizio, controcorrente, abbiamo previsto e denunciato.

La verità è che l'unica vera alternativa è la cacciata delle classi dirigenti del Paese, e l'avvento di un governo dei lavoratori. In ogni lotta parziale, nazionale o locale, il PCL continuerà a battersi per questa prospettiva di liberazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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IL RICORDO DI UN DIRIGENTE MARXISTA RIVOLUZIONARIO AUSTRALIANO
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23 May 2011        http://www.sa.org.au    ( SOCIALIST ALTERNATIVE - AUSTRALIA  )

The sad passing of a veteran Trotskyist

 

Diane Fieldes

 
Bob GouldBob Gould
 

The death of Bob Gould in some ways marks the end of an era. It’s not that the class struggle that animated his life has gone away, but Bob’s sad passing at 74 cuts the last living link with the tiny band of post World War II Trotskyists in Australia. The political landscape of Sydney will be barer without him.

Some of the tributes that have started to roll in focus on Bob as a kind of endearing eccentric whose series of wonderfully chaotic bookshops were a source of bewilderment to some and a treasure trove for socialists. And that is a part of Bob Gould. But left like that it strips the socialist politics out of what was, at its core, a political life. It is not the loss of a cultural landmark that we are going to feel most.

It is a sign of Bob’s commitment to socialist activism till the end, as well as the accidental nature of his death, that he never wrote an autobiography. But his output of writings on every political subject under the sun, while not as voluminous as his ASIO file, contains much of the story of his fascinating life.

In 1965 he was one of the founders and the secretary of the Vietnam Action Campaign in Sydney and, for the next seven years, as he put it, “the totally justified agitation against the Vietnam War consumed my life”. In 1966 he helped organise the biggest anti-war demonstration up to that time – against the visit of Marshal Ky, the South Vietnamese dictator – under the Harbour Bridge at Milson’s Point, where 10,000 people rallied before marching on Kirribilli House. He played a similar role when US President Johnson came to town.

Bob had deep roots in the labour movement and the trade unions naturally loomed large on his political horizon. Here’s his account of early activity in union politics in the era of the 1950s ALP split, which gives you a feel not just for his involvement but a certain characteristic sense of humour as well:

The most exotic events in the calendar of trade union elections were elections in the old Amalgamated Engineering Union, before the big metal trades amalgamation. The rather archaic rules of the very important AEU banned printed propaganda in union elections, but some canny Grouper established the precedent that handwritten election addresses were legal under the union rules.

Quite a few times in the late 1950s and the early 1960s I was one of a couple of hundred assorted leftists who would voluntarily assemble night after night in a big room in the Buffalo Hall in Regent Street, admitted strictly by password, laboriously producing handwritten copies of an election address for some leftist or other in the AEU.

Our only wry consolation for this dreadful but necessary activity was the reflection that somewhere else in Sydney in another draughty hall, a couple of hundred Groupers were doing the same thing.

Bob spent his political life inside the ALP, and despite Socialist Alternative’s disagreement with this strategic approach, his activities there bear no relation to the seat-warming careerism that passes for leftism in the ALP today. Anyone who knew him in the 1970s and 80s will have been treated to various diatribes against “Stals and Steerers” – and rightly so. When there was a push, following the ALP’s disastrous showing in the 1966 election, to ditch Labor’s policy of withdrawing Australian troops from Vietnam, Gould led the opposition to it – “for which piece of indiscipline I was expelled from the Steering Committee, the broad left caucus in the NSW ALP”. At the same time the Communist Party “Stals” were also arguing from outside the ALP that Labor should get rid of the policy of withdrawal.

One thing Bob never tired of was both celebrating and defending the 1960s in the face of what he called “the counter-revolution taking place throughout the world to obliterate and/or roll back the political and social legacy of the 1960s”. He believed the 1960s was the greatest time in the twentieth century to be alive – not for sentimental reasons of lost youth, but because it was a high point of struggle.

He was famous (and sometimes infamous) for never missing an opportunity to say what he thought. However irritating this may have occasionally been if you were chairing the meeting, in an era where sound-bites have replaced politics, and where having political ideas, let alone being argumentative about them, is as welcome as a fart in a lift, it was a positive thing.

For example, in the 1990s Bob and other participants in the struggles of the 1960s were part of a television program, Where Are They Now? At the end, the host asked the participants if they would do it again. As well as agreeing that he would do it all again, Bob seized the moment to launch an attack on the racism of Pauline Hanson.

A founding member of Labor For Refugees, he spent his last days agitating about the disgrace of Gillard’s and Bowen’s latest atrocities against refugees.

Precisely because he remained active and engaged with left-wing politics, Bob at some stage managed to annoy, frustrate or severely piss off every one of us. That’s just the reality of political life. But he could also be an invaluable source of knowledge and argument, generous with his time, especially to those young activists who wanted to read. I spent many an afternoon as a high school student in the Third World Bookshop in Goulburn Street, listening to and even arguing with the constant assortment of political activists that passed through. I will cherish forever the now-almost-unreadable three volume edition of Trotsky’s History of the Russian Revolution that Bob directed a friend to buy me for Christmas in 1971.

I know that young members of Socialist Alternative in recent years always received a warm welcome, and perhaps more discussion than they bargained for, when they trawled the stacks of books at Gould’s for that elusive political tome. And his bookshop was no doubt a welcome retreat from universities laden with post-modernist obscurantism. Bob had the number of this right wing fad earlier than most, and was more than happy to share his opinion.

Bob seemed increasingly frail over the last year, but the spark never went out in him. Bob remained to the end committed to the self-emancipation of the working class and consequently a Marxist, a Leninist and an uncompromising opponent of Stalinism.

His role in the struggle is now sadly over. But while capitalism remains, that struggle continues. He once described ALP conferences of the past (when you could actually tell the difference between left and right) as “colourful, unruly, long-winded, interesting events.” The same adjectives fit Bob himself.

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attacco al posto di lavoro
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UNIFICARE LA LOTTA
OCCUPARE GLI STABILIMENTI FINCANTIERI

(25 Maggio 2011)

 


La Fincantieri, dopo mesi di annunci e smentite sul futuro degli stabilimenti, ha annunciato il suo piano aziendale. Il tutto dopo aver messo migliaia di lavoratori diretti in cassa integrazione ed estromesso migliaia di lavoratori delle ditte di appalto dagli stabilimenti, spesso senza il riconoscimento degli ammortizzatori sociali. L'amministratore delegato Giuseppe Bono ha avuto l'ardire di definire “piano anticrisi” quella che è con tutta evidenza una dichiarazione di guerra sociale contro i lavoratori di Fincantieri.

Il piano aziendale prevede la chiusura degli stabilimenti di Castellammare di Stabia, di Sestri Ponente e di Riva Trigoso, tre su otto stabilimenti presenti nel Paese; il licenziamento di 2.551 su 8500 lavoratori diretti. Di questi oltre un migliaio di esuberi (1125) verranno spalmati nei rimanenti stabilimenti del gruppo (Palermo, Muggiano, Marghera, Ancona, Monfalcone). E' evidente che se questo piano verrà attuato, migliaia saranno i lavoratori delle ditte di appalto in tutto il paese che perderanno il posto di lavoro.

Il piano aziendale, oltre alle chiusure degli stabilimenti e al licenziamento dei lavoratori, prevede un drastico ridimensionamento dei diritti ed aumento dello sfruttamento dei lavoratori. Questo attraverso una riorganizzazione del lavoro in linea con quanto applicato da Marcchionne nel gruppo Fiat.

Questo piano aziendale va respinto integralmente, non c'è nulla da trattare. Non può esservi negoziato su un piano di annientamento di questa portata. Non si può scaricare sui lavoratori la crisi capitalistica di sovrapproduzione che investe il settore, ne i lavoratori della cantieristica italiana possono accettare la loro messa in concorrenza con i lavoratori della cantieristica di altri paesi del mondo (Stati Uniti d'America, Germania, Francia, Polonia, Corea del Sud).

I lavoratori dello stabilimento di Ancona già il 22 aprile hanno occupato, in segno di protesta, i binari della stazione ferroviaria per rivendicare la certezza del posto di lavoro. Dopo l'annuncio del piano aziendale i lavoratori di Genova e di Castellammare hanno dato una prima risposta. Ora si tratta di svilupparla ed estenderla, il piano aziendale può essere respinto solo unificando la forza di mobilitazione dei lavoratori di tutti gli stabilimenti.

I lavoratori giustamente stanno rivolgendo la loro rabbia e indignazione contro la direzione aziendale e contro il governo, a Genova il corteo operaio si è rivolto verso la Prefettura, a Castellammare è stato occupato il Municipio.

Proprio a partire da questa consapevolezza operaia, riteniamo necessario superare l'attuale frammentazione delle vertenze azienda per azienda, fabbrica per fabbrica. Per questo chiediamo alla Fiom di creare un vero coordinamento dei lavoratori della Fincantieri, di unificare ed estendere la mobilitazione, con l'occupazione immediata di tutti gli stabilimenti minacciati.

In ogni caso il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà con questa proposta di lotta radicale tra i lavoratori. Solo la forza operaia può strappare risultati.
Nessun stabilimento deve essere chiuso, nessun lavoratore deve essere licenziato. Il lavoro deve essere ridistribuito tra tutti i lavoratori, anche attraverso la riduzione, a parità di salario, dell'orario di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

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fare come in Tunisia ed Egitto
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IL RUOLO DEL PCL NEL SOSTEGNO ALLA RIBELLIONE GIOVANILE IN SPAGNA
L'INTERVENTO DI FERRANDO NELLA MANIFESTAZIONE DI ROMA

(21 Maggio 2011)

In questi giorni il PCL è impegnato in tutta Italia nel sostegno alla ribellione giovanile spagnola. Il movimento di solidarietà è promosso da studenti spagnoli residenti in Italia, e ha visto ieri manifestazioni pubbliche in diverse città. Il gruppo promotore dell'iniziativa nazionale è costituito da un settore di giovani spagnoli legati ad “Erasmus” e residenti a Firenze. Tra questi compagni c'è, con un ruolo attivo, un compagno spagnolo militante del PCL e della sua sezione fiorentina (David). Anche per questa via il nostro partito ha guadagnato un ruolo di fatto nel coordinamento nazionale della mobilitazione. Naturalmente nel pieno rispetto dell'autonomia decisionale dei giovani spagnoli e fuori da ogni logica di sovrapposizione.

In questo quadro, il portavoce nazionale del nostro partito, Marco Ferrando, è stato invitato a intervenire nella principale manifestazione dei giovani spagnoli tenutasi a Roma, davanti all'ambasciata di Spagna ( circa 400 giovani, molto combattivi). L'intervento- il più applaudito della manifestazione- non si è limitato ad un atto di solidarietà, ma ha riproposto interamente l'asse della nostra campagna per “Fare come in Tunisia e in Egitto”; per cacciare sì Berlusconi, ma non nel nome di una soluzione Zapatero, bensì nel nome di un'alternativa vera che spazzi via le classi dirigenti degli industriali e dei banchieri: le stesse classi che in Italia come in Spagna, si reggono sull'oppressione della gioventù. Da qui l'augurio di una continuità e allargamento del movimento in Spagna, nella prospettiva di un suo allargamento in Europa. L'appello conclusivo “Che se vayan todos!” corrispondeva profondamente al sentire diffuso dei giovani presenti, che per tutta la sera si sono confrontati in piazza sui temi della “vera democrazia” e della critica del capitalismo. Alla fine della manifestazione la delegazione presente del PCL è stata intrattenuta da studenti spagnoli che volevano approfondire con noi i temi affrontati. Alcuni militanti della sezione di Roma saranno oggi presenti nella delegazione spagnola che si recherà in questura per comunicare la continuità delle manifestazioni nella Capitale.

Il Corriere della Sera odierno riconosce la realtà: Il PCL è stato l'unico partito della sinistra presente nella mobilitazione di Roma, in coerenza con la sua campagna nazionale. Non è un caso: siamo l'unico partito della sinistra italiana che si batte davvero per la rivoluzione. E che quindi lavora e interviene in ogni movimento in funzione di questa prospettiva. Tanto più in rapporto a un movimento che oggi si richiama esplicitamente all'esempio arabo e alla “rivoluzione”: indipendentemente dai limiti della sua coscienza soggettiva e da inevitabili contraddizioni.

Ora dobbiamo proseguire ed ampliare, con i mezzi possibili, questo fiancheggiamento del movimento dei giovani spagnoli in Italia, lavorando al suo possibile contagio della dinamica italiana: che naturalmente dipenderà, innanzitutto, dallo sviluppo o meno del movimento in Spagna.

Di certo il nostro intervento verso il movimento spagnolo è esattamente opposto a quello oggi tentato da Beppe Grillo. Grillo è sbarcato a Barcellona per proporre un gemellaggio col movimento 5 stelle in Italia: al fine di ridurre il movimento spagnolo ad un soggetto elettorale, su generiche basi “antipartito” ed ecologiste. Al contrario, il PCL lavorerà per sviluppare ed estendere il movimento di massa della gioventù, in Spagna e in Italia, in direzione dell'incontro con la classe operaia, e della rottura rivoluzionaria e anticapitalista. Di certo, la lotta contro il qualunquismo grillino investe il futuro del movimento spagnolo. E non solo. Ed è una lotta che può fare un partito rivoluzionario, non una sinistra subalterna al PD e ansiosa di assessorati e di ministri.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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freedom flotilla
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testo del volantino nazionale PCL per la manifestazione
di Sabato 14 maggio a Roma indetta da Freedom Flotilla

 

PER UNA PALESTINA LIBERA E PER UN MEDIO ORIENTE SOCIALISTA

L’attuale situazione in Palestina costituisce per i marxisti rivoluzionari un passaggio fondamentale per porre e proporre una serie di rivendicazioni transitorie che leghino la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese alla conquista del potere della classe operaia palestinese.
Nel 2004 AMR Progetto comunista ( corrente della sinistra del PRC ossatura fondante del PCL) scriveva a riguardo della questione palestinese: “… Come da sempre le prospettive della rivoluzione palestinese sono difficili. E sempre di più dovrebbe essere evidente che la soluzione positiva per i palestinesi deve essere cercata nello sviluppo, accanto all’Intifada, di una lotta più ampia nel Medio Oriente. Una lotta contemporaneamente contro il sionismo, l’imperialismo e i suoi agenti borghesi e feudo-borghesi; per una soluzione socialista in Palestina e nel Medio Oriente in generale. Questa è l’unica prospettiva che potrebbe avere la forza per vincere il sionismo e i suoi padroni imperialisti, realizzando le legittime aspirazioni nazionali (ma anche sociali) del popolo palestinese.”
Questa analisi auspicabile poneva, oggi ancora più attuale, la prospettiva della liberazione del popolo palestinese all’interno di una cornice di rivoluzione nel Magreb. IL vento delle rivoluzioni arabe può essere un nuovo detonatore sociale per la questione palestinese. I marxisti rivoluzionari da internazionalisti si oppongono da sempre al nazionalismo, in tutte le salse, che offre soltanto la prospettiva di rovesciare i termini dell’oppressione. L'unica soluzione per il popolo palestinese è la rottura del recinto capitalistico. La via di salvezza per i palestinesi e per la minoranza di lingua ebraica è una rivoluzione proletaria e una federazione socialista del Medio Oriente.
Le proposte di risoluzione sul conflitto palestinese dei vari imperialismi, dagli Usa a quelli europei , non solo ( e del loro braccio diplomatico Onu “ Un covo di briganti” come definiva Lenin la SDN padre dell’odierna Onu) sono finte e servono unicamente a tutelare i propri interessi geopolitici in quell’aria, ma sono anche il frutto della più brutale astrazione geografica che non pone soluzione.
La morte di Arrigoni- una doccia fredda per noi tutti che ci opponiamo all’oppressione sionista in Medio Oriente- ha dimostrato ancora una volta lo squallore politico del governo Italiano. IL silenzio sulla tragica vicenda da parte del governo ( e delle opposizioni democratiche) è un fatto. A questo silenzio i poteri forti italiani hanno sommato il proprio sostegno, per bocca di Berlusconi, al regime coloniale d’Israele e il ripudio all’umanitaria missione di Freedom Flotilla ( Berlusconi “bloccheremo la Freedom Flotilla”). Tutto questo rende, oggi più che mai, il nostro impegno a favore del popolo palestinese e della sua lotta prioritario.
Come trotskysti lottiamo per dirigere le masse verso la rivoluzione socialista. Ma non pretendiamo di imporre le nostre specifiche soluzioni a tutti i problemi. In Palestina, al momento della vittoria rivoluzionaria, sarà il popolo palestinese – con la sua libera autodeterminazione e con il rispetto dei diritti del popolo ebraico – a decidere.
• Per la sconfitta del sionismo e del­l’im­perialismo;
• No ai compromessi bidone, rivoluzione fino alla vittoria;
• Per la mobilitazione delle masse arabe contro Israele e l’imperialismo;
• Per l’abbattimento dello Stato sionista di Israele; per i pieni diritti democratici del popolo ebraico in Palestina come minoranza nazionale, nel quadro dell’unità del Medio O­riente;
• Per una federazione socialista del Medio Oriente e del Nordafrica

http://www.pclavoratori.it info@pclavoratori.it

 

 

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ondata repressiva a Firenze
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Firenze: la vendetta della Gelmini

(4 Maggio 2011)

Comunicato stampa del coordinamento toscano PCL


Il Partito Comunista dei lavoratori della Toscana esprime la propria solidarietà nei confronti dei compagni e delle compagne vittime dell'ennesima operazione repressiva della Questura di Firenze. Oltre 80 compagni indagati e ventidue arresti per una operazione dal chiaro intento intimidatorio nei confronti delle avanguardie delle lotte studentesche e sociali dello scorso autunno. I reati per i quali i compagni sono stati arrestati vanno dalla manifestazione non autorizzata al blocco stradale, dal travisamento all'accensione di fumogeni, tutti reati commessi durante manifestazioni di piazza alle quali hanno partecipato migliaia di persone.
Il PCL chiede l'immediato ritiro di tutte le misure cautelari emesse contro i compagni e denuncia il clima sempre più cupo che si sta respirando in Toscana. Dai fatti di Pistoia a quelli di via della Scala fino ad arrivare alla maxi operazione di oggi sono centinaia i compagni sotto indagine. Il governo cerca in questo modo di bloccare possibili mobilitazioni di massa che possano esprimersi nella richiesta condivisa della sua caduta. Berlusconi teme che la richiesta “fare come in Tunisia ed Egitto” si concretizzi e che sia totalmente condivisa da parte dei lavoratori.

Solidarietà con i compagni vittime della repressione

Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana

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La ritirata della FIOM alla Bertone
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GRAVE IL SI' DELLA FIOM ALLA EX BERTONE
L'ARRETRAMENTO SUBITO E' IL PREZZO PAGATO A UNA MANCATA SVOLTA GENERALE DELL'AZIONE DI CLASSE.


(2 Maggio 2011)


Il Sì della dirigenza Fiom all'accordo con Fiat nella ex Bertone segna un arretramento grave del principale sindacato dell'industria: ben al di là della specifica vicenda di quella fabbrica.

Dire Sì alla Fiat “ per non subire il ricatto” significa contraddire clamorosamente la battaglia di Pomigliano e Mirafiori, e fare un regalo insperato a tutti gli avversari della Fiom: la Confindustria, i sindacati asserviti di CISL E UIL, la stessa direzione della CGIL. Ma non solo.

La Fiom ha rappresentato nell'ultimo anno una forma di resistenza al padronato e alla concertazione, e per questo un fatto di incoraggiamento per milioni di lavoratori: ma senza tradurre questa resistenza in una linea d'azione unificante e in una prospettiva radicale complessiva di carattere alternativo per il movimento operaio. Questa gestione empirica del conflitto paga oggi, nella vicenda ex Bertone, un prezzo salato, anche nel rapporto con l'immaginario generale dei lavoratori. Ammainare la bandiera del No a Marchionne non significa solo disarmare la resistenza negli altri stabilimenti Fiat, ma disorientare e indebolire la lotta di classe dell'intero movimento operaio italiano. E questo nel momento di massima difficoltà.

La verità di bilancio è che non si può reggere isolatamente fabbrica per fabbrica. Ma questo deve significare generalizzare e radicalizzare il fronte di lotta, come il nostro partito ha sempre rivendicato; non ripiegare all'indietro e in ordine sparso.
La svolta del Sì nella ex Bertone dimostra dunque, una volta di più l'esigenza di una svolta radicale del movimento operaio, oltre la soglia del sindacalismo tradizionale. Il bivio è sempre più netto: o una svolta unitaria e radicale per rompere l'assedio, o il rischio di una Caporetto disastrosa. O si avanza o si arretra: in mezzo al guado non si può restare.

Il PCL si batterà sino in fondo per la svolta radicale e complessiva dell'azione di classe , in piena continuità con la propria battaglia sindacale e di massa.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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vik : ultimo saluto dei cittadini di Gaza; Intervista: restiamo umani
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VIK ARRIGONI : RESTIAMO UMANI
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ALL'INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT

(15 Aprile 2011)

ALL'INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT
 
L'assassinio di Vittorio Arrigoni, attivista dell'Internazional Solidarity Movement, è un grave colpo al popolo palestinese e a tutti i sostenitori della sua causa di liberazione. Le responsabilità dirette nell'omicidio di un gruppo reazionario salafita, non possono cancellare le responsabilità politiche e morali dello Stato d'Israele e del governi occidentali suoi complici: carcerieri criminali del popolo di Gaza e da sempre nemici di ogni movimento di solidarietà col popolo palestinese.
Come Partito Comunista dei Lavoratori, impegnato nella lotta di piena autodeterminazione del popolo palestinese e dunque di distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista, esprimiamo la nostra commossa solidarietà all'International Solidarity Movement, stringendo con un forte abbraccio tutti i suoi aderenti.
 
Per il Partito Comunista dei Lavoratori,
MARCO FERRANDO e FRANCO GRISOLIA
 
15/4

 

 

UN BARBARO ASSASSINIO

(15 Aprile 2011)

Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni da parte delle squadracce più reazionarie dell'integralismo islamico a Gaza, è un autentica infamia. Tanto più perchè realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la massima generosità e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i crimini del sionismo: crimini che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro ogni silenzio e complicità, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita. Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni ed amici, a partire dalla redazione de Il Manifesto, il cordoglio più sentito e un forte abbraccio.

PARTITO COMUNISTA

     

 

 

 

 

 

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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IL PCL ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN TUTTE LE PRINCIPALI REALTA'

(19 Aprile 2011)

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) è presente con proprie liste indipendenti nelle prossime elezioni amministrative in quasi tutti i capoluoghi regionali (Milano, Torino, Bologna, Napoli, Catanzaro, Cagliari), in importanti competizioni provinciali ( Pavia, Treviso, Reggio Calabria) e di comuni capoluogo (Savona, Reggio Calabria), in diverse realtà minori. Complessivamente il PCL si conferma come l'unico partito a sinistra di Sel e Fds capace di una presenza nazionale diffusa. La nostra presentazione è pienamente autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, sulla base di un programma coerentemente anticapitalista. La parola d'ordine “ Fare come in Tunisia e in Egitto”, cacciare Berlusconi con la mobilitazione popolare, lottare per un governo dei lavoratori, sarà al centro della nostra campagna.

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RIGASSIFICATORE OLT : UN PERICOLO PUBBLICO
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COMUNICATO STAMPA PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

RIGASSIFICATORE OLT : UN PERICOLO PUBBLICO

Abbiamo appreso con preoccupazione dagli organi di stampa delle dichiarazioni dei responsabili della società OLT OFFSHORE LNG, rendendoci conto ancora una volta della pericolosità di questo progetto.

PERICOLO DI INCIDENTI – LIVORNO UNA POTENZIALE FUKUSHIMA? : non esiste al mondo un impianto simile e Livorno sarebbe la prima città costiera a testarlo. Incidenti di impianti con gas lng in passato hanno dimostrato la potenzialità distruttrice che una simile fonte energetica avrebbe con i suoi milioni di meti cubi trattati dalla nave rigassificatrice. OLT non ha dato fino ad ora nessuna rassicurazione per possbili incidenti provocati da eventi naturali. La OLT ci dice che "Terremoti e tsunami non hanno effetti su navi ormeggiate in acque molto profonde come in questo caso (120 metri circa) . Uno o due metri di onda lunga non provocano alcun rischio". Se conoscessero la scala Beaufort sulla forza del moto ondoso, avrebbero visto che il mare forza 8 con onde alte tra mt. 5,5 e 7,5 è del tutto normale nel Mar Tirreno con una frequenza molto ravvicinata tra un un' onda e quella successiva. Senza contare che eventi con mare in forza 9 non sono frequenti ma non impossibili con onde alte tra 7,0 e 10,0 mt. Questi “esperti” dovrebbero poi ricordarsi che si sono verificati tsunami devastanti nel Mediterraneo che hanno distrutto le coste come il terremoto/maremoto di Messina all' inizio del secolo scorso. Inoltre non viene considerato il passaggio dell' enorme traffico aereo/marino commerciale militare nella zona dell' attracco. Viene dimenticata la strage del Moby Pince causata da questo traffico. Vengono eclissati i pericoli di attentati e quelli di una normale gestione di un grande impianto. Gli incidenti per errore umano o di gestione non sono da escludere ( vedi ad es. l' incidente all' impianto di perforazione della Horizon Deep Water nel Golfo del Messico).

Gli esperti della OLT non hanno detto una parola sui danni sicuri all' ambiente provocati dall' immissione in mare del CLORO per la manutenzione dell' impianto.

PRECARIETA' FINANZIARIA – Un simile impianto ha una gestione ad alto rischio finanziario. Quale compagnia si prenderebbe carico di assicurare un impianto talmente rischioso? Consideriamo inoltre che il GAS LNG è una fonte energetica con ampie fluttuazioni di prezzo e approvigionamenti. Solo lo sfruttamento neo colonialista dei territori del terzo mondo ne darebbe un costante approvigionamento, sfruttando guerre e conflitti locali.

E DOPO? Gli esperti della OLT non hanno detto una parola di quello che sarà il futuro oltre la fine del periodo di gestione del rigassificatore ( 20 anni ). Alle popolazioni resteranno un ambiente marino devastato e una struttura destinata all' archeologia industriale e il compito della bonifica della costa con costi ben superiori alle misere compensazioni economiche date oggi a chi gestisce la Regione Toscana.

RESPONSABILITA POLITICHE. La scelta scellerata delle forze politiche che gestiscono la Regione Toscana è dettata dal ruolo subalterno agli interessi di Confindustria. Scelta non isolata ma devastante in tutta la regione verso mega inceneritori, discariche tossiche, centrali a biomasse, Hub militari ( vedi il territorio Pisano). Altro che scelte verso fonti energetiche rinnovabili. Inoltre la popolazione viene tenuta del tutto all' oscuro dei pericoli di queste scelte.

Il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sarà sempre dalla parte dei cittadini e per difesa della salute e del territorio e contro le scelte confindustriali dettate al rapido profitto che non hanno nessun interesse sociale denunciandone i veri scopi e cercando con la mobilitazione di massa di impedirne la realizzazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI della Toscana

Sezione Provinciale di Livorno Livorno, 10 Aprile 2011

 
 
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sezione provinciale di Livorno
 
Dr. Ruggero Rognoni 335 5264291
 
 
 
 

 

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TUTTI I MIGRANTI LIBERI !!
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ABBATTIAMO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER MIGRANTI

IL REATO DI CLANDESTINITA' NON ESISTE !!

 

Il concentramento di diverse migliaia di migranti sull'isola di Lampedusa ha permesso al governo di creare ad arte un'emergenza che non esiste al solo fine di speculare sulle paure dei cittadini. 
Tra governo e forze d'opposizione non fa che rimbalzare slogan che questi migranti "non sappiamo dove metterli", ma le cifre di Lampedusa possono solo far sorridere se comparate all'imbarazzante quantita di abitazioni sfitte che ci sono in tutta Italia. L'emergenza esiste solamente perchè i governi di centrodestra e centrosinistra hanno voluto perseguire dagli anni '90 in poi politiche reclusive e concentrazionarie nei confronti dei flussi migratori, anche per adeguarsi all'Europa di Schengen. 
La retorica leghista non fa che paventare lo spauracchio dell'invasione degli arabi mentre l'opposizione non fa che attribuire l'emergenza all'incapacità dei governanti, fingendo di non vedere le falle strutturali che il sistema di gestione repressiva dell'immigrazione in atto in Italia comporta e che anche loro hanno contribuito a costruire. 
L'emergenza è infatti una circostanza straordinaria rispetto alla norma, ma la situazione di Lampedusa e l'allarme che si è generato in molti territori italiani, tra cui quello di Coltano a Pisa, è esattamente la norma, è ciò che i governi di centrodestra e centrosinistra vogliono e hanno voluto per anni con la promulgazione della Turco-Napolitano, della Bossi-Fini e del famigerato pacchetto sicurezza. La diatriba tra opposizione e governo si risolve quindi in una querelle sulle dimensioni dei campi di concentramento e se da un lato Maroni rivendica la costruzione di 10.000 posti nei CIE, in cui dovranno essere rinchiusi i migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria che anche l'Italia, insieme agli altri paesi europei e agli Stati Uniti, conduce e produce in Africa, il PD, nella persona del Presidente della Regione Toscana Rossi propone una sorta di delocalizzazione del concentramento dei migranti, ribadendo la volontà di creare piccoli CIE gestiti dall'associazionismo e sparpagliati sul territorio. 
Dove sta la truffa? Che grande o piccola una prigione è sempre una prigione, che grande o piccolo un campo di concentramento rimane un campo di concentramento. 
La soluzione non può essere il cosiddetto modello toscano, che continuerebbe a proporre una soluzione detentiva e che continuerebbe a tutelare gli interessi di quelle associazioni come la Croce Rossa che ogni giorno lucrano sulla pelle dei migranti, ricevendo ingenti finanziamenti per la gestione dei CIE. 
Il cosiddetto modello Toscano non è altro che un espediente che il PD cerca di sfruttare per conservare quella parte di consenso che sulla questione migranti rischia di farsi sfuggire a favore di posizioni leghiste. 
E' l'ennesima riprova dello slittamento a destra, anche su questioni sociali, oltre che su quelle lavorative del cosiddetto centrosinistra e del PD. 

Come Partito comunista dei lavoratori ribadiamo quindi l'immediata necessità che l'Italia si ritiri dall'aggressione imperialista alla Libia e che sospenda la concessione delle basi militari alla NATO; 
Che sia rispettato il diritto alla libera circolazione degli individui e che si interrompa ogni forma di reclusione dei migranti, giovani, lavoratori, disoccupati, donne, bambini, anziani che fuggono dalle stesse bombe che anche gli aereoplani italiani lanciano sul nordafrica;
Che sia concesso a quella enorme moltitudine di migranti che vogliono ricongiungersi con i loro familiari negli altri paesi d'Europa di raggiungerli, anzichè essere rinchiusi in campi di prigionia e minacciati di rimpatrio in zone di guerra; 
Che i migranti siano messi in condizione di chiedere il diritto d'asilo e che vengano tutelati i loro diritti fondamentali. 
Infine ribadiamo il nostro NO categorico ad ogni forma di detenzione dei migranti, il nostro NO categorico ad ogni CIE, sia questo nel modello Maroni o nel modello Rossi. 

In tutto il mondo arabo i lavoratori e i giovani si stanno sollevando contro regimi che apparivano fino a pochi mesi fa inespugnabili e tutelati vigliaccamente dall'occidente e dalla stessa Italia come garanti dei loro interessi di sfruttamento in quei territori. 

La moneta con cui l'occidente ripaga i giovani ed i lavoratori del nordafrica sono le bombe. 

Per tutti questi motivi risulta mai come oggi attuale il nostro appello FARE COME IN EGITTO ED IN TUNISIA. 
Continueremo per tanto a chiedere con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dell'abbraccio paralizzante del PD e di unire la proprie forze in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere e a cacciare il governo piu' reazionario della storia repubblicana d'Italia.

Partito Comunista dei Lavoratori sez. Pisa 
Coordinamento PCLavoratori della Toscana

 

 

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Dopo la tragedia in Giappone
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Un analisi ancora valida dopo la tragedia nucleare in Giappone

 

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Dossier Chernobyl. Colloquio con Ludovico Geymonat
a cura di Tiziano Bagarolo
L'articolo che segue è comparso in "Bandiera rossa" n. 8, 1 giugno1986

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Progresso, natura, società.
Colloquio con il filosofo Ludovico Geymonat


a cura di Tiziano Bagarolo

Non pochi commentatori, a proposito della sciagura di Chernobyl, a corto di argomenti fondati sui fatti, hanno fatto ricorso ad immagini mitiche: l'uomo che cerca di conquistare il fuoco (nucleare) quale moderno Prometeo; la fuga radioattiva dalla centrale nucleare quale moderna punizione per i nuovi apprendisti stregoni che, evocato il mostro malefico, non lo sanno più controllare. Al di là della retorica – che non fa certo difetto a buona parte della cultura italiana, cresciuta alla scuola idealistica di Croce e Gentile – c'è un fatto reale: i radionuclidi fuoriusciti dal reattore di Chernobyl hanno provocato, tra le altre cose, un'estesa inquietudine e riproposto molti degli interrogativi di fondo sulla nostra epoca: il senso e la direzione dello sviluppo scientifico e tecnologico, il rapporto tra scienza e potere, la drammatica attualità dei problemi ambientali.
Questioni per l'intera società, ma prima di tutto per la sinistra; se la sinistra vuole dare una risposta a questi problemi deve innanzitutto conoscere la risposta.
Su questi temi abbiamo voluto aprire una riflessione anche sulle pagine di “Bandiera rossa”. Cominciamo con un colloquio con Ludovico Geymonat, filosofo, marxista, da moltissimi anni studioso del pensiero scientifico e dei suoi fondamenti. Un primo contatto con le questioni per “fissare i punti di riferimento” è quanto gli abbiamo chiesto, non avendo la presunzione di poter dare risposte esaustive e conclusive nel breve spazio di una pagina.


TB. Una sorta di ottimistica fiducia nell'onnipotenza della tecnologia (e della scienza) è forse uno degli elementi di fondo, se non il principale, dell'ideologia corrente del capitalismo contemporaneo, sotto tutte le latitudini. Tutti i problemi possono essere risolti dalla tecnologia contro la quale, d'altra parte, e vano schierarsi perché significherebbe soltanto opporsi al “progresso” o allo “sviluppo economico”, cercare di fermare l'inarrestabile cammino della storia.
Pensiamo ad esempio al modo in cui il mito delle nuove tecnologie è stato usato: per giustificare l'offensiva capitalistica contro la classe operaia, per legittimare le ristrutturazioni e i licenziamenti. Salvo poi quando si verificano catastrofi come Bhopal, come Chernobyl, ricordare che siamo nell'era nucleare, ricordare il tremendo impatto ambientale di molte di queste tecnologie onnipotenti, ricordare come queste siano pronte in ogni momento a trasformarsi da forze produttive in forze distruttive; distruttive al punto da minacciare la stessa vita sulla terra. Non mancano allora i giudizi sommari che liquidano, ad un tempo, l'attuale organizzazione sociale, lo sviluppo industriale, il progresso tecnico-scientifico. Il marxismo ha un punto di vista capace di superare questa contraddizione?


La dimensione planetaria dei problemi attuali

LG: Certamente. Il marxismo non condivide le posizioni luddiste; le ha combattute. Ma non accetta neppure questa ideologia della scienza e della tecnica secondo cui esse possono risolvere tutti i problemi. I problemi che tu indicavi sono in primo luogo problemi di ordine sociale, riguardano l'organizzazione della società, la lotta tra le classi. Non va attribuita alla scienza e alla tecnologia alcuna potenza magica; vanno trattate come tutti gli altri fattori della società, cioè con un esame delle forze che le determinano e che se ne servono, degli interessi economici che vi sono intrecciati ecc. Né alla scienza né alla tecnologia, in quanto tali, in quanto attività sociali umane, noi possiamo attribuire le responsabilità delle catastrofi, ma ai rapporti sociali concreti entro i quali, in un determinato momento, vengono a svilupparsi e ad esplicare i loro effetti.
Esistono certo molti malintesi a questo proposito favoriti anche dai mass media e dal grande capitale. Ad Agnelli, per fare un esempio, fa certo comodo che la gente pensi che lo sfruttamento del lavoro non è colpa sua ma della scienza. Ma questa è veramente una grande mistificazione.
Tornando all'incidente di questi giorni. Esso ha dimostrato un'altra cosa importante: il carattere internazionale, mondiale di questi problemi e della lotta che ci troviamo a fare. Si è visto, ad esempio, che la nube nucleare non rispetta i confini tra un paese e l'altro, tra “l'impero d'Occidente” e “l'impero d'Oriente”; se ne va per conto suo e ci obbliga a fare una riflessione sul carattere internazionale della civiltà umana, dei problemi che la riguardano. E' sempre più superata la divisione tra regione e regione, fra Stato e Stato; i problemi si pongono su scala planetaria.

TB. La dimensione planetaria, la punto di vista capace di superare qualità nuova del problema ambientale – oggi non è più solo questione di fenomeni localizzati di "inquinamento"; siamo spesso di fronte a fenomeni globali, tendenzialmente irreversibili di impatto ambientale dello sviluppo umano: crescita demografica, esaurimento di alcune risorse, minacce di morte di interi ecosistemi (le foreste distrutte dalle piogge acide, l'eutrofizzazione dei mari, per esempio) – possono essere esaminati con le categorie dei classici del marxismo, di Marx, di Engels, di Lenin? Molti, anche a sinistra, ormai lo negano apertamente: alcuni si spingono ad accusare il marxismo di aver condiviso il cieco ottimismo industrialistico del positivismo filo-capitalistico...

LG: Possiamo certamente partire dal marxismo per esaminare queste questioni, ma tenendo conto che la situazione di oggi non è quella di allora Non si può accusare Marx di non essere stato un profeta. I profeti lasciamoli alle religioni. Marx ha esaminato scientificamente, con molto rigore, la situazione dell'industria e dell'economia della sua epoca. Noi possiamo – e dobbiamo, secondo me – usare gli stessi strumenti per fare altrettanto con l'economia, l'industria, le tecnologie di oggi.
Non possiamo invece chiedere al testi di Marx la formula valida allora come oggi. Non possiamo più cancellare la meccanica di Newton; essa è stata un passo fondamentale nello sviluppo della scienza. Ma da quel momento si è andati avanti, si è arrivati ad Einstein ad Heisenberg e oltre, alla fisica moderna.
Questo è normale. Possibile che solo nei riguardi del marxismo si faccia colpa a Newton-Marx di non avere risolto i problemi di oggi? Secondo me c'è in questo un errore di impostazione.


Una cultura indifferente al pensiero scientifico-tecnico

TB. Indubbiamente non si può rimproverare a Marx di non essere stato un profeta. Dobbiamo invece riconoscere che fin dai suoi inizi il marxismo ha avuto una considerazione peculiare della natura e del rapporto tra uomo e natura. Nei testi di Marx ed Engels, ricorre una formula molto pregnante, emblematica della concezione che hanno gli autori del rapporto tra l'uomo e la natura. Marx ed Engels parlano di un “ricambio organico” tra l'uomo e la natura che avviene nel contesto di determinate forme sociali. Da un lato, cioè, c'è il riconoscimento dell'uomo come ente naturale che dipende dalla natura; dall'altro, però, questa dipendenza assume forme che non sono “naturali” ma determinate dal modo “sociale” in cui l'uomo organizza il “ricambio organico”. Tutt'altro quindi che l'unilateralismo del positivismo. E in più punti dalle opere di Marx e di Engels si rivengono riferimenti alle devastazioni ambientali provocate dall'approccio di rapina del capitalismo, mosso dalla logica del profitto, alle risorse naturali.

LG: Lo stesso Lenin aveva compreso la portata del problema e aveva cercato – malgrado l'arretratezza russa – di impostare anche dal lato teorico il problema dei rapporti tra progresso scientifico e progresso civile, con opere esemplari. Ma in Italia opere come Materialismo ed empiriocriticismo sono del tutto ignorate, quando non si giunge a dire che si tratta di opere minori, di scarso valore, come ha scritto Luciano Gruppi.

TB. Dalla teoria alla prassi del movimento operaio italialo. Non si può negare che c'è molto da fare per dare alla sinistra una coscienza della questione ambientale. Le scelte tecniche, scientifiche, economiche fatte dal capitale sono troppo spesso accolte come inevitabili, se non proprio come le migliori. Quale può essere la ragione di fondo?

LG: Ci sono due ragioni, a mio modo di vedere. La prima è che nella nostra società resta dominante la borghesia, il capitale, e quindi ciò condiziona il formarsi dell'ideologia degli scienziati e 1'uso della scienza; di riflesso anche il movimento operaio assorbe questi punti di vista su queste questioni.
La seconda è l'ignoranza. Anche nelle file della sinistra italiana troppo spesso per cultura si intende solo quella letteraria-umanistica, con un'attenzione marginale a quella scientifica. Lo stesso Gramsci non aveva capito l'importanza della cultura scientifica e anche il PCI ha continuato a privilegiare, anche nel secondo dopoguerra, un tipo di cultura del tutto indifferente a quella scientifico-tecnica.

TB. In questa ignoranza c'entrano anche le scelte politiche e strategiche? Voglio dire: è forse casuale che il PCI che sceglie con convinzione le centrali (rivendendo tutte le mistificazioni di parte capitalistica sulla necessità di questa scelta per il progresso industriale e tecnologico del paese) abbandoni nel contempo perfino sulla carta l'idea del “superamento” del capitalismo?

LG: No certo. Ormai il PCI si guarda bene dal voler “superare” il capitalismo. Si accontenta di migliorarlo un po'. Si adatta a viverci dentro. In una situazione del genere è chiaro che il capitalismo ha ragione di dire “sono io il progresso”. Che cosa gli può contrapporre, infatti, il PCI?

TB. Eppure tra il '68 e la metà degli anni settanta ci sono state alcune esperienze significative sul terreno della lotta per la salute, contro la nocività dell'ambiente di lavoro, per la tutela del territorio (Marghera, Castellanza...). Ma oggi è rimasto ben poco; le grandi organizzazioni burocratiche sono rimaste impermeabili...
Un qualche sforzo di elaborazione su questi temi, a partire da un punto di vista marxista, o tenendo conto del punto di vista marxista, è stato fatto da alcuni studiosi, talvolta tecnici animati da spirito militante, che hanno prodotto una “ecologia politica” peculiare del nostro paese. Anche Democrazia proletaria ha fatto dei tentativi in questa direzione, con convegni come “Coscienza di classe e coscienza di specie” ad esempio...


E' necessario ritornare a Marx

LG: Il tentativo non è molto riuscito; non ancora almeno. E' certo maturata una maggiore sensibilità... C'è stata una qualche influenza deformante dei francofortesi. Un autore come Cini (L'ape e l'architetto), per fare un esempio, imposta la questione nei termini estremisti, infantili di “lotta contro la scienza” (e Cini è peraltro un bravo fisico...). Alcuni di costoro, naturalmente, si dichiarano contrari a Engels, se non a Marx. Credo invece che sia necessario un ritorno a Marx, ai testi di Marx. Naturalmente come si ritornerebbe a Newton. Ma questa resta una tappa fondamentale senza la quale non si può capire lo sviluppo successivo e non si può fare la rivoluzione oggi.

[Pubblicato in “Bandiera rossa” n. 8, 1 giugno 1986, p. 5]

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LIBIA
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LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA.
IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA.
LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA.
NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA.

Il Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.

MARCO FERRANDO

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DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.
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DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.

( comunisti e neostalinisti a confronto)

 

 

Lo scenario della guerra civile in Libia, le ingerenze imperialiste, l'estrema incertezza informativa sui fatti in corso, sono diventati lo spunto d'occasione in alcuni ambienti della sinistra per mettere in discussione la stessa esistenza di una rivoluzione libica e abbellire la realtà del regime di Gheddafi.

“ E' una guerra civile, non una rivolta, men che meno una rivoluzione”. “ E' stato tutto organizzato dall'imperialismo, non c'è nulla di spontaneo a differenza che in Tunisia e in Egitto” “Non vi sono rivendicazioni sociali nel movimento contro Gheddafi, ma solo politiche”. “Gheddafi ha retto un regime antimperialista, per questo si vuole cacciarlo”.” A Bengasi si sventola la bandiera della vecchia monarchia di re Idris, sarebbe questa la rivoluzione?”. E via dicendo...

 

Queste posizioni- espresse in forme diverse da ambienti della vecchia guardia del Il Manifesto, dall'area stalinista della Fed, e dalla Rete dei Comunisti- sono emblematiche della totale confusione di merito e di metodo presente nel bagaglio teorico della tradizione stalinista . E soprattutto dei risvolti politici controrivoluzionari di questo bagaglio. E' bene dunque provare a fare chiarezza. Tanto più in un momento storico in cui l' ascesa della rivoluzione araba scuote l'intero ordine internazionale e pone al movimento operaio e ai comunisti rivoluzionari una nuova frontiera di intervento politico e di battaglia strategica.

 

 

IL REGIME DI GHEDDAFI ALLE SUE ORIGINI: UN BONAPARTISMO “ANTIMPERIALISTA”

 

La prima considerazione è di carattere storico.

Il colpo di stato degli Ufficiali liberi nel 1969 in Libia ebbe sicuramente un connotato “antimperialista”, per quanto distorto dal suo carattere militare. Ma si può ignorare la natura reale del regime e, oltretutto, la sua dinamica storica regressiva negli ultimi 20 anni?

 

Il rovesciamento militare della vecchia monarchia libica di re Idris nel 69 si inserì nel movimento più generale di decolonizzazione sviluppatosi nel secondo dopoguerra: un movimento che trovò un varco nell'esistenza dell'Urss e nell'espansione internazionale della sua area di influenza all'interno della stessa nazione araba.

Al pari del regime di Ben Bellà e poi di Boumedienne in Algeria, e di Nasser in Egitto ( cui peraltro Gheddafi si ispirava),il nuovo potere degli ufficiali libici realizzò misure sociali indubbiamente progressive: cancellò le vestigia del colonialismo italiano, chiuse le basi militari straniere , nazionalizzò in parte le banche estere ( con l'acquisizione di pacchetti azionari maggioritari) ,prese possesso delle risorse petrolifere del paese, varò provvedimenti di protezione sociale. Era più che sufficiente per la condanna di Gheddafi da parte dell'imperialismo. Ma non si trattava né del “socialismo”- come affermavano i partiti stalinisti arabi per giustificare la propria capitolazione al nazionalismo- né del potere operaio e popolare. Al contrario.

 

Sul terreno sociale Gheddafi preservò un economia di mercato, sia pure con una forte presenza di controllo pubblico: peraltro la “terza teoria universale” come Gheddafi chiamò la propria dottrina sociale- con la tradizionale modestia- riconosceva apertamente il principio della proprietà privata ( “sancito dal Corano”) in polemica col “comunismo totalitario”.

Sul terreno politico eresse sulle rovine della vecchia monarchia un proprio regime militare e dispotico, basato sulla mistica del Capo; sulla negazione delle libertà democratiche più elementari dei lavoratori e delle masse ( niente libertà sindacale, niente libertà di sciopero, niente libero confronto delle opinioni politiche nello stesso campo antimperialista..); sulla irrigimentazione attiva della società libica attraverso specifiche strutture di controllo sociale e poliziesco ( i cosiddetti “comitati popolari” strettamente subordinati a Gheddafi, come una sorta di sua milizia privata ); sull'equilibrio con (e tra) i clan tribali ( mai messi come tali in discussione, ma anzi assunti come interfaccia del potere di regime); sul sistematico annientamento militare di ogni forma, anche larvata o potenziale, di opposizione all'assolutismo ( dal clero islamico tradizionale degli Ulema, alle debolissime componenti dell'opposizione politica interna) La stessa “nuova costituzione” solennemente promessa da Gheddafi al momento del rovesciamento della monarchia, è rimasta in 40 anni lettera morta: e rimpiazzata dal credo della Yamahiriyya ( 1976) e dalla religione messianica del Libro Verde, naturalmente scritto di pugno dal Capo.

 

E' dunque del tutto evidente che già negli anni 70 e 80 i comunisti rivoluzionari dovevano sicuramente difendere la Libia di Gheddafi ( come l'Egitto di Nasser, come l'Algeria di Boumedienne..) dalle minacce dell'imperialismo, ma non potevano in alcun modo né identificarsi nei regimi bonapartisti militari piccolo borghesi, né abbellire la realtà di quei regimi . Al contrario, dovevano porsi come opposizione proletaria al bonapartismo, attorno a un programma di rivoluzione sociale anticapitalista e di democrazia operaia e popolare: l'unica prospettiva capace di consolidare e portare sino in fondo la stessa rivoluzione democratica antimperialista. Questa era del resto la politica di rigorosa indipendenza di classe che Marx rivendicava nei confronti della democrazia rivoluzionaria piccolo borghese e di un suo possibile governo (v. Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850) e che l'internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky applicarono verso il nazionalismo “antimperialista” dei paesi coloniali o semicoloniali ( v.il 2° Congresso della 3° Internazionale sulla questione coloniale, del 1920).La burocrazia stalinista capovolgerà questa impostazione.

 

 

 

L'adattamento dello stalinismo, durante il secondo dopoguerra, al nazionalismo arabo di settori militari piccolo borghesi in Medio Oriente,fu un crimine nei confronti della rivoluzione araba e delle sue stesse aspirazioni antimperialiste. Tutti i regimi bonapartisti “antimperialisti” appoggiati da Mosca, e resi possibili dalla stessa esistenza dell'Urss, hanno finito uno dopo l'altro col ritornare nell'alveo dell'imperialismo, e col subordinarsi al sionismo. Un processo già iniziato negli anni 70 e 80 ( svolta di Sadat e poi di Mubarak in Egitto), e ultimato dopo il crollo del Muro di Berlino e dello stalinismo internazionale.

 

 

LA PARABOLA DI GHEDDAFI: DA BONAPARTE “ANTINMPERIALISTA” A SOCIO D'AFFARI (E DI CRIMINI) DELL'IMPERIALISMO

 

Il regime di Gheddafi non ha fatto eccezione. Oggetto ancora nel 1986 di un'aggressione militare imperialista ( col bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte americana), e ancora internazionalmente isolato nei primi anni 90 ( con le pesanti sanzioni internazionali del 92-93), il regime ha lavorato per una propria integrazione nel nuovo ordine internazionale, sino alla propria “riabilitazione” ufficiale nel 2003.

La fine dell'ombrello protettivo del Cremlino, l'aggressione imperialista all'Irak del 91, le crescente pressione minacciosa del fondamentalismo islamico ai confini ( Algeria) col rischio di una sua penetrazione in Libia, spinsero Gheddafi in breve tempo ad una radicale ricollocazione politica.

Si intraprese un piano di liberalizzazioni interne, si riaprirono le porte alle banche straniere,si offrirono all'imperialismo laute concessioni nello stesso campo petrolifero, si donarono sontuose commesse in campo infrastrutturale ai capitali italiani e francesi, si assunse il ruolo di spietato gendarme delle politiche xenofobe della U.E., si aprì alla distensione con l'Egitto e lo stato Sionista. Chiedendo in cambio non solo la rinuncia dell'imperialismo a rovesciare il regime, ma uno spazio di inserimento attivo nel capitale finanziario d'occidente: la Libia prima azionista della principale banca italiana ( Unicredit)si afferma in questo contesto.

 

Questa svolta ha avuto ricadute importanti in Libia. Al carattere oppressivo della dittatura si è aggiunta la crescita sensibile delle disuguaglianze sociali, a fronte di stipendi fermi già da ventanni. Da un lato liberalizzazioni e privatizzazioni, unite alle crescenti comunioni d'affari con i capitalisti europei, hanno accresciuto il privilegio sociale della casta di regime a partire dalla famiglia (larga) di Gheddafi, rendendo il sopruso politico ancora più odioso. Dall'altro il mantenimento dei sussidi sociali non ha potuto evitare l'aumento consistente della disoccupazione giovanile ( specie intellettuale), caratteristica comune a tutti i paesi del Maghreb.: Il reddito procapite in Libia è sicuramente più alto che in Tunisia e in Egitto, ma solo grazie alla tradizionale media del pollo. Infine il rimescolamento sociale innescato dalla crescente integrazione col capitale straniero ha corroso i vecchi equilibri tribali e territoriali, moltiplicando ataviche contraddizioni e tensioni ( in particolare tra Cirenaica e Tripolitania), a tutto danno della stabilità del regime e dell'unità dell'esercito.

 

La verità è che la storia libica e la sua parabola è un ulteriore lezione per tutti i sostenitori, più o meno acritici, dei regimi militari “progressisti” ( alla Chavez, per intenderci).

Non solo questi regimi non realizzano né possono realizzare, per definizione, il potere dei lavoratori e delle masse, ma la loro stessa autonomia dall'imperialismo è inevitabilmente parziale,fragile , transitoria, esposta prima o poi al riflusso della normalizzazione. Questa è la realtà attuale del regime di Gheddafi . Non vederlo, e continuare a riproporre 40 anni dopo, pur con qualche comprensibile prudenza, la vecchia mitologia del Leone del deserto, significa non fare alcun bilancio degli errori passati e disarmare la politica rivoluzionaria di fronte allo scenario nuovo della rivoluzione araba.

 

 

LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBIA: “GUERRA CIVILE” O “RIVOLUZIONE”? TANTA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

 

Ma c'è di più.

Dopo aver rimosso in sede “logica” la base materiale di una possibile rivoluzione libica ( Se Gheddafi è antimperialista e le masse vivono bene grazie ai sussidi, perchè dovrebbero fare una rivoluzione? ) gli intellettuali neostaliniani negano in sede empirica l'evidenza stessa della rivoluzione in corso: si tratterebbe tuttalpiù di una “guerra civile”, ordita e preordinata dietro le quinte ; e in ogni caso come si può chiamare “rivoluzione” l'innalzamento della bandiera monarchica?

 

Questa costruzione è un non senso. Che somma in sé l'assoluta incomprensione della realtà storica delle rivoluzioni, con l'assoluta incomprensione della concretezza degli avvenimenti in corso. Soffermiamoci su entrambi gli aspetti.

 

Non so come i compagni Burgio, Cararo o Dinucci immaginano una rivoluzione. Pare che la immaginino come un percorso rettilineo, segnato dalla coscienza di massa, illuminato da un chiaro programma, sorretto da un blocco sociale omogeneo.( E per questo..rinviabile alla notte dei tempi). Disgraziatamente una simile rivoluzione è sconosciuta alla storia dell'umanità. Le rivoluzioni reali, non quelle immaginarie, sono processi molto complessi. Non sono sospinte dalla coscienza ma dal bisogno e dall'odio contro l'oppressione. Proprio perchè mobilitano grandi masse ( altrimenti non sarebbero rivoluzioni) trascinano nell'arena della lotta i più diversi strati sociali, le più diverse culture e tradizioni, ragioni e interessi profondamente contraddittori. Così è stato sempre. E tanto più quando la rivoluzione si leva contro regimi dittatoriali pluridecennali, che per loro natura hanno bloccato per lungo tempo ogni forma di dialettica pubblica e di selezione delle rappresentanze politiche, unificando contro di sé un indistinto moto democratico per la “libertà”. E' appena il caso di ricordare che la prima rivoluzione russa contro lo zarismo del 1905 iniziò sotto le insegne del prete Gapon ( poi rivelatosi agente dello Zar)... Il compito dei comunisti non è quello di negare la rivoluzione perchè non corrisponde ad una forma pura ideale ( inesistente), ma di intervenire nelle rivoluzioni reali per sviluppare la loro coscienza , contrastare l'egemonia di forze politiche o culturali avverse ( inevitabile nella prima fase), ricondurre le aspirazioni sociali e politiche progressive delle masse ad uno sbocco di classe anticapitalista.

 

Le rivoluzioni arabe in corso contro regimi ventennali ( Tunisia), trentennali ( Egitto), quarantennali( Libia), pongono ai comunisti esattamente questo problema.

I processi in corso hanno caratteristiche diverse a seconda dei diversi contesti nazionali. In particolare sono diversi i canali organizzatori e politici della sollevazione, e la dinamica delle forze sociali. Ma ovunque la vera bandiera immediatamente unificante dei moti rivoluzionari non è stata sociale ma politica: la cacciata dei regimi, il rovesciamento degli oppressori. Proprio per questo la bandiera politica ha aggregato attorno a sé ragioni sociali profondamente contraddittorie, che tendono a conquistare la scena subito dopo il rovesciamento dei tiranni. La grande ascesa degli scioperi operai in Egitto, dopo la caduta di Mubarak in aperta collisione col “nuovo” potere militare provvisorio (e la borghesia egiziana che lo sorregge) è al riguardo emblematico.

La rivoluzione libica si colloca, con le sue specificità, in questo quadro generale.

La bandiera unificante di larga parte della società libica in rivolta è la caduta di Gheddafi, la punizione dei suoi crimini, il varo di una costituzione, libere elezioni. Sono le classiche rivendicazioni di una rivoluzione democratica.

 

La bandiera “monarchica”? E' semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia ( giustamente rovesciata nel 69) è un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. Oltretutto l'opposizione monarchica è quasi inesistente in Libia, e debolissima nell'emigrazione, come documenta lo stesso storico Del Boca. Quella bandiera rappresenta sul piano simbolico, nel deserto dei riferimenti culturali e politici, il punto di identificazione e aggregazione disponibile dopo 40 anni di regime contro il regime. Nella percezione di massa è il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si può non vederlo?

 

Un fatto “preordinato e organizzato”, a differenza che in Tunisia e in Egitto, e dunque longa manus di “forze straniere”?. E' una sciocchezza dietrologica tipica della mentalità staliniana, che ignora la realtà dei fatti. La cronaca della insurrezione di Bengasi, guida della rivoluzione, è ormai di dominio pubblico, persino nei particolari, confermati peraltro dalle più disperate fonti documentali e testimonianze. Le prime manifestazioni anti regime del 15 febbraio, convocate via internet, a base prevalentemente giovanile e studentesca, sono state aggredite a fucilate da forze mercenarie direttamente guidate da Karmis, figlio di Gheddafi, che ordinava all'esercito di partecipare alla repressione. L'orrore per la carneficina compiuta, in una città già colpita ripetutamente dalla violenza criminale del regime, ha prodotto la sollevazione popolare. Gli stessi comandi dell'esercito hanno a quel punto disertato gli ordini di Gheddafi, si sono ammutinati, e hanno aperto le caserme e i depositi d'armi, consentendo l'armamento popolare. Il giorno 20 Bengasi è stata liberata: e la sua liberazione ha prodotto un effetto domino in tutto l'est della Libia, con una dinamica analoga ( sollevazione popolare, ammutinamento di truppe, armamento popolare). Dov'è in tutto questo la regia occulta di un diavolo misterioso? Come si fa a non vedere che la rivoluzione libica è figlia della rivoluzione araba, sospinta dai fatti di Tunisia ed Egitto, animata dalla stessa volontà di libertà e di riscatto che sta attraversando, in forme diverse, tutti i popoli arabi? Dopo aver descritto il crollo dello stalinismo internazionale nell'89 come complotto dell'imperialismo, vogliamo rappresentare come complotto dell'imperialismo la stessa rivoluzione araba( contro regimi alleati.. dell'imperialismo)?

 

Ma in Libia c'è “una guerra civile, non una rivoluzione”, si afferma. Ma perchè, una rivoluzione non può forse trascinare con sé una guerra civile? Le grandi rivoluzioni della storia non sono state anche guerre civili? La rivoluzione inglese del 1640, la rivoluzione francese del 1789-93, la stessa rivoluzione russa dell'ottobre 17, non si sono risolte anche in guerre civili? La stessa guerra di liberazione in Italia nel 43-45 ( tradita nelle sue aspirazioni rivoluzionarie dal PCI di Togliatti) non ha forse intrecciato sollevazione popolare e guerra civile? Si potrebbe continuare. E' vero: in Tunisia e in Egitto il primo passaggio della rivoluzione, con la caduta di Ben Alì e Mubarak, non ha comportato la guerra civile, nonostante le centinaia di morti assassinati; per il semplice fatto che in entrambi i casi la forza popolare ha paralizzato l'esercito, la polizia si è disgregata, lo stesso imperialismo ha premuto dall'esterno su forze militari da sé finanziate e influenzate perchè evitassero un bagno di sangue dalle conseguenze imprevedibili, e cercassero di riprendere il controllo politico della situazione ( cosa come si vede non facile né a Tunisi né a Il Cairo).

In Libia è diverso, per un insieme di ragioni particolari: la famiglia Gheddafi non ha lo spazio di fuga disponibile per Ben Alì e Mubarak; il regime dispone, nella capitale, di uno spazio di arroccamento e tenuta militare superiore ; Gheddafi controlla forze mercenarie consistenti; lo spazio di influenza e condizionamento politico dell' imperialismo su Gheddafi e il suo apparato militare è, per ragioni storiche, molto minore di quello esercitabile sul regime egiziano. In questo quadro la volontà di Gheddafi di resistere a Tripoli può trascinare una guerra civile ( offrendo all'imperialismo uno spazio di possibile intervento esterno, proprio in assenza di una leva politica interna). Ma per quale ragione questa guerra civile annullerebbe il confine tra rivoluzione e controrivoluzione? Oppure si vuol suggerire, implicitamente, una linea politica di difesa del regime di Gheddafi contro la rivoluzione libica, in perfetta consonanza con la posizione assunta dal regime di Chavez e da Fidel Castro? In questo caso ne guadagnerebbe la chiarezza, e si avrebbe il coraggio di un'assunzione di responsabilità. Certamente molto impegnativa e rivelatrice.

 

 

PER LO SVILUPPO ANTICAPITALISTA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

 

Naturalmente il pieno sostegno alla rivoluzione libica non può affatto tradursi in un affidamento ingenuo agli eventi. Il rovesciamento rivoluzionario del regime di Gheddafi sarebbe un fatto assolutamente positivo ma non concluderebbe la rivoluzione: aprirebbe al contrario una sua nuova fase, ricca di incognite e di contraddizioni, e dunque una nuova agenda di problemi e di compiti.

 

Anche in Libia, come in Tunisia e in Egitto, - seppur con una debolezza e dispersione molto maggiore- sono all'opera forze diverse interessate a subordinare la rivoluzione libica ad uno sbocco limitato e parziale o ad una piena riconciliazione storica con l'imperialismo. Il pericolo non viene oggi dal panislamismo, la cui presenza nella rivoluzione araba è oggi complessivamente molto limitata, e che è molto marginale nella stessa Libia ( la tradizione Senussita della Cirenaica non è affatto integralista). Viene piuttosto dal lavorio degli ambienti tribali, interessati a riprendere il controllo della situazione dopo che la rivoluzione- specie tra i giovani- ha scosso il dominio dei clan travalicando i loro confini. Viene da settori militari del vecchio regime che hanno abbandonato la nave che affonda, ma che non sono disposti ad abbandonare i propri privilegi e il proprio status sociale. Viene dagli ambienti libici dei nuovi arricchiti, sviluppatisi nel decennio di apertura all'imperialismo, e spesso intrecciati col mondo degli affari occidentale. Queste forze non hanno oggi un asse di unificazione e un progetto univoco, anche in ragione dei loro interessi contrastanti. Ma hanno uno scopo comune: bloccare la rivoluzione popolare, ostacolare la piena realizzazione delle sue stesse rivendicazioni democratiche, impedire in ogni caso la sua trascrescenza in rivoluzione sociale, anticapitalista e antimperialista. Sono le stesse forze che possono essere interessate all'intervento dell'imperialismo in Libia, come fattore di stabilizzazione politica e restaurazione dell'ordine: un ordine senza Gheddafi- ormai fattore di guerra civile con tutti i suoi rischi- ma certo segnato dal pieno ristabilimento delle gerarchie dominanti.

 

Le masse libiche insorte hanno un interesse esattamente opposto, al pari delle masse tunisine ed egiziane: impedire il tradimento della propria rivoluzione. Da qui un programma d'azione conseguente: sviluppare sino in fondo le proprie rivendicazioni democratiche, a partire dalla rivendicazione di una Assemblea Costituente realmente libera e sovrana che sottragga a capi clan, generali, uomini d'affari la definizione del nuovo ordine politico; sviluppare i liberi comitati popolari che sono nati a Bengasi e Tabruk, allargare la loro base sociale, dar loro un carattere elettivo, coordinarli progressivamente su scala locale e nazionale, a partire dalla Libia già liberata: per farne gli strumenti dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo; rifiutarsi di consegnare le armi ai nuovi generali, come pretendono i comandanti militari a Bengasi: ed anzi estendere l'armamento popolare , integrare parallelamente rappresentanze militari elette dai soldati nelle strutture dei comitati popolari, organizzare ovunque la propria forza indipendente . Contemporaneamente, sul piano sociale, si tratta di affermare un programma autonomo e complementare: respingere ogni apertura alle liberalizzazioni di mercato, revocare le liberalizzazioni già effettuate, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e senza indennizzo tutte le leve vitali dell'economia del paese, annullare tutti i patti subalterni realizzati dal regime con l'imperialismo ( a partire dalla chiusura immediata dei campi di concentramento dei migranti d'Africa).

La lotta per questo programma non solo sancirebbe l'autonomia politica del movimento operaio e popolare da tutte le forze della borghesia libica , ma darebbe un importante contributo al dispiegamento in avanti della rivoluzione egiziana e tunisina, in un passaggio cruciale.

 

 

CONTRO OGNI INTERVENTO DELL' IMPERIALISMO IN LIBIA. MA IN NOME DELLA RIVOLUZIONE NON DI GHEDDAFI

 

E' da questo punto di vista rivoluzionario, e non da quello opposto filo-Gheddafi, che va denunciata e respinta nel modo più netto ogni ipotesi di intervento imperialista in Libia.

Se l'imperialismo oggi ha allo studio un possibile intervento in Libia, non è perchè vuole rimuovere Gheddafi ( già peraltro dato per spacciato). Ma perchè vuole bloccare la rivoluzione libica e l'estensione ulteriore della rivoluzione araba. Questo è il suo problema.

 

L'imperialismo non ha mai avuto scrupoli democratici e scopi umanitari. Tutta la sua storia ha militato contro la democrazia e contro l'umanità. La sua unica vocazione è il dominio sui popoli e il controllo sul pianeta. Non sono oggi le crudeltà del regime di Gheddafi a colpire la sensibilità di chi bombarda l'Afghanistan ed appoggia le barbarie del sionismo. Ma piuttosto l'instabilità politica della Libia, la messa a rischio delle sue riserve petrolifere, la possibilità di un ulteriore espansione del contagio rivoluzionario in Medio Oriente a tutto danno degli interessi strategici dell'imperialismo e dello Stato sionista ,in uno scacchiere decisivo degli equilibri mondiali, presenti e futuri. Intervenire in Libia , dietro il pretesto ipocrita del soccorso umanitario, potrebbe voler dire riconquistare una leva di manovra nell'intero Maghreb, condizionare sviluppi e sbocchi dei processi politici in atto nella regione, far pesare sino in fondo la propria forza deterrente. Peraltro le stesse contraddizioni interimperialistiche spingono nelle stessa direzione. Stati Uniti e Gran Bretagna sono i più attivi nell'ipotizzare un intervento, perchè pensano a rimpiazzare gli interessi imperialistici europei maggiormente colpiti ( Italia e Francia), e ad aprire un più vasto canale di intervento diretto in Africa in funzione anticinese. La Francia vorrebbe evitare questa manovra, a difesa della propria vecchia area d'influenza in Africa. Ma non sa bene come fare. L'imperialismo italiano, principale vittima della caduta di Gheddafi ( e non solo per la questione profughi) cerca di recuperare in estremis il ritardo accumulato per non restare tagliata fuori da un eventuale ripartizione delle zone d'influenza. Qual'è l'unico vero elemento unificante dell'imperialismo, in questo sgomitamento di tutti contro tutti? La liquidazione della rivoluzione araba. Per questa stessa ragione la difesa e lo sviluppo della rivoluzione araba, senza defilamenti, deve costituire l'elemento unificante di tutte le forze coerentemente antimperialiste.

“Sia il popolo libico insorto a regolare i conti con Gheddafi, non le vecchie potenze coloniali contro il popolo libico ed arabo!”

 

Questa parola d'ordine è tanto più importante in Italia, vecchia potenza dominatrice sulla Libia: che oggi celebra il centenario esatto dell'invasione coloniale italiana da parte del governo liberale “progressista” di Giolitti ( 1911), sotto la pressione del Banco di Roma. “Giù le mani dalla Libia, pieno sostegno alla rivoluzione libica contro Gheddafi e l'imperialismo italiano”, è la rivendicazione doverosa del movimento operaio del nostro Paese. In continuità con l'opposizione all'invasione della Libia che il Partito Socialista Italiano sostenne nel 1911. E come vero atto di riparazione contro la barbara oppressione italiana sul popolo libico per quasi mezzo secolo ( sterminio della resistenza libica, uso dei gas asfissianti, varo dei campi di concentramento.., già all'epoca del “democratico” Giolitti).

Ma questa posizione ha un senso progressivo se muove dal sostegno alla rivoluzione, non alla controrivoluzione ( o a un insostenibile neutralismo tra regime libico e popolo insorto.)

 

 

COMUNISTI E STALINISTI DI FRONTE ALLA LIBIA: UNA DISCUSSIONE RIVELATRICE

 

In conclusione. Questo confronto sulla questione libica tra rivoluzionari e forze neostaliste, non rappresenta affatto la semplice manifestazione di una divergenza occasionale, seppur importante, di “politica estera”. Al contrario: rappresenta, da un angolazione particolare, la cartina di tornasole di orientamenti programmatici contrapposti.

 

Un partito rivoluzionario che assume il comunismo non come etichetta ideologica, ma come programma per la conquista del potere da parte dei lavoratori e delle masse- in Italia come su scala internazionale- è portato da questo stesso programma a riconoscere i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, a difenderli, a intervenire sulle loro inevitabili contraddizioni, a cercare di sviluppare una loro direzione politica alternativa nella prospettiva del governo dei lavoratori e delle masse povere.

 

Gruppi o partiti che invece si richiamano al comunismo come eredità ideologica dello stalinismo, senza programma rivoluzionario, senza lotta reale per il potere, sono portati ad assumere come riferimento internazionale centrale non la dinamica reale della lotta di classe e delle rivoluzioni, ma il posizionamento politico e diplomatico del proprio “campo” statuale di riferimento: una volta l'Urss, anche quando nel nome degli interessi della burocrazia sovietica si trattava di tradire la rivoluzione spagnola o la resistenza italiana; oggi, più modestamente, la Cina o il Venezuela di Chavez, anche quando questo significa tradire ( in questo caso fortunatamente senza conseguenze dirette) la rivoluzione libica ed araba.

 

E ' la riprova, una volta di più, che la rottura con lo stalinismo e la sua scuola è la condizione necessaria per orientare la politica rivoluzionaria nel passaggio d'epoca che stiamo vivendo.

 

MARCO FERRANDO  27 Febbraio 2011

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rivoluzione in Libia
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PIENO SOSTEGNO ALLA RIVOLTA LIBICA.
CONTRO GHEDDAFI E BERLUSCONI.

(20 Febbraio 2011)

La rivolta popolare della Cirenaica contro il regime di Gheddafi è la continuità della rivoluzione araba iniziata in Tunisia e in Egitto. Un regime sostenuto per dieci anni dai governi italiani di ogni colore sta cercando di annegare nel sangue la rivolta di massa per la libertà. Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di sostenere tale rivolta contro Gheddafi e contro il suo protettore Berlusconi, organizzando da subito il presidio dell'ambasciata e dei consolati libici.
Berlusconi e Bossi sono i primi complici di Gheddafi e dei suoi crimini. Lo hanno coperto di miliardi in cambio di commesse per i capitalisti italiani e di campi di prigionia ( e di tortura) per i migranti d'Africa, col contorno di amazzoni e scambi “culturali” tra Sultani. Il silenzio di Berlusconi sulla strage in corso è solo la confessione ipocrita di questa complicità. Per questo il sostegno alla rivoluzione libica è parte integrante della lotta per rovesciare Berlusconi e aprire la via di una alternativa vera.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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APPELLO
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APPELLO A TUTTE LE SINISTRE- POLITICHE, SINDACALI, DI MOVIMENTO - E A TUTTO L'ASSOCIAZIONISMO  DEMOCRATICO ANTIBERLUSCONIANO:

(15 Febbraio 2011)

FARE COME IN TUNISIA E IN EGITTO
UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE SU PALAZZO CHIGI PER IMPORRE A BERLUSCONI LE DIMISSIONI.
 
 
Mentre le classi dirigenti del Paese scatenano una guerra sociale contro il mondo del lavoro e la giovane generazione, precipita la crisi politica e istituzionale della seconda Repubblica. Senza che le opposizioni parlamentari sappiano indicare una via d'uscita positiva per le ragioni dei lavoratori, dei giovani, delle donne.
 
Il governo Berlusconi cerca di sopravvivere alla propria crisi accentuando tutti i suoi aspetti più reazionari: le pose bonapartiste del Capo, il disprezzo delle formalità democratiche, la corruzione più sfrontata dei parlamentari, sullo sfondo della prostituzione di regime. Mentre  Confindustria ottiene il sostegno alle peggiori misure contro i lavoratori, la scuola pubblica , i diritti sindacali. E il Vaticano incassa ulteriori regalie in cambio dell' assoluzione del Sultano e dei suoi “peccati”.
 
A loro volta le opposizioni parlamentari appaiono paralizzate dalla propria crisi e dal proprio stesso disegno: volendo rimpiazzare Berlusconi con un governo affidabile per gli industriali, i banchieri, i vescovi, non possono mobilitare contro Berlusconi le energie dei lavoratori e delle masse. Per questo si oppongono ad ogni sciopero generale, e progettano grandi alleanze  trasformiste estese addirittura a partiti clericali, a settori della destra, eventualmente persino alla Lega.
 
Il risultato è che Berlusconi resta in sella, col rischio di un ulteriore slittamento reazionario dell'intero quadro politico e sociale.
 
E' necessaria una svolta. Sono i lavoratori e le grandi masse popolari che possono porre fine al governo Berlusconi aprendo la via di una vera alternativa.
 
In questi mesi nelle strade e nelle piazze di tutta Italia - seppur in modo discontinuo- si è manifestata un'opposizione di massa. Le  mobilitazioni dei metalmeccanici e della Fiom ad Ottobre e a Gennaio. Le lotte degli  studenti a Dicembre. Le  manifestazioni delle donne il 13 Febbraio, hanno rivelato, in forme diverse, un potenziale enorme di ribellione. Questo potenziale non deve essere disperso, né subordinato alle manovre di palazzo. E' giunto il momento di unificarlo in una grande azione di massa, di carattere straordinario, capace di imporre una svolta:
 
UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE DI LAVORATORI, GIOVANI, DONNE, SU PALAZZO CHIGI, CON L'ASSEDIO PROLUNGATO E DI MASSA DEI PALAZZI DEL POTERE, SINO ALLA CADUTA DEL GOVERNO.
 
Le sollevazioni popolari di Tunisia ed Egitto hanno dimostrato una volta di più che la forza delle grandi masse è capace di rovesciare in poche settimane regimi trentennali: sbaragliando la loro reazione, dividendo sul campo le loro forze, costringendoli infine alla resa. Il governo Berlusconi, tanto più oggi, non è  certo più forte del regime di Ben Alì o di Mubarak. I lavoratori, i giovani, le donne del nostro Paese- se uniti- non sono certo più deboli dei lavoratori e dei giovani di Tunisia ed Egitto.
 
E' il momento di rompere il muro dello scetticismo o della rassegnazione. E' il momento di uscire dalla logica delle pure manifestazioni di denuncia e di propaganda. E' il momento di fare come in Tunisia e in Egitto. Persino costituzioni liberali riconoscono il diritto popolare alla sollevazione contro governi corrotti e reazionari. Nulla è più democratico che rovesciare un governo basato sulla menzogna e sulla corruzione.
 
Non serve chiedere a Berlusconi le dimissioni. Occorre imporgliele. Per questo ci rivolgiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento; a tutte le forze dell'associazionismo democratico; a tutte le strutture popolari impegnate quotidianamente nella battaglia sociale e democratica , per promuovere insieme la marcia nazionale sul governo e aprire dal basso una pagina nuova: che rimuova finalmente le classi dirigenti del Paese.
 
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
15/2/11
 
 
( ATTORNO A QUESTO APPELLO VOGLIAMO APRIRE UNA DISCUSSIONE PUBBLICA TRA LE FORZE DELL'OPPOSIZIONE OPERAIA E POPOLARE,A OGNI LIVELLO, RACCOGLIENDO ADESIONI E OSSERVAZIONI.)

Partito Comunista dei Lavoratori

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la rivoluzione egiziana
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LA RIVOLUZIONE EGIZIANA.
 
 
 
La rivoluzione egiziana è in pieno corso. Il suo impatto è enorme per il Medio Oriente, e di riflesso, per l'intero scenario internazionale. Scrivo queste righe in un momento cruciale dello scontro in atto tra rivoluzione e controrivoluzione in piazza Tahrir al Cairo: il cui esito sarà decisivo sulla direzione di marcia degli avvenimenti. Ma è necessario già oggi formulare una prima analisi, seppur provvisoria, della situazione e definire la nostra posizione generale.
 
Da 11 giorni una gigantesca sollevazione popolare attraversa l'Egitto. A Il Cairo, Alessandria, Suez, e in decine di altre città, larga parte della società egiziana si è levata contro un regime dispotico trentennale, ponendolo con le spalle al muro.
Questa sollevazione è stata indubbiamente innescata dalla rivoluzione tunisina. Ma le fascine dell'esplosione si erano accumulate per lungo tempo nelle pieghe della società egiziana.
 
 
LE BASI SOCIALI DELLA RIVOLUZIONE. E DEL REGIME
 
Il capitalismo egiziano, sotto il profilo strettamente economico, non è affatto in crisi: al punto che negli anni della grande crisi capitalistica mondiale (2007-2009) l'Egitto ha continuato a registrare tassi di crescita del PIL assai elevati ( tra il 5% e il 7%). Ma  questo sviluppo capitalistico è stato trascinato (e distorto) dai massicci investimenti imperialisti legati alle privatizzazioni del regime e alle delocalizzazioni produttive;  si è appoggiato sul supersfruttamento della classe operaia e sulla miseria crescente di grandi masse, urbane e rurali; si è combinato con l'arricchimento sfarzoso di una casta di regime parassitaria, nutrita dalle tangenti occidentali e dalle donazioni americane. Un proletariato immiserito e al tempo stesso sempre più esteso e concentrato ( a partire dall'industria) a fronte di una borghesia nazionale subalterna all'imperialismo e infeudata al regime: queste le classi fondamentali della società egiziana. In mezzo una vasta massa piccolo borghese irrequieta, frustrata nelle sue aspirazioni sociali dai clientelismi sfacciati del regime; un consistente settore di pubblico impiego statale relativamente “privilegiato”; un'ampia area diseredata di sottoproletariato urbano. Il tutto in una Paese in cui oltre il 60% degli abitanti ha meno di 30 anni: ciò che rappresenta un enorme bacino di energie fresche, non rassegnate, non comprimibili all'infinito.
 
Sarebbe sbagliato pensare che il regime di Mubarak non disponesse ( e non disponga) di una sua base sociale di sostegno. L'apparato poliziesco del regime ha una consistenza enorme ( tra forze regolari, forze irregolari, relativi parentati). Il settore pubblico impiegatizio è largamente selezionato con criteri clientelari ed è dipendente dal regime. L'economia turistica vede una forte presenza di fiduciari di corte, e raccoglie attorno a sé una miriade di interessi particolari in qualche modo “nutriti” e controllati da Mubarak. La vasta campagna egiziana è culturalmente arretratissima, e da sempre subalterna al governo.( Non a caso la base sociale della massa reazionaria che oggi Mubarak ha scagliato contro la rivoluzione è popolata da tali soggetti).
Ma la parte maggioritaria della società egiziana era da tempo ostile al regime, a partire dalle grandi città e dalla giovane generazione. Il proletariato di fabbrica, l'enorme riserva della disoccupazione intellettuale, vasti settori della piccola borghesia cittadina e delle masse più povere della popolazione, hanno composto progressivamente il blocco sociale dell'opposizione a Mubarak. Con una particolare concentrazione nel Nord dell'Egitto. E con un ruolo propulsivo e crescente della classe operaia industriale.
 
IL RUOLO DEL PROLETARIATO
 
A partire dal 2007 iniziava in Egitto la più grande ascesa di scioperi operai dagli anni '40. Il progressivo aumento dei prezzi dei generi alimentari( legato indirettamente alla crisi internazionale) assieme alla prolungata compressione dei salari ( quale condizione degli investimenti imperialisti e dunque delle relative tangenti di regime) ha spinto  il moltiplicarsi delle lotte salariali nelle fabbriche. La spinta salariale è stata tanto pressante che persino il sindacato ufficiale legato al regime ha dovuto ripetutamente intercedere presso Mubarak per chiedere l'aumento dei minimi salariali al fine di “evitare agitazioni”( l'ultima intercessione ufficiale è, significativamente, del 14 Gennaio). Il regime ha sempre risposto o con concessioni irrisorie ( ultimamente il salario minimo è stato lievemente accresciuto) o molto più spesso col piombo: tra il 2006 e il 2010 sono centinaia gli operai assassinati dalla polizia nel corso di scioperi. Ma ciò non ha fermato le lotte, le ha semmai radicalizzate ed estese. Proprio il 2010 ha visto una ripresa massiccia degli scioperi nelle aziende meccaniche, nelle fabbriche tessili, nelle raffinerie, moltiplicando gli scontri non solo col padronato, spesso straniero, ma con l'apparato poliziesco al suo servizio. La classe operaia egiziana ha dunque rappresentato nell'ultimo quinquennio la principale forza sociale di opposizione a Mubarak, non solo nei fatti ma nella stessa percezione di vasti strati popolari e settori intellettuali della gioventù. Non a caso il movimento “6 Aprile”- nato in ricordo degli operai uccisi in uno sciopero del 2008- è stato, tra i giovani, il principale  riferimento dell'esplosione popolare del 25 Gennaio 2010.
 
LA CENTRALITA DELLE RIVENDICAZIONI POLITICHE.  RUOLO  E CONTRADDIZIONI DELL'ESERCITO
 
Lo scontro tra lotte economiche, repressione statale, sordità di regime, ha favorito sempre più l'affacciarsi, tra le masse, di rivendicazioni politiche. Che sono oggi dominanti nella rivoluzione.
 
Più ancora che in Tunisia, la rivendicazione unificante della rivolta è direttamente politica : “Via Mubarak, diritti, libertà”. Il fronte sociale della sollevazione di massa è vastissimo e socialmente molto composito. Ma ogni soggetto traduce le proprie diverse ragioni sociali nella comune volontà di cacciare il regime. “Via Mubarak” è una rivendicazione  preliminare, assoluta, non negoziabile, nel senso comune di vaste masse. E' stata questa radicalità il carburante della resistenza alla polizia, e della occupazione di massa e ad oltranza di strade e di piazze,  che ha tagliato gli spazi di manovra del regime. E proprio questa radicalità ha spostato in avanti la frontiera dello scontro, ponendo tutto il fronte avversario di fronte ad un problema nuovo: non come evitare una rivoluzione, ma come risponderle.
 
La risposta repressiva del regime, nei primi giorni della sollevazione, è fallita. Ha provocato quasi 300 morti nelle strade, ma non ha fermato la rivolta. E' accaduto l'opposto. E' la dilagante rivolta di massa che ha liquidato la carta poliziesca, costringendo Mubarak a ritirare la polizia nelle caserme, e ad affidarsi alla Forze Armate come custodi del “coprifuoco”. Ma anche la carta militare si è rivelata spuntata. Una massa di popolo rivelatasi capace di respingere l'urto poliziesco, e incoraggiata dal suo stesso successo, ha prima respinto l'invito militare a ritornare nelle case, e poi ha avvolto e circondato le truppe con la carica del proprio  entusiasmo: sino a produrre innumerevoli casi di fraternizzazione coi soldati. É questo un punto decisivo di svolta. Mubarak si era affidato ai comandi militari come soluzione estrema contro la rivoluzione. Ma la rivoluzione ha privato i comandi militari di una base certa d'appoggio, convincendoli che la loro truppa non è più impiegabile contro il popolo: se non al rischio di spezzare l'esercito e di radicalizzare la rivoluzione oltre la soglia di ogni possibile controllo. Da qui il distacco di larga parte della gerarchia militare da Mubarak e l'”apertura” formale alle ragioni della rivolta: è il modo con cui l'esercito borghese d'Egitto, foraggiato e armato dall'imperialismo, prova a candidarsi a risolutore della crisi e a guida della transizione postMubarak. L'imperialismo USA, non a caso, punta proprio sull'esercito per pilotare una soluzione della crisi che preservi il controllo imperialista sull'Egitto e la continuità della sua politica estera filosionista.
 
LA DISPERAZIONE CONTRORIVOLUZIONARIA DI MUBARAK
 
Scaricato dall'esercito, e messo alle corde dalla rivoluzione, Mubarak ha giocato il 3 e 4 Febbraio la carta disperata di un tentativo controrivoluzionario. Se non per capovolgere la situazione, quantomeno per condizionare ( o spaccare) l'esercito e aprire uno spazio negoziale per la propria sopravvivenza politica. L'aggressione squadrista alla piazza Tahrir aveva esattamente questo significato: mobilitare settori sociali realmente legati a Mubarak,  sotto la direzione e regia di ambienti polizieschi e di quadri di partito, per risollevare le sorti del regime.
 
Impressionante per la sua imprevista consistenza e determinazione militare, l'aggressione reazionaria ha tuttavia mancato il suo obiettivo. Non solo la piazza della rivoluzione ha resistito e non è stata sgomberata, ma i comandi militari, dopo un iniziale incertezza, hanno rifiutato l'appoggio alla reazione e  a Mubarak. Con l'esplicito consenso di un governo USA che ritiene irreversibile la caduta del regime, e non vuole gettarsi in avventure senza speranza proprio per potersi garantire il controllo politico della successione.
 
 
IL RUOLO DEL FRONTE DEMOCRATICO, DEI FRATELLI MUSULMANI, DELLE “SINISTRE” EGIZIANE
 
Contenere la rivoluzione egiziana nei limiti della continuità dell'ordine borghese e del controllo imperialista: questa è la parola d'ordine della borghesia egiziana , del suo apparato militare, dell'amministrazione americana.
Non è un compito facile. Sia per la radicalizzazione in atto delle grandi masse, spinte in avanti dal proprio stesso coraggio. Sia per il fatto che trent'anni di regime ( e la continuità in varie forme di un controllo militare sulla vita politica e civile dal
1952) hanno emarginato o dissolto le vecchie forze politiche borghesi e i loro strumenti di controllo “democratico” sulle masse. Ma questo è il tentativo in atto.
Il “Comitato delle opposizioni” che si è creato è parte di questo progetto. Ne fanno parte tutte le forze politiche antiMubarak e tutte le correnti della rivolta. Con un equilibrio interno significativamente capovolto rispetto al loro ruolo nella rivoluzione e alla loro reale rappresentatività di massa. Il movimento “6 Aprile”, riferimento dell'insurrezione, vi ha una presenza poco più che simbolica.  Mentre la parte dominante è occupata da un mosaico di piccole forze borghesi (.Associazione nazionale per il cambiamento, Wafd Party, Al Ghad party,.), assolutamente marginali nella rivoluzione, ma dotate di buoni rapporti con le gerarchie militari e/o con l'imperialismo. La figura centrale di El Baradei, quale portavoce ufficiale del comitato è emblematica: la rappresentanza della rivoluzione è affidata a un consumato diplomatico borghese, per lungo tempo collaboratore e amico di Mubarak, stabile frequentatore della Casa Bianca. Il programma del Comitato non è meno indicativo: un governo di Unità Nazionale, concordato con l'esercito, che promuova elezioni politiche, ristabilisca l'ordine, garantisca l'imperialismo, i suoi profitti e i suoi interessi strategici in Medio Oriente. Il negoziato in corso con Suleiman ( vicepresidente nominato da Mubarak e capo da 40 anni dei servizi segreti egiziani) per concordare “una via d'uscita onorevole” del Rais in cambio del ritorno alla pace sociale, sta dentro questa cornice.
 
Questa operazione sconta diverse difficoltà di ordine interno: nel rapporto con le forze del vecchio regime, che restano assai consistenti nell'apparato statale; nell'equilibrio tra forze politiche civili e vertici militari; nel braccio di ferro tra le stesse rappresentanze politiche borghesi. Ma al momento “tiene”.
E' emblematico al riguardo l'atteggiamento dei Fratelli Musulmani, corrente storica dell'islamismo reazionario. A differenza che in Tunisia i Fratelli Musulmani sono in Egitto una presenza reale e consolidata. Per molti aspetti sono l'unica presenza organizzata e radicata nell'opposizione politica  al regime, a partire dal controllo di diversi ordini professionali delle classi medie e di strumenti di assistenza sociale. I Fratelli Musulmani sono stati sorpresi e scavalcati dalla rivolta di massa. Nei primi due giorni ( tranne che ad Alessandria) hanno scelto di starne fuori, non prevedendone la dinamica e non volendo correre “rischi”. Quando la rivoluzione è dilagata, hanno  recuperato rapidamente una propria presenza. E ora puntano ad allargarla grazie alla propria forza organizzata. Ma resta il fatto che la rivoluzione si è sviluppata fuori dai loro canali, su un binario democratico e laico, non religioso. E la loro leadership, ad oggi, punta a conquistare un proprio spazio politico riconosciuto  nel  nuovo Egitto postMubarak, rinviando per ora la battaglia per il potere. Per questo ha accettato la guida di El Baradei e ogni giorno assicura l'imperialismo sui propri buoni propositi: sino a dichiararsi disponibile a rinunciare alla propria candidatura per le future elezioni presidenziali.
L'unità nazionale in embrione è dunque già costituita.
Nel nome della rivoluzione mira di fatto a liquidarla.
 
I partiti della “sinistra” in Egitto ( Kifaya e Tagammu, due diversi assemblaggi, eterogenei e rivali, di nasseriani, socialdemocratici, liberal progressisti e stalinisti) si subordinano a questa unità e a questo progetto, all'interno del Comitato delle opposizioni. Anch'essi pronti a negoziare con Suleiman ( e i Fratelli Musulmani)il futuro “democratico” dell'Egitto, come documentano le interviste dei loro dirigenti a Il Manifesto e Liberazione. Con la benedizione internazionale di Samir Amin, di Ramonet, dell'intellettualità democratica, della cosiddetta “Sinistra Europea”.
 
 
SOLO UN GOVERNO OPERAIO, POPOLARE, DELLE MASSE POVERE, PUO' REALIZZARE LE RIVENDICAZIONI DEMOCRATICHE DELLA RIVOLUZIONE
 
Ma tutte le rivendicazioni fondamentali della rivoluzione cozzano con ogni logica di unità nazionale. Le stesse rivendicazioni democratiche sono incompatibili con la salvaguardia dell'ordine borghese. Come in Tunisia questo è il nodo strategico.
 
La prima rivendicazione democratica è la distruzione del vecchio regime. Il regime di Mubarak non si riduce alla corte dei suoi diretti fiduciari, già in via di disgregazione. Comprende l'alta burocrazia dello Stato, centrale e periferica, ed in particolare l'apparato repressivo. L'apparato repressivo è enorme: la somma di polizia militare, guardia nazionale, polizia politica “in borghese” ( i famigerati “batagi”) conta centinaia di migliaia di uomini e compone l'ossatura portante dello Stato. L'esercito egiziano è il più consistente e potente del Medio Oriente arabo: e seleziona storicamente da 60 anni i quadri dirigenti ministeriali. Nessuna reale democrazia politica è compatibile con la preservazione di questo Stato, base d'appoggio del vecchio regime, e implicato nei suoi crimini. E viceversa ogni rivendicazione coerentemente democratica di “libertà”, a partire dalla rivendicazione di una libera Assemblea costituente autenticamente sovrana, passa per lo scioglimento degli apparati repressivi, la dissoluzione della casta militare degli ufficiali, lo sviluppo dell'armamento popolare.
Non si tratta di partire da zero. La rivoluzione ha scosso l'esercito egiziano, portando migliaia di soldati dalla parte della rivolta. Parallelamente in pochi giorni settori di massa hanno affrontato la prima esperienza di “autodifesa”, contro le provocazioni della polizia politica e dei suoi saccheggi. Le ronde di lavoratori e giovani “armate di fucili da caccia e di spranghe” e impegnate a garantire l'ordine della rivoluzione sono in definitiva una prima forma, per quanto embrionale, di milizia popolare. L'ambasciatore italiano a Il Cairo ha gridato “scandalo” di fronte a questa autorganizzazione della forza. In realtà il suo sviluppo è la condizione decisiva per la difendere e far avanzare la rivoluzione. Per approfondire le contraddizioni nell'esercito. Per “dissuadere” da ogni tentazione controrivoluzionaria. Lo sviluppo di comitati operai e popolari, eletti nei luoghi di lavoro e nei quartieri, e coordinati progressivamente su scala sempre più ampia, risponde a questa necessità.
 
Lo stesso vale sul terreno economico sociale.
Le rivendicazioni sociali delle masse egiziane sono destinate ad assumere un peso centrale nella fase successiva alla caduta di Mubarak. Rimosso l'odiato Rais, milioni di lavoratori, di giovani, di disoccupati affacceranno le proprie richieste di riscatto dalla miseria e dallo sfruttamento. E' la legge di ogni rivoluzione. E tutte queste richieste chiameranno in causa la natura stessa della società egiziana e la sua subordinazione all'imperialismo. Tutte le rivendicazioni di forti aumenti salariali, di un salario minimo decente, di un salario per i disoccupati che cercano lavoro, di un sistema elementare di sicurezza sociale- richieste presenti in forme diverse dall'inizio della rivoluzione e ancor prima- mettono in discussione i due pilastri di fondo su cui si regge l'ordine dominante in Egitto: i favori compiacenti alle imprese egiziane e straniere ( che prosperano sui salari da fame degli operai) e il pagamento del debito estero a vantaggio delle banche straniere ( in primo luogo francesi, inglesi, italiane). Per questo lo sviluppo della lotta di classe non riguarda solo il terreno sindacale ( e innanzitutto le libertà sindacali) ma la struttura stessa del capitalismo egiziano e i suoi rapporti internazionali. La rivendicazione della nazionalizzazione delle grandi imprese e delle banche, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; la richiesta dell'abolizione del debito estero del Paese verso le banche, sono dunque il portato naturale delle domande sociali dei lavoratori egiziani.
Infine la rivoluzione egiziana è inseparabile dal quadro internazionale, innanzitutto medio orientale. Scardinare l'esercito borghese egiziano- compito elementare come abbiamo visto di una semplice rivoluzione democratica- significa alterare l'intero equilibrio politico e militare in Medio Oriente, e dunque entrare in collisione con l'imperialismo e il sionismo. Ciò vuol dire una cosa sola: la rivoluzione egiziana non può chiudersi in un orizzonte nazionale. Nata dalla rivoluzione di Tunisi, la rivoluzione egiziana non può fermarsi a Il Cairo. Il suo destino si gioca sullo scacchiere internazionale, a partire dal movimento di riscatto della nazione araba e di emancipazione del popolo palestinese. Impugnare questa bandiera, appellarsi apertamente alla sollevazione dei popoli arabi contro i propri oppressori, contro l'imperialismo, contro lo Stato sionista, rappresenterebbe uno straordinario rafforzamento della rivoluzione egiziana e un avanzamento di tutte le sue rivendicazioni. Non a caso il governo sionista e i regimi arabi ( inclusa la corrotta ANP) hanno dissentito stizziti dalla cauta ( e obbligata) dissociazione USA da Mubarak. Temono che possa incoraggiare di fatto al di là delle intenzioni una ulteriore propagazione della rivoluzione in terra araba. Per la stessa ragione la rottura radicale del popolo egiziano con la politica estera di Mubarak, la conseguente rottura con Israele, l'aperto sostegno alla rivoluzione araba e al diritto di piena autodeterminazione del popolo palestinese, sono un compimento obbligato della stessa rivoluzione democratica. E al tempo stesso l'apertura di un nuovo scenario internazionale.
 
Solo un governo dei lavoratori, dei contadini, delle masse povere di Egitto può realizzare questo programma e questa politica.
 
Questa è la conclusione inevitabile dell'analisi di classe della rivoluzione egiziana e della sua dinamica: contro tutte le posizioni che, nella sinistra egiziana e internazionale, si limitano a rivendicare un generico Egitto “democratico”, magari in alleanza con la borghesia nazionale“liberale”  e sotto la supervisione del “democratico” governo Usa. Questa posizione è ereditata, in particolare, dalla tradizione stalinista, che proprio in terra araba ha dato storicamente il peggio di sé ( riconoscimento staliniano dello Stato sionista, integrazione nel regime Baathista in Siria, tradimento della rivoluzione socialista in Irak negli anni '50 in nome della subordinazione al nazionalismo cosiddetto “democratico”..) contribuendo oltretutto a spianare la strada all'integralismo religioso islamico.
 
Sconfiggere questa posizione è fondamentale per il futuro della rivoluzione egiziana. Anche al fine di prevenire il rischio di uno sviluppo dei Fratelli musulmani: che un domani potrebbero dirottare verso il panislamismo masse deluse e tradite, come è avvenuto altrove ( Palestina inclusa). Lo stesso tragico epilogo della rivoluzione iraniana del 1979 - dove il partito stalinista Tudeh con la sua politica subalterna ha favorito l'avvento di un regime teocratico sanguinario- è un ammonimento prezioso per i lavoratori egiziani.
 
LA NECESSITA' DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO
 
Ma lo sviluppo anticapitalista e antimperialista della rivoluzione egiziana è tutt'altro che facile e scontato.
A differenza di tanti cantori del movimentismo e dello spontaneismo di massa, sappiamo bene che nessuna rivoluzione, neppure la più grande, può realizzare sino in fondo i propri scopi senza una direzione politica marxista e rivoluzionaria che si ponga all'altezza delle sue necessità: e che sappia elevare a queste necessità la coscienza politica delle masse e della loro stessa avanguardia.
E' questo oggi il lato più debole della rivoluzione egiziana.
 
La debolezza non sta nelle masse. Le masse egiziane hanno dato e stanno dando un esempio classico di generosità rivoluzionaria e di coraggio. Il peso sociale della classe operaia egiziana è enorme. Si tratta del proletariato più consistente di tutto il Medio Oriente arabo. La sua combattività è in crescita da anni. Il suo ruolo centrale nella propulsione della rivoluzione è indubbio. Ma la forza oggettiva non basta se non si accompagna alla organizzazione e alla coscienza. La classe operaia e le masse egiziane sono andate molto più in là della  propria organizzazione e della propria coscienza. Questa è, ad oggi, la grandezza e il limite della rivoluzione egiziana.
 
L'organizzazione di massa del proletariato egiziano è molto più arretrata di quella del proletariato tunisino. In Tunisia il sindacato UGTT è stato il canale unificante della mobilitazione popolare. In Egitto una mobilitazione di massa sicuramente ancor più imponente non ha avuto a disposizione un'organizzazione di massa proletaria. Non poteva esserlo per sua natura il sindacato di regime, né potevano esserlo per la loro debolezza i piccoli sindacati indipendenti. Il ruolo giocato a livello operaio, persino nella proclamazione dello sciopero generale, dal movimento 6 Aprile- tramite internet- misura indirettamente il limite della direzione proletaria.
 
A questo si accompagna inevitabilmente un quadro molto contraddittorio della coscienza di massa. L'illusione diffusa nell'esercito è al riguardo emblematica. La stessa massa che rifiuta l'invito dell'esercito a rispettare il coprifuoco e che provvede alle prime forme di autodifesa, è quella che ancora vede l'esercito come “protettore” della rivoluzione, con una buona dose di ingenuità. E' un sentimento spontaneo alimentato dalle contraddizioni tra polizia ed esercito, dalla tradizione nazionalista, ma soprattutto da una consapevolezza ancora incerta della propria forza, e dunque dall'esigenza di affidarsi in qualche modo ad una forza statale che sia di garanzia e di “legittimazione” della rivoluzione. Proprio questa illusione è usata cinicamente dai vertici militari, dai partiti borghesi, dall'imperialismo, come base di manovra per l'operazione di unità nazionale contro la rivoluzione.
 
La costruzione di un partito rivoluzionario in Egitto che, controcorrente, sviluppi  tra le masse e nella rivoluzione una coscienza politica rivoluzionaria, è dunque la necessità prioritaria posta dagli avvenimenti. In Egitto c'è traccia di una presenza trotskista, sia pur limitata, e di una tradizione marxista rivoluzionaria. Come PCL, ci stiamo attivando nella ricerca di interlocutori. Tutti i contatti e i canali disponibili, diretti o indiretti, per questo difficile lavoro vanno perseguiti dal CRQI e dalle sue sezioni.
 
 
CON I LAVORATORI EGIZIANI CONTRO L'IMPERIALISMO ITALIANO.
 
La rivoluzione egiziana è terreno di battaglia politica anche in Italia.
L'imperialismo italiano ha un ruolo di primo piano in Egitto. L'Italia è il principale paese esportatore nel Paese. Ma soprattutto detiene una posizione chiave nell'industria egiziana, nel settore costruzioni, nell'ambiente bancario. Le privatizzazioni di Mubarak sono state un ghiotto boccone per i capitalisti italiani. La banca di Alessandria, una delle maggiori dell'Egitto, è stata di fatto comprata da Banca Intesa. Interventi analoghi sono stati realizzati nel campo delle acciaierie, delle telecomunicazioni, nelle ferrovie e persino nelle poste. In altri termini lo stesso capitalismo italiano che vuole distruggere il contratto nazionale di lavoro in Italia, già utilizza centinaia di migliaia di proletari egiziani come bestie da soma pagate poche decine di euro e private di ogni reale diritto sindacale. Il sostegno alle lotte dei lavoratori egiziani contro gli sfruttatori italiani è dunque il primo dovere del movimento operaio del nostro paese.
 
Il PCL ha le mani pulite verso gli operaie egiziani. Lo stesso non possono dire altre sinistre italiane. Il più grande affare neocoloniale realizzato dai capitalisti italiani in Egitto è avvenuto nel 2008 sotto il governo Prodi, sostenuto da tutte le sinistre ( dal PRC a Sinistra Critica). L'acquisto della Banca di Alessandria e di innumerevoli beni pubblici di quel paese avvenne a ridosso di un viaggio di Prodi in Egitto ( con tanto di centinaia di uomini d'affari al seguito e del caloroso abbraccio a Mubarak) negli stessi giorni in cui la polizia di regime sparava sugli operai egiziani in sciopero. Il nostro partito fu l'unico a sollevare lo scandalo nella stessa campagna elettorale del 2008. Sarà bene ricordarlo.
 
 
 
 
UNA LEZIONE PREZIOSA PER LA RIVOLUZIONE IN ITALIA
 
Ma la rivoluzione egiziana è e sarà soprattutto un terreno di chiarificazione esemplare sulla prospettiva della rivoluzione in Italia e su scala internazionale.
 
Ancora una volta, come già in Tunisia, ma su scala molto più ampia, la rivoluzione di massa si presenta come eruzione concentrata e improvvisa, sorprendente per i suoi stessi protagonisti. Chi avesse previsto solo pochi mesi fa una rivoluzione di massa in Egitto sarebbe stato “preso per matto” nello stesso Egitto, non solo in Italia. Tutto ciò è una risposta di  metodo ai tanti “scettici” sulle prospettive della rivoluzione.  Le rivoluzioni non sono “impossibili” per il fatto che il popolo “non ha coscienza”: perchè le rivoluzioni non nascono dalla coscienza, ma dal bisogno, dall'odio verso l'oppressione,dal sentimento della ribellione. Questi sentimenti prorompono ciclicamente come un vulcano assopito, quando una combinazione imprevedibile di fattori li risveglia e li innesca. E questo accade anche quando la coscienza è arretrata e confusa, sotto il peso di eredità culturali e ideologiche negative o sotto l'influenza di partiti controrivoluzionari. Il problema per i rivoluzionari non è di interrogarsi amleticamente sulla “possibilità” di una rivoluzione. Ma di costruire il partito che possa prenderne la testa quando verrà. E che al tempo stesso lavori in ogni lotta al suo possibile innesco, e soprattutto allo sviluppo della  sua coscienza e  organizzazione: che è la condizione decisiva per la vittoria della rivoluzione socialista.
 
“Non abbiamo più paura” è l'esclamazione più frequente che i giornalisti borghesi raccolgono oggi in Egitto tra i giovani in rivolta. Questa frase è l' anatomia di una rivoluzione. Quando le masse perdono la paura nel potere, il potere cede. Perchè la forza più profonda del potere non sta nei mezzi militari, che pur sono il cuore dello Stato. Sta nella paura delle masse, nella loro abitudine alla rassegnazione, nell'immaginario diffuso di un potere “inespugnabile” e “onnipotente”. Combattere queste fantasticherie e chi le propaga, infondere nelle masse la coscienza della propria forza, è il primo compito elementare di un partito rivoluzionario. La rivoluzione egiziana è un contributo prezioso a questa nostra battaglia tra i lavoratori e i giovani in Italia. E dunque alla costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori.
 
MARCO FERRANDO
 

 

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L'ONDA RIVOLUZIONARIA DELLA TUNISIA CONTAGIA L'EGITTO
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L'ONDA RIVOLUZIONARIA DELLA TUNISIA CONTAGIA L'EGITTO

(27 Gennaio 2011)



Esplode anche in Egitto dopo la Tunisia la protesta antigovernativa. Oltre 200mila sono i manifestanti che scendono nelle strade egiziane per urlare il proprio dissenso contro il regime del Cairo; un movimento composto da studenti, lavoratori e disoccupati.
La reazione non ha atteso molto per usare la violenza, Mubarak ha, già, in pochi giorni effettuato oltre 1000 arresti. Le forze reazionarie del governo egiziano non si sono fermati neanche di fronte ai media, fobia della reazione: 8 giornalisti che avevano inscenato una protesta davanti alla sede del loro sindacato- secondo la tv araba Al jazera- sono stati arrestati.
Per il regime le manifestazioni popolari rappresentano "una sfida spudorata" all'autorità dello Stato. E' quanto ha sottolineato in una nota il ministero dell'Interno egiziano, stando a quanto ha riportato il sito web del quotidiano 'al-Masry al-Youm'. Nella nota, il ministero ha invocato la fine delle proteste per evitare "ripercussioni negative sulla sicurezza pubblica". Insomma finitela o sarà un massacro!

"Speriamo che il presidente egiziano Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e lungimiranza". A dichiararlo, intervenendo a “Radio anch'io” su Radio 1, è stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, sottolineando come “tutto il mondo” consideri l'Egitto "punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno". Insomma il governo Berlusconi non ha lesinato il sostegno al regime di Mubarak. In più Frattini da illuminato diplomatico ha espresso il suo giudizio politico : "La situazione egiziana - ha dichiarato - non è comparabile a quella tunisina: in Egitto vi sono delle pulsioni del fondamentalismo islamico, dell'estremismo radicale..." Dunque non manifestate per il pane e il lavoro, perchè il regime teocratico è dietro l'angolo...

L’ascesa rivoluzionaria dunque, nonostante il giudizio del ministro Frattini, sta avendo un evoluzione particolare. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, " Pane e libertà" sia per ciò che riguarda il processo di critica del regime, una critica ad oggi laica e radicale. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale del pane e del lavoro si sta mutando progressivamente nella rivendicazione della cacciata del governo.

La rivoluzione egiziana, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione, può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo.
La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente, dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, della formazione dei consigli dei lavoratori e dell’arresto della casta dei militari complici di questo regime pluridecennale, richiedono uno scontro frontale con la borghesia Egiziana.

Per il rovesciamento del Regime di Mubarak
Per un governo operaio, contadino e delle masse povere egiziane
Per un medioriente unificato, laico e socialista

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

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il 21 gennaio non e' un anniversario ma un giorno di lotta rivoluzionario
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Una delegazione del Partito Comunista dei Lavoratori sfidando una giornata glaciale, ha portato con la sua testimonianza e la volontà di riappropriarsi del programma del primo congresso del Partito Comunista d' Italia di Gramsci e Bordiga. La validità di quei principi sono ancora di formidabile attualità.

Partito Comunista dei Lavoratori
sezione di Livorno
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II CONGRESSO PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI SECONDA PARTE RELAZIONE
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Seconda parte

(9 Gennaio 2011)

Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO


In secondo luogo proponiamo all'insieme delle sinistre, e tra le masse, una svolta radicale sul terreno
dell'azione. Non si fronteggia la linea di sfondamento del padronato e del governo, senza contrapporle
una forza di massa uguale e contraria. Questo è oggi il nodo centrale della lotta di classe in Italia. Lo
diciamo da tempo: scioperi simbolici e ordinari, azioni centellinate e rituali , pure manifestazioni di

denuncia e protesta, sono non solo un atto impotente di testimonianza, ma oltre una certa soglia persino
un fattore di demotivazione di massa . Tutta l'esperienza di questi anni conferma questa verità. Si
impone dunque una svolta nelle forme di lotta di organizzazione di azione.
Quando proponiamo, instancabilmente, una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei
disoccupati, congiunta all’occupazione delle aziende che licenziano, al coordinamento nazionale delle
aziende in lotta, alla costituzione di una cassa di resistenza; quando proponiamo alla base della
vertenza, una piattaforma generale unificante che parta dalla rivendicazione del blocco generale dei
licenziamenti, dalla difesa del contratto nazionale, della soppressione di tutte le leggi di precarizzazione
del lavoro votate in 15 anni da Centrosinistra e Centrodestra; quando proponiamo su questa piattaforma
una mobilitazione prolungata e radicale, mirata a piegare governo e padronato attraverso un'autentica
prova di forza; quando proponiamo una grande assemblea nazionale di delegati eletti, in tutte le
categorie, come sede democratica e di massa di promozione della vertenza, non avanziamo
semplicemente una proposta “sindacale” più radicale. Avanziamo di fatto la proposta politica di una
svolta di lotta che sia all’altezza di un livello di scontro qualitativamente nuovo. E che, sola, può riuscire
e generalizzare i mille episodi dispersi di resistenza sociale oggi in corso, a partire dalle centinaia di
aziende presidiate e occupate, ma anche dalle scuole e università in movimento dalle lotte di difesa dei
servizi pubblici. Del resto solo la preparazione e organizzazione di un’autentica prova di forza contro
governo e padronato può conseguire risultati, fossero pure parziali. Se il DDL Gelmini dovette
inizialmente rinviare la discussione al Senato non fu solamente per le contraddizioni interne alla
maggioranza: ma anche per l’effetto dirompente dell’onda d’urto di un movimento studentesco che
aveva occupato scuole e università, presidiato stazioni, fronteggiato la forza dello Stato, creando un
problema reale di ordine pubblico. E’ la misura indiretta di cosa potrebbe accadere se irrompesse sulla
scena un’analoga azione di massa del movimento operaio e di milioni di sfruttati.
Per questo diciamo che lo scontro alla Fiat è un banco di prova decisivo.Sosteniamo pienamente lo
sciopero generale promosso dalla Fiom per il 28 gennaio. Ma non è sufficiente. Occorre un salto di
qualità nell'azione. Occorre darle continuità.Congiungerla col blocco generale degli straordinari.
Preparare l'occupazione degli stabilimenti Fiat. Promuovere ovunque un'aperta contestazione di massa
di Cisl e Uil, come fu quella di piazza Statuto a Torino nel 62. Puntare apertamente a far saltare
l'accordo, affinchè lo scontro con la Fiat si trasformi nel punto di ricomposizione di una ribellione
generale capace di arrestare la valanga e rovesciare i rapporti di forza. Perchè questo è il bivio: o
emerge la forza dei lavoratori, o vince la forza del padrone. A chi ogni volta ci richiama al realismo
diciamo che esattamente questa è la realtà. E questo è vero anche sul piano politico più generale.
Riservare a Berlusconi il trattamento Tambroni del 1960: questa è e sarà la nostra proposta e la nostra
linea di massa. Perchè solo un incendio sociale e politico che trasformi la rabbia diffusa in un aperta
rivolta di massa può arrestare la reazione e aprire una pagina politica nuova. A chi ci dice che in una
battaglia frontale si può anche perdere rispondiamo che è vero. Ma non c'è sconfitta peggiore di una
battaglia non combattuta. Così è stato in tutta la storia del movimento operaio. Così è oggi. E in ogni
caso solo una svolta radicale può vincere. Solo una svolta radicale di azione può ricomporre l'unità del
fronte sociale, trascinare e polarizzare masse più larghe,infondere fiducia, incrinare il blocco sociale
reazionario. Solo una svolta radicale può puntare a cacciare Berlusconi dal versante delle ragioni del
lavoro contro ogni soluzione della crisi politica che punti a sostituire il Cavaliere con altri amici di
Marchionne e Bankitalia.
PER UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA CONTRO LA CRISI
In terzo luogo proponiamo una svolta radicale sullo stesso terreno del programma.
Assistiamo a un clamoroso paradosso. La borghesia italiana ha un programma di soluzione della crisi
contro i lavoratori e la maggioranza della società. I lavoratori non hanno un programma di soluzione
della crisi contro la borghesia. Di più: la borghesia italiana che per vent’anni ha saccheggiato il lavoro,
avanza un programma radicale di distruzione del contratto nazionale e di archiviazione dello stesso
Statuto dei lavoratori. Mentre le sinistre politiche e sindacali “più radicali” si limitano, nel migliore dei casi,
o a petizioni difensive o a suggerimenti “riformisti” magari mutuati da economisti liberali alla Krugman.
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Pi
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Ne consegue una situazione singolare: la borghesia che deve conservare il suo mondo è più radicale di
chi dovrebbe rovesciarlo. Questa asimmetria di programmi non è solo la misura della subalternità del
riformismo alla società borghese: diventa la sanzione della sconfitta sociale per milioni di lavoratori e di
giovani.
Anche qui dunque proponiamo una svolta. Alla radicalità dei programmi borghesi, va contrapposta la
radicalità uguale e contraria dei programmi operai.
Per questo abbiamo indicato nel nostro documento congressuale un programma d’emergenza contro la
crisi che sottoponiamo all'attenzione e al confronto di tutta l'opposizione sociale.
Se i padroni chiedono un aumento dei carichi di lavoro, a fronte dell’attuale sovraproduzione,
rivendichiamo la ripartizione fra tutti del lavoro che c’è con la riduzione generale dell’orario a parità di
paga, in modo che nessuno sia privato del lavoro.
Se il padronato pratica e annuncia una nuova ondata di licenziamenti rivendichiamo la nazionalizzazione
senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano o che attaccano i diritti
sindacali, o che causano omicidi bianchi.
Se i padroni scaricano sulle condizioni sociali la propria evasione fiscale, rivendichiamo l'apertura dei
libri contabili delle aziende, l'abolizione del segreto bancario,la trasformazione in reato penale dello
sfruttamento del lavoro nero, un controllo operaio e popolare sul fisco che individui in modo capillare le
frodi del capitale, una tassazione progressiva dei grandi profitti, rendite e patrimoni che restituisca
innanzitutto alla società italiana i 300 miliardi di euro sottratti dalla rapina degli ultimi ventanni.
Se infine i governi promuovono un nuovo smantellamento della scuola pubblica, della sanità, dei servizi,
per finanziare i 70 miliardi di interessi annuali sul debito pubblico da versare a banchieri italiani e
stranieri, rivendichiamo l'opposto: l’annullamento del debito pubblico verso le banche per investire in
scuola, sanità e servizi, finanziando un grande piano sociale di nuovo lavoro: ciò che richiede la
nazionalizzazione delle banche e la loro concentrazione in un’unica banca pubblica, sotto controllo
operaio e popolare.
Naturalmente questo programma non esaurisce il più vasto ambito di un programma di transizione. Ma
ne riassume il senso in rapporto alla crisi e alla stretta che configura. Solo l’insieme di queste misure può
realizzare un’uscita dalla crisi nell’interesse dei lavoratori. E solo un governo dei lavoratori può realizzare
tali misure. Solo un governo che sottragga al capitale le leve del comando. Solo un governo che ponga
al posto di comando la classe operaia e la sua autorganizzazione di massa. Questa è l’essenza del
nostro programma e della nostra proposta.
UN PROGRAMMA PER TUTTI GLI OPPRESSI E TUTTE LE DOMANDE DI LIBERAZIONE. IL SUD E I
GIOVANI.
E questo programma non si rivolge alla sola classe operaia. La centralità della classe operaia, a partire
dalla classe operaia industriale è confermata da tutta l’evoluzione della crisi e dello scontro sociale. Non
a caso l’attacco alla FIOM è il perno dell'aggressione avversaria. Ma noi siamo comunisti, non "
operaisti". E proprio perché comunisti avanziamo un programma anticapitalista che si rivolge all'insieme
delle masse oppresse e delle domande di opposizione: alle domande di liberazione della donna, alla
larga massa dei migranti supersfruttati , alle forze dell’intellettualità e della cultura, agli strati diseredati
delle periferie metropolitane, alle più larghe masse del meridione come alle domande ambientaliste e
anticlericali.
Solo la classe operaia può dare espressione unificata a questo blocco sociale, come ha dimostrato
simbolicamente ancora una volta la manifestazione della FIOM a Roma dove, non a caso, larga parte di
quelle domande ed esigenze sono confluite. A sua volta solo un programma anticapitalista per il governo
dei lavoratori può dare a quelle domande una risposta reale e non mistificatoria.
In questo quadro abbiamo posto e dobbiamo porre un’attenzione particolare alla condizione del Sud.
Non solo per ragioni legate alla sua storica oppressione. Ma perchè il Sud è oggi , più di ieri, un crinale
di possibile frattura del blocco sociale dominante sotto la pressione congiunta dalla crisi capitalista,
dell’allargamento dell’Unione Europea e del disegno federalista della Lega.
Non è un caso che proprio nel Sud si registri oggi il massimo punto di crisi del blocco governativo di
centrodestra, con autentici fenomeni di disgregazione, e insieme il massimo punto di crisi e trasformismo
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del blocco di Centrosinistra. A questo non si accompagna ancora una ripresa d’azione delle grandi
masse meridionali. Ma le mobilitazioni sui rifiuti, le proteste negli ospedali, la difesa delle stazioni
ferroviarie,- pur in ordine sparso- sono la punta emergente di un iceberg profondo di insoddisfazione
popolare. Si tratta di evitare che questa insoddisfazione venga assorbita e distorta, come tante volte è
accaduto,da suggestioni localiste, operazioni trasformiste, culture regressive.
Agire nel Sud come partito di classe mirato alla rivolta sociale e di massa contro lo Stato gendarme degli
industriali e dei banchieri del Nord: questa è la necessità che abbiamo posto nel nostro documento
congressuale, attraverso una specifica proposta di nostro orientamento nel meridione. La borghesia
celebra i 150 anni della propria rapina nel Sud, nel momento stesso in cui radicalizza la propria
oppressione sul Meridione. Noi diciamo che solo il movimento operaio può dare una prospettiva al
popolo del meridione ponendosi contro la borghesia, la sua ipocrisia patriottica o le sue recite
secessioniste. Se la loro bandiera è Cavour la nostra bandiera è Pisacane e Gramsci.
Così abbiamo la necessità di un'attenzione particolare al movimento studentesco.
Il movimento che nelle ultime settimane si è levato con un'accelerazione sorprendente non è solo un
movimento degli studenti: è un movimento di giovani. Non contesta unicamente la controriforma Gelmini.
Si ribella a quella condizione di precariato a tempo indeterminato cui le classi dominanti e tutti i loro
governi condannano la giovane generazione. Non a caso in questo movimento si è affacciata una
generazione di giovanissimi, senza esperienza pregressa- spesso neppure quella del 2008- e perciò
stesso libera dal peso delle sconfitte e segnata da energie fresche e preziose.
Il livello di coscienza politica è inevitabilmente limitato, com'è naturale nella fase iniziale di ogni giovane
movimento, tanto più nel contesto storico attuale. E per questo vi trovano spazio fisiologico illusioni
democratiche e istituzionali, magari riposte in un Presidente della Repubblica il cui unico ruolo è è quello
di ammortizzatore sociale e di inganno politico.
Ma sarebbe un errore profondo confondere il livello dato della coscienza o le posizioni delle leaderschip
con la dinamica e le potenzialità del movimento giovanile. Ben più che nel 2008, questo movimento ha
fatto irruzione nella crisi politica e per questo ha maturato un interesse politico più diretto e diffuso.
Più che nel 2008 si manifesta nel movimento un sentimento spontaneo di solidarietà coi lavoratori e di
ricerca di un blocco sociale col lavoro: favorito in questo dalla dislocazione più avanzata della Fiom e da
un diverso rapporto con la Fiom delle stesse direzioni studentesche.
E infine ben più che nel 2008, migliaia di giovani hanno fatto diretta esperienza del confronrto di piazza
con l'apparato dello Stato, a partire dalla giornata cruciale del 14 dicembre: dove non i fantomatici black
bloc, o qualche scapestrato spaccavetrine, ma diverse migliaia di giovani che volevano dirigersi verso i
palazzi del potere contro un governo salvato da deputati corrotti , hanno incontrato sulla loro strada la
massa d'urto della violenza poliziesca. E giustamente si sono difesi, ed hanno replicato, com'è loro
diritto, anche con l'uso della forza di massa, nella migliore tradizione del movimento operaio e popolare.
Ed hanno difeso con dignità questa scelta contro la campagna di criminalizzazione dei partiti borghesi e
contro la dissociazione delle componenti più organicamente riformiste del movimento come i vertici
dell'UDU.
Tutto questo segnala potenzialità importanti .
Per questo la lotta per l'autorganizzazione democratica di massa del movimento; la difesa della sua
autonomia dal centrosinistra e lo sviluppo della sua coscienza politica;la saldatura delle sue
rivendicazioni immediate con un programma anticapitalista; la battaglia interna allo stesso movimento
operaio per un programma di svolta e di mobilitazione che dia ai giovani una prospettiva di riferimento,
sono tutti aspetti tra loro intrecciati di un lavoro di ricomposizione del blocco sociale anticapitalista. Che è
inseparabile dalla riconquista di un'egemonia di classe sulla gioventù.
LA POSSIBILTA' DI CRISI RIVOLUZIONARIE. CAUTELA NELLE PREVISIONI. CAPACITA' DI
AZIONE.
Più in generale, l’insieme dei fattori della crisi italiana – sociali, politici, istituzionali – delinea una base
materiale di possibili esplosioni sociali per alcuni aspetti più ampia di quella esistente nella I Repubblica.
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La I Repubblica borghese, nata dal tradimento delle potenzialità rivoluzionarie della resistenza,
disponeva di un quadro capitalistico in sviluppo per larga parte della sua storia, di un grande partito
borghese centrale, con base di massa, come la DC, capace di integrare nel capitalismo italiano ampie
masse popolari del Nord e del Sud – della presenza del più grande partito stalinista d’Occidente, il PCI,
quale potente strumento di controllo della lotta di classe e della sua subordinazione al quadro costituito.
Questo sistema combinato di forze non impedì la ciclica ascesa di grandi movimenti di massa che a più
riprese sfidarono la stabilità borghese sino a produrre ripetute crisi rivoluzionarie e prerivoluzionarie: nel
48, nel 60, tra il 69 e il 76. Ma al tempo stesso riuscì a contenerle dentro le compatibilità del sistema
borghese e dei suoi equilibri flessibili.
Il quadro della II Repubblica e della sua attuale crisi è profondamente diverso . La classe operaia italiana
e i movimenti di massa hanno registrato negli ultimi 30 anni, ed in particolare nei due ultimi decenni, un
arretramento rilevante di coscienza politica e posizioni sociali, per responsabilità preminenti delle loro
direzioni . Ma, simmetricamente, anche l’ossatura politica e istituzionale della Repubblica borghese si è
fatto complessivamente più fragile: per una crisi capitalistica che ha eroso le basi sociali del consenso e
la stessa unità del blocco sociale dominante; per il fallimento della costruzione di un nuovo equilibrio
politico d’alternanza, capace di rimpiazzare la struttura politica democristiana; per la scomparsa, per la
prima volta dal dopoguerra, di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio – a
seguito della lunga mutazione PCI-PDS-PD – capace di presidiare con la stessa efficacia il controllo del
fronte sociale.
In questo quadro storico di fondo, al di là del contingente, sta in prospettiva lo spazio di esplosioni
radicali.
Contrariamente a diffuse rappresentazioni, quelle sì “ideologiche”, che immaginano la rivoluzione come
mitologia letteraria, crisi verticali, anche rivoluzionarie, possono prodursi come brusche svolte dello
scenario italiano, come nello scenario europeo.
Non sta a noi prevedere tempi e dinamiche di possibili processi di radicalizzazione di massa che come
insegna la storia, possono nascere dai fatti contingenti più imprevedibili e di diversa natura, economici e
politici. E certo sarebbe metodologicamente sbagliato avventurarsi in previsioni facilone.
Ma sta a noi combinare la cautela delle previsioni con la capacità di uno scatto politico audace di fronte
a possibili precipitazioni della crisi italiana.
L’INTERVENTO DEL PARTITO. PROPAGANDA, RADICAMENTO, DIREZIONE DELLE LOTTE
E in questo quadro generale che abbiamo provato a razionalizzare, con maggiore precisione, l’intervento
di massa del nostro partito.
Il nostro intervento è innanzitutto, come abbiamo detto, un intervento di propaganda: ciò che significa in
termini marxisti un intervento incentrato, in ogni lotta, sulla presentazione generale del nostro
programma e delle nostre proposte politiche di fondo . Questo è e resta il tratto dominante della nostra
politica: sia per i limiti attuali delle nostre forze, sia per il fatto che proprio per una piccola forza il suo
programma generale può essere il principale fattore di riconoscibilità . Ed anzi questo aspetto della
propaganda generale del nostro programma anticapitalista per un governo dei lavoratori va ulteriormente
rafforzato di fronte al procedere parallelo della crisi capitalista internazionale e della crisi italiana, in tutta
la loro profondità.
Ma, detto questo, non ci siamo limitati e non possiamo limitarci alla propaganda. Dobbiamo puntare
ovunque possibile a radicarci nelle lotte e nei movimenti sociali; ad articolare nel vivo dei conflitti le
nostre proposte generali ; a cercare di conquistare un ruolo rilevante in quelle lotte e, ove possibile, a
prenderne la testa. Tutto ciò, come sappiamo, è sempre molto difficile per ragioni oggettive e limiti
soggettivi . Ad oggi, il nostro giovanissimo partito non ha ancora vissuto l’esperienza di direzione di lotte
importanti di richiamo nazionale. E tuttavia, in questi due anni, abbiamo fatto passi avanti, accumulando
nuove esperienze preziose, seppur contingenti di intervento di massa: sia in situazioni di fabbrica e di
resistenza aziendale ,come alla FIAT, alla Merloni, alla Sevel, ad Alitalia, all’Unilever, all’Alcoa; sia in
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contesti di movimento studentesco e di lotte nella scuola e nell'università come a Roma, Bologna,
Cosenza, Ancona, Napoli, Reggio Calabria; sia in lotte di massa a base territoriale, come nella
mobilitazione a difesa delle strutture ospedaliere in Basilicata, o nel movimento dei terremotati
abruzzese, o tra gli alluvionati di Messina; sia in esperienze di fronte unico antifascista come in Toscana.
Per citarne solo alcune. E in alcune di queste esperienze non solo abbiamo guadagnato nuovi
compagni al partito, ma abbiamo verificato come la crisi delle vecchie direzioni e il vuoto di proposta
politica e sindacale possa aprire per il PCL uno spazio di inserimento superiore alle sue deboli forze.
Occorre dunque sviluppare e generalizzare questa tendenza di lavoro ponendo l’obiettivo del
radicamento sociale, a partire dalla classe operaia, come obiettivo centrale dei piani di lavoro delle
nostre sezioni e coordinamenti regionali
E tutto questo non semplicemente perché “si deve”, com’è naturale per un partito comunista. Ma per due
ragioni essenziali e di fondo, tra loro complementari.
La prima è che la conquista di un ruolo di direzione di una lotta può essere un veicolo di accelerazione
della costruzione del nostro partito, un salto potenziale, piccolo o grande, del nostro profilo pubblico e
nell’accumulo di nuove forze. A maggior ragione se quella lotta si configurasse (o divenisse) una lotta di
richiamo nazionale. Nella grande crisi americana degli anni 30, il piccolo SWP fece della conquista di un
ruolo di direzione delle lotte dei camionisti di Minneapolis, un fattore di sviluppo nazionale del
radicamento operaio del partito. Noi non abbiamo avuto ancora una nostra Minneapolis. Ma è essenziale
protendere le nostre forze in questa direzione, cercando di entrare in ogni varco possibile.
La seconda ragione è che la conquista di una lotta alle nostre parole d’ordine – o anche solo
un’influenza visibile delle nostre parole d’ordine in questa lotta – può diventare un fattore positivo di
propagazione in più ampi settori di massa con ricadute preziose sull’intera dinamica della lotta di classe.
L’esplosione sociale del Maggio 68 in Francia con la relativa situazione rivoluzionaria, non si sarebbe
prodotta senza il fattore d’innesco di un piccolo gruppo di trotskisti francesi nella fabbrica di Sud-
Aviation, dove spinsero quella occupazione della fabbrica che costituì l’innesco della valanga. E' la
misura dell’importanza del fattore soggettivo nella lotta, e di come, in condizioni particolari, anche un
piccolo partito- o un piccolo settore d'avanguardia- possa svolgere un ruolo politicamente superiore alle
sue dimensioni.
Ancora una volta la forte tensione verso il fine e la ricerca dinamica dello sbocco anticapitalista è e deve
essere il tratto caratterizzato del PCL e del suo intervento di massa in ogni lotta, piccola o grande.Con la
consapevolezza che, in ultima analisi, solo lo sviluppo del nostro partito dentro la lotta di classe può dare
a questa lotta una prospettiva rivoluzionaria e liberatrice.
L’AUTONOMIA DEL NOSTRO PARTITO
Proprio l’ambizione del nostro programma e della nostra politica pone al PCL la necessità di
padroneggiare la relazione tra due aspetti da sempre inseparabili della politica rivoluzionaria: la piena
autonomia del partito, la politica di conquista della maggioranza delle masse. L’assoluta fermezza di
principi. La massima flessibilità della tattica. Questa relazione è il cuore della tradizione leninista e della
battaglia del bolscevismo, in Russia e su scala internazionale, all’interno stesso del movimento
rivoluzionario, contro gli opposti pericoli dell’opportunismo e dell’estremismo. Il fatto che il nostro II
Congresso si sia cimentato su questo nodo decisivo ricollega la nostra discussione alla storia del nostro
movimento. E rappresenta un fatto di arricchimento della nostra costruzione e formazione.
La costruzione indipendente del PCL in quanto partito marxista e rivoluzionario è l’alfa e l’omega di tutta
la nostra politica e della nostra stessa esistenza.
La nascita e lo sviluppo dei partiti rivoluzionari è storicamente segnata dalla scissione col riformismo e
col centrismo, attorno a principi discriminanti. Così è stato sempre. Così è stato ed è per il nostro partito.
Tutto il lungo processo di gestazione del PCL attraverso la battaglia di raggruppamento rivoluzionario in
Rifondazione Comunista è stata segnata dalla progressiva demarcazione sia dal riformismo
bertinottiano, sia dalle componenti staliniste, sia dal centrismo delle “sinistre critiche” interne. E questo
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spirito di scissione, come diceva Gramsci, ha animato il Congresso fondativo del nostro partito e la
politica di questi anni, in tutte le scelte di fondo: contro le mille pressioni unitariste, reali o finte, che fuori
di noi avrebbero voluto o vorrebbero dissolverci in un’indistinta “unità dei comunisti” con forze non
comuniste.
L’abbiamo detto e lo ribadiamo pubblicamente qui: il comunismo non è un nome, un simbolo, una
memoria, una critica del capitalismo o un’evocazione dell’immaginario; il comunismo è un programma di
rivoluzione sociale per il potere dei lavoratori.
Questo programma è il fondamento del PCL e non può essere né rimosso né amputato, pena la
liquidazione della nostra ragione politica. L’unità dei comunisti è tale se si realizza attorno a un
programma comunista, non se lo rimuove.Pena l'eterna riproposizione di equivoci fallimentari. Per
questo consideriamo il Partito Comunista dei lavoratori e il suo sviluppo come luogo e strumento
dell’unità dei comunisti, contro tutte le suggestioni retoriche che nel nome dell’ unità verrebbero liquidare
il nostro partito e il suo programma, nel nome di altri programmi e dunque di altri partiti e tradizioni: o
quelle dello stalinismo stile KKE che chiama provocatori i giovani greci in rivolta, o quelle del bolivarismo
chavista, o quelle di Porto Alegre e della cosidetta “democrazia partecipativa”, come proponeva Sinistra
Critica poco prima di votare le finanziarie di Prodi.
Questa linea di demarcazione programmatica, quindi politica e organizzativa, non solo non va messa in
discussione, ma va oggi consolidata. Va consolidata nella razionalizzazione interna di partito. Ma va
consolidata anche in sede pubblica sviluppando una costante e attiva battaglia – politica, teorica,
culturale – verso le formazioni riformiste e centriste, in tutte le sedi e occasioni di confronto. Tanto più
oggi in un quadro politico segnato dall’obiettiva frammentazione dell’estrema sinistra e da una diffusa
confusione politica nella stessa avanguardia di classe e di movimento.E soprattutto la nostra autonomia
va ricondotta al quadro internazionale delle nostre radici e della nostra collocazione. Perchè la
costruzione del nostro partito in Italia non è altra cosa dal lavoro di ricostruzione dell'internazionale
rivoluzionaria, su scala mondiale e in ogni paese, attorno ai soli principi e al solo programma che
abbiano retto la prova della storia: quelli del leninismo e quindi del trotskismo.
LA “CONQUISTA DELLA MAGGIORANZA” E IL RUOLO DELLA TATTICA
Ma per i rivoluzionari l’autonomia del partito e del suo programma non è un fine a sé. Non è uno
steccato in cui recintarsi. E’ in funzione della conquista delle masse e innanzitutto della loro avanguardia
alla prospettiva della rivoluzione. E' questo un punto centrale della riflessione del nostro Congresso.
Un’organizzazione centrista, antagonista, movimentista, che vive di soli obiettivi immediati, di dinamiche
di movimento, di scadenze contingenti, non ha il problema della conquista della maggioranza. Perché
non ha un fine generale da perseguire al di là della propria sopravvivenza o della difesa del proprio
spazio. Ma un partito rivoluzionario, che si basa su un progetto generale che in ogni lotta immediata
persegue un fine di rivoluzione, deve assumere la politica della conquista della maggioranza, come
cardine della sua stessa identità: perché proprio la prospettiva del governo dei lavoratori richiede
necessariamente la conquista delle masse politicamente e sindacalmente attive, senza la quale si
ridurrebbe a evocazione retorica o utopia.
E, a sua volta, un’azione politica volta alla conquista delle masse, e innanzitutto dei loro settori più
combattivi , seleziona un sistema di tattiche funzionali allo scopo: in relazione alle altre sinistre riformiste
e centriste, in relazione all’intervento nei sindacati di massa, in relazione alle elezioni e ai parlamenti
borghesi . Queste tattiche che la storia del nostro movimento ci consegna, non sono affatto una
compromissione dei principi rivoluzionari. Sono in un certo senso l’opposto: la condizione decisiva per
costruire una prospettiva di rivoluzione e lo stesso sviluppo del partito rivoluzionario e del suo
programma rivoluzionario presso più ampi settori di massa e di avanguardia.
La proposta che abbiamo avanzato – e la discussione che abbiamo avuto – attorno alla tattica elettorale
sta tutta in questa cornice. E’ l’espressione su un terreno particolare, di una logica generale: come
investire il nostro programma nella più ampia comunicazione di massa proprio al fine dell’allargamento
della sua presentazione e dell’ampliamento della sua influenza. Proprio per questo partendo sempre, in
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ogni articolazione della tattica, da una premessa decisiva: l’autonomia irrinunciabile del nostro
programma e la costruzione indipendente del nostro partito.
Fermezza dei principi e duttilità della tattica. Questa, come abbiamo detto, è la lezione più profonda del
bolscevismo. E per questo abbiamo voluto recuperare quella lezione con ripetuti riferimenti storici nello
stesso testo congressuale. E’ una scelta che rivendichiamo perché non costruiremo il futuro del nostro
partito e del nostro progetto senza radicarlo nella teoria e nella storia del leninismo. E’ esattamente
questo che ci distingue dalle altre sinistre e dalla galassia del centrismo. Sarebbe davvero paradossale
se proprio nel nome di una tutela malintesa della nostra autonomia a sinistra, finissimo col cancellare o
rimuovere proprio ciò che ci distingue : la continuità con la tradizione rivoluzionaria, nei suoi aspetti
programmatici come nell’espressione tattica.
E tanto più sarebbe paradossale se nel farlo, dovessimo recuperare involontariamente, magari nel nome
dell’aggiornamento della teoria, i più vecchi argomenti di quelle correnti estremiste contro cui Lenin e
Trotsky svilupparono la propria battaglia. Quando Lenin, sulla base dell’esperienza della rivoluzione
russa, rivendicò l’importanza della tattica in campo elettorale, sindacale, nel rapporto con gli altri partiti
del movimento operaio, tutto l’estremismo obiettò, in forme diverse, che “ciò che era vero per la Russia
arretrata non era valido per l’Occidente avanzato o che i tempi cambiati". Proprio Lenin ebbe buon gioco
nel rispondere che la verità è opposta: se i bolscevichi dovettero usare l’arma della tattica per
conquistare le masse in una Russia arretrata, a fronte di sindacati deboli, dell’assenza di una
democrazia borghese, di concorrenti politici fragili, a maggior ragione l’importanza della tattica si
sarebbe rivelata decisiva nell’Occidente avanzato, a fronte di illusioni istituzionali più radicate, di una
democrazia parlamentare segnata da una lunga storia e tradizione, di pregiudizi borghesi assai più
diffusi tra le masse, di burocrazie dirigenti del Movimento Operaio ben più sperimentate. Proprio a fronte
della maggiore complessità della rivoluzione in Occidente, sarebbe stato infantile immaginare la politica
rivoluzionaria come una semplice linea retta di propaganda e di denuncia, senza lo sforzo di comunicare
alle masse, senza duttilità di manovra tattica, senza capacità di inserimento nelle contraddizioni
avversarie.
Questa lezione di metodo sulla complessità della politica rivoluzionaria può essere recuperata ed
aggiornata in relazione all'attuale contesto della nostra azione e costruzione. E' vero che il combinarsi
della crisi capitalista , del crollo dello stalinismo, della crisi della socialdemocrazia, amplia storicamente
lo spazio di una proposta rivoluzionaria. Ma tutto questo si intreccia contradditoriamente con
l'arretramento della coscienza politica di massa, e di riflesso della sua stessa avanguardia sociale: al
punto che la cesura tra programma rivoluzionario e coscienza di massa non è mai stata tanto profonda
quanto oggi. Così, è vero che in Italia lo scioglimento del PCI e poi la crisi di Rifondazione hanno creato
in definitiva un terreno più fertile per lo sviluppo del marxismo rivoluzionario. Lo stesso nostro partito è
nato da questo nuovo contesto. Ma la crisi verticale della vecchia sinistra italiana non ha lasciato il
vuoto. Così oggi la crisi del PD e di Rifondazione va liberando lo spazio di sviluppo del vendolismo
presso nuovi settori del movimento operaio e della gioventù. Anche la Fed, nonostante la sua
profondissima crisi conserva un volume nazionale di mobilitazione militante molto più ampio del nostro.
E persino fenomeni come il dipietrismo e il grillismo hanno trovato un loro spazio nella crisi di
rappresentanza della sinistra presso ampi settori del suo popolo. Non costruiamo dunque il nostro
progetto su un prato verde tutto per noi disponibile. Ma su un terreno impervio segnato dai cascami della
crisi del riformismo, ingombrato da altri soggetti, vecchi o nuovi, spesso più robusti di noi, disseminato di
ostacoli di ogni tipo: compreso lo scetticismo diffuso verso la stessa dimensione della politica in ampi
settori di massa.
Proprio per questo è decisivo fronteggiare la mole di questi ostacoli, tanto più per un partito piccolo e
giovane come il nostro, ricercando ogni possibile forma e canale di comunicazione di massa e dunque di
battaglia sul nostro programma.
Presentare regolarmente il nostro partito alle elezioni ovunque possibile, ricercando in ogni caso ogni
possibile utilizzo dell'occasione elettorale per presentare le nostre proposte ai lavoratori e ai giovani .
Sviluppare il nostro lavoro nei sindacati di massa e in ogni sindacato, e così anche nelle organizzazioni
studentesche, nelle associazioni antifasciste, e in ogni ambito popolare progressivo. Articolare un nostro
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specifico intervento di proposta e di sfida verso le sinistre riformiste e centriste, sul terreno della politica
del fronte unico, anche al fine di evidenziare ed ampliare le loro contraddizioni in funzione del nostro
sviluppo. Tutto questo non è un optional o un elemento accessorio. E' e deve essere un aspetto
organico del nostro intervento di massa, per costruire coscienza di classe, sviluppare egemonia,
spiegare la necessità della rivoluzione e del governo dei lavoratori, innanzitutto ai settori più avanzati
delle masse. Non è altro dalla costruzione del nostro partito, quasi una sorta di diversivo politicista. E' al
contrario un aspetto decisivo della nostra costruzione come partito rivoluzionario.
IN CONCLUSIONE
Per concludere, cari compagni e compagne,
la costruzione di un partito rivoluzionario è sempre- come tutti sappiamo - un'impresa molto complicata.
Non avviene mai per linea retta, ma lungo un inevitabile saliscendi di successi e insuccessi, di avanzate
e ritirate, lungo la dinamica creativa e imprevedibile della lotta politica e di classe. Così è stato sempre
per tutti i partiti rivoluzionari, a partire dal partito della rivoluzione russa. Così è stato e sarà per il nostro
giovane partito.
Il nostro sviluppo e la nostra prospettiva non sono affidati unicamente alla giustezza delle nostre ragioni
o alla bontà dei nostri programmi. Ma alla nostra capacità di incontro con quelli che saranno i processi di
maturazione dell'avanguardia di classe, con le esperienze di una nuova generazione operaia e
studentesca, con le dinamiche di nuove crisi e scomposizioni che si produrranno inevitabilmente nel
campo franoso dei partiti riformisti e centristi. Sarà quell'incontro a produrre un salto nell'accumulazione
delle forze e un passo avanti della nostra costruzione.
Naturalmente non possiamo prevedere i tempi e le forme di quell'incontro. Infinite sono le variabili della
lotta politica e di classe. Nè tutto dipende dalla nostra sola volontà. Ma certo da noi e solo da noi
dipende la tenacia di un fine: la salvaguardia di un programma e al tempo stesso il suo investimento
nella conquista attiva di nuove forze, nell'azione di egemonia alternativa fra le masse, nella costruzione
del partito rivoluzionario. Senza la tensione organizzata di questa volontà, e di una politica dinamica che
le corrisponda, anche le occasioni più favorevoli verrebbero inevitabilmente perdute. Con ricadute
profondamente negative non solo per noi ma per il movimento operaio italiano.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ha peraltro tutte le carte in regola per affrontare l'impresa. Per la
prima volta, a novantanni esatti dalla nascita del Partito comunista d'Italia a Livorno, c'è un partito basato
sul suo stesso programma. E' il nostro partito. Il nostro primo congresso l'ha fondato. Ora abbiamo il
compito di costruirlo. Questo è il senso di fondo del nostro secondo congresso e della discussione certo
più impegnativa che ci ha coinvolto e che ci coinvolgerà in questi giorni. E dell'azione politica dei
prossimi anni.
C'è un'immagine di queste ultime settimane che trovo molto bella e che in qualche modo può forse
simboleggiare la nostra collocazione e la nostra prospettiva. E' l'immagine della nostra bandiera in prima
linea nella battaglia di massa del 14 dicembre a Roma in Piazza del Popolo, nelle mani di un nostro
compagno operaio. Non c'erano altre bandiere di partito in quel frangente, non quelle di Vendola, non
quelle di Rifondazione, o di altri. C'era la nostra bandiera. E' un piccolo fatto certo, ma emblematico.
Perchè è il nostro partito, e non altri, che proprio per il suo programma di rivoluzione può spendersi nel
movimento di massa con coraggio nel momento della sua diretta contrapposizione allo Stato. La nostra
bandiera in quella piazza era dunque in qualche modo il riflesso del nostro programma. E' vero il 14
dicembre quella bandiera era solo un presidio di presenza, non un riferimento politico egemone.
Trasformare quella presenza simbolica in un progetto egemone, a partire dalla giovane generazione è il
nostro compito. Per una 4° internazionale rifondata, Per la rivoluzione socialista mondiale.
.
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II CONGRESSO PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI PRIMA PARTE RELAZIONE
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Prima parte

(7 Gennaio 2011)

Testo completo dell'intervento

Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori

Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Care compagne e compagni,
il quotidiano di Confindustria di fine anno ha scelto di celebrare Sergio Marchionne come l'uomo del
2010 con le seguenti parole:" La Fiat ha portato in Italia, finalmente le regole del mondo, piaccia o non
piaccia le regole della modernità"
Bene.
La Fiom espulsa dalla Fiat come non avveniva dai tempi del fascismo.
Gli operai della Chrysler nell'America di Obama costretti a comprare coi propri fondi pensione un posto
di lavoro con paga dimezzata e divieto di sciopero .
I giovani operai cinesi della Foxcon costretti a dichiarare, come condizione di assunzione, che
rinuncieranno a suicidarsi e che le loro famiglie in caso di suicidio non chiederanno danni all'azienda.
Milioni di lavoratori europei sbattuti su una strada dopo decenni di sfruttamento o privati delle protezioni
sociali perchè i loro soldi servono a finanziare quelle stesse banche strozzine che li impiccano a mutui
insostenibili. Mentre le giovani generazioni sono private del diritto al lavoro- o a un lavoro degno- e
persino allo studio.
Intanto milioni di migranti, in fuga dalla fame o dalla morte prodotte dallo sfruttamento occidentale delle
loro terre, trovano proprio in Occidente il bastone del ricatto e della discriminazione più odiosa, sotto la
spinta di un veleno xenofobo e reazionario che in Europa non si vedeva da quasi un secolo.
Queste nuove regole del mondo moderno- tanto esaltate dai campioni della cosiddetta "borghesia
buona"- ci parlano della crisi dell'umanità. Questa è la vera "catastrofe". La catastrofe non sta nei puri
dati economici della crisi, su cui verrò, e tanto meno nell'improbabile "crollo" del capitalismo. La
catastrofe sta nella sopravvivenza quotidiana del capitalismo: di un sistema sociale che ha esaurito ogni
funzione storica progressiva e che trascina nel proprio fallimento la condizione dell'umanità,
condannando il mondo ad una regressione storica.
Per questo la rivoluzione socialista internazionale è l'unico orizzonte realistico di progresso. E noi siamo
orgogliosi di appartenere a quella corrente rivoluzionaria internazionale che non solo non si è mai arresa
e non si arrende alle regole del mondo del capitale, ma le vuole rovesciare. Perchè l'umanità riconquisti
il proprio futuro e innanzitutto il diritto a deciderlo.Perchè se i Marchionne hanno bisogno degli operai, gli
operai non hanno bisogno dei Marchionne.
Ho voluto iniziare così l'introduzione ai nostri lavori perchè questa è la ragione della nostra stessa
esistenza politica, e di riflesso la cornice di fondo del nostro Congresso e della sua riflessione. Che
inquadra non a caso la nostra proposta politica in Italia dentro lo scenario della grande crisi capitalistica
internazionale.
LA CRISI MONDIALE
La crisi capitalistica che da 4 anni investe il mondo , rappresenta la più clamorosa smentita non solo
delle apologie liberali post-89, che annunciavano un futuro radioso dell’umanità, ma anche di quelle
cosiddette culture critiche del riformismo che rappresentavano la cosiddetta globalizzazione quale
nuovo capitalismo, capace di superare il ricorso ciclico delle crisi , le contraddizioni tra gli Stati nazionali,
e dunque le categorie stesse del marxismo e dell’imperialismo.
Queste teorie, che ricorrevano alla rappresentazione dell’onnipotenza capitalista dell’”Impero” al solo
fine di presentare come radicali le più minute ricette liberali come la Tobin Tax, sono state spazzate via
dall’evidenza materiale della crisi.
Questa crisi è infatti la più clamorosa conferma di tutte le categorie analitiche del marxismo sul carattere
anarchico del capitalismo e sulla sua fase storica di decadenza. Il crollo del muro di Berlino e dello
Stalinismo non solo non ha rilanciato l' ordine mondiale del capitalismo ma ha amplificato tutte le sue
contraddizioni.
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Pi
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
La radice di fondo della crisi non sta nelle cosiddette politiche sbagliate degli ultimi 20 anni, come a dire
che correggendo le politiche liberiste di eccessiva finanziarizzazione dell’economia, si potrebbe superare
la crisi. In un certo senso questa teoria che accomuna liberal progressisti e riformisti capovolge l’ordine
delle cose. La lunga stagione di espansione del capitale finanziario fu per molti aspetti non la causa ma il
riflesso di una lunga crisi strisciante e al tempo stesso un suo mascheramento. Fu l’esaurimento del
boom postbellico e il rallentamento dell’economia mondiale dalla metà degli anni 70 a creare
un’eccedenza progressiva di merci e capitali, a sospingerli verso il mercato finanziario, a sostenere per
questa via una domanda artificiale come tampone della crisi. Proprio per questo l’esplosione della
grande bolla finanziaria non ha fatto che disvelare e al tempo stesso precipitare una crisi da lungo tempo
incubata: una enorme crisi di sovrapproduzione, quella crisi di sovrapproduzione che per dirla con Marx:
" E' alla base di ogni crisi capitalista e svela l'irrazionalità di un sistema di produzione nel quale è il
massimo della ricchezza a produrre il massimo della miseria". Queste semplici parole di Marx illustrano
la crisi attuale infinitamente meglio delle più sofisticate teorie degli intellettuali organici del capitale.
REALTA' E MITO DEL KEYNESISMO. IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO.
Il punto è che le ideologie liberal riformiste sono confutate non solo nell’analisi, ma anche nei rimedi.
Tutti coloro che a sinistra, per lungo tempo e ancor oggi, presentano l’intervento pubblico nell’economia
capitalista come correttivo sociale del capitale e come fattore di soluzione della crisi, sbandierando la
mitologia di Keynes e del New deal, falsificano la verità della storia e sono smentiti nel modo più
clamoroso proprio dalla realtà di questa crisi.
Falsificano la realtà della storia perchè non fu il New deal di Roosvelt- che peraltro non creò alcun stato
sociale in America- a salvare il capitalismo dalla crisi degli anni 30: fu semmai la gigantesca carneficina
della guerra e la ricostruzione dalle sue rovine.
Ma sono soprattutto smentiti dalla realtà di questa crisi. Chi voleva mettere alla prova le virtù
dell'intervento pubblico nell'economia del capitale è servito. Da 4 anni ci troviamo infatti di fronte, in
America e in Europa, al più grande intervento pubblico degli stati imperialisti e delle banche centrali, a
partire da quelli che fino a ieri recitavano il mantra di un intoccabile liberismo: al punto che la somma
complessivamente investita è superiore a quella spesa nella seconda guerra mondiale. Eppure la realtà
è stata esattamente opposta a quella immaginata dai cantori del keynesismo. Non un sostegno ai salari,
al lavoro, alle protezioni sociali, ma un soccorso gigantesco alle grandi imprese e alle banche pagato
dalla più grande offensiva contro il lavoro e le protezioni sociali degli ultimi 60 anni. E per di più un
fattore esso stesso della riproduzione del meccanismo di crisi. Perchè l'iniezione di risorse pubbliche nel
sistema bancario, attraverso l'acquisto dei titoli tossici non si trasforma in espansione del credito alla
produzione, ma in nuova espansione della speculazione finanziaria. E perchè proprio il soccorso
pubblico del capitale diventa per la prima volta nella storia un fattore di crisi del cosidetto debito sovrano,
cioè di possibile insolvenza di intere organizzazioni statali.
Il fallimento della mitologia Keynesiana non poteva essere più completo.
LE NUOVE CONTRADDIZIONI INTERNAZIONALI
E tuttavia è importante cogliere una visione d'insieme dell'economia mondiale, che da un lato individui la
contraddittorietà dei dati economici, e dall'altro ne misuri l'impatto sugli equilibri politici internazionali,
fuori da una lettura uniforme e solo economicistica della crisi.
Siamo di fronte a un paradosso: se leggessimo i dati economici dell'economia mondiale
complessivamente intesa nella loro apparenza, potremmo persino dubitare della portata e della
continuità della crisi. Basti pensare che nel 2010 il PIL mondiale cresce del 4,8 %, e il commercio
mondiale passa da un - 11% del 2009 a un +11% del 2010. Non sono esattamente i dati di un
cataclisma. Ma il punto è che questi dati nascondono la contraddizione crescente tra i diversi comparti
dell'economia mondiale, con enormi ricadute politiche. Si tratta della contraddizione di fondo tra la crisi
profonda e la sostanziale stagnazione dell'economia dell'occidente e l'imponente sviluppo economico
dell'oriente ( con l'esclusione del Giappone), in particolare della Cina.
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Questa contraddizione non è nuova. Ma la crisi capitalista l'ha amplificata sotto il profilo economico ed
ha acutizzato profondamente le sue conseguenze politiche. Al punto di trasformare il contrasto fra USA
e Cina nel nuovo baricentro della politica mondiale.
IL DECLINO USA
Gli Usa restano sicuramente la principale potenza capitalista mondiale, a partire dalla perdurante
supremazia militare. Ma dentro una dinamica di crisi crescente di egemonia economica e politica sulle
relazioni internazionali.
Questa crisi non data da oggi. Ha radici strutturali, anche economiche. Ed è maturata sul piano politico
proprio nella nuova fase storica post89, quando il crollo dell'URSS, se da un lato ha enfatizzato la
supremazia militare USA, dall'altro ha privato gli Usa di una rendita di posizione strategica negli equilibri
mondiali.
Ma proprio per questo la crisi capitalistica attuale è per gli Usa, per alcuni aspetti, più pesante che nel
29.E non dal punto di vista economico, ma dal punto di vista politico e strategico. Nel 29-33 la grande
crisi colpì l'America nel momento della sua ascesa storica a scapito del vecchio Impero britannico.( E
Trotski capì con grande intelligenza che la crisi non avrebbe invertito la tendenza storica dell'ascesa
americana). Oggi la crisi colpisce gli Usa nel momento della loro massima difficoltà di egemonia.E per
questo rafforza la tendenza al declino. Sia sotto il profilo economico, dove quello che fu il più grande
creditore della storia del capitalismo si è trasformato nel più grande debitore di quella storia, e per di più
a diretto vantaggio della nuova potenza rivale. Sia sotto il profilo politico internazionale, dove il tentativo
delle nuova Presidenza Obama di rilanciare l'egemonia americana in chiave multilateralista segna il
passo su ogni terreno decisivo della politica mondiale: nel rapporto con gli imperialismi europei, in Medio
Oriente, in Africa, nella gestione delle relazioni tra le valute come in ordine alle scelte energetiche e
ambientali.
La crisi verticale della nuova amministrazione di Barak Obama, decretata dalla sconfitta elettorale di
Novembre, è un riflesso indiretto della grande crisi americana. E questa crisi di Obama continuerà
attraverso lo sfaldamento interno del suo blocco sociale di consenso: minato prima dai costi sociali del
grande sostegno alle banche; ed ora aggravato dalla continuità dei regali fiscali ai ricchi pattuita con i
Repubblicani.
E con la crisi di Obama esplode la crisi dell'Obamismo, la ricorrente suggestione ideologica che spinge
la sinistra europea ad aggrapparsi al salvatore americano per sublimare le proprie sconfitte e
responsabilità. Fu così con la socialdemocrazia europea nei confronti di Roosvelt negli anni 30. E così è
stato oggi nei confronti di Obama persino da parte della cosiddetta sinistra "radicale". Con una
differenza. Negli anni 30 la socialdemocrazia celebrava col New deal di Roosvelt la simulazione
"riformista" di un imperialismo in ascesa. Oggi la sinistra cosiddetta radicale è giunta a salutare come
"nuova speranza per l'umanità"- per citare testualmente le parole alate di Vendola- il Presidente della più
grande potenza imperialista in declino e la sua politica di salvataggio dei banchieri. Confermando anche
così, al di là delle parole, la propria subordinazione al capitalismo internazionale.
LA SCALATA DELLA CINA
Ma soprattutto il declino americano è misurato dall'ascesa della Cina sullo scenario mondiale. E' una
questione centrale nel panorama internazionale. E' stata anche materia di discussione nel nostro stesso
congresso, e lo sarà nella discussione internazionale del CRQI. E costituirà oltretutto un tema importante
di confronto con altre forze e tendenze del movimento operaio internazionale e della stessa sinistra
italiana: se solo si pensa che larga parte della Fed condidera la Cina un Paese socialista, che una nuova
formazione come Sinistra Popolare saluta enfaticamente il Premier cinese nell'atto stesso del suo
congresso fondativo, che nuove Associazioni politico culturali fondate da organizzazioni di estrema
sinistra -tra cui la Rete dei Comunisti- vantano la pubblica benedizione dell'amica ambasciata cinese.
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Dove sta il tragico paradosso di queste posizioni? Sta nel perfetto rovesciamento ideologico della realtà.
La Cina non solo è oggi un paese capitalista, che ha visto la progressiva mutazione di una burocrazia
stalinista in nuova borghesia, che si regge su una proprietà largamente privata e sul supersfruttamento
manchesteriano della propria giovane classe operaia. Ma è un paese che sta mettendo l'eredità del
settore pubblico dell'economia e di un apparato statale totalitario al servizio di uno sviluppo capitalistico
concentrato e straordinario: una sorta di capitalismo di Stato che proprio in ragione della potenza statale
si candida a ripercorrere la via della rapidissima ascesa, nell'ultimo 800, del capitalismo tedesco o del
capitalismo giapponese .
E' vero: questo quadro va bilanciato da fattori contraddittori, potenzialmente esplosivi. Il grattacielo
cinese poggia tuttora su fondamenta incerte. I grandiosi scioperi operai del Guandong, che salutiamo
come un fatto di straordinaria importanza per l'intero movimento operaio internazionale, indicano le
potenzialità dirompenti di una ascesa operaia sugli equilibri interni della Cina e di riflesso sullo scenario
mondiale. La stessa unità dell'apparato di regime, che sinora ha gestito la restaurazione capitalista,
potrebbe essere messo a dura prova nel caso del precipitare di una crisi sociale.
Ma questi fattori ed eventualità non possono nascondere la tendenza attuale, in tutta la sua enorme
portata. Lo sviluppo cinese non solo non è stato travolto dalla crisi mondiale, ma si è rafforzato nella crisi
, capitalizzando a proprio vantaggio le difficoltà dell'America e dell'Europa.
E' la crisi e il conseguente deprezzamento di azioni e titoli dell'occidente, a consentire lo straordinario
schopping della Cina nell'economia mondiale con il passaggio da 1 miliardo a 56 miliardi di investimenti
esteri in Usa ed Europa nel solo quinquennio tra il 2004 e il 2009.
E' la crisi e l'enorme indebitamento pubblico dei paesi imperialisti a ridurre il loro spazio di manovra
verso i paesi dipendenti, favorendo la grande espansione cinese in Africa e in Asia, a caccia di materie
prime a basso costo e soprattutto di terre coltivabili.
E' lo scarto tra la crisi occidentale e lo sviluppo cinese a ridurre il divario di potenza militare tra i
tradizionali paesi imperialisti costretti a contenere le spese in armamenti, ed una Cina che accresce ogni
anno il proprio dispositivo bellico e che ormai si avvia a rappresentare la più grande potenza navale
militare del mondo.
E tutto questo su uno sfondo che già oggi vede la Cina come primo paese esportatore, primo produttore
di supercalcolatori e di treni ad alta velocità, primo investitore in ricerca scientifica e tecnologica. E
soprattutto come il paese detentore di un grande potere di condizionamento internazionale, attraverso il
controllo del debito pubblico americano, l'investimento crescente nel debito europeo, e il possesso in
semimonopolio di quelle cosiddette "terre rare" che sono oggi le materie prime decisive dell'alta
tecnologia mondiale.
Certo: come abbiamo sottolineato nel testo congressuale, la Cina è ancora ben lontana, nonostante
tutto, dal poter contendere direttamente agli Usa l'egemonia mondiale, a causa di diversi fattori tra loro
intrecciati, a partire dalla non convertibilità dello Yuan e dell'accerchiamento strategico in Asia. Ma resta
l'altra faccia della medaglia: il fatto che gli USA non possono dominare e piegare la Cina , nè come
paese dipendente, nè come potenza rivale. Nell'85 l'America di Reagan ebbe la forza di imporre
all'emergente Giappone la rivalutazione della sua moneta, spezzando la sua ascesa e votandolo al
declino. Oggi L'America di Obama non ha la forza di imporre alla Cina la rivalutazione dello Yuan. Ciò
che determina a sua volta il ricorso alla svalutazione del dollaro, una guerra internazionale tra le valute,
un ritorno diffuso del protezionismo, l'approfondimento di tutte le contraddizioni mondiali.
Il declino americano e l'ascesa cinese segnano dunque, nel loro rapporto, la linea del fronte dello
scenario internazionale, con potenzialità dirompenti nella prospettiva storica:inclusa la possibilità della
guerra.
LA CRISI EUROPEA
L'Unione europea è il classico vaso di coccio della crisi mondiale e della tenaglia Usa- Cina .
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
La suggestione lanciata nel 2000 a Lisbona di un primato dell'Europa su scala internazionale entro il
2015 si è convertita 10 anni dopo nel suo esatto opposto. Non solo l'Unione Europea non ha
capitalizzato a proprio vantaggio la crisi americana, ma il combinato della crisi internazionale e
dell'ascesa asiatica ha marginalizzato come mai in passato il ruolo mondiale degli imperialismi europei.
Tutte le debolezze strutturali e politiche dell'Unione, già sottolineate e analizzate dal nostro primo
Congresso, sono state aggravate e amplificate, dallo scenario mondiale.
E' ormai la struttura stessa della U.E. ad essere messa in discussione dalla crisi. Le colonne d'Ercole dei
trattati di Maastritch e del Patto di stabilità sono state travalicate in un batter d'occhio dall'enorme
espansione dei debiti pubblici dovuta al soccorso prima delle banche e poi degli Stati sovrani a rischio
Default, come la Grecia e l'Irlanda, verso cui sono esposte le banche , in primo luogo tedesche. A sua
volta, proprio la nuova produzione di debito pubblico, e gli strumenti straordinari approntati per la sua
gestione, esaltano ogni giorno di più la contraddizione strutturale di fondo su cui l'Unione si appoggia:
l'assenza di un Ente garante in ultima istanza del debito pubblico, dovuta all'assenza di un'unità statale
europea. La federal Riserve americana è garantita dagli Stati Uniti. La BCE, il Fondo europeo di stabilità
programmato sino al 2013, e infine il nuovo meccanismo monetario concordato per gli anni successivi,
non sono garantiti e coperti da nessuna unità statale federale. Oltre ad avere una portata ridotta
d'intervento. Ciò che rappresenta una mina esplosiva per il sistema finanziario europeo.
Di Più. Proprio nel momento in cui la crisi mondiale solleciterebbe un passo avanti dell'integrazione
politica europea, si approfondiscono sotto il peso della crisi le contraddizioni interne al quadro
continentale. A partire dalla riemersione storica, in forme nuove, della vecchia questione Tedesca.
Siamo di fronte ad una situazione singolare . In astratto la Germania è l'unico stato Europeo che
potrebbe guidare un processo di Unificazione continentale. Nel concreto la Germania è oggi il principale
fattore di divisione e contraddizione in Europa.
La Germania è oggi l'unico paese europeo che conosce una reale ripresa economica dopo la
recessione del 2009, grazie ad una potente struttura industriale e all'ancoraggio decisivo col mercato
asiatico . Ma ha un tallone d'Achille molto pericoloso: un'enorme esposizione bancaria verso il debito
pubblico dell'Est europeo e dei paesi europei mediterranei. Questo nodo non può essere sciolto nè
dall'espulsione di tali paesi dalla U.E., nè dall'abbandono tedesco dell'Unione ( soluzioni entrambe
suicide per le esportazioni e le banche tedesche). E viene dunque affrontato in modo opposto: con una
sorta di commissariamento finanziario strisciante delle banche tedesche sull'economia europea, con la
concertazione di una disciplina finanziaria sempre più vincolante che moltiplica tutte le tensioni nazionali
tra il cuore industriale del Nord Europa e i paesi europei mediterranei, tra la Germania ed altri paesi
imperialisti, tra l'euro e le altre valute. Per di più con effetti economici restrittivi sul mercato continentale
che rendono ancora più arduo l'abbattimento dei debiti pubblici.
Per tutto questo è storicamente in discussione la stessa sorte della moneta unica.
PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA
Siamo dunque al fallimento conclamato di ogni vecchio europeismo. Sia dell'europeismo liberale che
apertamente rivendicava l'Unità capitalisica europea. Sia dell'europeismo riformista e centrista, che alla
coda dei liberali rivendicava e rivendica un Europa "sociale e democratica" su basi capitaliste: grazie ai
sospirati ministeri " di sinistra" o alla pressione dei movimenti sociali, o a entrambi i fattori. Ancora una
volta la realtà ha spazzato via queste fantasie configurando uno scenario opposto: Il massimo di
divisione in Europa, il massimo di offensiva sociale antioperaia ,sotto le insegne di qualsivoglia governo
europeo..
Tutte le mitologie di una possibile socialdemocrazia progressiva sud europea- da Yospin a Zapatero-
regolarmente alimentate dalle cosiddette sinistre "radicali", anche italiane, sono state ridicolizzate, una
dopo l'altra, dall'esperienza degli ultimi 15 anni. Ed oggi è proprio il crollo del mito Zapatero, ancora
intoccabile a sinistra sino ad un anno fa, a liquidare la credibilità di ogni illusione. Quello che fu indicato
anche in Italia, anche in Rifondazione, come il possibile faro di un centrosinistra progressista è quello
stesso governo che spara sui migranti, liberalizza i licenziamenti, porta le pensioni a 67 anni, in un duro
confronto con i lavoratori e i giovani.
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
E' la riprova che i lavoratori non potranno mai avere per amico il proprio governo
cosiddetto"progressista", che è poi il governo dei propri sfruttatori, ma solo i lavoratori degli altri paesi.
Alla Fiat che in questi giorni spiega agli operai di Mirafiori che se non si piegheranno al ricatto ricorrerà
agli operai serbi, polacchi, americani, va risposto che proprio gli operai serbi, polacchi, americani sono i
migliori alleati possibili degli operai di Mirafiori: quando solo si libereranno di ogni illusione verso i
Marchionne, quando si scrolleranno di dosso ogni rassegnazione, quando troveranno la via di una
piattaforma di lotta internazionale unificante che superi ogni divisione di frontiera: per una ripartizione
internazionale del lavoro attraverso la riduzione progressiva dell'orario, per l'esproprio delle aziende
sfruttatrici, a partire dalla Fiat, perchè il potere passi nelle mani nel lavoro. " Gli operai non hanno patria"
scriveva il Manifesto del Partito Comunista nel lontano 1848. Oggi questo appello è, se possibile, ancor
più centrale di allora.
Ma per portare questa verità nella coscienza politica della nuova generazione operaia è necessaria
un'altra direzione del movimento operaio europeo e un altro programma. Negli anni 20 i comunisti
rivoluzionari d'Europa, dopo il massacro della grande guerra, lanciarono la prospettiva degli Stati Uniti
Socialisti d'Europa come l'unica possibile soluzione progressiva della crisi del vecchio continente.
Socialdemocrazia e Stalinismo respinsero o abrogarono quella parola d'ordine. E' il momento di
riprenderla. Perchè solo rifondando l'Europa su nuove basi sociali è possibile unirla a vantaggio dei
lavoratori.
Questo è il programma cui ricondurre le lotte di classe e le mobilitazioni sociali contro la crisi dei diversi
paesi europei. Questo è il programma europeo della nostra organizzazione internazionale e delle sue
sezioni, come l'organizzazione del EEK in Grecia che ha svolto e svolge un intervento di prima linea
nella lotta di massa del proprio paese, anche pagando il prezzo della repressione poliziesca. Unico
partito della sinistra greca- non a caso- a rivendicare l'annullamento del debito pubblico verso le banche
e a porre la prospettiva del potere dei lavoratori come alternativa reale alla crisi capitalista e alla miseria
sociale. Ai nostri compagni greci e alla loro lotta- che è la nostra lotta- va il caloroso sostegno di questo
congresso.
LA LOTTA DI CLASSE IN EUROPA. LIMITI E POTENZIALITA'.
In tutta Europa si alza lo scontro sociale.
Tutti i fattori della crisi mondiale si scaricano sulla classe operaia europea.
Gli effetti della crisi capitalistica, le ricadute della concorrenza asiatica, i costi sociali del sostegno alle
banche e ai titoli sovrani, si sommano l'uno sull'altro sino a configurare il più violento attacco alle
condizioni materiali della classe lavoratrice di tutto il secondo dopoguerra.
Dopo la lunga stagione della precarizzazione del lavoro, giunge l'offensiva frontale contro i diritti
contrattuali, i sussidi sociali, le prestazioni pubbliche, con un vero salto di qualità. I lavoratori, i precari, i
disoccupati, già spremuti da 20 anni di politiche di austerità, sono ovunque chiamati a pagare crisi e
bancarotte del capitale. Con una differenza indicativa rispetto agli anni 90. Allora le classi dominanti
d'Europa chiedevano sacrifici sociali nel nome della promessa ipocrita di una futura prosperità. Oggi le
stesse classi dirigenti, poste di fronte al proprio fallimento, presentano i sacrifici come destino obbligato
di un inevitabile declino, inscritto nelle nuove regole del mondo.
La reazione della classe operaia europea a questo salto dell'offensiva capitalista non è stata e non è
lineare, ma anzi registra profonde contraddizioni.Nulla sarebbe più sbagliato, proprio da un punto di vista
marxista, nascondere a noi stessi questa realtà. Anche perchè proprio il quadro contraddittorio della lotta
di classe internazionale conferma nel modo più clamoroso il metodo marxista di lettura della complessità
del rapporto tra crisi economica e lotta di classe.
Guardiamo anche qui al divario tra Asia ed Europa.
In Cina in particolare e in larga parte dell'Asia, assistiamo ad un'ascesa della classe operaia industriale,
entro un quadro ancora frammentato, ma con fenomeni crescenti di radicalizzazione. Queste lotte non
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sono figlie della crisi, seppur si legano in qualche modo alla crescente spinta inflazionistica. Sono
l'effetto, all'opposto di uno sviluppo capitalistico asiatico, esteso e concentrato, che ha accumulato
enormi riserve di giovane classe operaia che chiede di partecipare alla ricchezza prodotta e rifiuta la
rassegnazione delle precedenti generazioni.
Nell'Europa segnata dalla crisi, il quadro è sostanzialmente diverso. La crisi si è abbattuta sul corpo
sociale di un mondo del lavoro non in ascesa, ma segnato da lunghi anni di arretramenti sociali e
delusioni politiche. In questo contesto la crisi non solo non ha prodotto, in prima battuta, una reazione di
lotta proporzionale alla gravità dell'attacco, ma ha teso ad ampliare fenomeni di disarticolazione e
disorientamento nella classe, in particolare nella classe operaia industriale, naturalmente aggravati in
modo determinante dalle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio. Prova ne sia che nei due
anni di recessione europea, 2008 e 2009, nei paesi chiave dell'Europa, pur in presenza di un attacco più
feroce, il livello complessivo di mobilitazione del proletariato è stato inferiore a quello della prima metà
del decennio.E' il caso della Francia e dell'Italia.
Ma nulla sarebbe più sbagliato che attestarsi su una visione statica della realtà.
Già nel 2010, dopo la crisi greca e il varo del nuovo piano finanzario europeo di lacrime e sangue, si
sono moltiplicati i sintomi di una ripresa di lotte. Le grandi mobilitazioni di massa in Grecia, gli scioperi
generali in Spagna, Portogallo, Irlanda, le manifestazioni della Fiom in Italia dopo Pomigliano, le ascese
studentesche e giovanili in Gran Bretagna e in Italia, e soprattutto la lotta continuativa in Francia, in
autunno, di milioni di lavoratori del settore pubblico e dei servizi, danno la misura su piani diversi,
nonostante tutto, dell'instabilità del quadro sociale.Non è un caso.
Al di là delle oscillazioni contingenti dei livelli di mobilitazione, l'Europa è attraversata infatti da una
contraddizione potenzialmente esplosiva. Infatti tutti i governi europei sono trascinati dalla crisi ad
un'escalation progressiva dell'aggressione sociale al lavoro e alle giovani generazioni, nel momento
stesso in cui non hanno più niente nè da offrire nè da promettere ai lavoratori e ai giovani. I loro blocchi
sociali tradizionali d'appoggio sono minati o disgregati dalla crisi. Tutti i governi borghesi senza
eccezioni, da Sarkosy a Zapatero, da Camerun a Berlusconi, da Merkel a Papandreu, attraversano una
crisi progressiva di credibilità e di consenso. Gli stessi partiti dominanti su cui si reggono e le relative
coalizioni sono percorsi da crisi o fratture di diversa ampiezza. La borghesia domina ma la sua
egemonia si riduce. Qui sta la miccia di possibili esplosioni sociali, di brusche svolte della lotta di classe,
di processi di radicalizzazione di massa, tanto più in un contesto in cui i tradizionali ammortizzatori
sociali sono erosi dalla crisi e i tradizionali ammortizzatori politici, dalle socialdemocrazie ai partiti
stalinisti, sono complessivamente più deboli che in passato come strumenti di controllo burocratico sulle
masse.
La proccupazione crescente dei circoli dominanti europei per quello che essi stessi chiamano "il rischio
sociale" ha qui la sua radice.
L'ITALIA: IL SALTO DELL' OFFENSIVA BORGHESE. LA VALANGA FIAT
E' in questo contesto generale che va inquadrato il caso italiano.
La situazione italiana riflette e condensa tutti i caratteri di fondo della situazione europea .Ma in forme
particolari, e con dinamiche proprie.
Il quadro d’insieme in Italia può essere sintetizzato con queste parole:
IL MASSIMO DELL’OFFENSIVA SOCIALE CONTRO IL MONDO DEL LAVORO COINCIDE COL
MASSIMO DEL DISORDINE POLITICO NEL CAMPO DELLA BORGHESIA.E' questa la contraddizione
che va indagata e razionalizzata.
Al pari di altri capitalismi europei, ma gravato da uno straordinario debito pubblico, e colpito
profondamente dalla crisi mondiale sul lato dell’industria esportatrice, il capitalismo italiano sviluppa un
salto storico della propria offensiva contro il lavoro.
Come in altri passaggi della storia italiana la FIAT prende la testa di un attacco frontale al movimento
operaio, con l’obiettivo di scardinare il contratto nazionale di lavoro, di avviare la progressiva
individualizzazione dei rapporti contrattuali, di "distruggere" in buona sostanza la FIOM. Prima l'attacco a
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Pomigliano, poi lo sfondamento a Mirafiori non sono un generico approfondimento, per quanto
grave,dell'offensiva padronale degli ultimi vent'anni.Sono una drammatica soluzione di continuità.Sono
un progetto reale di americanizzazione delle relazioni sindacali in Italia, in aperta rottura con lo stesso
quadro della legalità borghese. Mai era accaduto, neppure negli anni 50, che il principale sindacato della
classe operaia industriale, la Fiom,venisse espulso dalla rappresentanza sindacale delle principali
fabbriche italiane in quanto non firmatario di accordi capestro. Questa linea di sfondamento ha certo una
specificità Fiat, è sospinta da un'amministratore delegato sempre più attento agli interessi multinazionali
dell'azienda che alle stesse strategie complessive del padronato italiano, e infatti è talmente dirompente
da aver spiazzato gli stessi vertici di Confindustria. Ma al tempo stesso quest'azione di sfondamento Fiat
apre un varco all'intera borghesia italiana, sposta in avanti la frontiera dell'intera offensiva
confindustriale, apre una possibile dinamica a valanga capace, se non arrestata, di investire come un
ciclone l'intero quadro dei rapporti di lavoro.
Parallelamente l'offensiva del governo contro il PUBBLICO IMPIEGO, la SCUOLA, l’UNIVERSITA’, la
SANITA’, la CONDIZIONE SOCIALE del MEZZOGIORNO dentro il progetto reazionario del federalismo
mira a scaricare sulla classe operaia e sulle vaste masse popolari i costi sociali del cosiddetto debito
pubblico, cioè, in termini meno tecnici e aulici, il costo dei 70 miliardi pagati ogni anno alle banche,
italiane e straniere, in termini di interessi sui titoli pubblici. Anche qui non si tratta di un'offensiva
ordinaria, nè di soli tagli, per quanto imponenti. Il disegno Tremonti- Sacconi- Brunetta ha una valenza
strategica: mira a liberare, dentro lo smantellamento del settore pubblico un nuovo spazio per il mercato
finanziario e il business privato- dalla più avanzata aziendalizzazione di scuola e università, al nuovo
mercato annunciato della sanità integrativa, al decollo massiccio del trasporto ferroviario privato-. e per
questo punta alla privatizzazione progressiva dei rapporti di lavoro nell'amministrazione dello Stato e al
ritorno delle famigerate note di merito . Siamo dunque, come nel settore industriale, ad un ulteriore salto
di qualità . Anche qui col supporto decisivo dell'agenzia di servizio della Cisl, sempre più succursale
distaccata del governo. Anche qui, dentro il varco aperto negli anni passati dalle politiche del
centrosinistra, autentiche battistrada dell'offensiva odierna in tutti i settori decisivi, dalle pensioni alla
scuola alle poste. Anche qui utilizzando ancor oggi il sostegno delle opposizioni parlamentari come nel
caso del sostegno del centrosinistra al federalismo.
L' ITALIA: LA CRISI POLITICA BORGHESE
Ma, ecco il punto,
la borghesia italiana si trova a compiere il salto della propria offensiva nel momento della precipitazione
della propria crisi politica. La crisi congiunta del governo e delle opposizioni ne è l'espressione più
evidente.
La crisi esplosiva del berlusconismo non solo smentisce tutte le rappresentazioni impressionistiche di un
regime consolidato e compiuto, ma è fattore a sua volta di una più ampia destabilizzazione politica.
La crisi del berlusconismo è stata il prodotto di più fattori combinati. Certo la crisi capitalistica e i ristretti
margini di manovra del governo, a causa dei vincoli del debito pubblico, hanno eroso una parte della
base sociale di consenso di cui il governo disponeva. Ma il fattore scatenante della precipitazione della
crisi ha un’origine tutta politica. La clamorosa frattura sulla leaderschip tra Berlusconi e Fini, al netto di
rivalità ed ambizioni personalistiche, riflette in ultima analisi il fallimento del Popolo della Libertà. Non è
stato semplicemente il fallimento dell'unificazione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale, se non di
riflesso. E' stato essenzialmente il fallimento della costruzione di un partito conservatore di massa di tipo
tradizionale, capace di unire diverse formazioni politiche e culture attorno ad una possibile
rappresentanza dell’interesse generale borghese e a un equilibrio di leadership. Tutto ciò si è rivelato
incompatibile col “berlusconismo”: un fenomeno anomalo e spurio della vita politica borghese, un
impasto di familismo, aziendalismo, spirito di clan, megalomania cesarista, col contorno pittoresco di
faccendieri e prostituzioni d’alto borgo, che ha rappresentato e rappresenta un tratto atipico della politica
europea e della storia italiana del dopoguerra.Lo stesso grande capitale ha avuto ed ha un rapporto
contraddittorio con Berlusconi. L'ha usato ciclicamente a piene mani contro i lavoratori e nei suoi propri
interessi, e certo ha appoggiato questo suo terzo governo più di quanto avesse fatto nel 94 o nel 2001,
in ragione della sua maggiore forza iniziale. Ma al tempo stesso non si è mai affidato al parvenù
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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Berlusconi e al suo mondo. E non a caso in questi ultimi mesi l'indebolimento politico del governo ha
spinto importanti settori dell'esthablisment a ricercare soluzioni alternative
Ma la crisi profonda del berlusconismo si combina con la crisi parallela del campo parlamentare delle
opposizioni. E' questo un aspetto centrale della situazione politica, tanto più dopo la svolta del 14
Dicembre.
Queste opposizioni sono fondamentalmente unite nel tentativo di rimpiazzare Berlusconi con un governo
del grande capitale a guida Bankitalia o simili, capace di fondare le proprie politiche antioperaie su una
più ampia base parlamentare e su un possibile coinvolgimento concertativo della Cgil. Ma sono
profondamente divise nel perseguire questo disegno, dentro una spirale senza fine di conflitti interni e
contraddizioni paralizzanti. Basta osservare il campionario di questi mesi.Da un lato Il costituendo Polo
della Nazione, che si candida a guidare il ricambio borghese a Berlusconi, è segnato sin dalla nascita da
un contrasto decisivo di interessi tra UDC e FLI, in fatto di leaderschip, di rapporti col Vaticano, di
progetti istituzionali, col risultato di ripiegare nell'adattamento critico al governo, su pressione di
Confindustria e Chiesa. Dall'altro lato il Pd, ancora segnato dal fallimento del disegno bipartitico di
Veltroni, appare un partito in cerca di autore: paralizzato tra la ricerca di un accordo di governo col Terzo
Polo, di cui non esistono ad oggi le basi politiche, e la riproposizione del vecchio centrosinistra, che lo
espone all'incursione di Vendola .Il tutto in un quadro di perdurante instabilità interna e di nuove possibili
fratture.
La risultante d'insieme di questo scenario è molto semplice: nel momento della massima crisi del
Berlusconismo, le opposizioni borghesi a Berlusconi consumano il proprio fallimento. Il 14 Dicembre la
Camera dei Deputati ha dato di questo fallimento una rappresentazione plastica. E questo fallimento, si
badi bene, ha una radice, in ultima analisi, proprio nella natura borghese di queste opposizioni, nella loro
dipendenza organica dagli interessi di Confindustria, nell'impossibiltà per la loro stessa natura di
mobilitare le masse contro il governo e dunque di incidere sul suo blocco sociale. Se guardiamo bene
persino la vicenda parlamentare del 14 dicembre è la cartina di tornasole di questa realtà, con risvolti
grotteschi. Le stesse opposizioni parlamentari che avevano presentato a Novembre la mozione di
sfiducia al governo, hanno regalato a Berlusconi un mese decisivo per consentirgli di varare la legge
finanziaria di stabilità ( a vantaggio di scuole private e missioni di guerra) su comando degli industriali,
delle banche, dell'Unione europea, della Presidenza della Repubblica. E il brillante risultato è che
Berlusconi ha utilizzato il mese concesso per corrompere deputati dell'opposizione, capitalizzare le sue
contraddizioni, capovolgere i rapporti parlamentari. E a sua volta questa imprevista salvazione ha
regalato al governo un nuovo margine di manovra, sia sul piano parlamentare, sia nel rapporto coi poteri
forti, prolungando la sua precaria sopravvivenza.
Ma resta il fatto che non c'è una base politica reale per la stabilizzazione della legislatura.
E se si andrà ad elezioni politiche anticipate - come vorrebbe la Lega ma non Berlusconi- vi si andrà
letteralmente al buio, senza nessuno sbocco realistico di un nuovo equilibrio politico ed istituzionale, ma
anzi con possibili effetti ancor più destabilizzanti.
LA CRISI DELLA 2° REPUBBLICA
L’intero scenario della crisi politica italiana in pieno svolgimento, suggerisce, al di là dei suoi passaggi
contingenti, una considerazione di fondo.
La crisi congiunta del berlusconismo e delle opposizioni non è solo la crisi, per quanto profonda, degli
equilibri parlamentari, ma riflette e trascina con sé la crisi della II Repubblica: la crisi di quella
costruzione politico ed istituzionale, peraltro incompiuta, che ha attraversato vent’anni della storia
italiana.
Sotto il profilo politico sta franando il vecchio bipolarismo sotto il peso del sostanziale fallimento politico
speculare della PDL e del PD. Due formazioni anomale rispetto al quadro europeo entrambe incapaci di
stabilizzare un partito centrale della borghesia italiana, con basi di massa, entrambe esposte al rischio
permanente di disgregazione.
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
A sua volta la crisi del vecchio bipolarismo si intreccia con una tendenziale crisi istituzionale. Il
berlusconismo ha rivelato e amplificato tutte le contraddizioni tra i poteri dello Stato. Ha acuito il
contrasto tra costituzione formale e presidenzialismo populista, governo e parlamento, Esecutivo e
Presidenza della Repubblica, governo centrale e presidenzialismi regionali e locali, potere esecutivo e
potere giudiziario.
In un quadro complessivo di instabilità di sistema, obiettivamente sconosciuto agli altri paesi imperialisti.
Ed oggi una crisi del berlusconismo senza sbocco risolutivo è un autentico manifesto della crisi della
Repubblica e un fattore di suo ulteriore aggravamento.
In buona sostanza: potremmo essere alla vigilia di un terremoto politico e istituzionale analogo per la sua
portata a quello che accompagnò nei primi anni 90 la crisi della I Repubblica. Con una differenza. Allora
il processo di crisi dei vecchi partiti borghesi, la modifica delle leggi elettorali, la ricomposizione politica di
nuove forze - sospinto dal crollo internazionale dell'URSS e dall’ingresso italiano nell’Europa di
Maastricht- trovò un fattore scardinante nella Magistratura borghese, un polo di ricomposizione politica
nella costruzione del Centrosinistra, un riferimento trainante nella costruzione europea, una sponda
sociale nella concertazione organica tra Confindustria e burocrazie sindacali, ben strutturate nei rispettivi
blocchi sociali. Ebbe insomma un asse di svolgimento, e un binario di soluzione. Oggi la crisi politica e
istituzionale si consuma in un quadro politico e sociale destrutturato, senza ancoraggio strategico, tra
attori profondamente consunti dai propri falli menti o dalle proprie mutazioni. E per di più sullo sfondo
della massima crisi europea , della più grande crisi capitalistica mondiale, di un nuovo indebolimento, in
essa ,del capitalismo italiano.In questo senso la crisi della seconda Repubblica è, per alcuni aspetti,
persino più profonda della prima.
LA SUBALTERNEITA' DELLE SINISTRE
Proprio questa crisi della II Repubblica evidenzia, una volta di più, la natura delle Sinistre italiane. Non
dei loro “errori” o dei loro “limiti” ma della loro organica vocazione subalterna.
Le sinistre italiane non avanzano nessuna proposta indipendente di soluzione della crisi della repubblica.
Questo è il dato centrale. Non solo. Invece di inserirsi nella crisi italiana in funzione dello sviluppo di una
prospettiva autonoma; invece di riorganizzare un campo autonomo di forze sociali attorno a questa
prospettiva, connettendo resistenza sociale e progetto anticapitalista, le rappresentanze sindacali e
politiche della sinistra fanno esattamente l’opposto: usano la crisi borghese come possibile terreno di
propria ricollocazione d’apparato al fianco della borghesia e dei suoi partiti “democratici”. E per questo
disarmano una resistenza sociale incompatibile con questo progetto.
Tende a ripetersi, in forme diverse, quanto accadde 20 anni fa.
Venti anni fa, la crisi della I° Repubblica e dei suoi pilastri politici e istituzionali, spinse tutte le direzioni
del movimento operaio ad un’accelerata deriva trasformista. La burocrazia CGIL si votò alla
concertazione organica col padronato. Il gruppo dirigente del PCI avviò lo scioglimento del partito e la
sua mutazione in partito borghese di governo. I gruppi dirigenti del PRC si subordinarono ciclicamente
alle soluzioni borghesi di governo e alla concertazione sindacale, sino a votare in cambio di ministri i
sacrifici e le missioni di guerra. Il risultato d’insieme fu uno solo: la sconfitta sociale del movimento
operaio, la vittoria ripetuta del berlusconismo.
Vent’anni dopo, la crisi della II Repubblica ripropone con attori diversi la stessa commedia. Tutti i
responsabili della sconfitta d'allora tornano, con passi diversi, sul luogo del delitto.
La maggioranza dirigente della CGIL tenta il recupero della concertazione col padronato proprio nel
momento della massima offensiva padronale contro i diritti contrattuali. Non è solo una pugnalata alla
FIOM e alla grande piazza del 16 ottobre. E’ il tentativo di inserirsi nella crisi politica del berlusconismo in
funzione del ricambio politico borghese. In un certo senso è l’offerta di una sponda sindacale alla
borghesia italiana per proporle di cambiare spalla al fucile. Il fatto che questa linea venga riconfermata
persino dopo il 14 dicembre, a fronte di un governo reazionario in provvisorio recupero, dopo
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
l'aggressione di Marchionne a Mirafiori, dopo l'allineamento di Marcegaglia a Marchionne, contro la
proposta dello sciopero generale da parte dello stesso movimento di massa degli studenti, dà la misura
di un corso strategico irriformabile che è e resta oggi come ieri il principale organizzatore delle sconfitte.
Con una differenza: oggi l'organizzazione della sconfitta è la merce di scambio non del ritorno alla
concertazione, ma della sola speranza- forse vana- di riconquistarla.
Parallelamente, sul piano politico, avanza l’operazione di ricostruzione di una nuova socialdemocrazia
italiana attorno alla figura di Nichi Vendola. Le sue gambe sono ancora esili ed esposte a mille variabili.
Ma lo spazio politico di Sinistra e Libertà è reale : usare la crisi del PD per ricomporre attorno a sé una
socialdemocrazia di governo, socialmente radicata nella CGIL e alleata affidabile dei partiti borghesi,
liberali e cattolici. Senonchè il vendolismo si spinge persino al di là di un orizzonte semplicemente
socialdemocratico. Non si accontenta, se non in termini di un eventuale subordinata, di una "sinistra del
centrosinistra", come puntava a fare Bertinotti. Punta davvero a guadagnare lo scettro dell'intera
coalizione borghese. E cioè a conquistare il premierato di governo, la guida politica di fatto del
capitalismo italiano. L'ossessiva richiesta delle primarie non è solo schermaglia tattica nelle
contraddizioni del PD. E' la ricerca dell'investitura popolare per l'aspirante candidato democratico del
fronte borghese, dentro l'accettazione delle regole populiste plebiscitarie della seconda repubblica,
nonostante la loro crisi. E per onorare questa aspirazione Nichi Vendola combina la difesa formale dei
metalmeccanici e la più sofisticata affabulazione retorica a beneficio dell'immaginario popolare, con gli
ammiccamenti più scoperti alle classi dirigenti del paese. Apre alla Chiesa perchè sa che un premier
rispettabile ha bisogno della benedizione dei vescovi. Moltiplica gli incontri con le associazioni
confindustriali (come nel nord Est), perchè sa che un candidato premier è credibile se ha il lasciapassare
o almeno la neutralità dei padroni. Giunge a condannare le contestazioni operaie radicali alla Cisl perchè
sa che un premier rispettabile deve rispettare e gestire la concertazione. E siamo solo al piede di
partenza della corsa al premierato. Possiamo immaginare un eventuale punto d'arrivo. Questo è dunque
il vendolismo: l'ennesimo spartito del trasformismo.Il Vendolismo è in fondo il sogno di un Bertinottismo
finalmente compiuto: i voti operai, i ministeri borghesi. Ma con buona pace di Nichi Vendola, non è la
nuova poesia della vittoria, ma la vecchia prosa della sconfitta. E noi che non abbiamo capitolato a
Bertinotti, non ci facciamo incantare dal suo erede.
Infine il terzo attore è la neonata Federazione della Sinistra, attorno al PRC e al PDCI. A differenza di
SEL, non si tratta di un progetto organico, ma, prevalentemente, di un disegno di autoconservazione. E
l'autoconservazione è affidata, ancora una volta alla ricomposizione col centrosinistra sul terreno del
governo. Non inganni la rassicurazione francamente imbarazzante circa il “rifiuto” della Federazione di
entrare nell’esecutivo. E' vero l'opposto: l'esclusione dal governo è la rassicurazione chiesta dal PD
come condizione per imbarcare la federazione. E la federazione si rassegna – se così si può dire – a
questa condizione pur di ritornare nel Centrosinistra; pur di partecipare alla maggioranza di sostegno del
suo eventuale governo confindustriale ; pur di ottenere in cambio del patto coi partiti della borghesia , la
riconquista dei seggi parlamentari. Siamo al tentato replay del 96-98, ma in peggio. Allora Rifondazione,
che pur votò le peggiori politiche padronali di Prodi dall'interno della sua maggioranza,( a partire dal
famigerato pacchetto Treu), non aveva un accordo stabile di governo col centrosinistra, con cui poi
ruppe. Oggi la Federazione, pur di ottenere il rientro istituzionale, garantisce al PD e se occorre persino
all'UDC un patto organico di legislatura. E questo nel momento stesso in cui PD e UDC spalleggiano la
Fiat contro i lavoratori, e le sinistre sostengono i lavoratori contro la Fiat. Siamo all'eterna riproposizione
di una politica scissa dai contenuti di classe. Il Congresso del PRC a Chianciano, rompendo con
Vendola, aveva promesso solennemente “In basso a sinistra”. Due anni dopo ribussano, in alto e a
destra, sulla scia di Vendola. Lungo la rotta sperimentata degli ultimi 15 anni.
Noi non sappiamo quali saranno le fortune di questi disegni delle sinistre politiche e sindacali, peraltro
subordinate a loro volta alle fortune altrettanto incerte dei partiti borghesi di centrosinistra cui si sono
affidate.
Sappiamo solo che quei disegni ripropongono la subordinazione suicida del movimento operaio alle
classi dirigenti, ai loro tentativi di ricomporre contro i lavoratori un nuovo equilibrio politico . Sappiamo
che il solo perseguimento di quei disegni è già oggi il principale fattore di crisi dell’opposizione di classe
e di massa cui infatti le sinistre non offrono alcuna prospettiva reale; sappiamo solo che l'impasse
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
dell'opposizione di classe e di massa è, a sua volta, il principale fattore di tenuta politica della borghesia
e di incoraggiamento della sua offensiva.
LA NOSTRA PROPOSTA POLITICA. VIA BERLUSCONI. SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I
LAVORATORI
Per tutte queste ragioni, la nostra proposta politica e linea d’azione è l’esatto capovolgimento della linea
generale delle sinistre italiane. Proprio partendo dall'interesse generale del movimento operaio.
Se le sinistre riformiste lavorano a subordinare l’opposizione sociale e i movimenti di massa alla
ricomposizione di un’equilibrio borghese, Il PCL rivendica la rottura coi partiti borghesi come condizione
per liberare un’opposizione radicale che punti all’esplosione sociale e a un’alternativa di società e di
potere.
Il nostro programma si basa su un bilancio di verità della storia italiana.
Le classi dirigenti hanno fallito, nella prima come nella seconda repubblica.
Tutte le loro promesse sociali si sono risolte nell'aumento dello sfruttamento, nella diffusione della
povertà, nella privazione di futuro della giovane generazione.
Tutti i mali storici nazionali si sono aggravati, a partire dalla precipitazione della questione meridionale,
da un'evasione fiscale delle classi proprietarie che sfiora ormai i 2oo miliardi annui, da una criminalità
organizzata sempre più incorporata al capitale finanziario e sempre più estesa nello stesso Nord.
Mentre la promessa "Repubblica degli onesti" annunciata 20 anni fa dai cultori del maggioritario, si è
risolta nell'ulteriore espansione della corruzione pubblica, nell'infinita giostra di comitati d'affari, lobbies,
cordate e consorterie che attraversano tutto il sottobosco delle organizzazioni dello Stato, incluso il
potere giudiziario, i più alti vertici della aziende pubbliche come Finmeccanica ed Eni, le vette
dell'intoccabile arma dei carabinieri, il giro vorticoso dei grandi appalti pubblici e delle loro cricche, gli
ambienti immancabili del Vaticano e dello IOR, vera lavanderia della finanza criminale.
Queste non sono deprecabili patologie, magari estirpabili con appelli morali, qualche sentenza
giudiziaria, qualche nuova combinazione parlamentare. Questa è l'essenza stessa del regime borghese
e della sua decantata "democrazia".
Un'alternativa è tale se spazza via questo mondo e la sua base sociale. E viceversa ogni soluzione della
crisi politica ed istituzionale interna a quel mondo sarebbe un inganno per i lavoratori e una sconfitta
delle loro ragioni.
Per questo abbiamo assunto e riproponiamo come parola d'ordine la cacciata del governo Berlusconi- in
ogni caso prioritaria - dal versante delle ragioni del lavoro e non di Montezemolo. Perchè la cacciata di
Berlusconi si trasformi nella cacciata delle classi dirigenti del Paese, dei loro partiti, delle loro istituzioni,
a favore di un governo dei lavoratori.
"Que se vayan todos", che se ne vadano tutti,recitava il 14 dicembre in piazza uno striscione
studentesco a Roma riprendendo la parola d'ordine della sollevazione argentina del 2001. Questa è la
nostra stessa parola d'ordine. Perchè solo una Repubblica dei lavoratori può fare davvero piazza pulita
di sfruttamento, oppressione, malaffare . Introdurre in ogni lotta parziale e in ogni movimento il senso di
questa prospettiva generale è la cifra della nostra politica quotidiana.
LA NOSTRA LINEA DI MASSA. UNITA' e RADICALITA'
E’ questa non solo l’unica linea e proposta capace di configurare una soluzione progressiva della crisi
sociale, a fronte della crisi storica del riformismo. E' anche l'unica linea e proposta capace di sbloccare l
'attuale impasse del movimento operaio sul terreno della lotta di classe, in un passaggio decisivo.
La situazione del fronte di massa in Italia attraversa grandi difficoltà. Negli anni cruciali della crisi e della
recessione, le lotte aziendali di resistenza, anche radicali, a difesa del lavoro, non hanno trovato un
punto di unificazione. Numerose sconfitte, in ordine sparso, a partire da Alitalia, hanno concorso a
peggiorare i rapporti di forza complessivi. Mentre i successi parziali di alcune lotte emblematiche, dalla
Inse all'Alcoa, non sono stati raccolti e investiti in una prospettiva generale di ripresa. Parallelamente si
registra una situazione estremamente negativa nel pubblico impiego: dove a fronte dell'attacco sociale
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Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
più pesante del dopoguerra, non si è prodotta nessuna risposta complessiva di lotta ed anzi si sono
allargati, dopo il 2008, fenomeni ulteriori di passivizzazione, con ricadute negative sul livello complessivo
dell'opposizione sociale. Il fatto che le gestione del conflitto sociale da parte della Cgil e delle sinistre sia
la principale responsabile di questa situazione non cambia la sua natura.
E tuttavia la situazione sociale non è statica. Anche in Italia, come in altri paesi europei, abbiamo
assistito in questi ultimi mesi ad una ripresa, seppur ancora disomogenea, delle mobilitazioni. La
ribellione del NO a Pomigliano contro i diktat della Fiat. Il susseguirsi di sacrosante contestazioni operaie
radicali ai sindacati venduti di CISL e UIL. La grande manifestazione di massa promossa dalla FIOM a
Roma il 16 ottobre. La potente irruzione del movimento studentesco contro il decreto Gelmini dentro le
stesse contraddizioni della crisi politica, misurano nel loro insieme, un fatto nuovo. Che ancora non
trascina il movimento più generale delle masse , ma che indica un possibile principio di svolta cui
guardano, con crescente preoccupazione, i circoli dominanti della borghesia italiana e tutti i loro partiti.
Ma a questo principio di ripresa non corrisponde una direzione adeguata e una proposta reale. Certo la
FIOM, per le sue posizioni di contrasto e come bersaglio centrale dell’offensiva padronale, è diventata di
fatto, per molti aspetti, un punto importante di riferimento e di aggregazione nello scontro sociale, come
ha dimostrato l’enorme capacità di richiamo della manifestazione di ottobre presso l’insieme dei soggetti
sociali dell’opposizione. E oggi la difesa incondizionata della Fiom dall'attacco congiunto di padroni,
governo, PD, e persino dei vertici della Cgil, è il primo dovere di ogni militante di classe e il primo
impegno del nostro partito. Ma con altrettanta franchezza diciamo che la proposta di linea che la Fiom
avanza è nettamente al di sotto delle sue importanti responsabilità: oscillando tra un prezioso rifiuto della
capitolazione a Marchionne , e il rifiuto di un salto generale di radicalizzazione dello scontro. Questo
limbo non potrà reggere a lungo, di fronte al salto drammatico del livello stesso del conflitto. Senza una
svolta si rischia una disfatta.
Per questo a tutte le forze dell’opposizione sociale, a tutte le sinistre politiche, sindacali, sociali,
associative, di movimento il PCL avanza pubblicamente una proposta di svolta unitaria e radicale.
PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE
In primo luogo avanziamo la proposta della più larga unità d'azione, in piena autonomia dal
centrosinistra e da tutte le forze borghesi. Al fronte unico di tutte le forze dominanti contro il lavoro- che
unisce nel sì a Marchionne i Berlusconi e i Fassino di tutta Italia- va contrapposto il più ampio fronte
unico del proletatiato e di tutte le sue organizzazioni. Non si regge l'onda d'urto dell'offensiva dominante
senza serrare le fila. E non si serrano le fila sul terreno della lotta senza liberarsi dell'abbraccio
paralizzante, diretto o indiretto del centrosinistra o dell'illusione di condizionarlo. Per questo rilanciamo la
proposta di un coordinamento nazionale permanente e autonomo di tutte le forze promotrici e aderenti
della grande manifestazione nazionale del 16 Ottobre, sulla scia dell'esperienza in corso di " Uniti contro
la crisi", e della manifestazione di massa del 14 Dicembre. Proponiamo che questo blocco si radichi e si
strutturi anche su scala locale, in ogni realtà territoriale. Proponiamo che questo fronte si estenda alle
forze di classe non ancora coinvolte: e per questo facciamo appello a tutte le organizzazioni del
sindacalismo di base perchè abbandonino una posizione insostenibile di estraneità e demarcazione
dalle manifestazioni di massa e dal fronte unico di lotta con la Fiom, come purtroppo è avvenuto il 16
Ottobre e il 14 Dicembre. Non ci si può defilare di fatto dal fronte unico contro la Fiat per i diritti di tutti.
Non si tratta di rimuovere le responsabilità della Fiom in ordine alla gestione delle lotte. Si tratta di
assumersi le proprie responsabilità di fronte ai lavoratori. Non si tratta di difendere il proprio spazio dalla
concorrenza reale o presunta di altre sigle, a scapito dell'unità di classe. Si tratta di sviluppare, dentro la
più larga unità di classe il più ampio e libero confronto di posizioni e proposte.
PER UNA SVOLTA RADICALE DELLE FORME DI LOTTA
In secondo luogo proponiamo all'insieme delle sinistre, e tra le masse, una svolta radicale sul terreno
dell'azione. Non si fronteggia la linea di sfondamento del padronato e del governo, senza contrapporle
una forza di massa uguale e contraria. Questo è oggi il nodo centrale della lotta di classe in Italia. Lo
diciamo da tempo: scioperi simbolici e ordinari, azioni centellinate e rituali , pure manifestazioni di
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CON LA RIVOLTA POPOLARE IN ALGERIA E TUNISIA

(10 Gennaio 2011)


Il secondo Congresso Nazionale del Partito comunista dei lavoratori, esprime il pieno sostegno alla rivolta popolare in atto in Algeria e Tunisia. Grandi masse di giovani arabi si stanno ribellando non solo al carovita, ma alla propria condizione sociale di sfruttati, precari, disoccupati. Una condizione tanto più intollerabile a fronte del lusso delle proprie borghesie nazionali e del carattere reazionario e corrotto dei regimi politici dominanti. Un’intera generazione di giovani algerini e tunisini è infatti privata di ogni futuro: condannata o alla disoccupazione e alla marginalità di strada, o al supersfruttamento praticato da tante aziende europee- italiane in testa- a caccia di manodopera a basso costo con cui ricattare in patria i “propri” lavoratori . Oltretutto i giovani arabi che cercano la via della fuga in Europa , si trovano sbarrata la via dalle nuove leggi antimigranti concordate dai propri governi corrotti con la U.E., in cambio di mazzette e commesse facili per i capitalisti europei. E per questo si scontrano più di ieri con le vessazioni delle proprie polizie o delle polizie della U.E., spesso finendo nei campi di detenzione ( arabi o europei) e nei loro orrori.
Il congresso del PCL fa appello non solo alla solidarietà coi giovani arabi in rivolta ma all’aperto sostegno della loro ribellione. All’ unità tra governi europei e governi arabi va contrapposta l’unità tra gli sfruttati, arabi ed europei. Il ruolo di organizzazioni sindacali in Tunisia in diretto rapporto con le mille forme della rivolta giovanile è un fatto di estrema importanza.
Il PCL chiede a tutte le sinistre italiane, politiche e sindacali, di promuovere un immediata mobilitazione unitaria sotto le ambasciate e i consolati di Algeria e Tunisia, col coinvolgimento diretto di migranti arabi in Italia e delle loro organizzazioni: per denunciare i rispettivi regimi e il sostegno criminale loro accordato da tutti i governi europei-- a partire dal governo Berlusconi,--e chiedere la liberazione di tutti i giovani arrestati.

LIBERTA’ PER TUTTI GLI ARRESTATI

PIENI DIRITTI DEMOCRATICI E SINDACALI, INDIVIDUALI E COLLETTIVI, IN ALGERIA E TUNISIA

VIA I GOVERNI CRIMINALI DI TUNISI E DI ALGERI E PUNIZIONE DI TUTTI I RESPONSABILI DEGLI ECCIDI DI PIAZZA

CANCELLAZIONE DEI DIRITTI DI SUPERSFRUTTAMENTO CONCESSI ALLE IMPRESE ITALIANE ED EUROPEE, E AI LORO GOVERNI, CONTRO I GIOVANI E I LAVORATORI ARABI

ESPROPRIO DELLE BANCHE STRANIERE, DELLE GRANDI AZIENDE ENERGETICHE, DELLA BORGHESIA ARABA SFRUTTATRICE E COMPRADORA, SOTTO IL CONTOLLO OPERAIO E POPOLARE.

PER UN GOVERNO OPERAIO E POPOLARE A TUNISI ED ALGERI, NELLA PROSPETTIVA DI UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA ARABA

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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OCCUPAZIONE DELLA FIAT E SCIOPERO GENERALE VERO

(28 Dicembre 2010)

L’accordo tra Fiat Cisl e Uil a Mirafiori, basato sulla distruzione del contratto nazionale e sull’espulsione di fatto della Fiom dalla principale fabbrica italiana, è semplicemente vergognoso. L’avallo o addirittura il sostegno che i vertici del PD hanno dato all’accordo qualifica una volta di più la natura padronale di tale partito, pronto a tutto pur di guadagnare la benedizione Fiat. Ora questo accordo merita una risposta di lotta altrettanto radicale. Non basta la denuncia, né una risposta rituale e ordinaria. Occorre mettere in campo la forza dei lavoratori. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche e sindacali per un iniziativa unitaria di lotta che passi per l’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e per la convocazione di uno sciopero generale vero, a carattere continuativo, che punti alla revoca dell’accordo. Se la Cgil si defilerà, sarà la Fiom a doversi assumere le proprie responsabilità. Parallelamente il PCL sosterrà ogni contestazione operaia radicale e di massa contro Cisl e Uil, chiedendo a tutti i lavoratori onesti iscritti a quei sindacati di abbandonarli alla loro vergogna. O emergerà la forza dei lavoratori, o vincerà la forza del padrone.

 

PCL nazionale

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la crisi del governo Berlusconi
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LE “OPPOSIZIONI”… DEL CAPITALE



La crisi politica esplosiva del berlusconismo mette a nudo una volta di più la natura borghese delle “opposizioni” parlamentari. Nel momento stesso della massima contrapposizione istituzionale tra governo e “opposizioni”, la prima preoccupazione di queste ultime è consentire a Berlusconi e Tremonti il varo prioritario della “legge di stabilità”:  comprensiva di nuove scandalose regalie alle scuole private, dell’ennesimo rifinanziamento delle missioni di guerra, degli incentivi fiscali alla demolizione del contratto nazionale di lavoro (salario di produttività). E’ ciò che chiedevano a gran voce la Confindustria , i banchieri, la Presidenza della Repubblica, la Commissione europea. Le “opposizioni” hanno semplicemente obbedito: rinviando la presentazione della mozione parlamentare di sfiducia contro Berlusconi. E’ un fatto emblematico: rivela l’unità di centrodestra e centrosinistra attorno al superiore interesse di sua maestà il capitale. Che ha diritto di precedenza sulla “guerra” parlamentare.
Si conferma così la vera natura della contesa politica in corso.
La banda reazionaria di Berlusconi cerca di sopravvivere al naufragio della propria maggioranza per salvare il Capo dalle patrie galere: per questo distribuisce gli ultimi doni ai propri committenti sociali.  Le “opposizioni” liberali ( PD e UDC) cercano di rimpiazzare Berlusconi con un governo più direttamente legato all’interesse generale del grande capitale finanziario: per questo preservano tutte le porcherie sociali del berlusconismo contro i lavoratori, e si candidano a vararne di proprie.
Cosa aspettano le sinistre politiche e sindacali a rompere col Centrosinistra e a unire nell’azione le proprie forze su un programma di mobilitazione anticapitalista? Perché continuano a subordinarsi al PD ( e persino all’UDC) pur di rientrare nel “gioco” istituzionale? Berlusconi dev’essere cacciato dal versante delle ragioni dei lavoratori o da quello degli interessi di Montezemolo e Marchionne?


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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video sull' assassinio del compagno Mariano Ferreyra
Riduci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Assassinato un compagno del Partido Obrero argentino.
Riduci


Assassinato un compagno del Partido Obrero argentino.




http://www.youtube.com/watch?v=O2BMZA9kg24

 


http://www.youtube.com/watch?v=cTMU85T96HI&feature=related

 


(22 Ottobre 2010)

Una squadraccia armata del sindacalismo peronista spara contro una manifestazione di operai ferroviari uccidendo un militante del PO, ferendone in maniera gravissima un'altra e colpendo altri lavoratori.

Mercoledì scorso, 20 ottobre, il compagno Mariano Ferreyra, militante di 23 anni del nostro partito fratello in Argentina, il Partido Obrero, è stato vigliaccamente assassinato.

Il compagno partecipava ad una manifestazione di alcune centinaia di operai della manutenzione ferroviaria della stazione di Avellaneda, una importante città operaia alla periferia di Buenos Aires, terziarizzati tempo fa con l’accordo della burocrazia dirigente peronista del sindacato di categoria (Union Ferroviaria, appartenente alla confederazione maggioritaria CGT). In particolare chiedevano la riassunzione di 100 operai licenziati e il reintregro di tutti nell’azienda madre.



Una numerosa squadraccia di 120 persone, appartenenti alla struttura burocratica del sindacato e alla “Gioventù Sindacale Peronista”, si è contrapposai al corteo. La polizia che divideva i due fronti si è improvvisamente aperta lasciando passare due degli squadristi che hanno aperto il fuoco colpendo a morte Mariano e ferendo altri manifestanti. La più grave é la compagna Elsa Rodriguez, ugualmente militante del PO, che si trova in coma.



La Union Ferroviaria, così come la CGT e la Gioventù Sindacale Peronista, sono sostenitori del governo “progressista” di Cristina Kirchner, il che la dice lunga sul carattere sociale e politico di tale governo e di altri simili in America Latina.

In particolare è significativo il ruolo della famigerata “Gioventù Sindacale Peronista”. Negli anni ’70, espressione della destra peronista, fu una delle colonne della segreta (non al governo e alla polizia però) “Triple A” (Alleanza Anticomunista Argentina), colpevole dell’assassinio di centinaia di militanti di sinistra e sindacalisti classisti. Oggi sostiene la “peronista di sinistra” Cristina Kirchner , ma l’odio anticomunista e anticlassista e i metodi fascisti restano uguali.

Non a caso la presidente della Repubblica ha pubblicamente polemizzato con i lavoratori in lotta e i compagni di Mariano, invece che con i suoi assassini. Che la burocrazia sindacale reazionaria e venduta, agente del governo, ricorra a metodi criminali così aperti, come i peronisti non usavano da molti anni, è sintomo evidente dell’ascesa della lotta di classe in Argentina e del timore che essa ingenera nel padronato , nel governo e nei loro corrotti servi.



La reazione al crimine operaio è stata rapida e ampia. La confederazione sindacale “democratico -riformista” CTA ha proclamato uno sciopero generale nazionale di protesta. A Buenos Aires decine di migliaia di persone sono scese in piazza, all’appello del PO, di altre organizzazioni politiche di sinistra, della CTA e di moltissime associazioni e strutture democratiche, dando vita, nel centro della città ad una grande manifestazione. Altre manifestazioni si sono svolte nelle altre città argentina.



Salutiamo commossi la memoria di Mariano, esprimiamo i nostri calorosi auspici che Elsa possa salvarsi, ci sentiamo più che vicini alla lotta dei nostri compagni e fratelli di classe argenti.



Giudizio e castigo per i colpevoli.



Mariano è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai



Alleghiamo qui il messaggio di cordoglio che abbiamo inviato al Partido Obrero.



E’ con profondo sdegno e dolore che abbiamo appreso l’assassinio del compagno Mariano Ferreyra e il ferimento della compagna Elsa Rodriguez e di altri lavoratori delle ferrovie da parte di una squadraccia della burocrazia sindacale peronista, legata al governo kirchnerista.

Il nome di Mariano si aggiunge al lungo elenco dei martiri della Quarta Internazionale, caduti nella lotta per la rivoluzione socialista, vittime in particolare degli agenti controrivoluzionari al servizio della borghesia nel movimento operaio politico o sindacale.

La vigliacca azione della squadraccia della già tristemente famosa “gioventù sindacale peronista” esprime la paura dei nemici della classe operaia nei confronti dell’ascesa della sua lotta.

Mentre inchiniamo le nostre bandiere alla memoria del compagno assassinato, siamo certi che il suo sacrificio non sarà stato vano, ma un doloroso e tragico tassello nel lungo percorso della liberazione del proletariato.



“ Le nostre bandiere oggi sono a lutto, pagheranno caro, pagheranno tutto “

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ROMA 16 OTTOBRE MANIFESTAZIONE FIOM ED INTERVISTA A MARCO FERRANDO
Riduci



































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per il 23 Ottobre Livorno
Riduci

 

 

Livorno: 23 ottobre mobilitazione contro la guerra

(11 Ottobre 2010)

Il 23 Ottobre a Livorno manifestazione contro la guerra.
 
In occasione della grottesca commemorazione della battaglia di EL ALAMEIN nell' apoteosi del ruolo dei reparti militari di “elite” come la Folgore impegnati nelle missioni di guerra, i lavoratori e i cittadini di Livorno si mobilitano per dire basta ai finanziamenti militari ad esse destinati  e alla cultura simbolica reazionaria del ventennio fascista.
 
Il capitalismo in crisi vuole la guerra e la fa pagare ai lavoratori.
Il governo attuale di destra e quelli precedenti di centrosinistra hanno tolto sempre più  risorse destinate alla scuola pubblica, al sociale al territorio per destinarle alla guerra imperialista.   L’ ipocrisia e le false condoglianze verso i nostri militari morti in missione in Afghanistan sono la tetra simbologia dei poteri forti.
 
Intanto il governo Berlusconi con la voce del ministro della guerra La Russa parla di armare i bombardieri e destinarli proprio per il conflitto afghano.
 
La cifra astronomica di 29 miliardi di euro per la realizzazione dei caccia bombardieri F 35  spesi in soli tre anni è la dimostrazione che il capitalismo predilige la guerra ed intanto mette in discussione i diritti dei lavoratori come quelli della scuola  o dei metalmeccanici privandoli
del contratto nazionale.
 
Il 23 ottobre i cittadini ed i lavoratori di Livorno diranno basta: alle missioni di guerra, alle grottesche simbologie fasciste, alle scelte dei padroni che cercano anche di criminalizzare il  dissenso operaio che si e' espresso contro la Confindustria e i sindacati gialli come CISL.
Invitiamo tutti i lavoratori, gli studenti, i precari, i pacifisti e tutti coloro che si sono stancati di pagare la crisi a fronte di sperperi militari e l’ aumento dei profitti di pochi, a scendere in piazza insieme a noi.

23 OTTOBRE CORTEO
PIAZZA GARIBALDI – ORE15:30

Partito Comunista dei Lavoratori sez. provinciale di Livorno

Il PCL è all’ interno del comitato promotore per la giornata del 23 Ottobre.

 

 

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Ciao Tiziano
Riduci

E’ scomparso il compagno Tiziano Bagarolo

(7 Ottobre 2010)

E’ con grandissimo dolore che informiamo i compagni e le compagne del partito, i/le suoi/e simpatizzanti e tutti i compagni e la compagne che seguono la nostra attività, della repentina, inaspettata e assolutamente precoce scomparsa del compagno Tiziano Bagarolo, membro della Direzione del PCL e validissimo teorico marxista, in particolare, ma certamente non solo, sul terreno della questione ambientale.



Il compagno Tiziano è morto a causa di quella che è stata diagnosticata come un’ipertrofia cardiaca, poco dopo essersi sentito male in un supermercato ed essere stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Milano, nella mattina di mercoledì 29 settembre. Incredibili intoppi burocratici hanno fatto sì che i parenti di Tiziano, che vivono nel Veneto e in Friuli, e tramite loro noi, siamo stati informati solo oggi del decesso.

E’ una grave colpo per il nostro partito e per il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale.



Ritorneremo più ampiamente sulla figura di Tiziano Bagarolo, sulla sua militanza e il suo contributo al marxismo, limitandoci qui ad una prima esposizione.



Nato 54 anni fa in una famiglia proletaria della provincia di Pordenone, Tiziano si accostò giovanissimo al marxismo rivoluzionario, aderendo in Friuli alla gruppo locale dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (GCR), l’allora sezione Italiana del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale. Fin da allora sviluppò, con altri compagni, posizioni critiche rispetto all’adattamento dei GCR alle forze centriste e movimentiste allora imperanti nell’estrema sinistra. Dopo la crisi di tale sinistre con il 1977, che si riverberò sui GCR, Tiziano fu uno dei protagonisti della loro ricostruzione come Lega Comunista Rivoluzionaria. Si trasferì allora a Milano, diventando funzionario dell’organizzazione, componente del suo Ufficio Politico e, per un periodo abbastanza lungo, direttore del suo giornale quindicinale Bandiera Rossa. Gli impegni di funzionario gli impedirono di completare gli studi universitari classici alla statale di Milano, in cui pure eccelleva. Terminato l’impegno gravoso e sottopagato di funzionario, pur restando dirigente nazionale della LCR, Tiziano trovò lavoro come istitutore presso il Convitto Longoni di Milano, struttura pubblica di insegnamento con annesso collegio. A questo suo lavoro dedicò, per circa 25 anni, tanta parte del suo impegno, in un rapporto umano ed educativo profondo con i suoi allievi.

Nell’attività politica Tiziano fu sempre sia un militante che un teorico, che passava dal volantinaggio mattutino davanti ad una fabbrica ad un saggio di analisi dell’AntiDhuring di Engels o dalla vendita del giornale di partito in una manifestazione ad una disamina delle più recenti teorie sull’evoluzione o sull’ambiente. Su questo tema particolare divenne un profondissimo teorico marxista, certo il migliore in Italia (e non solo), sapendo sempre combinare interesse a e attenzione alle novità analitiche e scientifiche e fermezza del metodo e del progetto marxista.

Questo si può vedere nel volume “Marxismo ed ecologia”, pubblicato dalle Nuove Edizioni Internazionali negli anni ’80, che pur nel suo grande significato non rappresenta che una piccola parte del contributo di Tiziano. Contributo che si esprimeva anche su una importante e raffinata rivista storico-teorica, indipendente nel quadro della sinistra, intitolata “GIANO” di cui egli fu a lungo componente del comitato di redazione.

La sua coerenza di marxista rivoluzionari trotskysta lo spinse, di fronte al processo della nascita di Rifondazione Comunista, ad unirsi al nucleo della precedente Lega Operaia Rivoluzionaria (confluita nella LCR nel 1984 e da allora sua minoranza di sinistra) ed ad altri pochi compagni, per difendere la prospettiva di un ingresso in tale partito riformista di sinistra, finalizzato alla costruzione nel tempo, per rottura organizzativa da tale forza, di un vero partito operaio marxista rivoluzionario; ciò in contrasto con la maggioranza della LCR (diventata nel frattempo Associazione Quarta Internazionale- AQI), che concepiva il futuro della sua azione in termini di pressione politica sui dirigenti riformisti apparentemente più radicali, sperando in una evoluzione sostanzialmente spontanea del PRC.

Furono quindi gli anni prima della Tendenza Leninista dell’AQI, poi, con la separazione da quest’ultima, della rivista Proposta e dei/lle compagni/e organizzati intorno ad essa, infine dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria (AMR).

Di Proposta Tiziano fu al contempo direttore politico, redattore capo e grafico, utilizzando anche su questo terreno le sue peculiari capacità.

Dell’AMR Tiziano fu, per quasi tutto il suo percorso, componente della segreteria nazionale, contribuendo in maniera significativa alla elaborazione della sua linea politica, che certo portò ad alcuni significativi successi (basti pensare che quando il PCL nacque, nonostante alcune traversie finali dell’AMR, aveva più di 10 volte il numero di militanti del nucleo iniziale raccoltosi, in rottura con l’AQI, intorno alla rivista Proposta).

Su Proposta Tiziano Bagarolo scrisse moltissimi articoli di grande valore politico e teorico. Ci permettiamo di ricordarne solo tre. Una analisi storica dell’esperienza dell’”Unidad Popular” di Allende in Cile e della sua tragica sconfitta nei primi anni ’70 e, collegato ad esso, una storia del MIR, la principale organizzazione, centrista, dell’estrema sinistra cilena in quegli anni (i due testi sono stati recentemente ripubblicati in opuscolo dalla nostra sezione di Firenze) e un saggio sulla questione ecologica nella rivoluzione russa, eccezionale nella informazione e nell’analisi di una pagina nascosta della storia, cioè la battaglia ambientalista di Lenin e dei bolscevichi al potere (distrutta dal successivo falso efficentismo dello stalinismo).

La nascita del PCL fu il coronamento della battaglia politica pluridecennale di Tiziano. E anche se aveva scelto di avere un ruolo leggermente meno prominente che negli anni di Proposta o dell’AMR, Tiziano ne restava sempre uno dei principali dirigenti, come componente della sua direzione nazionale ed animatore di tante battaglie particolari , ma centrali, come, ultimamente, quella dei referendum in difesa del carattere pubblico dell’acqua.

Né mancò mai a Tiziano l’aspetto dell’impegno non solo internazionalista, ma anche internazionale.

Così negli anni ’90 fu delegato alle conferenze internazionali della Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) cui l’AMR aderiva; e, al momento della confluenza politico-organizzativa che diede vita al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (CRQI), Tiziano fu uno dei delegati al suo congresso costitutivo, svoltosi a Buenos Aires nel 2004.

Moltissimo altro ci sarebbe da dire su Tiziano. Ci limitiamo ad aggiungere solo che le capacità e la correttezza di Tiziano gli hanno procurato il rispetto e la sima non solo di tutti i/le militanti e gli/le iscritti/e al PCL, ma dei compagni e compagne di tutta la variegata sinistra che lo ha conosciuto.

Da atei militanti, come era ovviamente Tiziano, sappiamo che la morte rappresenta un punto finale e che non vi è nulla per qualsiasi essere umano oltre ad essa.

Oggi noi siamo a lutto per quello che abbiamo perso, come persone e come partito, con la scomparso del compagno Tiziano Bagarolo. Su alcuni terreni sarà assolutamente insostituibile.

Noi inchiniamo le nostre bandiere a lutto, ne preserveremo la memoria e l’importante contributo al marxismo, e saremo fedeli al metodo politico, di fermezza sui principi e flessibilità nella tattica per realizzare le condizioni della rivoluzione socialista, che Tiziano ha contribuito a dare al nostro partito.



Comitato Esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori


I funerali di Tiziano si svolgeranno, in forma strettamente familiare, in Friuli. A Milano lo saluteremo al momento della partenza del feretro per Pordenone. Al momento, in attesa di alcune decisioni dei familiari, non siamo ancora in grado di indicare luogo, giorno ed ora precisa. Appena possibile, presumibilmente nella giornata di domani, giovedì, invieremo la comunicazione precisa.

 

Comitato Esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori

 

 

dal suo blog:

 

tiziano bagarolo

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single, vivo con due gatti - mi piacciono gli alberi, l'acqua, la montagna, le città medievali e le città d'arte - non disdegno l'architettura moderna quando sa combinare estetica e funzionalità - nei momenti di tranquillità mi piace dipingere, ma non ho pretese, se non di ricevere qualche complimento da amici/amiche - preferisco semplicità e franchezza e odio ipocrisia e presunzione - difetti: sono pignolo e un po' orso - sono ateo e comunista (pcl) - me la cavo con l'inglese e comprendo lo spagnolo e un po' il francese...

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IL 16 OTTOBRE 2010 MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA CON GLI OPERAI METALMECCANICI E LA FIOM.
Riduci

 

IL 16 OTTOBRE 2010 MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA CON GLI OPERAI METALMECCANICI E LA FIOM.

SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI METALMECCANICI DELLA SAME,AI LAVORATORI DELLE FABBRICHE TOSCANE IN CRISI

E ALLA LORO CONTESTAZIONE NEI CONFRONTI DELLA CISL

 

Il Partito Comunista dei Lavorati , che lotta per costruire una alternativa indipendente della classe operaia sul terreno politico, elettorale e sindacale

( in primo luogo nella minoranza CGIL, in particolare nella FIOM, ed anche nel sindacalismo di base) esprime la sua piena solidarietà ai lavoratori dalla SAME, sottoposti ad una campagna di attacchi per aver giustamente lottato contro chi, spacciandosi per sindacato, mette sotto i piedi, per conto degli interessi del padronato e anche del governo, le più elementari regole di democrazia. A chi condanna forme di contestazione di massa contro questi servi del padrone (come purtroppo anche i principali esponenti della maggioranza moderata della CGIL) va ricordato che i lavoratori e gli oppressi hanno sempre conquistato i propri spazi democratici non con petizioni e piagnistei, ma con le più radicali forme di lotta e continuano a farlo in tutto il mondo. Quanto accaduto successivamente a Livorno dimostra che siete stati un esempio per l’avanguardia della classe operaia. Più si generalizzerà la contestazione la contestazione di massa ai “sindacati” filopadronali, maggiore sarà la possibilità di sconfiggere l’offensiva di padronato e governo.


Riportiamo qui sotto il comunicato stampa inviato alle agenzie giornalistiche, immediatamente dopo i fatti , a nome del nostro partito, dal suo portavoce nazionale Marco Ferrando

 

 

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime piena solidarietà ai lavoratori della Same di Treviglio e alla loro contestazione radicale della Cisl. Non si è trattato di un’azione minoritaria e maldestra di soggetti esterni al mondo del lavoro, ma di un’azione di massa sacrosanta degli operai contro un sindacato filopadronale che nega il diritto democratico dei lavoratori di decidere sul proprio contratto e appoggia la distruzione delle loro conquiste. La rivolta contro l’oppressione e contro ogni prevaricazione antidemocratica- quella sì “violenta”- è non solo legittima ma ha segnato la storia del movimento operaio. In anni lontani ( 1962), la rivolta operaia di Piazza Statuto a Torino contro la Uil- responsabile di un accordo separato con la Fiat- aprì la via della svolta radicale dell’autunno caldo. In questo senso gli operai della Same hanno dato un’indicazione esemplare di ribellione ai lavoratori di tutta Italia.

MARCO FERRANDO -PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI (PCL)-Roma 1 Ottobre

 

 

LA LOTTA DEI METALMECCANICI E' LA LOTTA IN DIFESA DEI DIRITTI DI TUTTI I LAVORATORI,

E' LA DIFESA DELLA NOSTRA STORIA, E' LA LOTTA PER IL NOSTRO FUTURO

 

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appello per il 29 settembre
Riduci

Trasformiamo la giornata del 29 settembre  in un giorno di scioperi e occupazioni di fabbriche

(24 Settembre 2010)

Appello del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale ai lavoratori europei in lotta il 29 settembre 2010 contro le conseguenze della crisi capitalistica e l’azione dei governi, del padronato e dell’Unione Europea

Trasformiamo la giornata del 29 settembre  in un giorno di scioperi e occupazioni di fabbriche
Appello del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale ai lavoratori europei in lotta il 29 settembre 2010 contro le conseguenze della crisi capitalistica e l’azione dei governi, del padronato e dell’Unione Europea
Il mondo sta vivendo la più grave crisi economica e sociale perlomeno dagli anni ’30 del secolo scorso. Le affermazioni sulla ripresa, in particolare in Europa,  stanno rivelando  quello che valgono per i lavoratori. Nuove misure di austerità, con tagli drastici al salario, al cosiddetto “stato sociale” e alle pensioni, vere e proprie controriforme strutturali, vengono portate avanti da tutti i governi, di destra, centrosinistra o “socialisti”. Le misure di intervento statale servono solo a cercare di salvare i banchieri e le loro banche, la cui crisi è lungi dall’essere risolta. I costi li pagano appunto i lavoratori.
Ed oggi l’Europa – in primo luogo i paesi più crisi come la Grecia, ma non solo loro- sotto sottoposti al controllo e alle decisioni economiche di tre istituzioni reazionarie: il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea.
Il padronato sta utilizzando la crisi per mettere in questione acquisizioni decennali della classe operaia. Attacca in particolare i contratti collettivi. Vuole smantellarli, facendone al massimo dei riferimenti minimali e sempre derogabili, sostituendoli nei fatti con una contrattazione individuale, ovviamente a perdere per i lavoratori, mediata eventualmente da sindacati di comodo.
Dopo lo sviluppo della precarizzazione di massa negli ultimi due decenni è il secondo grande attacco alla forza strutturale della classe operaia europea. E nel contempo prosegue il processo di deindustrializzazione  del continente europeo, con le delocalizzazioni  continue alla ricerca del miglior profitto, basato sul supersfruttamento della classe operaia dei paesi dei continenti economicamente più arretrati. L’esempio della FIAT italiana che ricatta i lavoratori proponendogli una scelta suicida tra la chiusura delle fabbriche e la rinuncia a fondamentali diritti contrattuali e legislativi in nome di un incerto futuro di lavoro supersfruttato, è emblematico. Quello che è in gioco oggi è quindi il destino nostro e dei nostri figli.
In questo quadro le direzioni di sindacati europei, la CES e le sue organizzazioni aderenti (ad eccezione di CISL e UIL italiane, ormai divenute un puro strumento dell’offensiva padronale)vi hanno oggi chiamato a questa giornata d’azione. Il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale vi aderisce pienamente con tutte le sue sezioni nazionali  e i suoi militanti. Ma è forza constatare che certo questa non è la risposta adeguata e sufficiente all’attacco che subiscono i lavoratori di tutta Europa.  
Le direzioni sindacali, dopo aver accettato o addirittura contribuito a portare avanti l’offensiva capitalistica contro i diritti dei lavoratori nei decenni passati, si sono trovate assolutamente impreparate a dare qualsiasi risposta seria di fronte al salto di qualità della crisi. Cercano di far sì che “passi la nottata”, sperando in una impossibile riproposizione di un quadro di collaborazione di classe in termini normali (se possono considerarsi normali i tempi di una crisi sociale, che, con alti e bassi, si sviluppa da 35 anni). Per ciò convocano (salvo quelli che si trasformano in puri agenti diretti delle esigenze del capitali e dei governi reazionari come appunto la CISL e la UIL in Italia) delle iniziative di protesta, ma senza una continuità di azione, senza  un vero programma di obbiettivi, senza unificare le singole lotte di resistenza. Ciò in primo luogo contro le crisi di fabbrica, che hanno visto momenti di resistenza radicali, in particolare in Francia e in Italia, ma che hanno portato o a delle sconfitte o a dei risultati modesti, appunto perché isolate una dall’altra dalle burocrazie  dirigenti dei sindacati.
L’esempio più chiaro dell’azione rinunciataria dei gruppi dirigenti burocratici è ben esemplificato dalla situazione dove la reazione della classe operaia e dei lavoratori in generale alla crisi e all’offensiva capitalista è stata più radicale, cioè in Grecia. Lì le direzioni sindacali di GSEE e ADEDY hanno proclamato una serie di scioperi generali che, nella giornata del 5 maggio, hanno visto ad Atene un manifestazione grandiosa che è culminata nel tentato assalto al parlamento. Ma, coscientemente, non hanno dato alcuna continuità al movimento e , appena lo hanno ritenuto possibile, hanno ceduto alle richieste di governo e padronato firmando un patto di capitolazione salariale e normativa.
Alcuni settori di sinistra delle direzioni  sindacali hanno tenuto una posizione più radicale rispetto alla difesa delle acquisizioni del passato. E’ stato questo il caso in Italia del sindacato dei metallurgici e meccanici, la FIOM, che, in contrasto non solo con i sindacati padronali CISL e UIL, ma anche con la propria confederazione, la CGIL, si oppone oggi alla Fiat e al suo Amministratore delegato Marchionne.
Ciò ha creato un caso politico-sociale nello scenario italiano, in cui governo e padronato individuano nell’ “estremismo” della FIOM  l’ostacolo per “corrette relazioni sindacali” con la CGIL e per la realizzazione delle “necessarie riforme”, cioè lo smantellamento dei contratti collettivi.
Eppure questi stessi settori non sono in grado ad oggi di offrire altro che una resistenza passiva, senza una reale prospettiva che sia capace di porre le condizioni, non di testimoniare e resistere, ma di battere il capitale e i suoi rappresentanti. Ciò che si è manifestato nella passività della stessa FIOM di fronte alla crisi mondiale e alla sue conseguenze sui lavoratori, durante più di tre anni, e il mancato appello alla lotta radicale e alla occupazione delle aziende FIAT (a partire da quelle di cui si ipotizzava chiusura o ristrutturazione) al momento della presentazione del piano di Marchionne alla fine dello scorso anno.
La risposta che la classe operaia e i lavoratori devono dare deve essere proporzionata al livello della crisi e dell’offensiva del capitale, altrimenti ci sarà una nuova sconfitta.
Ma per questo è necessario nuove forme di lotta, un nuova programma di obbiettivi e anche, di fronte al tradimento dei partiti di sinistra e al totale fallimento delle direzioni sindacali, di una nuova direzione sia sindacale che politica.
Il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale fa appello ai lavoratori e alla loro avanguardia perché prenda coscienza dei problemi fondamentali che la nostra classe ha oggi di fronte e che pertanto lotti con noi per la loro soluzione a positivo, organizzandosi sul terreno sia sindacale che politico a questo fine.
Il programma necessario per la classe operaia e l’insieme dei lavoratori non può quindi che partire da una contrapposizione frontale al capitale e ai suoi interessi.
Il primo obbiettivo deve essere il non pagamento del debito pubblico
La stragrande maggioranza di tale debito è nei confronti delle grandi banche, che in tutti questi anni hanno speculato e si sono arricchite a spese dei lavoratori. Che paghino e soffrano finalmente i banchieri usurai.
Ma non basta, non è possibile sviluppare una politica a favore della classe operaia senza togliere le leve finanziarie dalle mani di tali banchieri usurai. Per questo è necessario l’esproprio senza indennizzo delle banche e la loro fusione, sotto controllo dei lavoratori, in una unica banca di stato.
Contro gli obbiettivi padronali di ristrutturazione e riduzione della forza lavoro è necessario porre senza paure la rivendicazione dell’esproprio senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano, ristrutturano la produzione, delocalizzano, perché nemmeno un posto di lavoro deve andare perduto.
Per questo è necessario rivendicare il blocco dei licenziamenti e, in aggiunta, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, fino al riassorbimento della disoccupazione.
Poiché in ogni modo ci troviamo di fronte ad una disoccupazione massiccia e l’essere  disoccupato è, per chiunque cerchi lavoro,  un prodotto del capitalismo funzionale ai suoi interessi, dobbiamo rivendicare un salario garantito ai disoccupati pari al loro precedente salario contrattuale fino a che non ritrovino un posto di lavoro equivalente a quello perso, esteso anche ai giovani in cerca di prima occupazione.
Se i decenni passati hanno visto lo sviluppo senza precedenti del lavoro flessibile e precario, che è servito solo a salvaguardare i profitti, la rivendicazione da avanzare è quella della abolizione dei contratti precari e atipici, con la loro trasformazione immediata in contratti a tempo pieno e indeterminato
I salari dei lavoratori sono stati ridotti in cento modi, in maniera diretta e indiretta da decenni, per questo dobbiamo rivendicare un pieno recupero salariale e la detassazione di salari e stipendi.
Contro il processo di distruzione del sistema pensionistico pubblico dobbiamo rivendicare pensioni non inferiori ad almeno l’80% dell’ultimo salario, indicizzate all’inflazione reale, con diritto al pensionamento a 60 anni o dopo 30/35 anni di lavoro.
Di fronte alla crisi e alle sue conseguenze disastrose per lo “stato sociale”, l’ambiente e servizi rivendichiamo grandi piani di opere pubbliche (case, scuole, ospedali, risanamento ambientale e artistico) ecologicamente sostenibili e finanziati dall’aumento massiccio delle tasse su profitti, rendite e grandi patrimoni.
Contro l’attacco ai contratti dobbiamo rivendicare la loro rigidità e universalità, la piena democrazia sindacale con l’elezione delle delegazioni trattanti  su piattaforme approvate a maggioranza da assemblee di delegati di base, ratificate con referendum dei lavoratori, così come gli accordi raggiunti.
Per lottare per un piano di obbiettivi come questo è però necessario cambiare totalmente le modalità di lotta rispetto  a quelle portate avanti fino ad oggi nel quadro della direzione burocratica.
E’ quindi necessario che si realizzino in ogni paese assemblee nazionali di delegati di base per approvare la piattaforma di lotta  per il lancio di una vertenza generale, che abbia nello sciopero prolungato lo strumento della propria azione per piegare padroni e governo.
Mentre rispetto alle chiusure o ristrutturazioni aziendali con licenziamento si deve passare all’ occupazione delle aziende e tali lotte devono essere coordinate nazionalmente, indipendentemente da motivazioni, località, dimensioni o settore produttivo.
Tutto ciò pone però il problema generale. Non è possibile portare avanti fino in fondo questa battaglia per la difesa degli interessi della classe senza mettere in questione la struttura di fondo del dominio capitalistico nel continente europeo, cioè il potere borghese che domina strutturalmente i singoli stati e il suo strumento sovranazionale , l’ Unione Europea.
Queste strutture non sono riformabili. Chi parla, nella sinistra, di “democratizzazione” dell’Unione Europea , di Europa “sociale” o dei “popoli” , inganna i lavoratori. Bisogna contrapporre potere a potere.
Al potere dei banchieri e dei capitalisti bisogna contrapporre quello dei lavoratori.
Per governi dei lavoratori in ogni paese d’Europa.
Per la distruzione dell’Unione Europea del capitale.
Sono gli Stati Uniti Socialisti  d’Europa la unica risposta valida per i lavoratori.
Il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale lotta per questa prospettiva e invita i lavoratori e in primo luogo la loro avanguardia ad unirsi per essa, la sola e unica alternativa progressiva al capitalismo e alla sua crisi.    
 

Partito Comunista dei Lavoratori
sezione italiana Coordinamento per la rifondazione della Quarta Internazionale

Info@pclavoratori.it

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contro la Gelmini
Riduci

RICERCATORI, INSEGNANTI, PRECARI, STUDENTI: E’ L’ORA DELLA LOTTA GENERALE

(15 Settembre 2010)



Il ciclone Tremonti- Gelmini si abbatte sulla scuola e l’università italiana. Mentre Rettori e Presidi impugnano il metodo Marchionne per intimidire e dividere chi resiste. E’ l’ora di reagire con una radicalità uguale e contraria a quella usata dal governo. E’ l’ora di rilanciare quel movimento di massa della scuola e dell’università che due anni fa scosse l’Italia. Ma questa volta andando sino in fondo: attraverso l’autorganizzazione democratica e di massa di tutti i soggetti colpiti, in ogni scuola e università; un coordinamento nazionale delle lotte, con delegati eletti nelle assemblee, per definire la piattaforma comune; l’ occupazione, ovunque possibile, delle sedi scolastiche e universitarie , a supporto di una mobilitazione nazionale prolungata sino alla realizzazione degli obiettivi della lotta. Le lotte in corso dei precari della scuola, degli studenti medi, dei ricercatori universitari, dimostrano le potenzialità di una rivolta generale del mondo della scuola e dell’università. Solo una lotta radicale e di massa può strappare risultati. E’ necessario che tutte le sinistre politiche e sindacali investano unitariamente in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

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la diossina degli inceneritori
Riduci
E' il profitto la prima causa delle morti per tumore in Toscana

La Versilia è al primo posto in Toscana per mortalità da tumore. Questa terribile notizia diffusa in questi giorni dagli organi di informazione conferma ancora una volta che le condizioni dell’ ambiente e della salute in Toscana sono pessime. Ma tutto questo non è arrivato per puro caso. A  Pietrasanta era in funzione fino a qualche mese fa un inceneritore di rifiuti che era una vera bomba ecologica.

La magistratura l’ ha bloccato dopo che si è scoperto che venivano falsati dati delle sostanze nocive, in particolare diossine,  emesse dall’ impianto in quantità anche 17 volte superiori alla norma. Le accuse contro i gestori dell’ impianto comprendono il danneggiamento aggravato, lo sversamento di sostanze pericolose in aree verdi e residenziali, e violazione delle regolamentazioni ambientali.

Per anni gli abitanti delle zone limitrofe sono stati avvelenati.  La sostanza più drammaticamente coinvolta è la diossina. Le diossine si producono e vengono emesse nella combustione di materie organiche, come risultato di una combustione incompleta. I maggiori quantitativi provengono dall’incenerimento dei rifiuti. Le  diossine emesse nell’atmosfera vengono trasportate dai venti anche lontano dai luoghi di produzione e si depositano sull’erba, sul terreno e nell’acqua. La diossina è un potente promotore tumorale. Le forme di cancro maggiormente coinvolte sono i linfomi non Hodgkin, le leucemie acute, il mieloma multiplo, i tumori del seno, tumori del fegato, del retto e dei muscoli  e i melanomi. 

Le responsabilità politiche della Regione Toscana che ne aveva commissionato la realizzazione e dei partiti che la sostengono sono enormi e adesso si cerca di correre ai ripari mediaticamente.  Iniziano le campagne di stampa che minimizzano le responsabilità politiche e nello stesso tempo si cerca la causa delle morti da tumore nello stile di vita dei cittadini toscani. Per tumori della pelle si accusa l’ abbronzatura selvaggia e lampade UV, per i tumori ai polmoni il fumo sconsiderato o diete ipercaloriche e via di questo passo.

Abbiamo sempre denunciato che il profitto e interessi politici sono contro i bisogni e la salute dei cittadini e continueremo a farlo. La giunta Rossi nella continuità degli progetti confindustriali ha già la sua risposta: al primo posto il profitto all’ ultimo l’ ambiente e la salute. Il territorio toscano oramai è quindi il terreno di conquista per questi distruttori dell’ ambiente.  I progetti realizzati o in via di realizzazione parlano chiaro: Rigassificatori pericolosi e sversatori di cloro, centrali velenose all’ olio di palma, metanodotti, inceneritori alla diossina, discariche incontrollate di rifiuti speciali. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha nel suo programma la denuncia e la lotta contro chi colpisce l’ ambiente, il territorio e la salute dei cittadini e si batterà per respingere i programmi energetici confindustriali della giunta della Regione Toscana.  Al primo posto i lavoratori, i loro bisogni e la qualità della vita in un progetto di una società diversa.

 

Partito Comunista dei Lavoratori   Coordinamento della Toscana

Partito Comunista dei Lavoratori   Sezione della Versilia

Pietrasanta,  3 Settembre  2010

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INTERVISTA DI MARCO FERRANDO AL MANIFESTO
Riduci

È un no la prima risposta all'invito all'unità delle sinistra d'alternative rivolta, dal manifesto, dal leader Prc Paolo Ferrero. Un no che arriva dal trozkista Marco Ferrando, leader del partito comunista dei lavoratori, che prepara per il 7 settembre a Roma un incontro internazionale sulla crisi capitalistica e, per gennaio, il congresso.

Ferrando, il suo è un no a prescindere?
Tutt'altro. A prescindere è il sì di Ferrero all'alleanza proposta da Bersani. Prescinde dalla natura del Pd e del centrosinistra con cui vuole allearsi. Ferrero e Bersani prefigurano un accordo non solo elettorale, per battere Berlusconi, ma anche programmatico. Il Prc dice che è disponibile a sottoscrivere, pur non partecipando all'eventuale governo dell'Ulivo, un programma che comprenda anche provvedimenti di giustizia sociale. In pratica si riavvia sulla strada del '96, quando sostenne il governo e si rese corresponsabile delle sue misure antipopolari. Tanto più che questa coalizione, aperta all'Udc, sarebbe anche più a destra di quel governo Prodi.

Scusi, ma questo non dipende eventualmente appunto dal programma?
Ma che programma può fare un Pd che nella sostanza sostiene Marchionne e preme sulla Cgil perché accetti il patto sociale già firmato da Cisl e Uil? E come si può pensare che poi quel partito scelga misure di svolta sociale, anche solo parziale? In più nella proposta di Ferrero c'è una contraddizione: dice no a un eventuale governo tecnico che avrebbe la stessa base parlamentare di quell'alleanza democratica a cui invece dice sì.


In sostanza, secondo lei i 'compagni' dovrebbero dire no a qualsiasi forma di alleanza con le forze della sinistra e del centro? Secondo lei in Italia non c'è nessuna emergenza democratica?
L'emergenza c'è, è nelle cose. Ma una cosa è accettare un accordo sulla base delle ragioni dei lavoratori. Un'altra è farlo solo per rientrare nel gioco delle alleanze, subordinandosi alle ragioni di Marchionne e del blocco sociale moderato rappresentato da Pd e Udc. Quindi direi che non siamo noi a dover scegliere se stare dentro quell'alleanza, anche più a destra di quelle precedenti. Al Prc e alla federazione della sinistra rilancio la proposta di un'unità d'azione a sinistra, ma su un programma anticapitalista, autonomo dal Pd, contro il centrosinistra e il centrodestra, due espressioni diverse degli stessi interessi dominanti.

Il Manifesto - 31 Agosto 2010

info@pclavoratori.it

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emergenza situanzione ambientale
Riduci

LIVORNO VOCAZIONE DISCARICA ? NO !

LIVORNO VOCAZIONE ALLA VITA !

 

Gli amministratori di questa città ormai potrebbero definirsi come dirigenti di una maxidiscarica.  Non passa giorno dove la stampa non metta in risalto lo scempio ambientale nel quale è sprofondata Livorno. 

Ultima di una lunga serie, la  notizia della prossima apertura di  un centro raccolta di rifiuti industriali nella zona di Limoncino che va ad erodere uno dei pochi polmoni verdi confinante con il centro abitato. Sappiamo bene come vanno a finire queste operazioni:  inquinamento incontrollato di sostanze tossiche, mercato incontrollato di rifiuti pericolosi, degrado della zona interessata.  Questo scempio si inserisce benissimo nel mosaico di orrori che questa città è costretta a subire ogni giorno in nome del profitto.Ci dicono che tutto ciò avviene anche in nome dell’ agognata occupazione. Niente di più falso.

Intanto i bisogni di benessere,salute e qualità della vita dei  cittadini di Livorno vengono sacrificati in nome dei rigassificatori, termovalorizzatori, maxi discariche, centrali a biomasse, canali scolmatori avvelenati, colate di cemento e speculazioni sul territorio.     Nei quartieri popolari aumentano le malattie croniche e i tumori mentre la precarietà aumenta in ogni settore.   Siamo convinti che Livorno non sia una discarica ma una città dove presto i cittadini riconquisteranno il diritto al loro futuro.  Siamo convinti che questi amministratori dovranno rendere conto politicamente dello scempio del quale si sono resi responsabili in nome del profitto.     Le poltrone nei palazzi del potere saranno presto erose dai loro stessi tarli. 

 

 

Partito Comunista dei Lavoratori   ( sezione provinciale Livorno ) 

Livorno,  25 Agosto 2010

 

 

 opera d' arte livornese in piazza Matteotti ?

 

 

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La lotta alla FIAT continua
Riduci

LA FIAT FUORILEGGE VA NAZIONALIZZATA

(24 Agosto 2010)


Nell’esprimere la propria solidarietà incondizionata alla Fiom e ai lavoratori della Fiat Sata colpiti dalla repressione Fiat, il PCL avanza una considerazione di fondo. Se un’azienda che ha goduto per decenni di straordinarie regalie pubbliche, diventa fuorilegge , in spregio totale dei diritti contrattuali e costituzionali e persino delle sentenze della magistratura, il movimento operaio può e deve battersi per la sua nazionalizzazione, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori. Estendendo questa rivendicazione all’insieme delle fabbriche che licenziano o che violano i diritti sindacali. Non si vede perché la Fiat possa permettersi, senza scandalo, la più arrogante radicalità antioperaia, e i lavoratori non possano replicare con una radicalità uguale e contraria. Se la Fiat espropria gli operai dei loro diritti, gli operai hanno il diritto di rivendicare l’esproprio della Fiat, preparando l’occupazione degli stabilimenti.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

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A 70 anni dalla morte di Trotsky
Riduci

 

La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza...

Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v' è una macchia sul mio onore rivoluzionario.
Né direttamente né indirettamente non sono mai sceso ad accordi, o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia. Migliaia d’oppositori di Stalin sono cadute vittime d’accuse analoghe, e non meno false. Le nuove generazioni rivoluzionarie ne riabiliteranno l’onore politico e tratteranno i giustizieri del Cremlino come si meritano.
Ringrazio con tutto il cuore, gli amici che mi sono stati fedeli nei momenti più difficili della mia vita. Non ne nomino nessuno in particolare, perché non posso nominarli tutti. Mi ritengo tuttavia nel giusto facendo un’eccezione per la mia compagna, Natalja Ivanova Sedova. Oltre alla felicità di essere un combattente per la causa socialista, il destino mi ha dato la felicità d’essere suo marito. Durante i circa quarant’anni di vita comune, ella è rimasta per me una sorgente inesauribile d’amore, di generosità e di tenerezza. Ha molto sofferto, soprattutto nell’ultimo periodo della nostra esistenza. Mi conforta tuttavia, almeno in parte, il fatto che abbia conosciuto anche giorni felici.
Per quarantatré anni della mia vita cosciente sono rimasto un rivoluzionario; per quarantadue ho lottato sotto la bandiera del marxismo. Se dovessi ricominciare tutto dapprincipio, cercherei naturalmente di evitare questo o quell’errore, ma il corso della mia vita resterebbe sostanzialmente immutato. Morirò da rivoluzionario proletario, da marxista, da materialista dialettico, e quindi da ateo inconciliabile.
La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza.
Natascia si è appena avvicinata alla finestra che dà sul cortile, e l'ha aperta in modo che l’aria entri più liberamente nella mia stanza. Posso vedere la lucida striscia verde dell’erba ai piedi del muro, e il limpido cielo azzurro al disopra del muro, e sole dappertutto.
La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore.

27 febbraio 1940

Lev Davidovič Trockij

 

 

 

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I LAVORATORI NELLA CRISI MONDIALE
Riduci

Lucas Poy                                                                                     (traduzione GianmarcoSatta) 

LA CLASSE OPERAIA E LA CRISI MONDIALE: STATO DELLA SITUAZIONE

(13 Agosto 2010)

Diverse settimane dopo la notizia della crisi globale sono stati costretti a recuperare, in pieno XXI secolo, il linguaggio della "vecchia" lotta di classe. L'irruzione della classe operaia ha cambiato il panorama. Gli scioperi che hanno scosso il cuore industriale della Cina - e la sollevazione di massa di lavoratori tessili del Bangladesh, due settimane fa - sono gli eventi più importanti della risposta operaia alla crisi mondiale, così come mostrano l'esplosione della forza elementare del proletariato nel quadro della bancarotta del capitale. La serie di scioperi generali che hanno luogo in Europa e la risposta dei lavoratori di questo continente ai piani di aggiustamento delle imprese e dei loro governi evidenziano anche un processo di sviluppo che, con lo sciopero "selvaggio" dei lavoratori della Metro de Madrid sembra essere entrato in una nuova fase. La lotta dei lavoratori greci presenta un equilibrio molto fragile che può rompersi in qualsiasi momento come conseguenza del completo impasse economico e dei tentennamenti politici all'interno del partito di governo. Lo sviluppo diseguale della lotta dei lavoratori contro il fallimento del capitalismo in diverse parti del pianeta, mostra tutte le sfumature di una maturazione politica che è in pieno sviluppo.
 
 
Cina: nulla sarà come prima
 
La recente ondata di scioperi operai in Cina ha ricevuto più attenzione e più cura nella stampa finanziaria della grande borghesia internazionale che nelle pubblicazioni della sinistra, ad eccezione di Prensa Obrera. Gli apologeti del capitale non sbagliano quando avvertono l’importanza degli scioperi esplosi nel cuore industriale della Cina. La loro perspicacia si è fortemente ridotta, questo sì, quando hanno cercato di spiegare questo ascesa operaia come conseguenza del declino relativo della popolazione giovane che entra nel mercato del lavoro - prodotto delle politiche ufficiali di controllo delle nascite - dopo i piani ufficiali di "stimolo" degli ultimi anni. "Complessivamente, questi effetti hanno, per la prima volta, portato l'offerta di lavoro al di sotto della domanda" dice il Financial Times (2 / 6). Queste spiegazioni "sociologiche", al di là della loro importanza, non sono sufficienti per capire che l'elemento chiave degli scioperi in corso è l'irruzione della forza elementare delle masse che spezza tutte le strutture create per contenerla e modifica il quadro delle relazioni tra le classi.
 
Si tratta milioni di giovani che lavorano per imprese appaltatrici delle principali multinazionali del pianeta. Negli impianti dove si assemblano le nuovissime PlayStation 3 della Sony ed i sofisticati iPhone della "progressista" di Apple, i lavoratori eseguono turni di dodici ore, senza riuscire a sedersi o parlare tra loro, sottoposti ad un regime carcerario anche per andare al bagno. Poiché la maggior parte di loro sono immigrati dalle zone rurali, vivono in dormitori collettivi forniti dalle aziende stesse. In una di esse, la Foxconn, che è il  principale produttore di elettronica al mondo, la notizia degli ultimi mesi è stata l'ondata di suicidi dei giovani dipendenti, per la disperazione dovuta a giornate di lavoro molto lunghe e monotone e all'impasse di una vita senza senso.
 
La crisi degli ultimi anni è stata il laboratorio accelerato in cui è maturata rapidamente l'esperienza di questa nuova generazione di lavoratori cinesi. "Si verificano proteste dei lavoratori lungo il delta  del fiume Pearl e dello Yangtze dall'inizio dell'anno" (Financial Times, 11/6), non se n’è giunti a conoscenza a causa del loro carattere localizzato e per la decisione delle imprese e del governo di non diffonderne la notizia, al fine di evitare una "cattiva stampa". Altre vanno ancora più in là (sottinteso : nel tempo, credo N.d.T) : "In effetti, la Cina ha sperimentato una notevole agitazione industriale negli ultimi decenni, per lo più localizzata e poco conosciuta" (Financial Times, 10 / 6).
 
"Chang Kai, docente di Relazioni Industriali e Diritto presso l'Università di Renmin, ha detto che il numero di scioperi è aumentato ad un tasso del 30% annuo" (The Guardian, 17 / 6). Quando i conflitti  vennero alla luce il mese scorso, sono state varie le società multinazionali che hanno segnalato che negli ultimi mesi c'erano stati scioperi nei loro impianti cinesi. Tra il moltiplicarsi degli "incidenti" industriali - come sono definiti dal governo cinese - e l'attuale ondata di scioperi, tuttavia, vi è un salto di qualità. Avevano ragione chi segnalava che la novità degli scioperi del mese scorso è stata la loro "interconnessione": ogni conflitto è stato l'ispirazione del successivo. "I lavoratori si tengono al corrente sulle azioni di sciopero attraverso i telefoni cellulari e altri dispositivi di messaggistica istantanea" (Financial Times, 11 / 6).
 
In svariati dei recenti scioperi, i lavoratori  hanno fronteggiato la burocrazia sindacale ufficiale e rivendicato la formazione di sindacati indipendenti, basati su rappresentanti eletti, a partire dall'esperienza fatta durante il conflitto. Il Wall Street Journal (14 / 6) si è allarmato di fronte al fenomeno: "Il fatto che i lavoratori chiedano il diritto di formare sindacati indipendenti", ha affermato, "dà una dimensione politica al conflitto di lavoro. Se i lavoratori potranno eleggere democraticamente i loro dirigenti sindacali, sarebbe un svolta nella storia del movimento operaio cinese ".
 
La burocrazia del PCC ha mantenuto un silenzio prudente durante lo sviluppo degli scioperi, anche se a metà del mese scorso ha rotto gli indugi e dichiarato che "i lavoratori hanno ricevuto la quota minore della prosperità economica" e che gli scioperi "dimostrano la necessità di una tutela organizzata del lavoro nelle fabbriche cinesi". Coloro che sostengono che il governo cinese non disapprovi che le imprese straniere aumentino le retribuzioni, in quanto contribuiscono a "promuovere il consumo", nel contesto della crisi, vedono solo una parte del film, perché la burocrazia teme come la peste la possibilità di un intervento operaio, che necessariamente travalicherebbe i canali dei propri apparati sindacali controllati dallo stato e aprirebbe la strada ad una crisi di regime.
 
"Gli esperti ritengono che i leader del PCC siano molto preoccupati per la possibilità di uno scenario come quello della Polonia degli anni 1980, in cui un movimento sindacale indipendente portò alla caduta del regime" (Wall Street Journal, 14/6). L'attuazione di accordi collettivi di lavoro sarebbe una sconfitta aperta per il regime politico cinese - all'elezione di rappresentanti da parte dei lavoratori seguirebbe la rivendicazione di sindacati indipendenti e quindi della libertà di espressione e del diritto di sciopero. Jorge Castro, nel Clarín, ha avvertito l'entità del problema quando in un editoriale ha affermato che "il problema dei lavoratori migranti non è salariale, ma politico". La sua previsione che il regime cinese permetterà una redistribuzione per adattarsi alle nuove circostanze, tuttavia, riflette meno la realtà che non i suoi desideri e in ogni caso mette in luce un errore di metodo: nessun "adattamento" con queste uniche caratteristiche potrebbero realizzarsi nel contesto di crisi senza precedenti.
 
Così guardano solo a una parte del film anche quelli che concludono che la conseguenza della rivolta operaia cinese sarà un aumento aritmetico dei "costi del lavoro" e la fine della manodopera a basso costo fornita dalle masse di questo paese. Le dichiarazioni della giovane di 21 anni che ha diretto lo sciopero Honda ("la nostra lotta non è per i 1.800 lavoratori, ma si tratta di difendere i diritti di tutto il proletariato cinese") mostra l'alto livello di complessità delle discussioni che si sviluppano tra i lavoratori e dimostrano che la maturazione di questa avanguardia si sviluppa al ritmo accelerato che contraddistingue la crisi globale. Allo stesso tempo mostra la profondità dei dibattiti che hanno luogo: se, da un lato, la "difesa del proletariato contro il capitale" implichi una lotta contro la restaurazione capitalista, il supporto ad alcuni settori del PCC, e il consolidamento di un’opposizione di classe contro lo sviluppo capitalista, o, al contrario, significhi una lotta per la rivoluzione sociale, che deve prima rovesciare la dittatura restaurazionista del PCC e stabilire un'autentica dittatura del proletariato.
 
 
 
 
Bangladesh: sciopero di massa
  
I lavoratori "peggio pagati al mondo"
 
Di fronte all'ondata di scioperi operai in Cina non sono mancati quelli che hanno detto che la conseguenza sarebbe stata la delocalizzazione di molte imprese in altri paesi asiatici, tra cui il Bangladesh. Pensavano senza dubbio all'industria tessile di quel paese, dove è impiegata, da imprenditori che producono per i marchi dell' abbigliamento più sofisticati al mondo, una forza lavoro di oltre quattro milioni di lavoratori, per l'85% donne, in condizioni dantesche di sfruttamento : con un salario minimo di 25 dollari sono, secondo Financial Times, "i peggio pagati al mondo".
 
L'idea degli analisti pecca di inadeguatezza, perché proprio questo strato della classe operaia super-sfruttato è appena stato protagonista di una vera e propria esplosione di scioperi di massa. Dal 13 giugno e per più di una settimana, decine di migliaia di lavoratori tessili hanno lasciato le fabbriche occupando strade e autostrade: il 21 c’è stata una massiccia manifestazione di massa di oltre 50.000 persone che ha occupato le vie, accolta da una brutale repressione che ha lasciato oltre un centinaio di feriti. Gli scontri con la polizia sono durati diversi giorni e si sono trasformati in vere rivolte nei quartieri operai. Il padronato ha cercato di passare all'offensiva con una massiccia serrata di oltre 250 fabbriche e tutte le aree industriali sono state militarizzate. Il 23, tuttavia, il governo ha dovuto cedere: il ministro del lavoro ha riconosciuto che il salario minimo "ormai non corrispondeva più alla situazione attuale" e ha promesso di rivederlo nei prossimi mesi. Sotto la pressione delle ordinazioni insoddisfatte dei loro clienti stranieri, le aziende hanno tolto il lock-out e i lavoratori sono rientrati in fabbrica seguiti da una costante sorveglianza della polizia, in mezzo a stabilimenti distrutti dagli scontri dei giorni precedenti.
 
"Dobbiamo evitare la violenza, perché stiamo assistendo a una ripresa economica e le agitazioni operaie minacciano le ordinazioni dei nostri clienti", ha affermato un think-tank degli imprenditori tessili. Insieme agli scioperi dei lavoratori cinesi, la rivolta operaia dei tessili del Bangladesh, segna un salto nella risposta del proletariato alla crisi capitalistica:  il fatto che provenga dai settori più sfruttati della classe operaia mondiale è un dato che dovrebbe essere registrato da tutti coloro che credevano che la bancarotta economica fosse una questione di pura statistica.
 
Lucas Poy                                                                                     (traduzione GianmarcoSatta)

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il bonapartismo di Berlusconi
Riduci

PER UNA RISPOSTA DI CLASSE ALLA CRISI DEL BERLUSCONISMO

La crisi verticale del berlusconismo è insieme una crisi di blocco sociale, di equilibri politici, di relazioni istituzionali. E apre una fase di convulsioni politiche profonde. Ma solo il rilancio di una grande mobilitazione sociale del mondo del lavoro, attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti, può portare sino in fondo la crisi in atto e darle uno sbocco positivo per le classi subalterne. Viceversa, si rischia o la sopravvivenza del governo e magari con essa un nuovo affondo plebiscitario del Cavaliere; oppure una soluzione trasformista di ricambio istituzionale, benedetta da Bankitalia e Marchionne. In entrambi i casi la continuità delle politiche dominanti contro i lavoratori. Per questo è ora che tutte le sinistre politiche e sociali uniscano le proprie forze in un’azione di classe indipendente, in piena autonomia da centrosinistra e centrodestra: puntando apertamente ad una soluzione di classe della crisi berlusconiana nella prospettiva di un governo dei lavoratori. L’unico governo che possa liberare l’Italia dalla dittatura della Fiat, dei banchieri, delle mille cricche del malaffare.

 

Partito Comunista dei Lavoratori

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PD E PDL PER LA PRIVATIZZAZIONE
Riduci

Ronchi e Tremonti contro i referendum per l'acqua pubblica. Approvato il regolamento per la privatizzazione dei servizi pubblici locali

(24 Luglio 2010)

Dopo il successo straordinario nella raccolta delle adesioni il movimento referendario è in una posizione di forza per rispondere.
Nessuna concessione alla logica dell'avversario. La battaglia dell'acqua è una grande occasione per una battaglia culturale per la coscienza della gente

Il governo non si ferma. Approva il regolamento per la privatizzazione dei servizi pubblici locali (servizi idrici compresi) che fissa i modi di applicazione del famigerato decreto Ronchi. E non perde l'occasione per attaccare frontalmente i referendum per l'acqua pubblica accusando i promotori di falso. Se ne sono incaricati i ministri Ronchi e Tremonti.
Dunque, a pochi giorni dal deposito delle firme, la campagna contro i referendum è aperta.

Bene, che se ne parli, molto meglio della congiura del silenzio, del resto ormai impossibile.
Sta a noi raccogliere la sfida e saper rispondere punto per punto, con argomenti basati sui fatti. I fatti, non l'ideologia, sono tutti con chiarezza dalla parte di chi difende l'acqua pubblica.
Proprio questo, d'altra parte, cerchiamo di fare sul blog "red&green" (http://tbagarolo.blogspot.com) da quando è stato aperto, poco meno di dodici mesi fa: far comprendere le ragioni dell'acqua pubblica raccogliendo sistematicamente i fatti che smentiscono la sicumera liberista e argomentando, a partire dall'esperienza, le ragioni di un altro approccio.

I fatti, certo.
Ma senza dimenticare di far capire la logica che ci sta dietro. Che non ha solo a che vedere con il malcostume e l'avidità umana (anche con questi, naturalmente...). Ha a che fare soprattutto con ben precisi interessi economici e con il sistema di cui questi sono l'espressione, ossia con il sistema del capitale.

Dunque rispondere argomentando in concreto a partire dai fatti, ma senza cedere un millimetro all'imperante retorica che vorrebbe, se non nel caso dell'acqua, almeno in generale, la superiorità del privato sul pubblico, il diritto del privato di occuparsi di tutto, salvo qualche eccezione...
Accettare questa retorica (come in qualche risposta difensiva di questi giorni: "non siamo contro i privati ma l'acqua è un'altra cosa...") significa concedere in partenza all'avversario un punto (e non da poco) a suo favore: se si ammette in generale la preferenza per il privato, perché allora "escludere i privati" dall'acqua e non lasciare aperta la porta alla possibilità di scegliere caso per caso?

Proprio no.
Dovremmo argomentare, invece, che in un società civile degna di questo nome dovrebbe valere semmai il principio opposto. Dovrebbe valere il principio che in tutti gli ambiti che riguardano i beni comuni e i diritti, la vita e il futuro di tutti (di cui la questione dell'acqua è solo il simbolo) tutti dovrebbero controllare e decidere, la forma della gestione pubblica dovrebbe essere la regola, la gestione privata dovrebbe essere residuale e permessa solo negli ambiti in cui non sono in gioco i diritti fondamentali e/o rilevanti interessi sociali.
Oltre all'acqua, non mancano certo esempi di ambiti in cui la logica della mercificazione e del profitto produce disastri e occorre rivendicare una (un'altra) gestione pubblica: la sanità, l'istruzione, l'abitare, il territorio urbano, l'ambiente, la sicurezza sociale, i rifiuti, l'energia, le reti di comunicazione, il risparmio e il credito...

Ma oggi è possibile andare anche oltre: è accettabile che il gestore di uno dei gruppi industriali più importanti del paese, da sempre privato e da sempre foraggiato dai soldi pubblici, decida dei diritti e della sorte di migliaia di operai e delle loro famiglie, in base alle convenienze degli azionisti privati, in base agli indici di Borsa? Non sarebbe il caso di rivendicare la nazionalizzazione, il controllo dei lavoratori, e magari un piano di riconversione del settore alle nuove tecnologie energetiche e ai mezzi per la mobilità sostenibile?

Dai singoli casi al generale. Non è forse il caso di cominciare a chiedere conto della più grave crisi economica dagli anni trenta del XX secolo? Per colpa di chi si chiedono lacrime e sangue per ripianare le voragini aperte nei conti pubblici dal salvataggio statale dei banchieri privati? Chi porta la responsabilità della bancarotta finanziaria, se non gestori privati irresponsabili e strapagati, tutti comunque ancora al loro posto? Chi ha permesso e permette le truffe finanziarie e le evasioni fiscali per miliardi di cui sono piene le cronache degli ultimi anni? Non è la logica della gestione privata che ha guidato la BP a minacciare di licenziamento gli operai che mettevano in guardia contro i rischi di incidente nel Golfo del Messico?
E si potrebbe continuare. Ma ogni tanto è utile sintetizzare tutto questo in alcune domande "ideologiche": qual è l'economia che ha distrutto milioni di posti di lavoro e la vita di milioni di famiglie, perché ha prodotto merci in eccesso che nessuno vuole, mentre restano insoddisfatti i bisogni essenziali di centinaia di milioni di famiglie? Qual è il sistema economico che ha portato il mondo sull'orlo di questa catastrofe?

Credo che siano domande perfettamente legittime nel momento in cui si va a discutere di gestione pubblica e gestione privata e i nostri avversari, fuggendo dal terreno dei fatti, che frana sotto i loro piedi, la "buttano in ideologia". Mai come oggi anche questo terreno è precario e friabile sotto i loro piedi. Siamo dentro la più grave crisi capitalistica da ottant'anni a questa parte, tutti i giorni centinaia di migliaia di persone sono alle prese con i problemi creati dal sistema della proprietà privata e del profitto. Molti cominciano a farsi domande e le vecchie risposte che per vent'anni hanno spiegato che tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi possibili (salvo qualche problema residuo creato da alcuni retrogradi statalisti...) hanno perso molta della loro capacità di convincimento.
Credo che sia giunto il tempo in cui al ministro Tremonti non debba più essere consentito di fare tranquillamente l'antiliberista arrabbiato con i banchieri alla domenica e di continuare a lavorare per loro tutti gli altri santi giorni della settimana!

In altre parole: la battaglia dell'acqua sarà vinta se non arretreremo. La battaglia dell'acqua ci fornisce un terreno favorevole per contrattaccare anche su questioni quali la visione del mondo, della società, dell'economia. La battaglia dell'acqua è anche una battaglia culturale per le coscienze della gente. La battaglia dell'acqua può diventare lo strumento per un'inversione di tendenza, per una controffensiva che rimetta in modo concreto i temi di fondo di come dev'essere un'altra società, un'altra economia, un altro potere.

http://tbagarolo.blogspot.com/2010/07/ronchi-e-tremonti-contro-i-referendum.html

Tiziano Bagarolo

http://tbagarolo.blogspot.com/2010/07/ronchi-e-tremonti-contro-i-referendum.html

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contro l' arroganza di Marchionne
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UNA CAMPAGNA GENERALE PER LA NAZIONALIZZAZIONE DELLA FIAT

Le notizie apparse oggi attorno ai progetti Fiat sono clamorose. Sergio Marchionne non si limita a confermare la chiusura di Termini Imerese e la prospettiva di smantellamento a Mirafiori, ma ipotizza la  soluzione “newco” a Pomigliano pur di proteggere un accordo incostituzionale da ogni possibile contestazione legale e sindacale. La misura è davvero colma. Cosa attendono le sinistre politiche e sindacali a rispondere, coi fatti, a simile provocazione? Non c’è alcun tavolo negoziale possibile sul terreno posto dalla Fiat. Né bastano dichiarazioni di dissenso o di denuncia. E’ necessario preparare una vera prova di forza: l’occupazione generale degli stabilimenti Fiat, con l’aperta rivendicazione della nazionalizzazione dell’azienda, senza indennizzo e sotto controllo operaio. E’ l’unica rivendicazione all’altezza della sfida. Se la Fiat espropria il contratto e persino la Costituzione, una battaglia per l’esproprio della Fiat diventa una necessità elementare, sociale e “democratica”. La Fiat è già stata “ comprata” dalla società italiana attraverso le enormi regalie pubbliche di tutti i governi. La nazionalizzazione è solo la restituzione del maltolto, e un fatto di risparmio. In ogni caso solo una battaglia radicale di questa portata può ricondurre l’azienda a più miti consigli: perché la Fiat conosce solo il linguaggio della forza. Il PCL fa appello a tutte le sinistre  per una grande campagna nazionale in autunno attorno alla rivendicazione dell’esproprio della Fiat.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

 

 

 

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comunicato stampa di Marco Ferrando 23/07/2010
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PREPARARE L’OCCUPAZIONE DEGLI STABILIMENTI FIAT, A DIFESA DEL LAVORO.

La Fiat ha aperto la guerra al movimento operaio italiano. Deve trovare pane per i suoi denti. Non contenta di chiudere Termini Imerese, di liquidare i diritti costituzionali degli operai di Pomigliano, di riesumare i licenziamenti politici e la rappresaglia, la “borghesia buona”minaccia di fatto lo smantellamento di Mirafiori per inseguire i salari serbi da 400 euro e le regalie fiscali di Belgrado. Sergio Marchionne, fustigatore “morale” del fantomatico “assistenzialismo improduttivo” di Pomigliano, rincorre come sempre l’assistenza dello Stato, alla ricerca del miglior offerente: in Italia, in Usa, in Serbia. Le ricchezze della Fiat si appoggiano sul supersfruttamento degli operai e sulle risorse pubbliche, pagate dai lavoratori di mezzo mondo. Mentre crescono i dividendi per gli azionisti. E’ la misura del parassitismo del capitalismo.

Proponiamo a tutte le sinistre politiche e sindacali di preparare una risposta all’altezza della sfida. Non contestiamo investimenti esteri, perché non partecipiamo alla guerra tra lavoratori italiani, serbi, americani, ad esclusivo vantaggio della Fiat. Semplicemente diciamo che nessun posto di lavoro Fiat va toccato: né in Italia, né in Serbia, né negli Usa; che è necessaria la ricerca di un unità di lotta tra i lavoratori Fiat  dei diversi stabilimenti e dei diversi paesi, come richiesto da operai polacchi di Tichy, per definire una piattaforma comune; che il lavoro che c’è nell’industria automobilistica va ripartito tra tutti, con la riduzione dell’orario a parità di paga; che  a parità di lavoro deve corrispondere parità di salario in tutti gli stabilimenti Fiat, al livello più alto.

L’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat, in Italia, è la forma di lotta necessaria a sostegno di questa prospettiva di svolta. Non è più tempo delle chiacchere o di iniziative rituali. Come ha dichiarato Callieri, ex dirigente del Lingotto, “a volte serve la mano pesante”. Ha ragione. Alla mano pesante della Fiat va contrapposta la mano pesante dei lavoratori.  Il risultato del No a Pomigliano, la ripresa di lotta operaia in queste settimane negli stabilimenti Fiat dimostrano dopo tanto tempo l’affacciarsi di una nuova generazione e di nuove energie. I timori di Marcegaglia per “i rischi di conflitto”, le preoccupazioni di Sacconi per il clima sociale, le paure di Bonanni e del PD, sono la misura delle potenzialità di un’esplosione sociale alla Fiat, e  di una più generale ribellione operaia. Il prossimo autunno può riservare brutte sorprese al padronato italiano. Il PCL lavorerà in questo senso con tutte le proprie forze.  Con la consapevolezza che solo una rivolta operaia può aprire la via ad un alternativa di classe al berlusconismo in crisi.

MARCO FERRANDO- PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI.

 

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"Comitato Genitori e Amici Arrestati a Pistoia"
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IL TRIBUNALE DEL RIESAME DI FIRENZE HA SENTENZIATO: TUTTI GLI IMPUTATI LIBERI DALLE MISURE CAUTELARI


Accolto totalmente l'appello della difesa! Caduta l'accusa di devastazione e saccheggio e cancellate le misure cautelari

finalmente siamo tutti liberi!

Grazie a tutti e un abbraccio fortissimo a tutti coloro che hanno creduto in noi e che ci sono stati vicino!

Ale, Ely , Vitto e Selva

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Carlo Giuliani lotta insieme a noi
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 ( ANSA ) 21 Luglio 2010

GENOVA - Lunghi applausi e nessun minuto di silenzio hanno connotato, a nove anni di distanza dalla morte di Carlo Giuliani durante il G8 genovese, la commemorazione organizzata come ogni anno a piazza Alimonda dai familiari e dal Comitato Piazza Carlo Giuliani. ''Questo e' un luogo di resistenza'' ha detto la madre Heidi Giuliani dal palco prima di passare il microfono a cantanti e artisti, tra cui Renato Franchi, Alessio Lega, Luca Lanzi, la Casa del vento e altri. La piazza transennata, con qualche centinaio di persone, intanto era contornata da striscioni come 'Per chi fino all'ultimo e' rimasto davanti', 'Un colpo ed e' tutto finito un uomo e' gia' un pezzo d'asfalto' e 'In uno stato che tortura e ucide chi si ribella e' sempre innocente'. Alle 17,27, ora della morte di Giuliani, il padre Giuliano ha detto: ''dopo 9 anni chiediamo ancora verita' con dignita'. Prendendo esempio da Carlo, vogliamo resistere con coraggio come lui''. Sono seguiti lunghi applausi, senza nessun minuto di silenzio, mentre tutti guardavano verso il punto dove e' caduto il corpo del manifestante, quindi 'Bella Ciao' e altri slogan sulla resistenza. Tra i presenti, esponenti politici della Sel, Rifondazione e il segretario del Partito comunista dei lavoratori Marco Ferrando, oltre al fondatore della Comunita' di San Benedetto, don Andrea Gallo.

 

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Sciopero dei lavoratori CRM alla Saint Gobain
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giovedì, 08 luglio 2010


Sciopero dei lavoratori CRM alla Saint Gobain



Questa mattina 48 lavoratori della CRM LOGINT hanno annunciato in conferenza stampa lo sciopero per tutto il giorno davanti ai cancelli della Saint Gobain. La CRM LOGINT è una esternalizzata che lavora in appalto nello stabilimento Saint Gobain, i 48 lavoratori della CRM sono un elemento centrale del processo di produzione, occupandosi della movimentazione del vetro. La Saint Gobain ha deciso per la reinternalizzazione di quel settore produttivo ed ha deciso la rescissione anticipata dell’appalto alla CRM, spingendo di fatto sull’orlo del baratro 48 famiglie.

Si parla della copertura del 20, forse 30%, dei licenziati, ma non e’ ancora chiaro con che forma, se l’assunzione diretta della Saint Gobain o se attraverso cassa integrazione, da chiarire se ordinaria o in deroga, se la trattativa tra Saint Gobain e CRM Logint andasse a buon fine.

Nel caso in cui la trattativa fallisse la situazione potrebbe precipitare e a quel punto potrebbero anche avvenire direttamente 48 licenziamenti.

La Saint Gobain stava portando avanti la trattativa con CRM Logint nel maggior silenzio possibile, per evitare clamori e perdite di immagine, condizione imposta come necessaria al buon fine della trattativa, e i lavoratori CRM hanno ricevuto pressioni perchè non facessero rumore intorno alla cosa e forse non avremmo saputo niente fino alla conclusione della trattativa se non avessero avuto il coraggio di prendere in mano il proprio destino e far uscire allo scoperto la situazione, mettendo la società di fronte alle proprie responsabilità.

Ora come mai è necessario che i lavoratori della CRM Logint non rimangano soli.

Lo sciopero indetto questa mattina dalla CGIL riaguardava solamente i lavoratori CRM, ma sarebbe stato opportuno e necessario che fosse stato proclamato per tutti i lavoratori della Saint Gobain e dell’indotto, per permettere uno sciopero generale a fianco dei lavoratori CRM.

Ciò perchè non deve assolutamente passare la logica che ciascun lavoratore sia abbandonato al proprio destino di vittima sacrificale agli interessi dei padroni.

E’ necessario ricostruire l’unità di lotta a partire anzitutto dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Non dobbiamo e non possiamo cadere nel tranello dei padroni che ci vogliono a litigare per la crosta di formaggio che ci gettano dopo aver mangiato, essere ingrassati ed aver lucrato sulla pelle dei lavoratori.

Occorre che i lavoratori riscoprano la solidarietà tra loro e si uniscano contro poteri forti e padroni.

La sezione di Pisa del Partito comunista dei lavoratori, presente questa mattina alla conferenza stampa dei lavoratori CRM, invita tutti i lavoratori della Saint Gobain e dell’indotto a costituirsi in comitati di fabbrica dove ricominciare a confrontarsi, a dialogare, a costruire l’unità di lotta ed invita i sindacati di Saint Gobain ed indotto a rimanere a fianco dei lavoratori CRM, scioperando insieme a loro se la situazione dovesse precipitare.



Nessun lavoratore deve essere lasciato solo.

PCL PISA

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la resistenza della FIOM
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IL PCL CON LA FIOM DAVANTI A MONTECITORIO

La Fiom ha tenuto ieri un’assemblea pubblica del proprio Comitato Centrale davanti a Montecitorio in occasione della consegna delle firme raccolte attorno alla propria proposta di legge sulla democrazia sindacale. Per l’occasione ha invitato a partecipare tutti i partiti dell’opposizione, tra cui il PCL. All’iniziativa, sotto un sole terrificante, hanno partecipato centinaia di attivisti e dirigenti sindacali, rappresentanze di fabbrica ( Fiat Pomigliano ed Eutelia, in primo luogo), esponenti politici nazionali di Idv ( Di Pietro), PD ( Fassina), Fed ( Salvi, Ferrero), PCL ( Ferrando), Turigliatto ( Sinistra critica). Significativo il quadro dei posizionamenti politici.  Fassina, responsabile economico del PD, già schieratosi con Marchionne a Pomigliano, ha cercato faticosamente, e senza successo, di farlo dimenticare agli operai e alla Fiom: con un elogio filosofico della nobiltà del lavoro ( possibilmente sfruttato). Di Pietro, a caccia unicamente di voti, ha cercato  di spendersi come riferimento parlamentare della Fiom con parole retoriche di “solidarietà” e  “auguri”. Salvi, a nome della Fed, ha fatto appello.. al PD, per un comune sostegno alla proposta di legge della Fiom. Turigliatto, a nome di Sinistra Critica, ha giustamente valorizzato il risultato del No a Pomigliano e i meriti della Fiom, ma senza avanzare proposte.

Marco Ferrando, a nome del PCL, non si è limitato a parole di solidarietà, né al solo sostegno alla proposta di legge della Fiom ( di cui critichiamo la soglia di sbarramento del 5% per il riconoscimento della rappresentanza sindacale), ma ha avanzato due argomentazioni politiche di fondo. 1) La battaglia per la democrazia del lavoro e dei lavoratori è alternativa non solo a Berlusconi ma al PD, che da un lato critica l’autoritarismo del governo, dall’altro occhieggia a Confindustria e sostiene la Fiat nel momento stesso in cui la Fiat attacca gli stessi diritti costituzionali dei lavoratori. “ Solo partendo dagli interessi e dai diritti dei lavoratori si può battere Berlusconi, e costruire un’alternativa vera a Berlusconi: fuori e contro quella cucina trasformista, a guida PD, che in questi giorni vagheggia un governo con Fini, Bossi, Casini, Montezemolo (  tutti amici di Marchionne) per continuare a gestire i sacrifici contro gli operai e i loro diritti”. 2) La battaglia per i diritti sindacali è inseparabile dalla battaglia più generale per rovesciare i rapporti di forza nella società ( come insegna l’esperienza dell’autunno caldo di 40 anni fa). Da qui l’esigenza di una svolta unitaria e radicale dell’insieme delle sinistre politiche e sindacali, in piena autonomia dal PD, attorno ad una prospettiva di lotta continuativa e ad una piattaforma unificante. “ Il risultato di Pomigliano, dove il 40% degli operai ha respinto il ricatto di Marchionne, la propaganda congiunta di governo e PD, il disfattismo complice di Epifani, rivela, nonostante le difficoltà, un potenziale di ribellione della giovane generazione operaia. Quella potenzialità di ribellione è la leva decisiva in cui investire”.

L’intervento del PCL è stato ripetutamente applaudito, in particolare dai lavoratori presenti della Fiat Pomigliano.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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MARCO PHILOPAT: LA STRADA BRUCIATA DELLE MAGLIETTE A STRISCE
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pubblichiamo una rflessione rapportata ad oggi sulla rivolta del Luglio 1960

MARCO PHILOPAT: LA STRADA BRUCIATA DELLE MAGLIETTE A STRISCE

 

Sentii parlare di loro, per la prima volta in vita mia, quando indossavo con orgoglio la mia nera corazza punk. Fu il libraio Primo Moroni che mi spiegò bene cosa accadde il 30 giugno 1960 a Genova. "Andammo sulle barricate a fare a cazzotti con i celerini e carabinieri che difendevano i fascisti.

Eravamo tutti giovani, generosi e intransigenti, portavamo i jeans, avevamo il mito dell'America e siccome i soldi in tasca erano pochi ci vestimmo con delle magliette comprate per trecento lire nei grandi magazzini. Non ci interessava una vita passata solo lavorando, preferivano guadagnare meno ma avere più tempo libero, però quando ci fu da protestare non ci tirammo certo indietro." Era uno dei suoi strepitosi racconti orali che per noi ventenni di allora rappresentava una specie di rappresentazione cinematografica a dir poco epica, con i moti dei movimenti operai come protagonisti. C'era stato anche lui a Genova quando aveva 24 anni e partecipò agli scontri in prima fila dopo aver mal interpretato una telefonata del responsabile del servizio d'ordine di una sezione della Fgci milanese alla quale era iscritto. Inutile dire che per noi punk, che consideravamo i nostri vestiti come uno dei pochi strumenti per esprimere rabbia e ribellione, quelle magliette a strisce furono una precisa indicazione sui nostri futuri doveri. D'altronde, come tentò sempre di sottolinearci Primo, non avevamo inventato proprio niente. Già il grande poster incorniciato che il libraio teneva alla sue spalle ci consigliava di guardare un po' oltre la nostra divisa. Era infatti una foto d'epoca che ritraeva la Banda Bonnot, anarchici francesi nonché rapinatori di banca che vestivano in nero come noi, che vivevano in una comune ed erano vegetariani come noi. (Ai quei tempi noi punk stavamo tutti al Virus di via Correggio). A Milano poi c'erano stati i giubbotti di pelle della Volante Rossa, i capelloni beat che inneggiavano al libero amore, gli studenti con l'eskimo e infine i trench bianchi della famosa banda Bellini...

Le magliette a strisce orizzontali bianche e blu o bianche e rosse furono un segno distintivo che riunì i giovani contro il ritorno del fascismo, in una lotta fino all'ultimo sangue come quello dei Morti di Reggio Emilia, (7 luglio 1960), immortalati nella celebre canzone di Fausto Amodei.

Cosa portò alcuni ragazzi a scegliere un indumento come simbolo di una rivolta contro l'autorità costituita? Cosa li mosse? Non erano bandiere rosse quelle che sventolavano, erano semplici magliette comprate al discount. Ma soprattutto perché dopo il 1960 non ci fu più niente di così dirompente nel rapporto tra i simboli della rivolta e l'impegno politico?

Dopo tanti anni si potrebbe anche affermare che noi non siamo stati capaci di tramandare l'importanza dell'adottare nuovi simboli in grado di rappresentare un'opposizione intransigente alle attuali derive totalitarie. Resta il fatto che i ragazzi con le magliette a strisce non furono mai così irrimediabilmente ostacolati dai loro rappresentanti istituzionali come invece capitò alla mia generazione. Per farvi un esempio vi vorrei riportare le parole che l'allora deputato del Psi Sandro Pertini, pronunciò a Genova il 28 giugno 1960. Sarà ricordato come "u brighettu", il fiammifero, a significare che accese la fiamma della sollevazione popolare. Sandro Pertini arrivò attraversò Piazza della Vittoria a Genova strinse la mano ai vecchi compagni partigiani e salì sul palco accolto dall'ovazione di trentamila antifascisti. "Le autorità romane sono impegnate a trovare quelli che ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazione di antifascismo" gridò con tutto il fiato che aveva in gola. "Non c'è bisogno che s'affannino. Lo dirò io chi sono i nostri sobillatori. Eccoli qui: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell'Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della Casa dello studente, che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime e delle risate sadiche dei torturatori." Gli applausi lo interruppero per diversi minuti. Poi Pertinì continuò. "Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso. Ogni iniziativa. ogni atto, ogni manifestazione di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo. Si tratta, del resto, di un congresso qui convocato, non per discutere ma per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della Resistenza" Pertini chiese a tutti di scendere in piazza per tutelare la libertà conquistata con il sacrificio di migliaia di innocenti. "Oggi i fascisti la fanno da padroni, sono di nuovo al governo, giungono addirittura a qualificare come un delitto l'esecuzione di Mussolini. Ebbene, io mi vanto di aver ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri membri del CLN non abbiamo fatto altro che firmare una condanna a morte, pronunciata dal popolo italiano vent'anni prima." Pertini comunque non fu il solo a stare a fianco dei ragazzi in rivolta, lo dimostra il fatto che al processo sui fatti di Genova e quelli siciliani o di Reggio Emilia, gli imputati per gli scontri furono difesi dai migliori avvocati dell'apparato del Pci, tra cui Umberto Terracini che aveva redatto la Costituzione e il capo partigiano Giovanbattista Lazagna. Inoltre i vertici del partito togliattiano cominciarono una seria autocritica interna per capire lo scollamento tra il movimento spontaneo e la strategia del Pci. "Non bisogna perdere il contatto con le masse entrate in lotta" dicevano. Le testimonianze che dimostrano tutta la lacerazione di quel dibattito sono riportate da molti libri. Il primo è uscito da qualche settimana e s'intitola Al tempo di Tambroni di Annibale Paloscia per Mursia, poi c'è lo stupendo romanzo del 2008, L'estate delle magliette a strisce di Diego Colombo per Sedizioni e infine un capitolo del breviario di racconti orali di Cesare Bermani, Il nemico interno per Odradek, dove potete trovare le ragioni della telefonata mal interpretata da Primo Moroni. Vedere i dirigenti del Pci barcamenarsi tra i Teddy boy e le magliette a strisce presumibilmente usate da personaggi trasgressivi come Picasso e Brigitte Bardot, fa oggi morire dal ridere. Emilio Sereni s'interrogava sulla "gioventù sotto una direzione che non è la nostra." E in effetti le iscrizioni alla Fgci erano in calo mostruoso (365 mila nel '56, 229 mila nel 1960). C'era chi accusava i giovani di aver subito una "deteriore influenza dal clericalismo e dall'americanismo" e chi invece sosteneva il dialogo, certamente non fu facile per tutti loro controbattere alle tesi dello scrittore Carlo Levi apparse sul settimanale "ABC". "Spingere con la forza e non tacere. Dovete usare la vostra forza per sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani." diceva Levi e quindi, rivolto ai dirigenti del Pci notava. "Questi fatti impongono a tutti un esame approfondito, e l'elaborazione, o la modificazione di programmi e di metodi: lo studio preciso di fini concreti, nati dalla coscienza popolare. La fiducia, rinata attraverso l'azione, è un bene prezioso che non può essere deluso e dissipato". Su quelle magliette a strisce, e in senso più ampio sulla passione per i modelli trasgressivi dell'american way of life trasmessi dai film come The Wild one o con le scosse del Rock 'n' Roll, nessuno dei dirigenti comunisti o socialisti riuscì mai a capirci qualcosa. Eppure non erano in pochi quelli che avevano compreso quanto quei modelli erano sedimentati tra i giovani e quanti immaginari di società diverse e vissuti generazionali affascinanti avessero sprigionato.

Negli ultimi 50 anni i partiti che avrebbe dovuto rappresentare i diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli della società si sono trasferiti piano piano dall'altra parte della barricata, ormai è palese. Durante gli anni Settanta furono impegnati a spegnere ogni fuoco possibile che nasceva spontaneo tra le masse diseredate, ripiegando sulla criminalizzazione dei sobillatori, come a dire: "Se non ci fossero gli estremisti di sinistra, il mondo sarebbe perfetto." Poi, dopo essersi battuti soprattutto per dimostrare di essere all'altezza della modernità, di essere persone raffinate e di buone maniere e amici del business globale, hanno raggiunto l'apice nel dopo G8 2001, (ancora una volta a Genova), con la deleteria questione della nonviolenza. E lì è crollata la maschera.

È vero che da parte nostra, e intendo ragionare sui quei pochi punk e autonomi che restarono a galla durante gli anni del riflusso, non ci fu la capacità di smontare i meccanismi di cancrena sociale che si svilupparono attorno alle nostre roccaforti liberate. Forse non capimmo bene ciò che si nascondeva dietro la gelateria dei gusti colorati e degli stili di vita che stava prendendo piede nelle nuove generazioni. Non capimmo neanche la danza degli spettri dei rave nel limbo fluorescente di una bolla destinata prima o poi a scoppiare, senz'altro fummo travolti dal bling bling degli anni '00 con il luccicare delle fibbie dolcegabbana a simboleggiare la resa definitiva del nostro futuro. Non sta a me provare a fare analisi, sono solo un grande appassionato delle magliette a strisce e di tutte le creature simili che si sono susseguite nel corso del tempo. Però di una cosa ne sono sicuro, noi fummo contrastati in primo luogo da ciò che rimaneva dell'apparato dell'ex partito comunista italiano teso nella sempre più spasmodica ricerca di un paese normale...

Purtroppo oggi l'orologio della storia è ritornato brutalmente indietro e i fascisti non solo sono stati ampiamente sdoganati, ma hanno addirittura riconquistato il potere e l'egemonia culturale. Ora che l'insolente corruzione dei politicanti e la tracotanza padronale hanno dilagato, sono ancora pochi coloro disposti a non naufragare di fronte alla paura nei confronti della passione per la libertà e l'uguaglianza. E noi continuiamo a essere orfani di quelle magliette strisce, che oltre a difendere i diritti già acquisiti, riuscirono a rilanciare sul futuro per conquistarne nuovi.

Per sua stessa natura la giovinezza è stata da sempre incaricata di rappresentare il futuro: la perenne caratterizzazione mediatica dell'adolescente come genio o mostro continua a veicolare le speranze e le paure degli adulti su quanto accadrà in futuro. Ignorare chi spicca come precursore a favore di chi resta fedele allo status quo significa rifiutare l'impegno preso con il futuro, se non addirittura equivocare la natura stessa della giovinezza. Io vado fiero del mio romanticismo in materia, quanto meno perché spero in un mondo migliore.

Jon Savage

L'invenzione dei giovani

 

Intervento dedicato a Valerio Marchi, storico, skinhead, ultrà della Roma, studioso del conflitto e fratello dei ragazzi di strada, che verrà ricordato in questi giorni nel suo quartiere San Lorenzo di Roma (http://roma.indymedia.org/node/22004).

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LA LOTTA CONTINUA IN GRECIA
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La lotta continua in Grecia

Il sesto sciopero generale in sei mesi si è svolto in Grecia, contestando le misure durissime imposte contro   il popolo greco da parte dell'Unione europea, il FMI e il governo  Papandreou "socialista".

La ragione immediata per il nuovo sciopero è stato il nuovo disegno di legge che vuole distruggere i diritti pensionistici e rapporti di lavoro che esistono da decenni.

Papandreou teme che i deputati del PASOK non votino il disegno di legge in parlamento e minaccia di indire le elezioni anticipate.

Lo sciopero generale è stato indetto dal GSEE (Confederazione del lavoro del settore) e ADEDY (Federazione Nazionale dei dipendenti pubblici), seguiti anche da GSVE, la Federazione dei piccoli commercianti e artigiani. Pame, l'organizzazione sindacale del Partito comunista di Grecia, che aveva già organizzato uno sciopero il 23 giugno, si è unito allo sciopero generale, ma ha organizzato, come sempre, una manifestazione separata a piazza Syntagma.

GSEE  ha indetto una manifestazione di fronte alla sua sede di Pedion tou Areos ( Campo di Marte )con i suoi militanti mentre i sindacati di classe, e le organizzazioni di sinistra erano riuniti vicino di fronte al Museo Nazionale.

Tra questi movimenti  era presente il movimento popolare "Noi non paghiamo il pedaggio! Non paghiamo il FMI!" nonché un forte concentramento di persone in trattamento medico di tossicodipendenze del dipartimento dell 'Ospedale Psichiatrico di Attica che lottano per i loro diritti e contro la repressione e l’ internamento da parte dello Stato ed ex-tossicodipendenti che hanno completato con successo il loro trattamento.

Circa 30.000 persone hanno partecipato alla marcia ad Atene. Cortei simili sono state organizzati nelle principali città del paese. La partecipazione allo sciopero stesso è stata molto alta (90-100 per cento.).  Ma la frustrazione è molto forte tra la classe operaia quando la burocrazia sindacale tenta di disinnescare la rabbia sociale con  sole 24 ore articolate di lotta, ovviamente inefficaci di fronte alla sfida poste dalla UE / FMI / troika BCE e il loro governo di Atene.

La richiesta di uno sciopero ad oltranza, inizialmente lanciata dal EEK,è  diventata sempre più popolare, e gridata da molti spezzoni del corteo.

Quando la marcia ad Atene era nella sua fase conclusiva,lo spezzone del corteo dell’ EEK e quello del movimento contro i pedaggi nelle autostrade privatizzate sono stati attaccati dai reparti  anti-sommossa della polizia e 14 giovani sono stati arrestati.

Quando un medico ha protestato verso gli agenti per un ragazzo che è stato arrestato senza alcuna ragione,i poliziotti hanno risposto con questa motivazione:

"era un membro del servizio d 'ordine del EEK"!

Domani questi compagni saranno giudicati.
Nessuna repressione ci può intimidire! Nessuna burocrazia può fermare la rabbia della classe operaia!

La lotta continua:

Per cacciare il FMI e l'UE !

Per cancellare tutto il debito degli usurai internazionali !

Per la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori per il potere ai lavoratori ' !

Per la sconfitta della UE imperialista e l'unificazione socialista d'Europa.

 

Michael Savas .
                                                  

29 Giugno 2010

 

 

 

 

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In 1500 per dire no al fascismo
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 In 1500 per dire no al fascismo

 
Sabato 26 giugno la Firenze Antifascista è nuovamente scesa in piazza per ribadire il concetto che nella nostra città non ci può essere spazio per gruppi e gruppuscoli neofascisti. Un corteo militante con oltre mille compagni provenienti anche da altre città della Toscana si è snodato per il centro, ha attraversato i viali passando da piazza della Libertà ed ha poi imboccato via Lorenzo il Magnifico sostando per alcuni minuti davanti alla nuova sede dei fascisti di Casapound, poi il corteo è transitato in via Nazionale ed in via della Scala passando sotto l'altro covo fascista dove hanno la sede Forza Nuova e La Fenice per poi sciogliersi pacificamente in piazza Santa Maria Novella.
 
Ieri abbiamo avuto l'ennesima conferma della complicità del PDL fiorentino con i fascisti, le dichiarazioni del consigliere comunale di Casaggi Torselli in solidarietà con Casapound sono la dimostrazione lampante di come i gruppetti neofascisti non sono altro che dei servi del padronato, manodopera a basso prezzo da utilizzare nei momenti di crisi contro chi lotta per difendere i propri diritti. La storia spesso si ripete ed il ruolo dei fascisti è sempre lo stesso, servi al guinzaglio del padrone di turno, foraggiati e protetti dalla borghesia per compiere i lavori sporchi. 
 
Il corteo di sabato non è certo la fine della mobilitazione antifascista in città, è un passaggio importante ma certo non conclusivo. La lotta antifascista andrà avanti fino a raggiungere l'obiettivo della chiusura di tutti i covi fascisti presenti in città.
 
Operai e studenti uniti nella lotta
Fascisti e padroni uniti nella repressione
 
Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Regionale della Toscana
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RENDERE INGOVERNABILE IL PIANO MARCHIONNE-SACCONI
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 RENDERE INGOVERNABILE IL PIANO MARCHIONNE-SACCONI
Chi voleva celebrare a Pomigliano il funerale della lotta di classe, si è trovato di fronte alla dignità degli operai: che, nonostante il ricatto, hanno tracciato un confine insuperabile tra le proprie ragioni sociali e l’intero arco della politica dominante ( governo, PD, grande stampa) tutta schierata con la Fiat. Si è trattato di un limpido spartiacque di classe. Ora tutte le sinistre sindacali e politiche hanno il dovere di rompere col PD confindustriale, e di unire le proprie forze in una mobilitazione generale che renda ingovernabile il piano Marchionne –Sacconi, ponendo al centro le rivendicazioni operaie. Se le sinistre lo vogliono, Pomigliano può cambiare l’agenda sociale e politica italiana. Lo sciopero generale di domani deve trasformarsi nell’inizio di una controffensiva radicale del movimento operaio. Col varo di una piattaforma unificante e l’avvio di una lotta prolungata.

MARCO FERRANDO

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FIAT POMIGLIANO : I NO BLOCCANO I PROGETTI DI RESTAURAZIONE AUTORITARIA
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UN SUCCESSO DEL NO

 

 

(23 Giugno 2010)

la lotta degli operai di Pomigliano


Il risultato di Pomigliano è, di fatto, una vittoria di Fiom e Cobas. Nonostante il ricatto anticostituzionale della Fiat, nonostante la massiccia campagna bipartisan di governo e PD, nonostante il vergognoso invito al Sì di Guglielmo Epifani, quasi il 40% dei lavoratori ha rifiutato apertamente l’umiliazione della servitù e chiede una svolta. E’ un fatto straordinario. Se ora, dopo questo esito imprevisto, Marchionne provasse a chiudere Pomigliano, le sinistre sindacali dovrebbero promuovere unitariamente l’occupazione della fabbrica da parte dei lavoratori, e rivendicare la nazionalizzazione della Fiat, senza alcun indennizzo. Più in generale tutte le sinistre sindacali e politiche hanno il dovere di raccogliere il segnale di Pomigliano, rilanciando la mobilitazione in tutti gli stabilimenti Fiat e nell’insieme del mondo del lavoro: solo una mobilitazione generale, radicale, prolungata, può sbarrare la strada alla Fiat e al governo. Porteremo questa proposta di unità e radicalità nello sciopero del 25 Giugno.

MARCO FERRANDO- PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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E’ IL MOMENTO DI UNA GRANDE CAMPAGNA ANTISIONISTA
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E’ IL MOMENTO DI UNA GRANDE CAMPAGNA ANTISIONISTA

(1 Giugno 2010)

comunicato stampa


L’operazione dei commando israeliani contro imbarcazioni filo palestinesi riapre il confronto pubblico sul sionismo. Le anime candide dell’”equidistanza” tra carnefici e vittime sono di fronte al fallimento delle proprie fantasie.
La crudeltà dei fatti conferma una volta per tutte che non può esservi “pace” tra il popolo palestinese e lo Stato sionista . Non è in discussione il “popolo ebraico” .
E’ in discussione la natura di uno Stato che si fa scudo (abusivo) dell’ebraismo per perpetuare la propria oppressione su un altro popolo. Di uno Stato confessionale e integralista, basato giuridicamente su un pregiudizio razziale , che si appoggia sul terrore militare.
Coloro che hanno più volte assimilato sionismo ed ebraismo, offendono non solo la migliore tradizione ebraica, ma la verità storica.
Solo la prospettiva di una Palestina unita, laica, socialista, liberando il Medio Oriente dallo Stato sionista, può ricostruire la pace tra gli arabi e gli ebrei. E’ il momento di una grande campagna antisionista.

MARCO FERRANDO- PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI ( PCL)

 

volontario colpito dalle armi automatiche dei commandos israeliani

 

 

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PISA: ASSEMBLEA PUBBLICA PCL CON MEDICINA DEMOCRATICA SULLA DEVASTAZIONE AMBIENTALE IN TOSCANA
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DEVASTAZIONE AMBIENTALE IN TOSCANAruggero administrator 03/05/201070,03Download
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FESTA DI TESSERAMENTO 2010 SEZIONI DI PISA E DI LIVORNO
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festa tesseramento 2010ruggero administrator 03/05/2010110,75Download
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LA RESISTENZA ANTIFASCISTA RUBATA DAL REVISIONISMO DELLA GELMINI ( VOLANTINO PCL PER LE SCUOLE )
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revisionismo della gelminiruggero administrator 07/04/201046,53Download
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LA NOSTRA CAMPAGNA ELETTORALE
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VOLANTINO MANIFESTAZIONE 20/03 LIVORNO
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