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Coordinating Committee for the Refoundation of the Fourth International (CRFI)

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Partido Obrero (Argentina)
Worker's Party (Argentina)
http://www.po.org.ar/

Εργατικό Επαναστατικό Κόμμα (Ελλάδα)
Workers Revolutionary Party (Greece)
http://www.eek.gr/

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)
Communist Party of Workers (Italy)
http://www.pclavoratori.it/files/index.php

Partido de los Trabajadores (Uruguay)
Workers Party (Uruguay)
http://www.pt.org.uy/

Partido Obrero Revolucionario (Chile)
Revolutionary Worker Party (Chile)
http://www.por-chile.cl/

Opción Obrera (Venezuela)
Worker Option (Venezuela)
http://www.opcionobrera.org/

Grupo de Acción Revolucionaria (Mexico)
Revolutionary Action Group (Mexico)
http://www.grupodeaccionrevolucionaria.cjb.net/

Refoundation and Revolution Group in Solidarity (United States of America)
http://refoundation.home.igc.org/

Marxilainen Työntekijät League (Suomi)
Marxist Workers League (Finland)
http://www.mtl-fi.org

Partıto Da Causa Operarıa (Brasil)
Workers Party (Brazil)
http://www.pco.org.br/

Agrupacion Marxista Revolucionaria (Bolivia)
Revolutionary Marxist Group (Bolivia)
http://www.amr-bolivia.blogspot.com/

Revolutionary Core (Romania)
Samburile Revolutiei (România)

Devrimci İşçi Partisi Girişimi (Türkiye)
Revolutionary Workers Party Initiative (Turkey)
http://www.iscimucadelesi.net/



無產階級學會 (中國/香港)
The Proletarian Society of China is close to the CRFI (China/Hong Kong)

العمال الاشتراكي للجامعة فلسطين
הליגה הסוציאליסטית עובדים פלסטין
Socialist Workers League is close to the CRFI (Palestine)

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CRFI supports these organizations

أبناء حركة التربة فلسطين
פלשתין בני הקרקע התנועה
Harakat Abnaa elBalad (Arabic with Latin letters)
Sons of the Land Movement (Palestine)
http://www.abnaa-elbalad.org/




 

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Tutti i compagni e le compagne NO TAV incarcerat* devono tornare subito il libertà.

Liber* Tutt* !

Intervista a Giorgio Rossetto
Askatasuna Torino

 






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La diffamazione e la repressione non fermeranno il movimento NO-TAV. 
Solidarietà a Giuseppe Tiano. Liberare immediatamente tutti i fermati.

(27 Gennaio 2012)

Da anni cerchiamo di dimostrare alla popolazione quanto false e strumentali siano decine di inchieste su cittadini rei esclusivamente di impegnarsi quotidianamente nel sociale e tentare di trasformare questa società. Oggi, con il blitz della polizia e l'accusa di violenza a Giuseppe Tiano, sindacalista e attivista di movimento, abbiamo la prova palese ed oggettiva di quanto queste inchieste siano semplicemente ridicole. 
Manifestiamo la nostra solidarietà piena e convinta a tutti i cittadini del Movimento No-Tav che stamattina sono stati fermati o addirittura arrestati, in una delle ormai consuete goffe iniziative di qualche dirigente di Polizia o magistrato in cerca di gloria. 
La violenza clamorosa ed autoritaria con cui i cosiddetti "tutori dell'ordine" hanno privato della libertà ben 26 cittadini lungo tutto il paese è stata giustificata col solito escamotage della "custodia cautelare", con cui lo Stato si concede la libertà di arrestare chiunque in qualunque momento. 
È ormai evidente come i "tutori dell'ordine" siano in realtà, di fatto, tutori del privilegio, coloro che massacrano studenti e lavoratori in piazza, gli stessi che manganellano madri e padri di famiglia pescatori esasperati dai Governi degli ultimi 20 anni, gli stessi che provano a colpire movimenti popolari e di difesa dei diritti come il Movimento No Tav. 
Per comprendere che questi metodi fascisti siano a sostegno di teoremi improbabili basta vedere chi sono gli accusati di questa nuova farsa, a partire da un cittadino attento, pacifico e sensibile come Giuseppe Tiano, sindacalista ed attivista di movimento, vicino da sempre alle istanze della gente della nostra regione, da tempo solidale con tutte le battaglie di civiltà intraprese nel nostro territorio, strenuo difensore dei diritti dei lavoratori. 
Nella nostra città ne abbiamo viste di queste goffe manovre: dalle accuse fantascientifiche per il G8 di Genova (tutte decadute) alle accuse per il movimento universitario in occasione della venuta del Presidente Napolitano, faccenda non ancora conclusa, quando gli studenti hanno commesso il grave reato di manifestare la loro presenza e la loro libertà di parola nella loro casa, l'Unical, al cospetto di corpi armati e sorvegliati da cecchini sul tetto. 
Da sempre la violenza nei confronti dei cittadini più attenti viene associata alle accuse più insostenibili e distanti dalla realtà. 
Oggi, mentre il Governo continua a tartassare con finanziarie di lacrime e sangue la povera gente, la goffaggine con cui lo Stato cerca di zittire uomini e donne che non è riuscito ad addormentare con la televisione presenta un tassello in più, che dimostra una volta ancora la palese mala-fede. 
Queste manovre non ci ostacoleranno, e ci dimostrano invece di essere dalla parte del giusto. 
Le forze dell'ordine rilascino immediatamente le persone poste in stato di fermo. 
A loro, a Giuseppe ed a tutti gli attivisti coinvolti in queste pseudo-indagini, oltre alla solidarietà intendiamo inviare un messaggio forte e chiaro: non abbiate paura perché non siete soli, continueremo fianco a fianco a lottare insieme per il futuro di questa terra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 
Sezione Provinciale di Cosenza "Adolfo Grandinetti"

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AUTOSPED G SPA LIVORNO

I LAVORATORI IN LOTTA OCCUPANO
GLI UFFICI E IL PIAZZALE

una lotta con il più ampio sostegno del PCL delle sezioni di Livorno e di Pisa

(17 Gennaio 2012)

La sospensione del lavoro degli impiegati e degli autisti che operano nel ramo container dellla filiale Autosped di Livorno è iniziata alla mezzanotte tra il 15 ed il 16 gennaio 2012 e durerà ad oltranza. La mattina di lunedì è avvenuta una manifestazione con occupazione degli uffici e del piazzale. Nei giorni scorsi, la società aveva comunicato alle organizzazioni sindacali l'avvio di un processo di ristrutturazione, che prevede anche la chiusura della filiale di Livorno ed il trasferimento di tutto il personale che opera nei container nella sede di Tortona. Resta escluso dal provvedimento il personale che opera nella distribuzione dei carburanti. Lo scorso dicembre, era stato siglato un accordo tra sindacati ed impresa per aumentare la professionalità ed il rendimento dei lavoratori dell'Autosped. Secondo i rappresentanti sindacali FILT, il lavoro a Livorno non mancherebbe, anzi sul porto toscano opererebbero anche automezzi delle altre filiali di Autosped.
Il lavoratori dell' Autosped G Spa che stanno occupando la loro sede
di Via Sacco E Vanzetti ( angolo Via Aiaccia - dove c' è il terminale del rigassificatore )
a Stagno, stanno presidiando ( occupando la sede stradale ) le vie vicine e necessitano di un appoggio immediato.
Hanno l’ appoggio nella loro lotta dei compagni del PCL . La stessa RSA che dirige la lotta è del PCLavoratori.
Questi lavoratori sono tutti dipendenti autotrasportatori del Gruppo Gavio legato alla holding Aurelia S.p.A. di settori diversificati, implicata nella tangentopoli che ha visto implicato l' esponente del PD Penati. Ora il Gruppo ha chiuso la sede di Livorno obbligando questi lavoratori ad accettare il trasferimento in una sede del Nord o licenziarsi.
( quindi un licenziamento mascherato )
Tutto questo perché il gruppo li vuole sostituire con padroncini non sindacalizzati in una realtà con forte richiesta di trasporti e non assolutamente in crisi.

Sono in trenta: hanno passato le prime notti di lotta occupando gli uffici e non demordono. L' occupazione è a oltranza. Ieri c’ è stata molta tensione tra i lavoratori in lotta e gli autisti delle cisterne bloccati non coinvolti nei provvedimenti. Infatti la direzione aziendale ha cercato provocatoriamente lo scontro tra gli stessi lavoratori.
Questa è una lotta che necessita del massimo di solidarietà e sostegno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sezioni di Livorno e Pisa

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NASCONDERE UN DISASTRO AMBIENTALE PERICOLOSO PER LA SALUTE
DELLA POPOLAZIONE E' UN CRIMINE.
I SINDACI DI LIVORNO E PISA SI DEVONO DIMETTERE

(17 Gennaio 2012)

Per 12 giorni i sindaci di Pisa e Livorno, responsabili della sicurezza e salute dei cittadini, hanno tenuto nascosto la perdita dalla nave Eurocargo Venezia Grimaldi in un tratto di costa imprecisato tra Livorno e Pisa di più di 40 tonnellate di composti chimici altamente pericolosi e tossici (pare costituiti in gran parte da ossidi di Cobalto e Molibdeno infiammabili e molto pericolosi al contatto) contenuti in fusti metallici.
Perdita avvenuta durante una tempesta mentre partita dal porto di Catania viaggiava verso il porto di Genova. Questo è quello che è emerso dai documenti ufficiali riportati in questi giorni dagli organi di stampa.
Dal 17 dicembre 2011 le amministrazioni comunali, provinciali e regionali sapevano quello che era accaduto. Ma quello che risulta di enorme gravità è questo:

Per 12 giorni hanno tenuto tutto nascosto alla cittadinanza.

Non hanno attivato la procedura di protezione civile e tanto meno hanno diramato
allarmi per eventuali spiaggiamenti dei fusti.

Non hanno attivato nessuna azione per la localizzazione precisa dei fusti tossici e quindi ad oggi non si conosce la posizione di mare interessata.

Non si sono attivati per conoscere l' esatta composizione del carico indicata genericamente nella documentazione dalla sigla internazionale (codici UN 3191 e IMDG 4.2 e la sigla COMO).

Ad oggi non si sanno quali contromisure verranno prese per la bonifica di un tratto di costa frequentato tutto l' anno da migliaia di frequentatori.

Ad oggi non sono state effettuate analisi biochimiche alla fauna, flora marina ed acqua
marina.

Queste omissioni hanno i sé delle pesantissime responsabilità politiche che vanno anche a coprire i principali responsabili della sicurezza della Regione Toscana.

Per questo motivo individuiamo nei Sindaci di Livorno e Pisa la loro precisa e indubbia grave responsabilità politica in merito. Gli unici atti possibili per chi sta mettendo a repentaglio la salute e la sicurezza dei cittadini, delle coste, dei territori sono le dimissioni immediate.

Partito Comunista dei Lavoratori
sezione Pisa
sezione Livorno

Fonte

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SARA' UN ANNO DI LOTTE
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DISOBBEDIRE ALL'APPELLO DI NAPOLITANO

(1 Gennaio 2012)

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano- quale supremo garante delle banche e dei capitalisti- ha cercato di convincere milioni di lavoratori che gli intollerabili sacrifici imposti da Monti e dalla  BCE assicureranno loro un futuro migliore. E che quindi vanno subiti in silenzio. Disgraziatamente è lo stesso messaggio a reti unificate che ogni giorno i lavoratori si sentono propinare da trentanni e che li ha condotti all'attuale catastrofe sociale. La verità è che Napolitano cerca di sorreggere col proprio falso “prestigio” di salvatore della patria il governo della Confindustria e delle banche: un governo condannato alla caduta di consenso, sullo sfondo di una crisi senza sbocco. Disobbedire all'appello presidenziale alla rassegnazione sociale, ritrovare la fiducia nella propria forza, ribellarsi alla dittatura degli industriali e dei banchieri, è la condizione decisiva perchè il mondo del lavoro  possa risalire la china e costruire un'altra società e un altro futuro.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI Roma, 1/1/2012

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dalla sezione PCL Pistoia
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MARCO FERRANDO A PISTOIA - Intervento – Video

(2 Gennaio 2012)

Finalmente. Dopo una serie di imprevisti tecnici, è disponibile la registrazione video dell'intervento di Marco Ferrando alla serata politica del 7 dicembre 2011 organizzata dalla nostra sezione presso il circolo ARCI di Bonelle (PT). Ci scusiamo per qualche rumore di fondo dovuto alle particolari condizioni in cui è avvenuta la registrazione, ma che comunque non ne pregiudicano l'ascolto. 
Per alcune difficoltà tecniche ancora presenti, non siamo ancora in grado di pubblicare il video completo, cioè con l'introduzione alla serata del coordinatore di sezione, Mario Capecchi. Lo faremo appena possibile.

MARCO FERRANDO A PISTOIA - INTERVENTO – VIDEO

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - PISTOIA

FONTE

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 ANALISI DI MARX SUL DEBITO

 

Marx 1867 - IL CAPITALE:  ESTRATTO CAPITOLO 24 
.....Oggigiorno la supremazia industriale porta con sè la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio è la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu «il dio straniero» che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità.
 
Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico243a. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.
 
Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poichè la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna.

Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa243b.

Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.
Poichè il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie. Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposte non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e... sovraccarico di lavoro. Tuttavia qui l’influsso distruttivo che questo sistema esercita sulla situazione del l’operaio salariato, qui ci interessa meno dell’espropriazione violenta del contadino, dell’artigiano, in breve di tutti gli elementi costitutivi della piccola classe media, che il sistema stesso porta con sè. Su ciò non c’è discussione, neppure fra gli economisti borghesi. E la efficacia espropriatrice del sistema è ancor rafforzata dal sistema protezionistico che è una delle parti integranti di esso.
 
La grande parte che il debito pubblico e il sistema fiscale ad esso corrispondente hanno nella capitalizzazione della ricchezza e nell’espropriazione delle masse, ha indotto una moltitudine di scrittori, come il Cobbett, il Doubleday e altri a vedervi a torto la causa fondamentale della miseria dei popoli moderni.
Il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con la forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno. Gli Stati europei si sono contesi la patente di quest’invenzione e, una volta entrati al servizio dei facitori di plusvalore, non solo hanno a questo scopo imposto taglie al proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con premi sull’esportazione, ecc., ma nei paesi da essi dipendenti hanno estirpato con la forza ogni industria; come per esempio la manifattura laniera irlandese è stata estirpata dall’Inghilterra. Sul continente europeo il processo è stato molto semplificato, sull’esempio del Colbert. Quivi il capitale originario dell’industriale sgorga in parte direttamente dal tesoro dello Stato. «Perchè», esclama il Mirabeau, « andar a cercar così lontano la causa dello splendore manifatturiero della Sassonia prima della guerra dei Sette anni? Centottanta milioni di debito pubblico!»[244].
 

Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo d’infanzia della grande industria. La nascita di quest’ultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti. Le fabbriche reclutano il proprio personale, come la regia marina, attraverso l’arruolamento forzoso. Se Sir F. M. Eden parla con annoiato scetticismo degli orrori dell’espropriazione della popolazione rurale e della sua espulsione dalla terra a partire dall’ultimo terzo del secolo XV fino al tempo suo, che è la fine del secolo XVIII, e si congratula tutto compiaciuto di questo processo; secondo lui «necessario» per «stabilire» l’agricoltura capitalistica e «la vera proporzione fra terra arabile e pascoli», egli non dà prova però della stessa comprensione economica per la necessità del furto dei ragazzi e della loro schiavitù per la trasformazione della conduzione manifatturiera in conduzione di fabbrica e per stabilire la vera proporzione fra capitale e forza- lavoro. Egli dice: «Può esser degno dell’attenzione del pubblico considerare se una manifattura, che per essere gestita con successo deve saccheggiare cottages e workhouses in cerca di bambini poveri per farli sgobbare, a turni, la maggior parte della notte e derubarli del riposo...; una manifattura che inoltre mescola insieme, stipati, gruppi di entrambi i sessi, di differenti età e di differenti inclinazioni, cosicchè il contagio dell’esempio non può fare a meno di condurre alla depravazione e alla scostumatezza, — se tale manifattura possa aumentare la somma della felicità nazionale e individuale?»[245].

«Nel Derbyshire, nel Nottinghamshire e particolarmente nel Lancashire», dice il Fielden, «le macchine di recente inventate venivano adoperate in grandi fabbriche, costruite vicinissimo a corsi d’acqua capaci di far girare la ruota. In questi luoghi, lontani dalle città, si chiedevano all’improvviso migliaia di braccia; e specialmente il Lancashire, che fino a quel momento era relativamente poco popolato e sterile, ebbe bisogno ora anzitutto di popolazione. E si ricercavano soprattutto le dita piccole e agili. Subito sorse l’abitudine di procurarsi apprendisti (!) dalle diverse workhouses delle parrocchie, da Londra, Birmingham e altrove. Molte e molte migliaia di queste creaturine derelitte, dai sette ai tredici o quattordici anni, vennero così spedite al nord. Era costume che il padrone (cioè il ladro di ragazzi) vestisse e nutrisse i suoi apprendisti e li alloggiasse in una casa degli apprendisti vicino alla fabbrica. Venivano nominati dei guardiani per sorvegliare il loro lavoro. Era interesse di questi aguzzini di far sgobbare i ragazzi fino all’estremo, perchè la loro paga era in proporzione della quantità di prodotto che si poteva estorcere al ragazzo. La conseguenza di ciò fu naturalmente la crudeltà... In molti distretti industriali, specialmente del Lancashire, queste creature innocenti e prive d’amici, consegnate al padrone della fabbrica, venivano sottoposte alle torture più strazianti. Venivano affaticati a morte con gli eccessi di lavoro.., venivano frustati, incatenati e torturati coi più squisiti raffinamenti di crudeltà; in molti casi venivano affamati fino a ridurli pelle e ossa, mentre la frusta li manteneva al lavoro... E in alcuni casi venivano perfino spinti al suicidio!... Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire, lontane dall’occhio del pubblico, divennero raccapriccianti deserti di tortura... e spesso di assassinio!... I profitti dei fabbricanti erano enormi. Ma questo non faceva che acuire la loro fame da lupi mannari, ed essi dettero inizio alla prassi del «lavoro notturno», cioè dopo aver paralizzato col lavoro diurno un gruppo di braccia, ne tenevano pronto un altro gruppo per il lavoro notturno; il gruppo diurno entrava nei letti che il gruppo notturno aveva appena lasciato, e viceversa. È tradizione popolare nel Lancashire che i letti non si raffreddavano mai»[246].
 

 

 

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sabato 24 dicembre 2011

UN FUTURO PEGGIORE DEL PRESENTE, AL SERVIZIO DEL PROFITTO DI POCHI

 
Il programma di Monti e Confindustria per le generazioni future è molto semplice: Lavorare sino a 70 anni per prendere una pensione più miserabile di quella attuale, dopo essere stato licenziabile senza giusta causa e privato del diritto di scegliere il proprio sindacato in fabbrica. Il tutto per pagare ogni anno 90 miliardi di interessi ai banchieri e aiutare gli sfruttatori italiani a competere con gli sfruttatori cinesi. Eppure questo ritorno all'800 è presentato da tutti i principali partiti come toccasana per il futuro dei..giovani. Quanta ipocrisia!
Solo una grande rivolta sociale può spazzare via tutto questo e aprire la via di una nuova società, in cui a comandare siano i lavoratori e non i banchieri. In cui l'economia sia organizzata in funzione delle necessità sociali e non del profitto dei capitalisti.
Il PCL si batte e si batterà in ogni lotta per questa soluzione rivoluzionaria e socialista: l'unica alternativa alla catastrofe.
 
Partito Comunista dei Lavoratori
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Il loro nomi: Samb Modou, Diop Mor

(14 Dicembre 2011)

 

E’ razzismo anche questo. Per tutto il giorno e tutta la sera erano solo vucumprà, ambulanti di colore, immigrati senegalesi, malavitosi di colore uccisi per un regolamento di conti.
E’ stata a loro negata anche la dignità di un nome.
Il 13 dicembre di Firenze è stata una strage fascista. L’ assassino era un noto militante di Casa Pound presente ad ogni udienza del processo in corso nei mesi scorsi a Pistoia contro gli antifascisti toscani accusati di aver devastato un circolo dell’ organizzazione fascista. Nessuna giustificazione e nessuna assoluzione deve essere concessa a questo lucido assassino che si è ucciso mentre in fuga e braccato non aveva più possibilità di farla franca. Sociologi e politologi ci hanno bombardato per ore parlando di follia e di mente malata. Il vero responsabile di questa strage è ancora una volta il capitalismo e tutte le sue degenerazioni. Il capo espiatorio della feroce crisi capitalistica diventa l’ anello più debole della catena: quello più vilipeso,sfruttato e ricattato. Il migrante sia esso uno zingaro, un ambulante senegalese, un uomo i fuga dai teatri delle guerre imperialiste.
Ancora una volta viene utilizzato il terrore omicida per fermare la possibile risposta di classe all’ attacco che la borghesia internazionale sta sferrando contro le classi subalterne.
L’ unica risposta possibile ed efficace è l’ organizzazione diffusa delle lotte contro il capitalismo con la direzione dei lavoratori e del movimento operaio in particolare, che ricostruisca una coscienza e una forte solidarietà di classe. Dopo il 12 dicembre del 1969 i lavoratori hanno fermato la svolta reazionaria anticomunista.
Oggi 14 dicembre 2011 il compito prioritario dei compagni del Partito Comunista dei Lavoratori è quello di ricostruire il tessuto solidale di lotta che si è deteriorato. I fratelli senegalesi uccisi barbaramente a Firenze avranno giustizia attraverso il nostro operato di propaganda anticapitalista e di solidarietà giorno dopo giorno,nei quartieri e nelle fabbriche. Solo in questo modo non saranno mai dimenticati.

 

 

 

Ruggero Rognoni
Coordinamento PC Lavoratori della Toscana

 

Fonte

 

Chiudere Casapound, chiudere tutti i covi fascisti

(13 Dicembre 2011)


I fatti di oggi a Firenze non sono opera di un pazzo ma un atto di razzismo di matrice fascista. L'assassino è un noto militante di Casapound, organizzazione neofascista che da circa due anni ha aperto una sede a Firenze, famoso per i suoi deliri razzisti e xenofobi. Il movimento antifascista fiorentino è da anni che si batte per la chiusura di tutti i covi fascisti in città, covi da dove si diffondono idee fasciste e razziste.

La battaglia antifascista è costata cara al movimento, decine di perquisizioni, denunce ed arresti, per aver combattuto questa piaga che si stava diffondendo nella nostra città.

Ormai è troppo tardi per versare lacrime di coccodrillo, le istituzioni fiorentine sono complici di quanto è successo, sia per non aver impedito l'apertura delle sedi di Casaggi, Casapound, Forza Nuova, La fenice, ecc sia per averle protette in questi anni di mobilitazione. Esponenti della maggioranza di centrosinistra hanno anche partecipato più volte alle loro iniziative. Bisogna anche sfatare il tabù, ormai dilagato anche a sinistra e tra i sinceri democratici, che tutti hanno diritto di parola. Questi topi di fogna non hanno diritto di parola, a loro è stato tolto il 25 aprile del 1945 e non possiamo permettere che gli venga restituito.

Denunciamo anche il ruolo del PDL che oltre a proteggere questi topi di fogna li foraggia con soldi, aiuti istituzionali e sedi, li candida come indipendenti in vari comuni della Toscana (per esempio a Figline dove è stato eletto un consigliere di Casapound nelle liste del PDL) e cerca accordi per le prossime elezioni politiche.

I fatti di oggi ci dimostrano che la battaglia antifascista, sopratutto in un momento di grave crisi economica, è non solo attuale ma necessaria. Invitiamo tutti i militanti della sinistra fiorentina, i lavoratori, i giovani, gli studenti e sopratutto gli immigrati ad intraprendere una lotta per chiudere tutte le sedi fasciste.



Solidarietà alla comunità senegalese

Chiudere Casapound, Casaggi e tutti i covi fascisti

Antifascismo militante

 

Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione Olga Valdambrini Firenze

 

 

 

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ASSEDIAMO I PALAZZI DEL POTERE!
SCIOPERO GENERALE PROLUNGATO SINO AL RITIRO DELLA MANOVRA E ALLA CADUTA DEL GOVERNO!
GOVERNINO I LAVORATORI

(8 Dicembre 2011)

testo del volantino per lo sciopero generale contro il governo Monti.

La macelleria sociale che viene varata contro il lavoro, i giovani, le donne, porta il timbro di Confindustria e banche. Per quale ragione si alza l'età pensionabile, si colpiscono pensioni da fame, si aumenta l'IVA, si mette l'imposta sulla prima casa, si dà un nuovo colpo ai servizi sociali? Per travasare nuove risorse ai capitalisti e ai banchieri, che ottengono tutto ciò che avevano chiesto: sgravi fiscali per i profitti, taglio dell'IRAP, garanzia statale per i prestiti bancari. Mentre i grandi evasori escono illesi. Altro che manovra “salva Italia”! E' una manovra salva banche, grazie alla spoliazione dei lavoratori italiani.

La verità è che un pagliaccio impresentabile come Berlusconi, ormai decotto, è stato archiviato dai capitalisti, non dal movimento operaio. E sono oggi i capitalisti a dettare, attraverso Monti, un nuovo attacco alle condizioni del lavoro.

Il centrosinistra è il primo responsabile di quanto è avvenuto. Prima bloccando e dividendo l'opposizione sociale a Berlusconi, per ingraziarsi industriali e banchieri. Poi sdraiandosi a sostegno di Monti, con la benedizione di Napolitano. Bersani ha rinunciato ad elezioni e Premierato per obbedire alle banche, confermando la natura liberale del PD.
Nichi Vendola ha “aperto” al governo dei banchieri (raccomandando loro un po' di pietà per le vittime) pur di non rompere l'accordo con Bersani.
Di Pietro ondeggia senza alcun principio tra capitolazione e distinguo strumentali.
Mentre la Lega, complice di Berlusconi e dei padroni, prova a rigenerarsi all'”opposizione”.. di quelle stesse misure che ha votato sino a ieri. Una truffa.

Di fronte all' unità di tutti i poteri forti e di tutti i loro partiti, è necessario costruire la più ampia unità di lotta di tutto il mondo del lavoro e di tutte le loro organizzazioni. Non bastano scioperi simbolici di testimonianza. E' necessario un vero sciopero generale prolungato sino al ritiro della manovra e alla caduta del governo. Si marci sulle prefetture. Si organizzi la mobilitazione in ogni luogo di lavoro, nelle scuole, nelle Università. Ogni compromissione con l'avversario va revocata. Gli accordi estivi della CGIL con Confindustria e banche vanno annullati. E così l' eterna offerta di un accordo futuro col PD per la prossima legislatura, avanzate in varie forme da Vendola, Ferrero, Diliberto. Non si possono tenere i piedi in troppe scarpe. O di qua, o di là. O col lavoro o con i suoi avversari.

Si metta finalmente in campo una piattaforma di lotta unificante basata sulle rivendicazioni del lavoro e dei giovani: a partire dal blocco dei licenziamenti, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la difesa dei diritti, la riduzione dell'orario a parità di salario, un salario sociale per i disoccupati, un grande piano di opere sociali. E su questa piattaforma si apra una lotta vera, continuativa, combinata con la occupazione di tutte le aziende che licenziano, mirata davvero a piegare l'avversario. Solo una lotta radicale può strappare risultati. Paghi chi non ha mai pagato.

La verità è che il capitalismo è fallito, come sono fallite, una dopo l'altra, tutte le illusioni di una sua possibile riforma. Il cadavere politico di Zapatero e un Obama in crisi stanno lì a dimostrarlo. E' dunque necessario un programma di rottura col capitalismo. Che rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche usuraie. Rivendichi la nazionalizzazione delle banche senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Rivendichi la nazionalizzazione delle grandi imprese a partire da quelle che licenziano o offendono i diritti ( in primo luogo la Fiat).

E' un programma tanto radicale quanto radicale è il capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può realizzare questo programma. Solo una aperta ribellione sociale e di massa può imporre questo governo. Il Partito Comunista dei Lavoratori(PCL) è l'unico partito che si batte, in ogni lotta, per questa prospettiva socialista e rivoluzionaria: l'unica vera alternativa alla catastrofe.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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E' il capitalismo bellezza!

...Malgrado sia ancora disoccupato non riesco a pensare che questa giornata di prova sia stata una giornata persa, è stata, al contrario, molto istruttiva. Un bel viaggio all’inferno.

(17 Novembre 2011)

articolo con titolo originale pubblicato
il 17/11/2011 su Liberazione

Nella mia frenetica ricerca di un posto di lavoro, ho risposto ad un annuncio che stando a quanto scritto trattava di un semplice “lavoro d’ufficio” e sono rimasto incastrato in una giornata di prova presso un’appaltata ENEL in cui il lavoro consiste nello spacciare contratti a gente ignara, per modificare le tariffe enel e impedire che la clientela fugga verso altre aziende. Specularmente questo tipo di agenzie hanno appalti anche per le concorrenti di ENEL e in molte altre categorie.
In questa appaltata lavorano principalmente ragazzi giovani neodiplomati. Gli impiegati sono obbligati tutti i giorni a presentarsi in ufficio con larghissimo anticipo e a rinchiudersi in una sala con tutto il personale per urlarsi addosso slogan, darsi la carica tra loro, incitarsi l’un l’altro. Gli impiegati si pagano la benzina, si pagano il pranzo e vengono spediti agli angoli della provincia a girare casa per casa per vendere veramente al modo degli imbonitori questi contratti.
La vendita funziona in questo modo: ci si presenta come “Incaricato Enel” (o qualunque altra ditta, azienda), anche se non si lavora direttamente per Enel, e si procede ad un sondaggio fasullo chiedendo se il cliente è ancora a contratto con Enel, quanti contatori ha, di quanto voltaggio disponde, fino ad arrivare alla domanda cruciale, ovvero quella che inerisce l’oggetto della vendita.
Può riguardare il tipo di fornitura o un altro aspetto qualunque del contratto. La domanda cruciale dev’essere posta nel modo piú incomprensibile possibile, al fine di passare immediatamente al passaggio successivo, farsi mostrare una fattura (in questo modo ci si da un tono di professionalità, allontanando l’immagine del venditore).
Solo a questo punto si passa alla proposta di contratto, ma quando le persone vedono che devono firmare un contratto, diventano diffidenti e si fanno indietro.
A questo punto, come recita il manuale del perfetto venditore, bisogna far leva sulle oscure paure umane, bisogna “far leva sulla gelosia e dire che i vicini lo hanno già sottoscritto, perchè la gelosia muove il mondo”, oppure bisogna spaventarli con una spesa futura: il prodotto “diventerà a pagamento e sarà obbligatorio” o sulla leva della mancata occasione “siamo in zona solo oggi”. Lo stipendio ovviamente non esiste, ma si viene pagati a provvigioni e la fregatura non sta solo qui, infatti ci sono gare interne che sbloccano ulteriori porzioni di salario. Nella pausa pranzo ho visto un collega di 20 anni distrutto perchè ha ricevuto un sms da una collega che recitava “oggi ho chiuso 4 contratti del gas” e lui commentare “la gara la vince lei, come faccio questa settimana senza quei 50 euro?”.
In questo modo si sostituisce la solidarietà tra lavoratori al totale antagonismo sportivo; ci sono vere e proprie classifiche affisse nelle bachece degli uffici come se il lavoro ed il salario fossero nient’altro che tornei di calcetto. Piú vendi e piú puoi essere un imbonitore di successo. Molte di queste agenzie hanno appalti con piú aziende, anche in concorrenza tra loro e il venditore piú capace ha una fornitura di contratti vastissima, che fuoriesce del tutto dalla presentazione iniziale e così si finisce all’assurdo che chi si è presentato come un Incaricato Enel finisca a venderti un contratto di telefonia mobile. Sono i gradi. Piú sei alto in grado, piú cartucce-contratto hai da vendere, quindi piú soldi puoi fare. La giornata lavorativa dura quasi 10 ore, circa dalle 8 alle 18, di cui una passata ad urlarsi addosso slogan motivatori, otto passate in strada casa per casa a imbonire il prossimo, e l’avanzo diviso tra pranzo e compilazione dei contratti in ufficio.
L’ufficio è un luogo irreale. Musica altissima sempre e cartelloni giganti con frasi motivazionali scritte a caratteri cubitali tra cui troviamo: “Pensa solo pensieri positivi” “Tu sei il migliore” “Non arrenderti alla prima risposta negativa ma trova la soluzione” “Non piangerti addosso se non riesci a vendere” “Il nostro è un lavoro basato sulla statistica quindi devi correre, piú contatti hai, piú contratti hai la possibilità di chiudere”. Nel corso dei mesi di lavoro gli impiegati imparano un linguaggio terribile che si portano anche fuori dal lavoro: il mondo si divide in positivi e negativi, i positivi sono quelli facili da imbonire, i negativi sono quelli che ti mandano a cacare. Il contratto diventa “un pezzo”. Riuscire in qualcosa diventa “chiudere”. In pausa pranzo i colleghi parlavano di “chiudere” con una ragazza, intendendo che forse riuscivano a scoparsela. La cosa che piú emerge da una giornata di lavoro in una di queste aziende è il totale isolamento dei lavoratori l’uno dall’altro, costretti a camminare da soli per le strade, vedono i colleghi solo per colazione, pranzo e a chiusura dell’ufficio. Non esiste una dimensione collettiva e per questo si scatenano rancori, invidie, antipatie.
Chi lavora in queste agenzie non ama questo lavoro e non lo considera un punto d’arrivo, ma malgrado questo assume in sè le parole d’ordine dell’azienda, che oltre a condizionare il tuo modo di relazionarti col prossimo, ti manda in giro a tessere le lodi del mercato libero: “Prima col monopolio lei era schiava del governo che decideva i prezzi, grazie al mercato libero è lei che sceglie il suo prezzo.”
Malgrado sia ancora disoccupato non riesco a pensare che questa giornata di prova sia stata una giornata persa, è stata, al contrario, molto istruttiva.
Un bel viaggio all’inferno.

Nicola Sighinolfi Sez. Pisa PCL

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UNA RISPOSTA GENERALE ALLA FIAT

(23 Novembre 2011)



La Fiat punta a cancellare la Fiom dai propri stabilimenti per avere mano libera contro i lavoratori. Non è “il ritorno agli anni 50”, come spesso si dice. E' peggio. Negli anni 50 la Fiom, pur discriminata, aveva formalmente una presenza legittima in fabbrica e nella rappresentanza sindacale ( Commissione interna). Ciò che la Fiat oggi vorrebbe assomiglia di più al regime aziendale degli anni 30, con la cancellazione ex lege di ogni presenza sindacale indipendente dal padrone. E' una provocazione gravissima non solo contro i lavoratori della Fiat, ma contro tutti i lavoratori italiani. Una provocazione coperta e avallata dal nuovo governo dei banchieri, sostenuto da Bersani, Di Pietro, Berlusconi.

Contro questa provocazione non bastano iniziative giudiziarie né puri scioperi simbolici. E' necessaria una risposta tanto radicale quanto radicale è l'attacco del padrone: una mobilitazione straordinaria e continuativa, che, partendo dal gruppo Fiat, punti a coinvolgere l'intero mondo del lavoro, collegando la difesa intransigente dei diritti sindacali ad una piattaforma generale e unificante di rivendicazioni sociali. Alla spallata della Fiat deve rispondere una spallata operaia. L'unica che può ribaltare la china discendente degli arretramenti. L'unica che può fermare la valanga avversaria. L'unica che può imporre al centro dello scenario sindacale e politico le esigenze degli operai, non quelle dei padroni.

Parallelamente la natura particolarmente reazionaria dell'attacco Fiat, il suo carattere provocatorio ed extralegale, ripropone la nazionalizzazione del gruppo, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, come rivendicazione centrale del movimento operaio. Se una Fiat fuorilegge rivendica l'esproprio dei diritti sindacali dei lavoratori, i lavoratori hanno diritto a rivendicare l'esproprio della Fiat. Il PCL propone a tutte le sinistre politiche e sindacali una campagna nazionale attorno a questo obiettivo. Nella prospettiva di fondo di un governo dei lavoratori che liberi la società dalla dittatura del padronato.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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NO AL GOVERNO MONTI-NAPOLITANO,
GOVERNO DELLA CONFINDUSTRIA E DELLE BANCHE

(14 Novembre 2011)

Dichiarazione pubblica di Marco Ferrando

Nasce il governo della Confindustria e delle banche, sotto il commissariamento della BCE e la garanzia della Presidenza della Repubblica
Mai nella storia italiana del dopoguerra un esecutivo è stato espressione così diretta del capitale finanziario.
Mai la Presidenza della Repubblica ha svolto un ruolo tanto determinante e diretto nella sua genesi, sino a travalicare forme, tempi, procedure, del tradizionale parlamentarismo borghese.

Il combinarsi della crisi del berlusconismo e della crisi finanziaria, italiana ed europea- in assenza di una soluzione parlamentare alternativa immediatamente spendibile- ha prodotto questo esito straordinario.

MARIO MONTI FIDUCIARIO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Tutti i partiti dominanti hanno compiuto un passo indietro, per lasciare il passo al fiduciario delle banche e degli industriali. L'assetto bipolare tradizionale , già in crisi, ha subito un duro colpo dagli avvenimenti, con il distacco tra PDL e Lega da un lato e l'incrinatura interna al centrosinistra dall'altro.
Berlusconi si è rassegnato alla ritirata sotto i colpi della crisi delle Borse ( e delle sue stesse aziende) e lo sfarinamento della maggioranza parlamentare alla Camera. Bersani ha scelto di sacrificare una vittoria elettorale scontata del centrosinistra e la sua stessa leaderschip di governo, sotto la pressione dell'emergenza finanziaria e dell'interesse generale di sistema. Affermando che “viene prima il Paese e poi il Partito” il gruppo dirigente del PD ha consacrato con parole auliche la propria vocazione sacrificale di fronte all'interesse superiore del capitale.

UN PROGRAMMA ANNUNCIATO DI MISURE ANTIPOPOLARI

Il programma che si annuncia è la continuità dichiarata della politica d'emergenza varata dal governo Berlusconi, col lasciapassare delle “opposizioni” parlamentari: il rispetto del programma Europlus e dei relativi “impegni” solennemente assunti in sede U.E.. Non è davvero in discussione il programma di fondo del governo italiano, mai come oggi così predefinito. Era semmai in discussione la credibilità della sua esecuzione, il superamento delle sue “lacune”, la rapidità dei suoi tempi. Tutto il mondo capitalista, a partire dal governo tedesco, francese e americano, si è riunito a mani giunte attorno al capezzale del capitalismo italiano, per chiedere un' ulteriore terapia d'emergenza sul malato. Il nome di Monti e l'unità nazionale a suo sostegno sono la rassicurazione data non solo alla borghesia italiana ma al capitalismo internazionale.
Proprio per questo va rimossa ogni eventuale illusione. Il governo proverà a edulcorare la confezione d'immagine del suo programma con qualche innocua trovata “anticasta” a fini mediatici, e una probabile minipatrimoniale richiesta persino da Confindustria e banche in funzione antidebito. Ma dentro la confezione curata starà l'attacco alle pensioni d'anzianità, il salto generale di dismissione e privatizzazione di beni pubblici, il sostegno più marcato alla demolizione progressiva del contratto nazionale di lavoro, le nuove normative sui licenziamenti. Tutto ciò che chiede l'Europa capitalista per rassicurare i banchieri. Questa è e resta la ragione sociale del governo: fare contro i lavoratori ciò che Berlusconi non era più in grado di fare e ciò che il centrosinistra non era ancora pronto a fare. L'unità nazionale è semplicemente la soluzione di mutuo soccorso tra i partiti borghesi per garantirsi la reciproca complicità nell'attacco congiunto alla maggioranza della società. L'”unione sacra” è sempre storicamente una soluzione di guerra. In questo caso di guerra al lavoro.

LA CAPITOLAZIONE DI DI PIETRO E VENDOLA.

Tanto più in questo quadro colpisce la capitolazione al governo Monti di Di Pietro e di Vendola. Il populismo comiziesco, in tutte le sue varianti, si è sciolto come neve al sole di fronte all'emergenza del capitale finanziario, sotto la pressione intimidatoria del PD e di Napolitano. Il populismo giustizialista di Di Pietro è passato in due giorni dalla denuncia della “macelleria sociale” in arrivo alla “fiduciosa attesa” del nuovo governo. Il populismo poetico di Vendola ha surfato come sempre nelle pieghe del vocabolario, per concludere che Monti è degno di un sostegno, seppur “condizionato”. Entrambi hanno scelto di ingannare i lavoratori e i propri elettori accodandosi ai banchieri, e coprendo le spalle al PD: pur di coltivare le proprie ambizioni di governo futuro a braccetto con quel partito.

Dove è assente ogni confine di classe, si dissolve prima o poi ogni confine di opposizione.

VIA IL GOVERNO DEGLI INDUSTRIALI E DEI BANCHIERI

Di fronte alla generale capitolazione al governo di Confindustria e delle banche è necessario il rilancio di una coerente opposizione di classe. All'unità nazionale di tutti i principali partiti borghesi attorno al programma degli industriali e dei banchieri, va contrapposto il fronte unico di tutte le sinistre attorno alle ragioni del lavoro. Alla guerra come alla guerra. Il Partito Comunista dei Lavoratori fa appello a tutte le sinistre di opposizione al governo Monti per la più vasta campagna di mobilitazione contro il governo: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e università, nei quartieri. Preparando una prima manifestazione nazionale contro il governo da tenersi a Roma. La cacciata del governo dei capitalisti, per un'alternativa di società, deve diventare un obiettivo centrale del movimento operaio e popolare.

MARCO FERRANDO

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No al licenziamento di 

Riccardo Antonini

___________________

comunicato stampa

 



(8 Novembre 2011)

Il licenziamento da parte di Ferrovie di Riccardo Antonini ferroviere e consulente dei famigliari delle vittime della strage alla stazione di Viareggio nel processo in corso è un vero atto autoritario immotivato e provocatorio. L' amministratore delegato Moretti del gruppo FS in questo modo non solo cerca di impedire che emerga la verità sulle responsabiltà della tremenda strage, ma dimostra che le vite strocate e la sicurezza dei cittadini per lui non contano nulla. E' la logica del profitto e la sua morale.
La sicurezza viene messa all' ultimo posto. Vengono destinate risorse verso progetti inutili come la TAV e ne vengono tagliate altre destinate alla sicurezza delle linee e ai percorsi destinati al trasporto locale dei lavoratori pendolari.
Il Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana esprime la solidarità verso un lavoratore e sindacalista che ha pagato con lincenziamento la sua volontà di stare dalla parte dei più deboli come le vittime del quartiere Varignano di Viareggio.
Non solo, ma si batterà fino in fondo con la contro informazione nell' inchiesta sulla strage e per il reintegro immediato di Riccardo Antonini nel suo posto di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento della Toscana

 

 

 

 

 

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CINQUE MISURE STRAORDINARIE CONTRO LA CATASTROFE.
SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.

Documento nazionale PCLavoratori

(10 Novembre 2011)

IMPORTANTE PROPOSTA DI PERCORSO

La crisi del capitalismo italiano é al centro della tempesta economica europea e mondiale.
Le banche italiane sono colpite dalla crisi di credibilità dei titoli di stato tricolori in cui hanno investito a mani basse. L'azione di strozzinaggio degli interessi sul debito si è rivoltata contro gli strozzini.

La U.E. si trova di fronte al dissesto finanziario dell'Italia, senza disporre di risorse adeguate per un eventuale “soccorso”. Mentre la gigantesca ricapitalizzazione delle banche continentali si trasforma inevitabilmente in un nuovo appesantimento dei debiti pubblici.

L'unico punto fermo del caos finanziario europeo e mondiale è il programma comune dei governi di ogni colore: salvare i banchieri e i capitalisti facendo pagare la loro crisi ai lavoratori.

Questo attacco si aggrava in particolare in Italia, anello debole della catena capitalistica internazionale, sotto la frusta della BCE. Il precipitare della crisi finanziaria- sullo sfondo della crisi politica di Berlusconi- determina un nuovo salto drammatico dell'attacco alle condizioni sociali delle masse. Il progetto Europlus prescrive, di per sé, la riduzione ogni anno di 45 miliardi di debito pubblico italiano, al netto del pagamento degli interessi: ciò che segnerebbe una autentica regressione storica della già miserabile condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati. E oggi i “commissari” europei chiedono una stretta ulteriore della morsa per conto delle banche.

La rivolta sociale contro tutto questo è la condizione necessaria per salvarsi. Ma la rivolta deve impugnare un programma d'azione alternativo contro la crisi che recida finalmente la sua radice: la dittatura del capitale finanziario sulla vita della società.



CINQUE MISURE RADICALI PER AFFRONTARE LA “CATASTROFE"


"C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi” strillano all'unisono tutti i giornali borghesi e i banchieri che li finanziano, mentre invocano la spoliazione dei salariati. “ C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi”, diciamo noi: ma un programma che colpisca il potere delle banche e dei capitalisti, liberando milioni di lavoratori dal loro giogo. Un programma tanto radicale quanto è radicale il programma della BCE.

1) Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche strozzine. Il debito non è stato prodotto dai lavoratori, ma dalla rapina delle banche contro i lavoratori. Non si vede perchè debbano essere i lavoratori a pagarlo. Per di più.. ai banchieri. I 90 miliardi di interessi che lo Stato paga ogni anno alle banche- grandi acquirenti dei titoli di Stato- vanno semplicemente cancellati. E cosi' i 70 miliardi versati annualmente dagli enti locali. I piccoli risparmiatori saranno integralmente tutelati. Non i banchieri usurai. La loro rapina deve finire. E le risorse così liberate debbono andare al lavoro, alla sanità, alla scuola..

2) Le banche e le assicurazioni vanno nazionalizzate, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto controllo dei lavoratori, creando un'unica banca pubblica. Non è solo una misura imposta dall'annullamento del debito pubblico verso le banche. E' una misura indispensabile per abbattere i mutui che gravano sulle famiglie. Per portare alla luce la scandalosa evasione fiscale del grande capitale, di cui le banche sono canale e strumento. Per colpire i santuari della grande criminalità. Per acquisire la leva decisiva per una riorganizzazione radicale dell'economia e della società in funzione dei bisogni collettivi, e non del profitto di pochi. Senza la nazionalizzazione delle banche, vero verminaio della società borghese, ogni rivendicazione dell'“alternativa” si riduce ad una frase vuota.

3) Va istituito il controllo operaio sulla produzione a partire dall'abolizione del segreto commerciale e dall'apertura dei libri contabili delle aziende. Il segreto commerciale tanto difeso dai custodi della proprietà non vale più da molto tempo nel rapporto tra i grandi capitalisti, che hanno ben pochi segreti tra loro. Vale invece come paravento dei capitalisti nei confronti dei lavoratori e della società, cui debbono nascondere frodi, truffe, raggiri di ogni tipo. Inclusi i costi della pubblica corruzione. Non basta che i conti siano accessibili di tanto in tanto a qualche compiacente istituto borghese di “vigilanza” o alla Agenzia delle Entrate. E' necessario che siano i lavoratori e le loro organizzazioni a mettere il naso nei “segreti” delle proprie aziende. Per quale ragione dev'essere considerato “naturale” che i capitalisti e i loro governi facciano i raggi x agli stipendi, ai risparmi, alla vita dei lavoratori, e invece uno “scandalo” se i lavoratori vogliono controllare i capitalisti , i loro conti, le loro ruberie?

4) Vanno nazionalizzati i grandi gruppi capitalistici dell'industria, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano o colpiscono i diritti sindacali. Quindi a partire dalla Fiat. E' una misura indotta dalla nazionalizzazione delle banche, dato lo stretto intreccio fra capitale industriale e capitale bancario. Ma è soprattutto un provvedimento indispensabile per bloccare i licenziamenti, riorganizzare la produzione, ripartire il lavoro fra tutti, avviare una riconversione dell'economia a fini ecologici e sociali, secondo un piano democraticamente definito. E sarebbe oltretutto un provvedimento di risparmio straordinario per l'intera società: perchè annullerebbe la montagna di 40 miliardi annui di trasferimenti pubblici a quelle stesse imprese private che distruggono posti di lavoro. E che dunque sono già state “comprate” dai lavoratori, in quanto principali contribuenti. A proposito di “lotta agli sprechi”.

5) Va varato un grande piano di opere sociali di pubblica utilità che dia lavoro e risani le condizione di larga parte della società italiana. E' assurdo registrare da un lato la disoccupazione del 30% dei giovani e il licenziamento dei lavoratori, e dall'altro la straordinaria penuria (e distruzione) di beni e servizi sociali. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno ne sia privato, con la riduzione generale dell'orario a parità di paga. Ma non basta. E' necessario un grande piano di nuovo lavoro. La nazionalizzazione delle banche e della grande industria, la fine della dipendenza dal debito, possono liberare un piano di investimenti pubblici, sotto controllo sociale, in fatto di risanamento ambientale, energie alternative, riparazione della rete idrica, sviluppo della rete ferroviaria, messa in sicurezza dell'edilizia scolastica e residenziale, estensione della rete ospedaliera e di assistenza agli anziani..: investimenti capaci di utilizzare a pieno le capacità lavorative e le professionalità di milioni di disoccupati, di dare lavoro ai migranti,di cambiare volto all'ambiente di vita. Impedendo oltretutto crimini sociali come quelli compiuti nei nubifragi di Genova e Liguria.


SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.

Nessuna di queste misure è derogabile, ai fini di una vera svolta. Senza queste misure non solo non vi è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi, ma la crisi continuerà ad abbattersi con intensità sempre maggiore sulle condizioni dei lavoratori e del popolo. Al tempo stesso nessuna di queste misure è compatibile col capitalismo. Nessuna di queste misure è realizzabile da parte dei governi borghesi, tutti legati a doppio filo agli interessi dell'industria e delle banche. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzarle. E solo una sollevazione operaia e popolare può imporre un governo dei lavoratori.

La crisi politica del berlusconismo, dentro il precipitare della crisi capitalista, è un occasione preziosa per il movimento operaio: ma alla sola condizione di imporre la propria agenda per la soluzione della crisi politica e sociale. Senza questa azione indipendente, senza un autonomo programma, tutto è destinato a risolversi contro i lavoratori. Come prima e peggio di prima. O per mano di un governo Monti, o per mano di un resuscitato centrosinistra. Prima delle elezioni, o dopo le elezioni.

Il momento di agire è ora. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, a tutte le organizzazioni popolari e di massa, per un fronte unico d'azione attorno a questo programma di svolta. E' ora di porre fine una volta per tutte a compromissioni senza futuro col PD ,coi partiti borghesi, con la Confindustria. E' l'ora di assumersi una responsabilità indipendente. All'altezza della straordinarietà del momento.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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CONTRO OGNI SOLUZIONE BORGHESE DELLA CRISI POLITICA
PER UNA MOBILITAZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO

CONTRO LA NUOVA ANNUNCIATA MACELLERIA
PER IMPORRE UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA DELLA CRISI SOCIALE

(9 Novembre 2011)

Un Presidente del Consiglio ormai privo di maggioranza parlamentare ottiene dal Presidente della Repubblica il permesso non solo di andare avanti, ma di gestire la nuova macelleria sociale commissionata dai banchieri europei. Mentre le “opposizioni” parlamentari non solo assicurano preventivamente il loro lasciapassare alla “legge di stabilità” e al suo ulteriore appesantimento, ma si candidano a continuare l'opera in nuovo governo di “unità nazionale” quale supremo garante delle banche, della Commissione Europea, del FMI.

La verità è che si cerca di ridurre la fine annunciata di Berlusconi ad un passaggio di testimone tra ceti dirigenti e comitati d'affari dei poteri forti. In un clima di trasformismo maleodorante, compravendite parlamentari, compromissioni istituzionali. In cui persino le regole borghesi del parlamentarismo vengono sacrificate all'urgenza dei “mercati” e della crisi, pur di continuare a colpire il lavoro, le pensioni, i servizi sociali. Calpestando la stessa volontà del referendum di Giugno.

Non sappiamo se l'operazione in corso, sotto la regia di Napolitano, avrà successo, o se sfocerà in elezioni anticipate. Ma certo è un'operazione contro i lavoratori, i giovani, i movimenti di lotta di questi anni. Chi si è mobilitato per cacciare Berlusconi, non l'ha fatto nel nome di Draghi, di Monti, della BCE. Quella stessa parte di popolo di sinistra accorso ad applaudire Bersani il 5 Novembre non lo ha fatto per ritrovarsi in un governo d'emergenza con il PDL o suoi settori, né per inchinarsi ai banchieri. Quale che sia lo sbocco della crisi politica, si conferma una volta di più la natura liberale del PD quale carta di ricambio della borghesia contro il movimento operaio e contro tutte le ragioni sociali dell'opposizione.

Tanto più oggi, le sinistre politiche e sindacali non possono stare a guardare. Né limitarsi a chiedere elezioni per cercare di essere imbarcate dal PD in un nuovo vecchio centrosinistra ( confindustriale), come fanno in forme diverse i gruppi dirigenti di SEL e FDS. O per essere recuperate stabilmente al tavolo di concertazione con Confindustria, come fanno i vertici della CGIL. E' ora di finirla con vecchie compromissioni senza futuro. E' l'ora di una mobilitazione unitaria e radicale contro ogni soluzione borghese della crisi politica, per affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio, per fermare la nuova macelleria in gestazione, per trasformare la crisi del berlusconismo nella cacciata delle classi dirigenti bancarottiere della seconda Repubblica, e di tutti i loro partiti. Solo un governo dei lavoratori può liberare l'Italia dalla dittatura del capitalismo e aprire davvero una pagina nuova per la giovane generazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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TRAGEDIA DI GENOVA: CRIMINE DEL PROFITTO

(5 Novembre 2011)


I morti di Genova e la devastazione della città non sono “responsabilità” dei “mutamenti climatici” come dichiara il sindaco Vincenzi, immemore dell'analoga strage del 1970 ( 25 morti). Sono riconducibili alla legge imperante del profitto: che ha tagliato le risorse per la ripulitura dei fiumi, ha tagliato le risorse per lo scollamatore del Bisagno, ha autorizzato costruzioni edilizie sino a tre metri dai corsi fluviali. Governi nazionali di centrosinistra e centrodestra, impegnati a pagare ogni anno 80 miliardi di interessi alle banche strozzine o a finanziare mega speculazioni come la TAV, hanno “risparmiato” sulla protezione della natura e della vita. Per questo sono i responsabili politici e morali di quanto è avvenuto. Assieme ai sindaci e governatori che li hanno coperti e assecondati, e che sono tenuti alle dimissioni. Solo un governo dei lavoratori, rompendo con la legge del profitto e del capitalismo, può investire uomini e risorse nel riassetto idrogeologico del territorio evitando altre tragedie.

MARCO FERRANDO

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no alla repressione
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PER UNA PRONTA MOBILITAZIONE CONTRO LE LEGGI SPECIALI

(18 Ottobre 2011)

 


Un ministro degli interni secessionista e xenofobo, e un governo frequentato da faccendieri, evasori, ministri in odore di mafia, hanno il coraggio di invocare non solo la “legalita'” ma leggi speciali liberticide: partendo dal gravissimo divieto opposto alla manifestazione nazionale Fiom degli operai Fiat e Fincantieri.

E' una provocazione inaudita e intollerabile. Tanto più vergognoso e rivelatore è il ruolo reazionario di Antonio Di Pietro, vero sponsorizzatore di Maroni.

Tutte le sinistre politiche,sindacali, di movimento, tutte le forze promotrici della grande manifestazione del 15 Ottobre hanno il dovere di respingere la provocazione e di opporsi prontamente alle misure annunciate da Maroni e Di Pietro. Si tengano manifestazioni e assemblee in ogni città contro le leggi speciali. Si rilancino ovunque le ragioni di massa e anticapitaliste della manifestazione del 15 Ottobre, vero bersaglio della stretta repressiva.

Certo, il 15 Ottobre la rinuncia pregiudiziale a “marciare verso i palazzi del potere”, e quindi a marcare il terreno della contrapposizione al governo, ha disperso una occasione preziosa di sviluppo e caratterizzazione del movimento, amplificando lo spazio di pratiche nichiliste e nocive al movimento stesso.

Tanto più oggi il problema non è la “caccia ai black bloc”. Ma il rilancio dell'opposizione di massa e di classe a padronato e governo, i veri avversari dei lavoratori e dei giovani. Fuori da ogni ripiegamento su se stessi, e da ogni subordinazione a un Centrosinistra fedele alla BCE o addirittura questurino. ( IDV).

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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contro la violenza poliziesca
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SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE: UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA APRE IL VARCO A PRATICHE IMPOLITICHE E NICHILISTE

 (17 Ottobre 2011)




La manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma ha visto una grande partecipazione di massa, una vasta presenza di giovani, un diffuso senso comune “anticapitalista”. Ma la sua dinamica è stata distorta da un impostazione politica sbagliata del coordinamento che ha promosso ed organizzato il corteo: un'impostazione che rinunciando ad indirizzare il movimento sul terreno del confronto politico col potere, ha finito con l'amplificare lo spazio di pratiche, impolitiche e nichiliste, avulse da una logica di massa.

LA RESPONSABILITA' DI UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA

Quando proponevamo una manifestazione indirizzata verso i palazzi del potere, rivendicavamo non solo il diritto a una pratica diffusa a livello internazionale, ed in particolare europeo; non solo un'iniziativa politica corrispondente alla particolare gravità della situazione italiana, alla natura particolarmente reazionaria del suo governo, alle responsabilità bipartisan nel sostegno alle banche da parte delle “opposizioni” parlamentari; ma anche perciò stesso un'iniziativa di massa capace di segnare politicamente il terreno centrale dello scontro, di unificare e tradurre su quel terreno la domanda diffusa di un corteo “radicale” e non convenzionale, di emarginare per questa via iniziative “fai da te” del tutto estranee allo sviluppo reale del movimento.
Avevamo avvisato i naviganti: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL, 25/9/2011)
Purtroppo, siamo stati facili profeti. La scelta maggioritaria di una manifestazione rituale, nel nome del “realismo” e della scelta “pacifica”, ha ignorato la realtà e non ha garantito “la pace”. Ha semplicemente lasciato campo libero a chi ha cercato come terreno di scontro non la contrapposizione politica al potere, non lo sviluppo della radicalità del movimento e della sua coscienza politica, ma l'esercizio pratiche isolate e nichiliste, a danno del movimento di massa.

CONTRO LO STATO E LA SUA REPRESSIONE

Sia chiaro: la nostra critica del vandalismo muove non dalla logica delle questure, ma dall'interesse della rivoluzione. L'avversario fondamentale dei lavoratori, dei giovani, delle loro lotte, non sono i cosiddetti black block, ma il capitalismo e il suo stato.
Non siamo pacifisti, e in ogni caso manteniamo la misura della realtà. La violenza consumata contro auto in sosta o contro le vetrine di negozi - per quanto del tutto inutile e demenziale- resta infinitamente minore della violenza consumata quotidianamente nello sfruttamento di milioni di uomini e di donne, nella segregazione dei migranti, o nelle missioni di guerra. Per questo non parteciperemo mai ai cori sdegnati “contro la violenza” di un ministro degli interni secessionista e xenofobo, o di un centrosinistra amico dei banchieri strozzini, o di un Nichi Vendola che sino a ieri “votava” i bombardamenti in Afghanistan. Noi stiamo dall'altra parte della barricata. In uno scontro tra apparato dello stato e migliaia di giovani di diversa estrazione (ben altro che i cosiddetti gruppi black block), come quello avvenuto a S. Giovanni, noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei giovani e della loro resistenza, indipendentemente dalle cause d'innesco dello scontro. Come facemmo il 14 dicembre di un anno fa, contro ogni scandalismo perbenista. Ed oggi respingiamo la campagna repressiva del governo, sostenuta dal Pd e da Di Pietro, contro la cosiddetta area antagonista: indipendentemente dalla distanza politica grande che ci separa dalle posizioni di quest'area, non solo rifiutiamo ogni solidarietà con lo stato delle banche, delle bombe, dei blindati, ma difenderemo ogni compagno/a che sia vittima della sua repressione. Contro ogni posizione di disimpegno o addirittura di neutralità presente nella sinistra e nel movimento stesso.

CONTRO IL VANDALISMO, MA DAL VERSANTE DELLA RIVOLUZIONE. 14 DICEMBRE E 15 OTTOBRE

Ma tutto ciò non significa affatto ignorare le differenze e farci trascinare dalla suggestione mitologica dello scontro fine a sé stesso. Scontri di piazza apparentemente simili per intensità possono assumere infatti significati diversi (e prestarsi a diverse percezioni di massa), a seconda della loro dinamica.
Il 14 dicembre di un anno fa, nelle ore successive al salvataggio parlamentare di Berlusconi, una massa di giovani compagni si diresse spontaneamente verso Montecitorio, scontrandosi con la violenza poliziesca, ed esercitando il proprio diritto all'autodifesa. Quello scontro si sviluppò sul terreno politico della contrapposizione al potere, brandì una rivendicazione democratica comprensibile e popolare (la cacciata del governo e la condanna di un Parlamento corrotto), si circondò perciò stesso di una significativa solidarietà, nonostante la campagna di criminalizzazione .
Il 15 Ottobre, invece, la dinamica degli scontri è stata innescata dalla distruzione metodica di oggetti casuali (automobili, bar, supermarket) ai lati del corteo da parte di limitati settori organizzati. Lo scontro si è dunque prodotto su un terreno estraneo a qualsivoglia prospettiva politica, allo sviluppo del movimento, alla crescita della sua coscienza. Di più: lo scopo di chi lo ha cercato era esattamente quello di boicottare la manifestazione di massa del movimento. Il fatto che poi migliaia di giovani coinvolti alla fine negli scontri abbiano giustamente resistito ai caroselli criminali della celere, non può occultare questo dato.
Questa logica primitiva e distruttiva, coltivata da alcune aree dei centri sociali, dell'anarchismo, di curve ultras, non è affatto una logica “più rivoluzionaria” come in qualche caso cerca di presentarsi. E' l'esatto opposto. E' la ricerca di uno sfogatoio emozionale cieco, in assenza di ogni progetto di rivoluzione reale, e contro la prospettiva di rivoluzione. Il danno che produce infatti non si limita ai benefici contingenti per la propaganda governativa o di centrosinistra, e per il loro cantico ipocrita sulla “condanna della violenza”. Il danno maggiore è l'effetto dissuasivo e distorcente che il vandalismo produce nell'immaginario diffuso delle classi subalterne circa il senso stesso della radicalità di lotta e della rivoluzione: un effetto tanto più negativo nel momento in cui si allarga una diffusa sensibilità anticapitalista- potenzialmente rivoluzionaria- nella giovane generazione.

RIVOLTA DI MASSA E PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Grande dunque è la responsabilità di chi ha favorito questo scenario. Perché lo spazio fornito a queste pratiche è stato ed è direttamente proporzionale all'opportunismo delle direzioni maggioritarie del movimento. La rinuncia ad un assunzione di responsabilità in un momento straordinario di scontro politico e sociale; l'adattamento alla routine di manifestazioni rituali- alla ricerca di un puro spazio mediatico o di qualche pacca sulla spalla degli ambienti benpensanti del centrosinistra e della loro stampa “democratica”- hanno aperto il varco all'avventurismo. Questa è la lezione del 15 Ottobre.
Ora non si tratta di aprire la caccia “militare” ai “black block” all'interno del movimento, alla ricerca di qualche capo espiatorio. Si tratta di andare alla radice delle responsabilità politiche di fondo di quanto accaduto. Di discutere seriamente l'organizzazione della piazza. E soprattutto di rilanciare una prospettiva di rivolta sociale e di classe, su base di massa e su un programma anticapitalista: che resta la condizione decisiva per aprire una pagina nuova, e una nuova prospettiva politica.

17 ottobre 2011,

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Ferrando (PCL) Parte 2/2 a festa Fiom Padova 15.09.2011
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Ferrando (PCL) Parte 1/2 a festa Fiom Padova 15.09.2011
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analisi del debito pubblico
la verita' sul debito pubblico
DOBBIAMO FERMARLI
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SOLO I LAVORATORI POSSONO “SALVARE L'ITALIA

(21 Settembre 2011)

Nota pubblica PCL

Capitalisti e banchieri stanno affondando l'Italia. Solo i lavoratori la possono salvare.

IL CAPPIO DEL DEBITO PUBBLICO

L'Italia sta affondando per pagare gli interessi alle banche, interne ed estere, grandi acquirenti dei titoli di stato. Il costo del debito pubblico è il cappio al collo degli stipendi, dei servizi sociali, del lavoro: tutto viene sacrificato sull'altare delle banche. Le quali, mai soddisfatte, continuano ad imporre rendimenti sui titoli sempre più alti come condizione del loro acquisto. E' una pratica di usura. Che però invece di essere condannata, diventa il riferimento centrale dei programmi del governo e dell'”opposizione”: entrambi dediti a “rassicurare i mercati”, cioè i banchieri, col taglio e la svendita dei beni comuni. Lungo un piano inclinato senza fine.

Solo l'irruzione di una rivolta sociale può spezzare questa spirale di rovina: rifiutando il pagamento del debito pubblico alle banche e nazionalizzandole. In tutto il mondo il debito pubblico è stato alimentato dalle banche e dalle imprese: prima con la detassazione dei loro profitti e patrimoni ( anni 80 e 90), poi col gigantesco soccorso pubblico da parte degli stati nel momento della crisi. Non possono essere le vittime sociali di queste politiche a pagare, per la seconda volta, il conto lasciato dai capitalisti e dai banchieri. Rovesciare la dittatura dei capitalisti e dei banchieri è la sola via per uscire dalla crisi. In Italia, in Europa, nel mondo. Ogni altra “soluzione” politica è semplicemente un inganno, che maschera la difesa del presente.

LA CRISI POLITICA E MORALE DELLA SECONDA REPUBBLICA

In Italia la crisi finanziaria si intreccia sempre più con la crisi politica e morale delle classi dirigenti. La crisi del berlusconismo sta precipitando nel gorgo del malaffare e della corruzione pubblica ( bipartisan). Lo stesso governo che impone la più pesante macelleria sociale del dopoguerra- al servizio degli industriali (art8), dei banchieri ( costituzionalizzazione del pareggio di bilancio), del Vaticano ( e dei suoi scandalosi privilegi)- è un comitato d'affari di impresentabili faccendieri: che scambiano donne con appalti, evadono il fisco, lucrano soldi pubblici per affari privati. Dentro una vorticosa guerra per bande che attraversa lo stesso governo e l'intero apparato dello Stato ( Polizia, Guardia di Finanza, Magistratura, vertici di aziende pubbliche). La seconda Repubblica è in frantumi.

Ma ora, gli stessi industriali, banchieri, vescovi che hanno riscosso i servigi di Berlusconi, si rendono conto che quella barca affonda, e lavorano a cambiare cavallo. Perchè solo cambiando cavallo possono continuare la stessa corsa. Ed anzi, solo cambiando cavallo, possono puntare ad intensificare la propria rapina ai danni dei lavoratori e del popolo. Questo è lo snodo politico del momento. Non sappiamo- e nessuno può sapere- i tempi della svolta. Non sappiamo se prenderà la forma di un governo antioperaio di responsabilità nazionale a guida Monti, o di un governo di “larghe intese” come chiede Casini, o di un ricomposto centrosinistra confindustriale dopo una prova elettorale. Sappiamo solo che il suo programma, in ogni caso, è e sarà il programma della BCE e dei padroni: nuove centinaia di miliardi da destinare al pagamento degli interessi alle banche, nuova flessibilità in uscita per i lavoratori ( licenziamenti), nuova ondata di privatizzazioni, ulteriore colpo alle pensioni ( elevamento età pensionabile, cancellazione delle pensioni di anzianità, colpo alla reversibilità). Così come sappiamo che il PD è e sarà, in ogni caso, parte decisiva dell'operazione trasformista.

Come in occasione della crisi della Prima Repubblica, le classi dominanti cercano di risolvere a proprio vantaggio l'attuale crisi politica e istituzionale. Va impedito.

SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' FARE PULIZIA

Ma può essere impedito solo dall'irruzione sulla scena di una sollevazione operaia e popolare: che precipiti la crisi di Berlusconi dal versante delle ragioni del lavoro e spiani la via ad una alternativa dei lavoratori. L'abbiamo detto e lo ribadiamo: solo la classe operaia e le più larghe masse possono fare piazza pulita di sfruttamento e malaffare, e costruire un ordine nuovo della società. Che tagli il cappio del debito pubblico, espropri le banche ( con garanzia per il piccolo risparmio), blocchi i licenziamenti, ripartisca il lavoro, realizzi il controllo dei lavoratori sulla produzione, promuova un grande piano di piccole opere al servizio del lavoro, dell'ambiente, dei beni comuni. Un ordine nuovo, in cui a comandare siano i lavoratori e non i banchieri.

Questo è il progetto con cui attraverseremo tutte le mobilitazioni nazionali previste in calendario per l'Autunno, e tutte le lotte e i movimenti, nelle fabbriche, nelle scuole, sul territorio. Radicandoci in ogni lotta parziale, anche la più minuta, ma sempre con una prospettiva generale: l'unità degli sfruttati per un programma anticapitalista , per la rivoluzione sociale, per il governo dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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un formidabile testo di lenin per affrontare la crisi in atto del capitalismo
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LA CATASTROFE IMMINENTE E COME LOTTARE CONTRO DI ESSAruggero administrator 13/09/2011248,41Download
Il testo di Lenin che qui pubblichiamo è di grande attualità politica, al di là dei riferimenti storici datati. ruggero administrator 13/09/2011248,41Download
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volantino nazionale PCL per le manifestazioni ( testo )

NON PUO' FINIRE QUI.
PER UNA LOTTA VERA CHE VADA SINO IN FONDO !
SE NE VADANO TUTTI, GOVERNINO I LAVORATORI !

Lo sciopero di oggi contro la macelleria sociale di Berlusconi-Tremonti-Bossi non può ridursi a
un atto rituale. Né può rimuovere il bilancio delle scelte dei vertici CGIL.

GOVERNO DI BANDITI, “OPPOSIZIONI” COMPLICI

L'operazione del governo- spalleggiata da Confindustria, banche, CISL, UIL- è semplicemente
infame. Un governo di faccendieri ed evasori scarica la più imponente manovra economica del
dopoguerra sul lavoro dipendente: a vantaggio degli industriali ( Art.8), dei banchieri( tagli
pesanti su pubblico impiego, pensioni, servizi), del Vaticano ( i cui privilegi scandalosi restano
intatti).
Tutto ciò è avvenuto con l'avallo delle “opposizioni”. Che hanno prima consentito la manovra
di Luglio in 3 giorni. Poi hanno accettato l'anticipazione del pareggio di bilancio e il suo
inserimento in Costituzione. Infine hanno addirittura presentato “emendamenti” che in
qualche caso aggravano l'attacco sociale: il PD propone privatizzazioni per 25 miliardi, alla
faccia del referendum di giugno; la UDC un attacco ancor più pesante alle pensioni dei
lavoratori. La verità è che PD e UDC stanno dalla parte degli industriali e dei banchieri nel cui
nome vogliono tornare a governare!

LE SCELTE GRAVISSIME DI SUSANNA CAMUSSO:DIMISSIONI!

E la CGIL? Gli accordi firmati da Susanna Camusso con Confindustria, banche, CISL,UIL,
prima a favore della derogabilità dei contratti nazionali( 28 Giugno), poi a favore
dell'anticipazione e costituzionalizzazione del pareggio di bilancio( 4 Agosto), sono di una
gravità inaudita. Sia in sé. Sia perchè hanno spianato la strada all'attuale macelleria di ragioni
sociali e diritti. Sia perchè hanno rappresentato il segnale di futura disponibilità della Cgil ai
“sacrifici” in occasione di un eventuale ricambio politico di Governo. Il fatto di essere stata
usata e poi scaricata da Marcegaglia, non assolve (semmai aggrava) le responsabilità
politiche dell'attuale segreteria della Cgil. Che va chiamata alle dimissioni.

PER UNA SVOLTA DI LOTTA, UNITARIA E RADICALE

Tanto più oggi occorre una svolta vera del movimento operaio e sindacale: di metodi,
programma, direzione.
Ogni concertazione col padronato è fallita. Al tempo stesso non si regge l'urto drammatico
della crisi capitalista e dell'offensiva del governo senza contrapporre la forza alla forza. Senza
mettere in campo una radicalità uguale e contraria. Senza rompere con tutti i partiti padronali
unendo il movimento operaio attorno ad un proprio programma indipendente di vera svolta.
Solo una sollevazione sociale di massa può sbarrare la strada al governo, strappare risultati,
aprire la via di un'alternativa vera. Solo un programma anticapitalista che punti ad un
governo dei lavoratori, e ad un 'Europa dei lavoratori, può incarnare questa alternativa.

BLOCCARE L'ITALIA, ASSEDIARE I PALAZZI, CACCIARE IL GOVERNO

Lo sciopero di oggi sia solo il punto di partenza. Occorre puntare a bloccare l'Italia sino al
ritiro della manovra. Occupare le aziende che licenziano. Preparare uno sciopero generale
prolungato, su una piattaforma di lotta unificante. Contestare in tutta Italia i sindacati
padronali di Cisl e Uil. Costruire una marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi e
Parlamento, che assedi i palazzi del potere sino alla loro resa. Ad attacco straordinario,
risposta straordinaria!

NON UN EURO AI BANCHIERI! GIU' LE MANI DAL LAVORO!

Lo stesso vale sul programma. Vogliono spogliare il lavoro per pagare gli interessi ai
banchieri. E' ora di spogliare i banchieri per salvare il lavoro.
Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche, strumento di rapina. Si nazionalizzino
le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto controllo dei lavoratori. Si investano
le enormi risorse così liberate in un grande piano del lavoro per la rinascita sociale di servizi,
sanità, istruzione. Si distribuisca tra tutti il lavoro, con la riduzione dell'orario a parità di paga,
in modo che nessuno ne sia privato.
Si abroghino tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, si blocchino i licenziamenti, si
nazionalizzino, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, tutte le aziende che
licenziano, calpestano i diritti, ignorano la sicurezza dei lavoratori.
Si abbattano gli scandalosi privilegi Vaticani, i veri lussi della “casta” parlamentare, le enormi
spese militari. Si colpisca davvero l'evasione fiscale con l'abolizione del segreto bancario e il
controllo operaio e popolare su redditi e patrimoni: per finanziare un salario sociale ai
disoccupati che cercano lavoro, ritornare alla previdenza pubblica a ripartizione, estendere le
protezioni sociali.
Si lotti per un governo dei lavoratori, basato unicamente sulle loro ragioni e sulla loro forza :
l'unico governo che possa realizzare queste misure di svolta.

PER LA SINISTRA CHE NON TRADISCE

Questo programma è “troppo” radicale? No. E' tanto radicale quanto radicale è l'offensiva dei
padroni. In compenso è l'unico che indichi una via d'uscita da questo sistema capitalista: che
è interamente fallito, non è riformabile, non ha più nulla da offrire se non disperazione e
miseria. In Italia e nel mondo.
Ricondurre ogni lotta parziale a questa prospettiva generale di rivoluzione è l'unica risposta
vera all'offensiva in atto.
Questa è e sarà la linea di intervento, in ogni lotta, del Partito Comunista dei Lavoratori(PCL):

“la sinistra che non tradisce”.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

www.pclavoratori.it info@pclavoratori.it

stampato in proprio via Marco Aurelio 7 Milano - 31/08/2011

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Fonte

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LA CADUTA DI GHEDDAFI
RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE IN LIBIA

(26 Agosto 2011)

La caduta della dittatura di Gheddafi è, in ultima analisi, uno sbocco della rivoluzione araba. Ma la natura controrivoluzionaria della direzione politica della rivoluzione libica consegna questo successo all'imperialismo. Il cui intervento militare, sostenuto e sponsorizzato dal CNT, era ed è finalizzato a preservare il controllo imperialista sul paese, contro le esigenze di liberazione democratica e sociale del popolo libico e delle masse insorte.
Più in generale i disegni imperialisti sono il principale nemico delle aspirazioni di libertà e autonomia dell'intero popolo arabo. La lotta contro le attuali direzioni della rivoluzione araba, e contro i loro alleati imperialisti, sulla base di un programma anticapitalista, è condizione decisiva per il suo sviluppo e per la piena affermazione delle sue stesse istanze democratiche: in Libia, in Tunisia, in Egitto , in tutta la nazione araba.

LA CADUTA DI GHEDDAFI, FRUTTO DELLA RIVOLUZIONE ARABA

La caduta del regime totalitario di Gheddafi- partner privilegiato e bipartisan dell'imperialismo italiano- è l'esito conclusivo del processo aperto dall'insurrezione libica del 17 Febbraio, a sua volta inseparabile dalla sollevazione del popolo tunisino ed egiziano. Senza la sollevazione popolare del 17 Febbraio, fuori dalla dinamica della rivoluzione araba, il regime di Gheddafi sarebbe ancora in piedi, con l'imperturbabile sostegno , già decennale, di tutti i governi imperialisti e dello stesso Stato sionista d'Israele.( E sicuramente con l'appoggio del Venezuela di Chavez, che tuttora esalta Gheddafi come “un socialista fratello”).

E' invece caduta una dittatura sanguinaria, certo segnata alle origini da un connotato piccolo borghese “antimperialista”, militarmente distorto, di tipo nasseriano ( colpo di stato degli ufficiali liberi del 1969), ma pienamente integrata da tempo nel nuovo ordine imperialista internazionale: con la solenne benedizione prima dell'amministrazione Clinton, e poi definitivamente dell'insospettabile amministrazione Bush (2004).

La rivolta contro Gheddafi non è stata la ribellione “etnica” della Cirenaica, ma una rivolta nazionale che ha trovato la sua espressione non solo a Bengasi, ma a Misurata, nella maggioranza delle città costiere della Tripolitania, nelle popolazioni berbere dell'Ovest, e all'inizio, in parte, nella stessa Tripoli( per essere qui falcidiata nelle prime 48 ore dalla repressione militare del Regime).

La domanda popolare che ha ispirato la rivolta non è stata diversa da quella che ha mosso la più ampia rivoluzione araba: una domanda di libertà, di diritti, di emancipazione sociale contro un regime oppressivo, familistico, privilegiato.
La giovanissima generazione di scebab in armi di Bengasi,i resistenti eroici di Misurata, le milizie montanare berbere hanno combattuto per la propria liberazione. Le sovrapposizioni tribali e di clan che pur esistono- e che segnano storicamente assai spesso i processi di liberazione dei popoli oppressi, come del resto oggi in Yemen e in Siria- non cancellano questa verità.

Se la rivoluzione libica, a differenza della rivoluzione tunisina o egiziana, si è rapidamente trasformata in guerra civile non lo si deve ad una sua diversa “natura”, ma alla immediata reazione militare del regime: il quale, a differenza che altrove, poteva godere di un apparato militar repressivo relativamente compatto attorno al clan dominante, e quindi pronto ad una reazione frontale.

Porsi al fianco della sollevazione popolare contro il regime era dunque il primo dovere elementare dei rivoluzionari di tutto il mondo. Contro la logica “campista” di chi ha scelto la difesa del regime contro la sollevazione, o di chi si è attestato sulla linea della neutralità tra oppressi ed oppressori, o di chi si è ritagliato il compito di osservatore distaccato e scettico degli avvenimenti.

UNA DIREZIONE LIBICA CONTRORIVOLUZIONARIA E FILOIMPERIALISTA

Ma il sostegno alla rivoluzione libica, dentro l'appoggio più generale alla rivoluzione araba, non ha mai significato da parte nostra alcun sostegno alla sua direzione. Così come l'appoggio alla sollevazione tunisina o egiziana non ha mai significato e non significa il benchè minimo adattamento alle sue leaderschip e ai governi borghesi e filoimperialisti che oggi guidano quei paesi, e che sono i peggiori nemici di quelle rivoluzioni.

E' vero l'ESATTO contrario. Sin dall'inizio, contro ogni affidamento illusorio alla pura dinamica rivoluzionaria, abbiamo insistito su un punto decisivo: solo un'altra direzione della rivoluzione, basata su un programma anticapitalista e dunque antimperialista, avrebbe potuto e potrebbe dare una prospettiva conseguente alla rivoluzione araba. E la lotta per questa direzione alternativa non può che implicare la contrapposizione più radicale, dal versante della rivoluzione, alle attuali direzioni borghesi e filoimperialiste delle rivolte. Pena l'inevitabile tradimento delle stesse ragioni democratiche delle rivoluzioni.

Il caso libico ha offerto una conferma clamorosa a questa tesi marxista. Una conferma se possibile ancor più netta di quella espressa dallo scenario tunisino ed egiziano.

La direzione della rivoluzione libica si è concentrata da subito nelle mani di un entourage controrivoluzionario, selezionato dalla stessa dinamica degli avvenimenti. Il CNT di Bengasi ha rappresentato certamente un raggruppamento eterogeneo di forze, segnato da contraddizioni profonde. Ma il baricentro del CNT è stato rappresentato da transfughi del vecchio regime, ex ministri di Gheddafi, ex comandanti militari delle sue truppe: i quali hanno concentrato nelle proprie mani le leve essenziali del governo provvisorio, delle relazioni diplomatiche, delle relazioni economiche internazionali. Il loro obiettivo non era quello dei giovani insorti per la libertà della Libia. Era quello di riciclarsi come carta di ricambio dell'imperialismo, al servizio della continuità dell'oppressione della Libia.

L'INTERVENTO DI GUERRA DELL'IMPERIALISMO E I SUOI SUCCESSI

I governi imperialisti hanno giocato qui, con relativo successo, le proprie carte. Non perchè “avevano orchestrato tutto sin dall'inizio, sollevazione di Bengasi inclusa”, come dicevano e tuttora dicono tanti dietrologi “campisti” che surrogano la comprensione della realtà ( complessa) con l'eterno schema del “complotto” ( infinitamente più semplice). Ma perchè proprio la direzione controrivoluzionaria della rivolta offriva all'imperialismo un canale diretto di inserimento nella partita libica. In funzione dei propri interessi e contro le ragioni di fondo della rivoluzione: per aprirsi un varco di più diretto condizionamento non solo sulla dinamica libica, ma sull'intero scacchiere arabo in rivolta.

L'intervento militare imperialista ha rappresentato il punto di congiunzione, e di progressiva saldatura, tra gli interessi della direzione controrivoluzionaria del CNT e quelli dell'imperialismo.

I vertici del CNT non solo hanno invocato l'intervento militare imperialista, ma sono andati ben al di là di un suo “utilizzo” per il rovesciamento del regime. Hanno fatto leva sull'intervento militare per approfondire ed estendere i propri legami con l'imperialismo. Per conquistarsi il ruolo di affidabili fiduciari dei suoi interessi. Per garantire ai governi imperialisti la continuità dei patti miserabili realizzati con essi da Gheddafi ( inclusa l'infamia dei campi lager per i migranti). Per assicurare i grandi gruppi economici internazionali, a partire da petrolieri e costruttori, sulla piena salvaguardia dei loro affari in Libia. Cercando peraltro a loro volta di inserirsi nelle contraddizioni imperialistiche, per offrire a turno le proprie mercanzie. Chi- come il grosso dell'entourage di Bengasi- puntando all'asse privilegiato con l'imperialismo italiano, in più diretta continuità con la tradizione del vecchio regime. Chi- come i dirigenti della sollevazione arabo berbera ad ovest- assecondando l'ambizione dell'imperialismo francese di scalzare l'Italia in fatto di pozzi e commesse. Il rovesciamento di Gheddafi lascerà aperta la partita sugli equilibri interimperialisti nel controllo del paese. Ma certo le direzioni della rivolta hanno donato la Libia e la sua rivoluzione al controllo dell'imperialismo.
L'euforia dei titoli in Borsa delle grandi aziende energetiche italiane e francesi è il riflesso economico di questo dato politico.

LE CONTRADDIZIONI APERTE. L'ORDINE NON REGNA IL LIBIA

Tuttavia, come in Tunisia e in Egitto l'affermazione di governi borghesi filoimperialisti ( militare in Egitto, civile in Tunisia) non ha stabilizzato la situazione economica e sociale, è assai probabile che lo stesso accada in Libia.

Contrariamente a chi vede la storia come un teatrino di marionette orchestrate da un imperialismo onnipotente, la stessa composizione di un nuovo governo libico e di un nuovo equilibrio istituzionale nel paese si annuncia assai complicato. Gli stessi imperialisti ne sono coscienti. Quarantadue anni di regime totalitario hanno fatto tabula rasa di presenze politiche organizzate. Il ruolo delle tribù, a lungo preservato dal vecchio regime, è un retaggio potente. Lo Stato stesso si è identificato più che altrove in un clan dinastico, ed è largamente privo di un'ossatura disponibile, amministrativa e militare, per un altra gestione.

L'imperialismo, come in Irak, si troverà di fronte al dilemma se utilizzare il vecchio apparato statale, per quanto asfittico e odiato, o se scioglierlo in attesa del nuovo. E pare, non a caso, stia propendendo per la prima soluzione ( non avendo oltretutto a differenza che in Irak una presenza di truppe occupanti sul suolo e avendo parecchi problemi in più, economici e politici, per dispiegarle). Ma decine di migliaia di giovani combattenti, di uomini e donne insorte per la libertà, come accoglierebbero la permanenza ai posti di comando di tanti aguzzini del vecchio regime? Oppure, nello scenario opposto: come reagirebbero all'eventuale dispiegamento sul campo di truppe straniere di occupazione ( come oggi chiede l'imperialismo inglese), quale strumento d'ordine interno in assenza di un apparato statale spendibile e affidabile? Oggi sventolano ingenuamente le bandiere francesi, italiane o magari americane, perchè le identificano con la propria “libertà”. Ma come reagirebbero se dovessero scoprire che quelle bandiere e i loro bombardieri sono garanti della “libertà” di tanti loro nemici, o di una nuova forma di oppressione?

Le stesse contraddizioni non tarderanno a manifestarsi su altri terreni. Chi metterà le mani sugli enormi investimenti finanziari del vecchio regime ( tramite “Lia” e Banca di Libia) nel capitale finanziario europeo e americano? Gli imperialisti scongelano i fondi. Ma il controllo e l'uso di quei fondi sarà oggetto di un contenzioso sociale.
Oppure: quale confronto si aprirà in ordine alla nuova costituzione dello Stato tra le componenti laiche della rivoluzione e le tendenze islamiste in via di rafforzamento? L'annuncio della Scharia nella Costituzione della nuova Libia ha poco a che fare con la domanda di libertà ed uguaglianza che si è levata nel popolo di Bengasi, e col proliferare in Cirenaica di centinaia di organi di stampa, di movimenti per i diritti civili, delle organizzazioni femminili, dei primissimi embrioni di sindacati indipendenti.

E soprattutto: che ne sarà del “popolo in armi”?. Gli imperialisti hanno posto come prima esigenza il disarmo degli insorti e il ritorno alla “sicurezza” ( innanzitutto per i propri investimenti e ricchezze). E' la condizione posta dagli stessi Sarkosy e Berlusconi sul tavolo dei negoziati col CNT. I loro amici del CNT hanno naturalmente assentito. Ma non sarà semplice. Decine di migliaia di giovani hanno combattuto la “propria” rivoluzione con le armi in pugno. Il grosso della popolazione libica è entrata in possesso di armi durante la guerra civile. Un Kalascnikov costa cento euro sul mercato di Tripoli e di Bengasi. Non a caso questa è la prima preoccupazione di un grande capitalista come Scaroni (ENI) che, dopo aver rassicurato il Corriere della Sera ( e le sue banche proprietarie) sulla stabilità degli interessi italiani in Libia, candidamente avverte:” La situazione è confusa..ci sono migliaia di ragazzi giovani col mitra che scorazzano per Tripoli.. questo è un problema serissimo”( Corriere 24 Agosto). Già. Come assicurare la continuità del proprio dominio sulla Libia, nel momento in cui non si dispone più della “sicurezza” garantita dal vecchio regime(..”antimperialista”) e dai suoi sgherri?

PER UN ALTRA DIREZIONE DELLA RIVOLUZIONE ARABA

Tutto lascia pensare che la caduta di Gheddafi, e l'attuale successo militare e diplomatico imperialista in Libia, non chiuderanno affatto la partita libica. E' impossibile predire gli eventi. Ma rivoluzione e controrivoluzione continueranno a confrontarsi- in forme diverse e con dinamiche imprevedibili- in uno scenario altamente instabile e terremotato. Molto, certamente, dipenderà dalla dinamica più generale della rivoluzione araba, che oggi conosce un andamento molto contraddittorio ( arretramento in Egitto, radicalizzazione in Siria).

Ma l'elemento decisivo, ancora una volta, in Libia come ovunque, è l' emergere di una nuova direzione politica della rivoluzione araba. Tutta l'esperienza storica di questi 9 mesi di rivoluzione araba dimostra la verità di fondo del marxismo rivoluzionario: non c'è possibilità di affermare e consolidare i contenuti democratici della rivoluzione in paesi arretrati e dipendenti senza rompere con l'imperialismo, e quindi con le borghesie nazionali sue alleate. Senza rompere con l'imperialismo e con le borghesie nazionali sue alleate ( laiche o islamiche), ogni vittoria contro la tirannia di vecchi regimi dispotici, per quanto importante, è condannata a ripiegare, prima o poi, sotto una nuova forma di sottomissione e dipendenza. Da questo punto di vista,in forme certo diverse, la Libia segue Tunisia ed Egitto.

Al tempo stesso non è possibile lavorare per l'emergere di una direzione marxista rivoluzionaria- e quindi coerentemente antimperialista- se non a partire da un internità al processo rivoluzionario : se non a partire da una chiara scelta di campo per la sollevazione popolare contro la tirannia. Questa è stata ed è la nostra scelta di campo. In Tunisia, in Egitto, in Libia, come in Siria o in Yemen.

Quelle componenti “neostaliniste” o “bolivariane” che o rifiutano l'esistenza stessa di processi rivoluzionari, o rifiutano di schierarsi al loro fianco- spesso formalmente nel nome dell'”antimperialismo”- non lo fanno perchè più “radicali”. Lo fanno, consapevolmente o meno, per la ragione opposta: perchè non sono interessate alla rivoluzione nel mondo reale, ma al suo surrogato “ideologico” nel mondo immaginario. Magari vedendo la “rivoluzione socialista” nel colonnello Chavez e nelle sue leggi antisciopero, l'”antimperialismo” nel regime clerico fascista iraniano, il “comunismo” nella Cina dei capitalisti miliardari. (E dopo aver votato, in qualche caso, tutte le peggiori porcherie dei due governi Prodi in Italia).

Chi invece persegue la rivoluzione reale per il governo dei lavoratori - contro i suoi travestimenti mitologici- sceglie come proprio campo di lotta il terreno della lotta di classe, dei movimenti di massa , dei processi rivoluzionari . Confrontandosi con la loro complessità e le loro contraddizioni. Non confondendo mai le ragioni delle rivoluzioni con la natura e i progetti delle loro direzioni controrivoluzionarie. Contrapponendosi sempre all'imperialismo. Lottando ovunque per la costruzione del partito rivoluzionario: in Italia,come in terra araba, come in tutto il mondo.

Marco Ferrando

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RISULTATO STORICO IN ARGENTINA DEL FRENTE de IZQUIERDA E DEL PARTIDO OBRERO

(15 Agosto 2011)

Oltre 500.000 voti: in Argentina è stata evitata la proscrizione dei trotskisti!

Il 14 agosto si sono svolte le elezioni primarie in Argentina, passaggio obbligato per partecipare alle elezioni presidenziali del 23 ottobre. La nuova riforma elettorale prevedeva la necessità di ottenere almeno 400.000 voti per essere ammessi alle elezioni (vere)... un altro esempio di democrazia autoritaria e bloccata che rafforza l'esecutivo a discapito dell'opposizione. Un sistema che tentava di proscrivere una parte consistente della cittadinanza, espulsa così persino dalla farsa delle elezioni borghesi. Ma in Argentina questa operazione è stata respinta! I nostri compagni del Partido Obrero hanno costruito il fronte di sinistra dei lavoratori (FiT) con altre formazioni che si richiamano al trotskismo, in particolare il PTS e IS. Il FiT che sosteneva Jorge Altamira ha ottenuto 500.000 voti pari al 2,5%. Il FiT ha fatto dell'indipendenza di classe dai settori liberali il suo asse strategico di riferimento.

Non si può ignorare questo sviluppo della sinistra rivoluzionaria, in particolare nel quadro della bancarotta del capitalismo su scala internazionale che si sta consumando.

Jorge Altamira / Conferencia de prensa FRENTE de IZQUIERDA / tras las primarias

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SCONTRO FERRANDO-DE MITA DAVANTI AGLI OPERAI DELLA FIAT-IRISBUS DI AVELLINO

(14 Agosto 2011)

 

La Fiat IRISBUS di Avellino- con 700 dipendenti- è l'unica fabbrica in Italia che produce autobus. La Fiat vuole cedere lo stabilimento ad un'azienda molisana, che non garantirebbe la continuità del lavoro e dell'occupazione. I lavoratori hanno immediatamente reagito all'annuncio aziendale iniziando una lotta a oltranza con il presidio permanente, giorno e notte, dei cancelli della fabbrica. Siamo ormai a 35 giorni di lotta operaia, che registra la solidarietà attiva non solo delle famiglie dei lavoratori ma anche di larga parte della popolazione irpina. E' infatti evidente che lo smantellamento della presenza industriale della Iribus significherebbe una retrocessione sociale pesantissima per l'intera provincia.

La vicenda IRISBUS è al centro del dibattito politico locale. Tutti i partiti avellinesi si presentano come difensori dei lavoratori e della Irpinia in funzione dei propri interessi elettorali. In realtà il loro intervento ha come unico scopo quello di tener buoni il più possibile i lavoratori con promesse di “interventi parlamentari, interpellanze, appelli alle autorità ecc.” Tutte promesse o iniziative che lasciano il tempo che trovano. Tanto più a fronte dell'arroganza della Fiat- che ha già deciso di concentrare in Cechia e in Francia la produzione di Autobus- e di un governo che taglia i fondi per trasporti locali e servizi, oltre a liberalizzare i licenziamenti. La nostra sezione avellinese interviene controcorrente tra i lavoratori, con una presenza frequente ai cancelli, portando le proposte del partito: a partire da quella dell'occupazione degli stabilimenti. Una ipotesi di lotta che incontra molto interesse tra i lavoratori, al punto che il quotidiano Il Manifesto del 9/8 l'ha presentata come oggetto centrale di discussione interna fra le maestranze.

In questo contesto le rappresentanze di fabbrica hanno deciso di promuovere per il 12/8 un'iniziativa pubblica davanti allo stabilimento, invitando le direzioni sindacali, le autorità locali, i parlamentari del territorio, i partiti, a sostegno della propria lotta. L'iniziativa ha visto una massiccia presenza degli operai e delle loro famiglie che hanno resistito per due ore sotto un sole cocente pur di ascoltare gli interventi dal palco.
Tra gli esponenti politici erano presenti Marco Ferrando, in rappresentanza del PCL, Antonio Barbato, deputato dell'IDV, e soprattutto Ciriaco De Mita, ex segretario nazionale della DC e Presidente del Consiglio negli anni 80, oggi senatore della UDC, e tuttora padre padrone dell'Irpinia.
Il confronto reale è avvenuto tra De Mita e Ferrando, la cui presenza combinata aveva già attratto la curiosità ( un po' ironica) di Stampa e TV locali.

De Mita si è presentato con un seguito di almeno 200 persone osannanti, ed è stato annunciato dai sindacalisti locali della CISL come l'unico possibile salvatore della fabbrica e dell'Irpinia. L'ex Segretario DC ha svolto di fatto un intervento contro l'occupazione della fabbrica. Tutta la sua argomentazione, classicamente democristiana, ha elogiato la “virtù contadina della pacatezza”, il primato della “ragione sulla intemperanza”, la “moderazione dei sentimenti”. Concludendo che la soluzione possibile del contenzioso andava affidata alla trattativa tra sindacati nazionali e governo, con la mediazione..di De Mita. L'intervento è stato accolto da un tripudio dei fans, ma anche da un silenzio perplesso di tanti lavoratori che si attendevano risposte chiare.

Marco Ferrando è intervenuto subito dopo De Mita svolgendo un'argomentazione di segno opposto. Affermando che la “ragione” può vincere solo quando è sorretta dalla forza di massa. Che la vicenda recentissima di Fincantieri- con la protesta radicale di Castellamare e di Genova- ha dimostrato che solo una ribellione radicale dei lavoratori può costringere l'avversario a un passo indietro. Che questo è tanto più vero nel quadro di una crisi sociale capitalistica acutissima e in presenza di un governo nazionale particolarmente reazionario. Concludendo che se i lavoratori dell'Iribus occupassero l'azienda, questo fatto potrebbe rappresentare oltretutto un riferimento esemplare per i lavoratori degli altri stabilimenti Fiat e delle altre centinaia di aziende in lotta a difesa del lavoro.
L'intervento è stato accolto da ripetuti applausi, da una grandissima attenzione, da un diffuso riconoscimento, durante e dopo. A partire naturalmente dai lavoratori della FIOM. Che hanno chiesto la presenza del PCL davanti ai cancelli il 30 agosto.

La Stampa e le televisione locali hanno dato molta attenzione all'episodio. Il Mattino ha parlato dello scontro Ferrando-De Mita come del confronto tra “il diavolo e l'acqua santa”. Non senza accusare il PCL di voler “strumentalizzare la disperazione dei lavoratori”.

L'episodio va contestualizzato. La vicenda Iribus è molto complicata. Le direzioni sindacali nazionali sono di fatto assenti. La RSU vede una maggioranza CISL, UIL, UGL, con la FIOM in minoranza. I lavoratori hanno un'età media elevata, e la Fiat cerca anche per questo di dividerli giocando la carta dei prepensionamenti. Ma al tempo stesso c'è una tradizione di lotta dei lavoratori, che già nel 92 difesero la fabbrica da un tentativo di chiusura: un fatto che è rimasto nella memoria degli operai e che pesa nella lotta attuale. La determinazione dei lavoratori a resistere sembra molto grande. Ma si scontra con l'assenza drammatica di una direzione, sia locale che nazionale.

La sezione avellinese del PCL si è guadagnata un piccolo patrimonio di credibilità tra i lavoratori, grazie alla sua presenza ripetuta ai cancelli. Ed oggi vede allargarsi il numero dei contatti e degli interlocutori in fabbrica.
Non c'è altra via per i rivoluzionari che continuare a fare controcorrente il proprio dovere, nell'interesse del movimento operaio.

 

Marco Ferrando con gli operai di Irisbus

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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LONDRA,MADRID,TEL AVIV,

ANNUNCIANO IL POSSIBILE AUTUNNO ITALIANO

(9 Agosto 2011)


Berlusconi,Tremonti, e i tutti i partiti confindustriali sono seduti su una polveriera sociale. Che potrebbe esplodere in Autunno.

In forme molto diverse, la ribellione di Londra, la rivolta degli indignati spagnoli e greci, e persino il grande movimento di massa che sta scuotendo Israele, sono la punta dell'iceberg di un potenziale enorme di rivolta sociale contro le politiche di miseria commissionate dai banchieri e dai loro governi.

Anche in Italia le fascine si accumulano.

Il PCL rilancia a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, la proposta di un'iniziativa di massa straordinaria in Autunno, che passi per un vero sciopero generale e l' assedio prolungato del Parlamento, attorno alla parola d'ordine:” Non un euro ai banchieri, se ne vadano tutti, potere a chi lavora”.

In ogni caso, il nostro partito si batterà, nel movimento operaio e tra le masse, per lo sviluppo della più ampia rivolta sociale. L'unica che possa sbarrare la strada alle classi dominanti, e preparare un'alternativa vera.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI?
ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE

Documento di Marco Ferrando

(8 Agosto 2011)

BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI?
ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE


La questione del “debito pubblico” domina lo scenario internazionale ed europeo. Il clamoroso declassamento del debito americano, in queste ore, ne è una riprova.
I circoli dominanti e i loro partiti presentano il nodo del debito come “questione tecnica” inerente alla oggettività “naturale” delle “leggi economiche”. In realtà si tratta di una grande questione sociale e di classe che svela la totale irrazionalità del capitalismo e le dinamiche della sua crisi.
Vediamo meglio.


LE ORIGINI DEL DEBITO PUBBLICO NEGLI ANNI 80

L'esplosione del debito pubblico ha come sfondo l'esaurimento del boom economico postbellico. Lo sviluppo economico del dopoguerra, trascinato prima dalla ricostruzione , poi dalle spese militari della guerra fredda, aveva consentito- sia negli Usa ,sia in Europa- una progressiva riduzione del debito pubblico accumulatosi durante la guerra. L'esaurimento del boom all'inizio degli anni 70 ( con la crisi recessiva internazionale del 74-75) mutò radicalmente il quadro. Per contrastare la caduta del saggio di profitto, il governo americano e i governi europei inaugurarono una politica economica di riduzione progressiva delle tasse sulle voci del capitale: rendite, profitti, patrimoni. Fu l'epoca del Reaganismo e del Teacherismo. Ovunque le classi dirigenti furono alleviate degli oneri di “responsabilità sociale”. Ovunque le classi subalterne pagarono di tasca propria il beneficio dei possidenti, con una prima compressione delle protezioni sociali acquisite, in varie forme, nel ciclo precedente. Queste politiche capitaliste furono del tutto incapaci di rilanciare una vera crescita economica capitalista. Ma furono capaci di concorrere al dissesto dei bilanci pubblici, che non a caso videro dagli anni 80 una diffusa impennata del debito.

LE BANCHE INVESTONO NEL DEBITO PUBBLICO

Come finanziare l'erario pubblico, nel momento in cui si dispensavano sempre più i capitalisti dallo spiacevole onere di pagare le tasse? In parte, come s'è detto, aggravando la pressione( anche fiscale) sul lavoro dipendente. In parte- ecco il punto- indebitandosi sul mercato finanziario. Cioè mettendo in vendita titoli di Stato a un determinato tasso di interesse e relativamente appetibili ( anche per i benefici fiscali spesso concessi ai compratori). Chi erano i compratori dei titoli di Stato? Certo anche piccolo borghesi, pensionati, fasce di lavoratori, che ancora disponevano negli anni 80 e nei primissimi anni 90 di un qualche risparmio da investire. Ma i maggiori compratori divennero sempre più, a partire dalla metà degli anni 90, i cosiddetti “investitori istituzionali”: grandi banche ( private e pubbliche), compagnie di assicurazione, imprese industriali, cordate finanziarie. Dentro un mercato finanziario sempre più allargato su scala planetaria dal crollo del Muro di Berlino, dinamicizzato dalle nuove tecnologie informatiche, sospinto dal quadro di perdurante stagnazione economica produttiva. Proprio così: contrariamente al diffuso luogo comune riformista che dipinge il liberismo e la finanziarizzazione come progressiva emarginazione dello Stato dall'economia, fu proprio il mercato dei titoli di Stato a contribuire significativamente alla espansione del capitale finanziario negli ultimi 20 anni. E con esso del debito pubblico.

LO STATO PAGA I BANCHIERI

Debito di chi verso chi? Questo è il punto rimosso ( significativamente ) dal dibattito pubblico. Eppure è il punto decisivo. Se è vero come è vero che gli acquirenti dei titoli di Stato sono sempre più i grandi potentati industriali e finanziari, il pagamento del debito pubblico si riduce al pagamento degli interessi alle banche, alle assicurazioni, ai capitalisti. La crescita del debito pubblico è solo la crescita del versamento di denaro pubblico nelle tasche delle classi sociali dominanti. Che per di più sono quelle già sgravate progressivamente dal pagamento delle tasse e dunque responsabili del dissesto dei bilanci statali. E chi paga dunque il pagamento del debito pubblico? Naturalmente le classi subalterne, quelle già gravate dal grosso del carico fiscale, con un nuovo carico di sacrifici.

CRISI CAPITALISTICA E DEBITO SOVRANO. CRESCE LA RAPINA AL SERVIZIO DELLE BANCHE

Questo meccanismo infernale ha ricevuto una spinta ulteriore e abnorme proprio dalla grande crisi capitalistica internazionale iniziata nel 2007.
Cos'è successo? E' successo che la crisi di sovraproduzione mondiale e il crollo della piramide finanziaria hanno scosso alle fondamenta il sistema bancario internazionale, a partire dagli USA. Gli stessi Stati e governi che per anni avevano cantato ( ipocritamente) le lodi del liberismo quando dovevano giustificare tagli sociali alla povera gente, sono accorsi precipitosamente al capezzale delle banche versando loro una massa gigantesca di risorse pubbliche: pagate da un nuovo e più pesante attacco a sanità, pensioni, istruzione, lavoro, ma anche da una crescita enorme del debito pubblico. Cioè da un nuovo massiccio indebitamento dello Stato presso banchieri e capitalisti. E qui viene il bello: larga parte dei soldi regalati dallo Stato a capitalisti e banchieri sono stati da questi investiti non in produzione e lavoro ( data anche la crisi di sovraproduzione), ma nell'ennesimo acquisto di Titoli di Stato, cioè nel debito pubblico.
Ecco allora la contraddizione esplosiva: da un lato i bilanci pubblici sono sempre più dissestati dall'aiuto statale ai banchieri; dall'altro i banchieri, acquirenti dei titoli di Stato ( coi soldi regalati dallo Stato) pretendono da quest'ultimo assoluta certezza di pagamento degli interessi pattuiti. E dunque una politica di maggiore“rigore” della finanza pubblica. Ecco ciò che si chiama “ solvibilità dello stato”: l'affidabilità dello Stato nel pagamento dei banchieri. E come fa lo Stato a conquistarsi tale affidabilità? Approfondendo sempre più la rapina sociale commissionata dalle banche contro i lavoratori e la maggioranza della società. Una rapina che oggi conosce, in America come in Europa, una drammatica intensificazione. Sotto i governi di ogni colore. E con un'ampia corresponsabilità bipartisan.

DEBITO PUBBLICO E UNIONE EUROPEA

La crisi del debito sovrano investe in particolare l' Unione Europea. Perchè qui la crisi economica si somma con la crisi politica dell'Unione.

E' vero: il debito pubblico europeo è mediamente minore, non maggiore, di quello americano o giapponese. Ma a differenza degli Usa o del Giappone, che dispongono di un unità statale e di una Banca centrale di garanzia, la U.E. versa in una situazione esattamente opposta. E la contraddizione tra una “moneta unica” e l'assenza di un unico Stato genera un quadro caotico proprio sul terreno finanziario. Tanto più sullo sfondo di una divaricazione strutturale progressiva tra gli Stati capitalistici centrali dell'Unione ( in particolare la Germania) e gli Stati periferici mediterranei.

Il caso Grecia ha semplicemente fatto da detonatore di questa contraddizione esplosiva. Non solo ( e non tanto) per l'insolvibilità di fatto del debito greco presso le banche francesi e tedesche, grandi acquirenti dei titoli ellenici. Ma per l'assenza ,che quel caso ha evocato, di un meccanismo generale di garanzia dei titoli di Stato in Europa e dunque per le banche che li possiedono.

Il cosiddetto “ Fondo europeo salva stati” ( cioè salva banche) che formalmente è stato predisposto( dopo un estenuante contenzioso interno), non solo non ha risolto il problema, ma l'ha riproposto al massimo grado. Sia per i tempi lunghi della sua operatività, sia per l'esiguità dei fondi a disposizione, sia per la discrezionalità dell'eventuale intervento ( chi decide?), sia per il (parziale) coinvolgimento nel salvataggio delle stesse banche private acquirenti dei titoli. Ciò ha spinto e spinge una parte consistente di istituti finanziari internazionali ( anche europei) a disfarsi dei titoli di Stato europei, per ripiegare altrove. E questo fatto genera due fenomeni complementari. Da un lato un calo di valore dei titoli statali, e quindi del patrimonio delle banche che li possiedono, con una ricaduta restrittiva sul credito alla produzione; dall'altro una crescita dei loro “rendimenti”, cioè dei tassi d'interesse a cui sono venduti: perchè aumentando il rischio dell'insolvibilità del venditore ( lo Stato), il compratore ( la banca) pretende un maggiore guadagno.

CRESCITA DEI “RENDIMENTI” E PRATICA LEGALE DELL'USURA

Come si vede la pratica criminale dell'usura è moneta corrente delle relazioni economiche capitaliste. Non solo non è condannata dalla morale dominante, men che meno dalla legge, ma viene addirittura elevata a legge naturale dell'economia e dunque a ragione della rapina antipopolare. Quante volte sentiamo ripetere in Italia che il rialzo dei rendimenti dei “nostri” titoli di Stato costringe a un più virtuoso “rigore” ( contro i lavoratori)? Il fatto che magari il rialzo dei rendimenti sia dovuto a vendite massicce dei titoli italiani da parte della Deutsche Bank viene accuratamente rimosso. Meglio accusare ignoti e fantomatici “speculatori”, o l'impersonalità dei “mercati”, piuttosto che il cuore di quella fraterna Unione per cui si chiedono tanti sacrifici agli operai. Resta il fatto che in tutta Europa, il pagamento del debito alle banche strozzine è diventata la bandiera di una nuova mostruosa rapina. L'unica Unione che i capitalisti europei e i loro Stati hanno saputo realizzare è quella contro il proletariato continentale al servizio delle proprie banche.


DEBITO PUBBLICO E CAPITALISMO ITALIANO

La crisi finanziaria in Italia è figlia della crisi europea.

Certo, la questione del debito pubblico in Italia ha radici specifiche e lontane, connesse con la storia dell'unificazione nazionale, col particolare retaggio del parassitismo clientelar/burocratico della prima Repubblica, con i privilegi secolari del Vaticano in Italia (anche in fatto di esenzione fiscale), col carattere patologico dell'evasione fiscale delle classi proprietarie . Ma queste antiche radici - anch'esse peraltro legate alle caratteristiche strutturali del regime borghese, e alla sua particolare conformazione nazionale - non possono cancellare l'attuale natura prevalente del debito pubblico italiano: un debito sospinto e riprodotto negli ultimi 20 anni dalla dipendenza crescente dello Stato verso il capitale finanziario, interno e internazionale. Un debito dominato dalle banche.

La propaganda dominante che attribuisce il debito pubblico all'eccesso di concessioni ai lavoratori e agli strati popolari ( “siete vissuti al di sopra delle vostre possibilità”) non solo è totalmente falso ma capovolge esattamente i termini della questione. E' stata proprio la progressiva defiscalizzazione delle classi proprietarie, pagata dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, ad accompagnare strutturalmente la crescita del debito pubblico. Basta guardare l'evoluzione del regime fiscale in Italia negli ultimi 20 anni e la parallela redistribuzione della ricchezza a vantaggio di rendite, profitti, patrimoni. Detassazione delle classi proprietarie, aumento del prelievo fiscale sul lavoro dipendente, espansione della grande ricchezza immobiliare e finanziaria e sua concentrazione in poche mani: questi sono i dati che hanno accompagnato la crescita del debito pubblico. Perchè? Perchè il vuoto dei conti pubblici( nazionali e locali) aperto dalla detassazione del capitale è stato compensato dal ricorso sempre più largo dello Stato all'indebitamento verso le banche. Le quali, prima beneficiate dai tagli fiscali, poi beneficiate dal pagamento degli interessi sui titoli, hanno anche per questo allargato la propria presa sul grosso della società italiana e dei suoi gangli vitali, allargando il processo di accumulazione di ricchezza. La struttura “bancocentrica” del capitalismo italiano è oggi riconosciuta dalla stessa stampa borghese.

CHI POSSIEDE OGGI IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO? LE BANCHE

Chi possiede oggi il debito pubblico italiano? Per il 50% banche, imprese, e istituti finanziari stranieri. Per l'altra parte banche, imprese, e assicurazioni italiane. Fuori da questi pacchetti proprietari restano davvero pochi spiccioli. Basta questo dato, pubblicamente riconosciuto, per capire chi intasca ogni anno gli 80 miliardi di interessi versati dallo Stato italiano sui propri titoli. Anche in questo caso è la detassazione del capitale ad aver finanziato il debito pubblico persino in forma diretta: i guadagni ricavati dal capitale grazie alle mille regalie fiscali dei governi di centrosinistra e centrodestra ( basti pensare all'enorme riduzione della tassa sui profitti industriali e bancari- dal 34% al 27%- realizzata dall'ultimo governo Prodi) sono finiti in parte nell'acquisto di nuovi titoli statali, e dunque nell'accaparramento di nuove risorse pubbliche. Il beneficio di classe ha finanziato la rapina di classe.

E lo stesso è avvenuto a livello di amministrazioni locali. Dove il taglio massiccio di trasferimenti pubblici dello Stato, (connessi al processo del cosiddetto “federalismo”), e l'esenzione fiscale delle classi proprietarie ( v. per ultima l'esenzione dell'ICI per le stesse abitazioni di lusso da parte del governo Berlusconi), hanno spinto i governi locali all'indebitamento sul mercato finanziario: sino a determinare la somma complessiva di circa 70 miliardi di interessi annuali da versare alle banche. Una somma quasi pari a quella versata dallo Stato centrale. E pagata com'è noto, anche qui, dal taglio sistematico dei servizi ( scuola, asili, trasporti locali..) oltre che dall'aumento di rette,tasse, tariffe.

LE RAGIONI DELLA CRISI ATTUALE DEL DEBITO ITALIANO

Perchè oggi il debito sovrano italiano è entrato in crisi? Perchè i “nostri” titoli di Stato sono investiti dalla bufera finanziaria internazionale? Per un insieme di ragioni di fondo. Tutte riconducibili, in ultima analisi, alla presenza del terzo debito pubblico del mondo ( 120% del PIL). Ma non riducibili a questo solo dato.

Il nuovo patto di stabilità europeo concordato nel marzo 2011 prescrive per l'Italia non solo il pareggio di bilancio entro il 2014 ( oggi anticipato), ma l'abbattimento di 900 ( novecento) miliardi di debito pubblico nei prossimi 20 anni ai fini del raggiungimento del 60% del PIL: significa ogni anno un'operazione finanziaria di 50 miliardi al netto del pagamento degli interessi sul debito. Questa operazione enorme di macelleria è già di per un'impresa titanica. Ma tanto più lo è in un quadro di particolare stagnazione produttiva ( l'economia capitalistica italiana è la più stagnante delle grandi economie europee), e alla vigilia di un possibile terremoto politico istituzionale interno ( connesso alla crisi della seconda Repubblica).

A ciò si aggiunge un particolare decisivo: a differenza della Grecia, del Portogallo o dell'Irlanda, che contano dopo tutto una massa debitoria relativamente modesta, e sono quindi passibili di “aiuto”, l'Italia registra un debito pubblico enorme in cifra assoluta ( 1800 miliardi a fronte dei 350 della Grecia) e un suo salvataggio sarebbe economicamente improponibile. Ma al tempo stesso un default dell'Italia- cioè della settima economia capitalistica mondiale- trascinerebbe con sé il crollo dell'Unione e dell'Euro, con un effetto domino sul sistema bancario internazionale.
Tutto questo eleva enormemente il “rischio” dei titoli italiani sul mercato finanziario. E dunque la pretesa di un rendimento più alto da parte delle banche strozzine creditrici. Ciò che determina a sua volta un ulteriore aumento del debito e del relativo “rischio”. Questa è la spirale che sta avvolgendo l'economia italiana.

CRISI DEL DEBITO PUBBLICO E CRISI DEI TITOLI BANCARI

C'è di più. E' vero che le banche italiane sono state meno esposte di altre sul mercato mondiale dei titoli tossici, e non sono coinvolte direttamente in bolle immobiliari esplosive come quelle spagnole. Ma è vero anche che sono molto esposte sul versante dei titoli di Stato di cui sono grandi acquirenti. Questo significa che un calo di valore dei titoli italiani si traduce direttamente in un calo patrimoniale delle banche. Mentre la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato costringe le banche, per ragioni di concorrenza, ad alzare i rendimenti delle proprie obbligazioni, fonte primaria del loro autofinanziamento: il che significa una loro maggiore spesa di interessi proprio nel momento del loro indebolimento patrimoniale. La conseguenza di tutto questo è molto semplice: la crisi del debito sovrano trascina con sé la crisi dei titoli bancari italiani ( non a caso i più penalizzati dalle Borse). E la crisi dei titoli bancari si traduce a sua volta in un indebolimento del capitalismo italiano e della credibilità finanziaria dei suoi titoli di Stato sul mercato internazionale.

L'UNITA' NAZIONALE A SOSTEGNO DELLE BANCHE E DELLA LORO RAPINA

Ecco dunque la risultante d'insieme: i titoli di Stato italiani tendono a valere sempre meno e dunque a costare sempre di più alle banche acquirenti. E le banche, interne ed estere, pretendono come garanzia del loro “rischio”, cioè della solvibilità dell'Italia, una politica di massacro sociale ancor più severa e convincente. Tutta la drammatica stretta sociale e finanziaria di queste settimane, ( prima una finanziaria di 40 miliardi, poi il suo raddoppio di fatto in 10 giorni, poi l'anticipo del pareggio di bilancio deciso su pressione della BCE in 24 ore, poi ancora l'annuncio di nuove misure di rapina contro lavoro e pensioni..) sono solo l'affannosa rincorsa del ricatto usuraio delle banche e dei loro portavoce istituzionali. Oltrechè un cedimento alle pressioni dirette della BCE e dei governi francese tedesco, le cui banche sono molto esposte sui titoli italiani.

Il fatto che su questo signorsì ai banchieri sia scattata una grande unità nazionale tra governo e opposizioni liberali, e persino tra industriali e burocrazia CGIL ( sino alla scena umiliante di una Camusso rappresentata dalla Marcegaglia al tavolo col governo), misura solamente la comune subordinazione di tutti gli attori in commedia allo spartito del capitalismo italiano ed europeo. Il che non elimina contraddizioni interne e neppure possibili rotture tattiche ( anche per via del nodo politico irrisolto di Berlusconi). Ma chiarisce in modo definitivo che il pagamento del debito pubblico ai banchieri è la bussola attorno a cui ruota tutto l'universo politico dominante. Al di là di ogni confine di schieramento.

ABOLIRE IL DEBITO VERSO LE BANCHE: L'UNICA ALTERNATIVA REALE

Proprio per questo è necessario e urgente contrapporre alla bussola dominante un'altra bussola. Quella di un piano anticapitalista per uscire dalla crisi, che risponda unicamente alle esigenze del lavoro, contro gli interessi di Confindustria e banche. Un piano che chiami alla mobilitazione di massa straordinaria la classe operaia, la giovane generazione, tutti i movimenti di lotta. Un piano che abbia una radicalità uguale e contraria a quella dei piani padronali. Un piano che proprio per questo parta dalla rivendicazione elementare e unificante imposta dalla crisi: l'abolizione del debito pubblico verso le banche, interne e internazionali, sia a livello statale, sia a livello delle amministrazioni locali. In altri termini, il rifiuto di pagare gli interessi sul debito agli strozzini.

Non c'è altra soluzione. I capitalisti, i loro partiti, i loro governi, vogliono costringere alla bancarotta i lavoratori e i servizi sociali, per cercare di evitare la bancarotta del proprio sistema di sfruttamento. I lavoratori possono e debbono rivendicare la bancarotta dello Stato ( cioè il rifiuto di pagare gli usurai), per tutelare la propria condizione sociale e i propri diritti più elementari. Nessuna difesa del lavoro, della sanità della scuola pubblica, della previdenza; a maggior ragione nessuna rinascita sociale dell'Italia saranno realisticamente possibili, senza troncare il nodo scorsoio del debito pubblico. Cioè la dipendenza dalle banche. Solo questa misura potrà liberare una massa enorme di risorse pubbliche da investire nei beni comuni e in un grande piano del lavoro.

“Ma come faranno le banche a sopravvivere sul mercato” di fronte all'insolvenza dello Stato? Risposta: le banche dovranno essere nazionalizzate, senza indennizzo, e sotto controllo dei lavoratori, proprio per sottrarle alla logica del mercato, per unificarle in un unica banca pubblica sotto controllo sociale, che provveda al sostegno dei lavoratori secondo l'interesse pubblico, non alla loro rapina secondo l'interesse privato.

Ma cosa ne sarebbe dei “piccoli risparmiatori”? I piccoli risparmiatori sarebbero integralmente salvaguardati dalla banca pubblica, proprio all'opposto di quanto avviene oggi: dove la speculazione dei banchieri spesso travolge in primo luogo proprio i piccoli risparmiatori, più volte oggetto di truffe criminali ( Parmalat, Cirio, bond argentini..) da parte dei grandi azionisti delle banche private.

“Ma l'annullamento del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche non sono possibili nell'Unione Europea”. Se è per questo nell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri non è “possibile” nemmeno tutelare il lavoro, la previdenza pubblica, i diritti sociali, come mostra l'esperienza pratica di ogni Paese. La verità è che solo il rifiuto dell'Unione delle banche e delle sue leggi può liberare le classi lavoratrici dalla dittatura del capitale finanziario e aprire una prospettiva nuova. Il rifiuto del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche vanno esattamente in questa direzione: quella di un Europa dei lavoratori. Del resto: è un caso che questa rivendicazione cominci ad affiorare in settori d'avanguardia del movimento operaio europeo o nel movimento degli indignati spagnoli?


GOVERNINO I LAVORATORI, NON I BANCHIERI: IN ITALIA,IN EUROPA,NEL MONDO

Il punto decisivo è un altro. L' abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società , con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche ( e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l'attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l'intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista. Una società che possa realmente decidere il proprio destino, senza dipendere dal gioco d'azzardo delle Borse, dall'anarchia del mercato, dalla legge del profitto.

Il nuovo acutizzarsi della crisi capitalistica, nel mondo, in Europa, in Italia, ripropone questa prospettiva rivoluzionaria come unica possibile via d'uscita.

Costruire in ogni lotta parziale il senso di questa prospettiva generale è il lavoro del Partito Comunista dei Lavoratori.

MARCO FERRANDO

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UN MASSACRO CONSENTITO DALLA COMPLICITA' DELLE “OPPOSIZIONI”

(13 Agosto 2011)



Siamo di fronte alla più pesante manovra antipopolare del dopoguerra.

L'ipocrita cortina fumogena di micromisure “anticasta”- che peraltro risparmiano totalmente i privilegi veri dei piani alti istituzionali- serve solo a mascherare il contenuto reale dell'operazione: la distruzione dei servizi sociali sul territorio, la svendita di ciò che rimane del patrimonio pubblico, gravissimi colpi su tredicesime ed età pensionabile, e soprattutto l'estensione per legge del modello Pomigliano-Mirafiori, sino alla “libera” derogabilità dello stesso articolo 18. Il tutto per soddisfare i banchieri ed ingraziarsi la Fiat.

E' nel suo insieme un infamia sociale.

Ma se il governo più screditato e traballante riesce a varare la rapina del secolo, lo si deve unicamente alla complicità delle “opposizioni”( PD,UDC,IDV). Che dopo aver consentito in tre giorni il varo della prima manovra, consentono oggi “responsabilmente” il suo raddoppio : coprendo dietro una rosa di “emendamenti” la rinuncia ad ogni ostruzionismo parlamentare. Berlusconi non a caso ringrazia: se non mette la fiducia sulla manovra è perchè ha più fiducia nelle “opposizioni” che nella sua maggioranza.

A sinistra è l'ora delle scelte. Lo sciopero generale a settembre è la prima necessità. Ma deve essere uno sciopero generale vero, continuativo, capace di bloccare l'Italia, sino al ritiro della manovra. Dichiarazioni di dissenso e pure denunce non servono a nulla. Ad una offensiva mai vista prima deve corrispondere una risposta di massa straordinaria. Se la CGIL non convocherà uno sciopero vero per non rompere la vergognosa cordata con industriali , banchieri e PD, dovranno essere la FIOM, la sinistra CGIL e tutto il sindacalismo di base ad assumersi unitariamente la responsabilità di promuoverlo. Senza incertezze.

L'ora dei minuetti è finita per tutti.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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L' ALLEANZA CAPITALISTICA BANCHE CONFINDUSTRIA SINDACATI
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NO ALLA GRANDE INTESA CONFINDUSTRIA- ABI-CISL-CGIL

(28 Luglio 2011)


La cappa di piombo della grande concertazione inizia a calare sul movimento operaio italiano e su tutti i movimenti sociali, in funzione di un ricambio politico confindustriale.

La clamorosa dichiarazione comune di Confindustria, Associazione banchieri, Cisl, Cgil, sull'”emergenza economica nazionale” è al riguardo eloquente. Dopo una manovra finanziaria di macelleria sociale, industriali e banchieri chiedono “maggiore rigore” ( contro i lavoratori) e “maggiore sviluppo” ( più risorse pubbliche per i propri profitti privati). E la Cgil, dopo aver sottoscritto con Confindustria un accordo restrittivo dei diritti sindacali, tra gli applausi di tutta la stampa padronale, replica oggi con un secondo Sì a Confindustria e banche sulla necessità dei “sacrifici”.

La valenza politica della dichiarazione comune è fin troppo scoperta. Di fronte all'aggravarsi della crisi finanziaria e della crisi del berlusconismo, la grande borghesia italiana accentua la sfiducia verso il governo e cerca di predisporre una soluzione politica alternativa, protetta da una larga concertazione sindacale: l'unica soluzione capace di imporre ai lavoratori una nuova più pesante stagione di austerità. La burocrazia Cgil, firmando la dichiarazione, ha detto Sì a questa prospettiva politica. Che essa assuma i caratteri di un governo di “unità nazionale” o di un nuovo governo confindustriale di centrosinistra, poco importa: la Cgil fa sapere al padronato che in ogni caso si “assumerà le proprie responsabilità”.. verso il capitalismo italiano.

Lo scontro sociale e politico in autunno conoscerà dunque un ulteriore salto di qualità. Tutti i fattori di crisi sembrano congiungersi: crisi finanziaria, crisi sociale, crisi politica ed istituzionale, bancarotta “morale” delle classi dirigenti e dei loro principali partiti. E' necessario che il movimento operaio e i movimenti sociali preparino una risposta all'altezza del nuovo scenario.

La battaglia nei luoghi di lavoro per il No all'accordo del 28 Giugno è un passaggio importantissimo. Ma va investita in un salto radicale di mobilitazione di massa, e in un programma apertamente anticapitalistico . Solo una svolta unitaria e radicale della mobilitazione può spazzare via Berlusconi, sbarrare la via della concertazione, preparare dal basso un nuovo scenario politico. “Contro rapina e malaffare, sollevazione popolare” gridava il PCL nella manifestazione nazionale di Genova del 23 Luglio. E' e sarà la nostra linea di massa di Autunno.

MARCO FERRANDO

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10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA
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10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA

(20 Luglio 2011)

volantino nazionale per il decennale del G8

10 ANNI DOPO, PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA
 
 
Nel 2001 si aprì a Genova una grande stagione di mobilitazioni segnata dalla domanda di “un altro mondo possibile”. La risposta fu un governo di centrosinistra che continuò le politiche di guerra, promosse i macellai della repressione genovese ( De Gennaro), varò finanziarie di sacrifici contro i lavoratori e i giovani. Il tutto per conto di Confindustria e banche. E col sostegno- in cambio di ministri- di tutte le sinistre italiane.
 
10 anni dopo, sullo sfondo di una enorme crisi sociale, si sta preparando un tradimento analogo.
 
STANNO TRADENDO LA DOMANDA DI CAMBIAMENTO
Si affaccia sulla scena, in forme diverse, una nuova generazione e una nuova preziosa domanda di cambiamento: che chiede non solo la cacciata di Berlusconi, ma una svolta delle politiche sociali, a partire dalla difesa dei beni comuni e dei diritti del lavoro. Ma contro questa domanda, prima si leva un accordo sciagurato tra Confindustria, CGIL,CISL,UIL a scapito del lavoro; poi una gigantesca rapina finanziaria contro tutti i beni comuni ( pensioni, scuola, sanità, servizi..) a sostegno dei banchieri, con la benedizione di Napolitano e la pubblica complicità delle “opposizioni” parlamentari. Sono atti rivelatori. Anticipano già oggi il programma di governo del “nuovo” centrosinistra in gestazione: la continuità (e persino l'aggravamento) dei sacrifici , una ennesima ondata di privatizzazioni, la concertazione della pace sociale. Per non parlare della continuità delle guerre.
 
VIA BERLUSCONI, MA PER UNA VERA ALTERNATIVA
Qui sta il bivio dei movimenti e delle sinistre.
In forme diverse, SEL e FDS vorrebbero subordinare i movimenti al costituendo centrosinistra, a braccetto coi complici della macelleria sociale di Berlusconi e banche. Il PCL avanza invece una proposta opposta: quella della massima unità di lotta dei movimenti e al tempo stesso della loro massima autonomia e contrapposizione al centrosinistra confindustriale. Cacciare Berlusconi è una priorità e un dovere: ma dal versante delle ragioni del lavoro e dei giovani, non da quello di Confindustria e banche, come è avvenuto nel 96 e nel 2006! In direzione di un'alternativa anticapitalista, non dell'ennesima alternanza trasformista in cui “tutto cambia perchè nulla cambi”!
 
Questa prospettiva pone a tutti i movimenti di lotta, a partire dal movimento operaio, l'esigenza di una svolta profonda.
 
UNA SVOLTA DI LOTTA RADICALE E UNIFICANTE
In primo luogo una svolta di lotta, radicale e unificante.
All'unità nazionale delle classi dirigenti e dei loro partiti va contrapposto il più vasto fronte unico di mobilitazione della classe lavoratrice e di tutti i movimenti. Nessun movimento di lotta vincerà da solo, sulle sue sole gambe: solo una grande vertenza generale del mondo del lavoro, e l'unificazione delle lotte in una comune prova di forza contro il governo e le classi dirigenti, possono davvero aprire una pagina nuova. E' ora di dare alla rabbia e all'indignazione popolare una traduzione tanto radicale quanto è radicale è l'offensiva avversaria. Il vento delle sollevazioni di massa in nord Africa, dimostra la potenza della forza del popolo  quando si leva contro l'oppressione. Raccogliere questo vento e questa lezione è condizione decisiva per far saltare non solo Berlusconi ma la stessa trama della concertazione. Il PCL è impegnato a sostenere questa prospettiva in tutte le sedi e in tutte le strutture di massa: nei sindacati e nei comitati del No all'accordo sindacale di Giugno, nei comitati per l'acqua pubblica e nelle strutture No Tav..
 
PER UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO
Parallelamente la profondità della crisi sociale pone l'esigenza di un nuovo programma. Dieci anni fa i gruppi dirigenti della sinistra propagarono tra i movimenti l'illusione di una possibile “riforma” del capitalismo, grazie all'adozione della Tobin Tax ed altre misure marginali ( coprendo per questa via i propri appetiti di governo nella prospettiva del centrosinistra). Dieci anni dopo la più grande crisi capitalistica degli ultimi 80 anni ha polverizzato la credibilità del riformismo. L'intera società umana è posta di fronte ad un'alternativa storica: o rassegnarsi alla barbarie della crisi, e dunque ad un arretramento progressivo della propria condizione ( sociale, ambientale, di civiltà); oppure rovesciare il capitalismo, le sue classi dirigenti e i suoi governi, per realizzare un governo dei lavoratori. Una terza via non esiste.
Per questo alla radicalità delle ricette antipopolari dettate dagli industriali e dei banchieri, va contrapposta, senza timidezze, la radicalità di un programma anticapitalista: che parta dall' abolizione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione, sotto controllo dei lavoratori, per destinare le immense risorse cosi risparmiate alla difesa e alla cura di tutti i beni comuni, allo sviluppo dei servizi e prestazioni sociali, a un grande piano del lavoro, sotto controllo sociale.. L'opposto esatto delle politiche del capitale, ad ogni angolo del mondo.
 
Sviluppare in ogni lotta la coscienza anticapitalista, unificare le lotte attorno ad una prospettiva antisistema, battersi in ogni sede per un'alternativa rivoluzionaria di società e di potere, è il lavoro quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. La “sinistra che non tradisce”.
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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LA GIUSTIZIA DELLA FIAT E QUELLA DEGLI OPERAI

(15 Luglio 2011)


L'accoglimento del ricorso della Fiat a favore del licenziamento di tre operai della Fiom a Melfi, è un fatto gravissimo. E' la copertura giudiziaria di un licenziamento politico. “I tre operai hanno l'unica colpa di essere iscritti alla Fiom” gridavano ieri davanti al tribunale di Melfi numerosi lavoratori durante un presidio di solidarietà. Hanno ragione.
I lavoratori colpiti e la Fiom hanno la piena solidarietà del PCL. La Fiat ha praticato il licenziamento dei tre operai per ammonire e intimidire l'insieme dei suoi dipendenti e l'intera classe operaia italiana. Il “giudice” del lavoro ha messo il timbro della legge a questa infamia, dopo aver ignorato persino formalmente la documentazione difensiva degli operai. E' l'ennesima riprova non solo del cinismo dei padroni, ma anche della natura di classe dello Stato: contro tutte le illusioni “giustizialiste” che tanto hanno circolato in questi anni anche a sinistra. Naturalmente fa bene la Fiom a ricorrere in appello contro la sentenza e ad esperire ogni spazio legale per ribaltarla. Ma al tempo stesso è sempre più evidente che il terreno della rivincita generale degli operai non sarà mai l'aula di tribunale, ma la lotta di massa per difendere i propri diritti, per rovesciare questa società di sfruttamento, per imporre il potere dei lavoratori. Che sarà la vera giustizia degli operai.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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NON SI ESCE DALLA CRISI SENZA LIBERARCI DEL CAPITALISMO

Manifesto pubblico PCL

(13 Luglio 2011)

NON SI ESCE DALLA CRISI SENZA LIBERARCI DEL CAPITALISMO



A quattro anni di distanza dal suo inizio, la grande crisi del capitalismo permane e si aggrava in Europa.
I governi di ogni colore ( da Berlusconi a Zapatero a Papandreu) sanno solo chiedere sacrifici sempre più grandi ai lavoratori e alle proprie popolazioni . Rivelando la bancarotta politica e morale di un intera organizzazione della società.

IL CAPITALISMO E' FALLITO

“Rassicurare i mercati finanziari”: questo è il passaporto universale del taglio ai salari, al lavoro, alla sanità, alle pensioni... Ma chi si cela dietro questi anonimi “mercati”? I banchieri e gli industriali.
Sono loro che da 30 anni ordinano i sacrifici sociali a vantaggio dei propri profitti.
Sono loro i cinici giocatori d'azzardo che nelle crisi distruggono in tutto il mondo centinaia di milioni di posti di lavoro, e le ricchezze prodotte dal lavoro che sfruttano.
Sono loro che in questi anni di crisi hanno chiesto e ottenuto una nuova montagna di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, per reinvestirle nella speculazione finanziaria: dissestando sempre più i bilanci pubblici, a spese della società. Sono loro che oggi, di fronte al dissesto dei bilanci pubblici, hanno il coraggio di chiedere ulteriori “garanzie” di pagamento degli interessi sui titoli statali acquistati: presentando il conto ancora una volta alla maggioranza della società, al solo fine di nutrire il proprio ruolo di parassiti.

Occhio alla truffa. Vogliono far passare la crisi come “crisi dell'economia”, quasi fosse un fatto naturale e ineluttabile. La verità è che è la crisi della LORO economia, basata sulla legge del profitto. Questa economia non ha più nulla da offrire e neppure da promettere alle giovani generazioni: può solo condannarle ad un futuro sempre peggiore. Dentro le sue regole del gioco, non c'è cambiamento di uomini, né di partiti, né di governi, che possa mutare l'ordine delle cose. Ogni governo di questo sistema è un comitato d'affari di banchieri e industriali, e può solo gestire il declino della società.

Per questo l'alternativa o è anticapitalistica o non è. O mette in discussione il potere dei banchieri e degli industriali o si riduce ad una truffa.

L'ALTERNATIVA E' POSSIBILE.

L'alternativa è possibile. Ma deve essere radicale quanto è radicale l'attuale potere, rovesciando come un guanto tutte le sue politiche.

Vogliono tagliare lavoro, scuola, pensioni, per pagare gli interessi ai banchieri ( il cosiddetto “debito pubblico”)? Occorre fare l'opposto: annullare il debito pubblico smettendo di pagare i banchieri, nazionalizzare l'intero sistema bancario, investire le enormi risorse così liberate in nuovo lavoro, ambiente, sanità e scuola.
Vogliono continuare a privatizzare i beni comuni ( aziende , trasporti, acqua, istruzione..) per offrire ai profitti una nuova frontiera di speculazione e di saccheggio? Occorre fare l'opposto: ripubblicizzare tutto quello che è stato privatizzato negli ultimi 20 anni ( senza indennizzo per i grandi azionisti), e porre tutti i beni comuni sotto diretto controllo sociale.
Vogliono continuare a essere “liberi” di calpestare diritti sindacali, licenziare, inquinare l'ambiente, ignorare la sicurezza sul lavoro? Occorre fare l'opposto: nazionalizzare sollo controllo dei lavoratori tutte le aziende responsabili di morti sul lavoro, di licenziamenti, di manomissione dei diritti.
Vogliono continuare a sfruttare il lavoro nero, precari senza futuro, migranti senza permesso, evadendo il fisco a danno della società? Occorre fare l'opposto: cancellare tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, trasformare in reato penale lo sfruttamento del lavoro nero, dare a tutti i lavoratori la pienezza dei diritti contro ogni forma di discriminazione...

I LAVORATORI AL POSTO DI COMANDO

In una parola: vogliamo che al posto di comando vadano i lavoratori, per riorganizzare da cima a fondo l'ordine della società. Questa è la vera alternativa. Ed è anche l'unica via di uscita dalla crisi. E' la legge del profitto a distruggere ricchezza, lavoro, sapere, natura. Se al suo posto subentrasse la legge dei bisogni sociali, delle necessità della popolazione, l'economia riprenderebbe a scorrere su basi nuove: tutti potrebbero lavorare per produrre ricchezza e sapere, secondo un piano democraticamente definito, in nuovo rapporto con l'ambiente e con la vita.

Questa alternativa può essere realizzata solo attraverso una grande ribellione sociale, che cacci le attuali classi dirigenti , rovesci i loro governi , imponga la forza della maggioranza della società: che è poi l'autentica democrazia. Peraltro solo un governo dei lavoratori, liberando la società dall'inquinamento del profitto, può liberare la politica da affarismo, corruzione, mercimonio, restituendola alle ragioni della società.

Lottare per questa alternativa, in Italia, in Europa , nel mondo, è il programma del Partito Comunista dei Lavoratori. La sinistra che non tradisce.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

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VAL DI SUSA: L'IPOCRISIA BIPARTISAN SULLA “VIOLENZA”

( l'impotenza del “legalismo”, la riflessione sull' ”antagonismo”)

 

La “violenza” è da tempo immemorabile una categoria singolare. Se compiuta nel nome della “legalità” non solo cessa di essere tale, ma è addirittura ragione di encomio e di pubblica lode. Se invece è compiuta contro il potere, diventa il massimo dell'abominio e della pubblica esecrazione.

 

Questa legge della pubblica ipocrisia è universale.

Militari che uccidono in guerra sono eroi. Chi difende la propria terra contro quei militari è un assassino e un bandito.

Chi impone col manganello la viabilità di una strada contro una lotta operaia a difesa del lavoro , fa il suo dovere. Chi si difende da quel manganello per il diritto al lavoro, è un “resistente” a pubblico ufficiale e andrà a processo.

Chi respinge un barcone di migranti in mezzo al mare, magari facendo cento morti, difende i confini e la legalità internazionale. Chi cerca di varcare disperatamente quei confini è un deprecabile “clandestino”, responsabile della sua stessa sorte...

 

Questa legge dell'ipocrisia non risparmia la Val di Susa.

Un gigantesco apparato militare dispiegato in quella valle, quasi pari alla forza militare italiana impiegata in Afghanistan, finalizzato unicamente a imporre alla popolazione di Val Susa un opera nociva,( e all'Italia lo spreco di 20 miliardi a favore dei peggiori interessi), è un atto di difesa della legalità. Se per difendere quella legalità si usano gas tossici, lacrimogeni ad altezza d'uomo, mirati proiettili di gomma, è ( nel migliore dei casi) un “sacrificio” imposto dalla superiorità del “dovere”, che merita il plauso solenne del Capo dello Stato, di tutte le “istituzioni” , di tutti i partiti dominanti. Se invece una massa di valligiani e di giovani cerca di impedire come può la devastazione della Valle, per affermare la volontà e i diritti di chi la abita, ( oltrechè gli interessi della maggioranza della società italiana), diventa il simbolo della “Violenza” , della “delinquenza”, della “sopraffazione”. Perchè? Perchè si contrappone alla “Legge” e allo Stato che la difende.

 

E' tutto chiaro. La violenza dello Stato si chiama Legge. La legge della democrazia si chiama Violenza. I conti tornano. E' la riprova che solo una rivoluzione sociale può fare giustizia, restituendo alle ragioni della democrazia il diritto della forza.

 

Tutta la cultura dipietrista, grillina o pacifista, che da anni rivendica il valore della “legalità” come orizzonte insuperabile e leva di trasformazione, è smentita una volta di più dalla violenza legale dello Stato. L'appello a uno Stato immaginario contro lo Stato reale, a una legalità fantasma contro la legalità materiale, è un esercizio retorico di impotenza e di inganno. Che spesso serve a coprire la propria subalterneità, per quanto “critica” allo status quo.

 

Parallelamente l'esperienza della Val di Susa dimostra, sul versante opposto, che una pura apologia dell'antagonismo ribelle non porta lontano, se non si congiunge ad una prospettiva rivoluzionaria, capace di unificare tutte le ragioni degli sfruttati e degli oppressi in un'azione di rivolta generale e di massa. La Val di Susa non vincerà da sola. Come non vincerà da sola la battaglia sull'acqua pubblica. O la battaglia contro la guerra. O la battaglia per i diritti dei migranti. O la battaglia per la difesa della scuola e del lavoro. Ogni lotta parziale può strappare risultati, anche parziali, nel suo specifico settore, solo all'interno di una prospettiva unificante. Solo ponendo la propria radicalità al servizio di una rottura complessiva di sistema, e quindi di un'alternativa di società. Ciò che implica a sua volta ,in ogni settore di lotta, un lavoro di organizzazione, di sviluppo della coscienza politica, di selezione e formazione dell'avanguardia più generosa e combattiva.

 

Questo è il lavoro quotidiano controcorrente del Partito Comunista dei Lavoratori, all'interno di tutte le lotte di massa: il lavoro per la rivoluzione.

 

 MARCO FERRANDO

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3 luglio 2011 Una giornata di ordinaria RIVOLTA

05/7/2011

Da ATENEINRIVOLTA - racconti, emozioni e riflessioni dopo l'assedio ai cantieri della tav di domenica scorsa.

La nostra generazione: ribelle sulle montagne!

  • AteneinRivolta Trento

Tutto inizia a Venaus alle 6 del mattino, dopo essere arrivati alle 5 ed esserci infagottati nei sacchi a pelo su dei giacigli di fortuna, sentiamo tintinnare le tazze e i vasetti di marmellata.
Al presidio, luogo della grandiosa vittoria del movimento no tav, che nel 2005 riuscì a rioccupare la zona sgomberata precedentemente dalla polizia, ci si sveglia presto e si inizia a parlare dei percorsi che arrivano alla zona rossa posta dalla polizia ai margini del presidio della Maddalena.
Fin dalle prime parole e sorrisi assonnati era chiaro che avremmo assediato la prepotenza dello stato, costituita dalla militarizzazione di una valle minacciata da un'inutile grande opera.

Tornati verso le macchine, mentre preparavamo le bottiglie di Malox e acqua per riprenderci dal goffo risveglio, scherzavamo sul termine "grande opera", come qualcosa di simile ad una rappresentazione teatrale, nella quale con tono melodrammatico le varie istituzioni si fanno beffe della popolazione valsusina ribaltando la realtà.
E così un'opera inutile e disastrosa diventa progresso, le popolazioni che la rigettano diventano black block, mentre 3000 agenti di polizia, sui telegiornali poveri pacifisti responsabili dell'ordine, militarizzano l'intera valle attaccando i dimostranti.
Ci mettiamo in marcia verso Giaglione, luogo da cui avremmo dovuto arrivare al presidio della Maddalena attraverso i sentieri boscosi che attraversano la valle. Un compagno di fianco a me si lamenta della lunga attesa mentre guarda le montagne illuminate dal sole e mi sussurra "giornata perfetta per combattere l'arroganza del potere...manca solo un po' di vento...qua non scherzano, ci intossicheranno con i lacrimogeni cs".

Il corteo inizia così a radunarsi e si incammina per le strade di Giaglione mentre guardo la mia mascherina medica e mi chiedo quanti minuti potrà sostenere quelle terribili sostanze cancerogene.. Mentre attraversiamo le strade tipiche di un borgo di montagna ci stupiamo nel vedere gli sguardi dei vecchietti alle finestre, noi, abituati di essere tacciati di violenza e appartenenze black bloc per spaventare le popolazioni, leggiamo invece nei loro occhi stima nei nostri confronti.
Qualcuno ci butta dell'acqua, una signora con un enorme crocifisso al collo ci dice "state attenti ragazzi, quelli non hanno pietà", un signore intento a curare le sue vigne applaude mentre noi passiamo sotto gridando "sono arrivati i liberatori".
Eccitato per un clima che mai ho visto da quando vado in manifestazione prendo sottobraccio una compagna e le dico "oggi sembriamo proprio dei partigiani".

Il sentiero per i boschi è lungo e dispersivo, dalla stradina di paese che non riusciva a contenerci si passa a sentieri da fare in fila indiana che nascondevano i numeri reali interrogandoci continuamente su dove fossero finiti tutti.
Cerco di stare con i compagni della mia città, ci conosciamo e insieme ci sentiamo più sicuri. Tutti i nostri occhi sono puntati su una signora di sessant'anni che ci avvisa delle probabili postazioni digos, ogni cinquanta passi si girava e ci diceva "via i passamontagna, dovete respirare" oppure cinquanta metri dopo "occhio ai poliziotti, meglio coprirsi ora, dopo non servirà più a niente" e almeno 100 persone vicino a me diventavano improvvisamente irriconoscibili.
Proprio in quel momento mentre scruto dal passamontagna le persone che ho al mio fianco, mi rendo conto di quanti compagne e compagni della mia età si sono fatti chilometri e chilometri, per difendere la valle, per dare una mano all'autodeterminazione dei valsusini contro lo strapotere degli interessi privati.
Mi viene da pensare al 14 dicembre, seppur con una composizione più eterogenea, migliaia di persone stanno attraversando i boschi della Val Susa, molte con il volto coperto, con la stessa eccitazione che c'è quando l'insofferenza per i soprusi si trasforma in rabbia contro chi li perpetra, proprio come in piazza del Popolo.

Arriviamo al presidio della Maddalena e non tardiamo a vedere il ponte e le reti della zona rossa, disegnano già futuro e presente della Val Susa: il grigio del cemento e il blu dei difensori delle speculazioni.
Le nostre vite però valgono più dei loro profitti e ci mettiamo poco per rimettere in sesto il presidio nel quale i vicequestori hanno fatto sfogare gli assetti antisommossa, i quali hanno cagato in giro, tagliato tende, distrutto finestre bruciato le bandiere no tav.

Una lunga fila indiana arriva al presidio, ormai ci stiamo abituando al caldo del passamontagna quando una delle mie amiche esclama in dialetto "alurà andema a ciapar ciò che è nostar?", subito dopo dal megafono invitano a far andare avanti i valsusini che si dirigeranno per la salita che porta alle reti della zona rossa. Dietro alle reti metalliche un immenso schieramento di polizia dotato di idranti attende il nostro arrivo.
Giunti nello spiazzo che precede la rete con le mani alzate proviamo a forzarla con tutte le energie che abbiamo, vediamo scorrere lentamente l'acqua dagli idranti, in poco tempo diventano getti potentissimi, arretriamo di qualche passo e boom! Partono i lacrimogeni, tanti, da tutte le parti, incandescenti fanno reazione con l'acqua sprigionando così una vera cappa di fumo da cui non riusciamo ad uscire. Salto due volte per cercare l'aria, mi tolgo tutto quello che ho davanti alla bocca, ma la situazione non migliora, c'è troppo fumo ovunque, non vedo ad un centimetro da me e la gente è nel panico, non possiamo scendere perchè il corteo sta salendo.
Guardo a lato e con spirito di sopravvivenza mi arrampico sulle vigne che costeggiano il piazzale, mi corico sotto un albero, doccia di malox, lo passo ad altre due persone e penso a quanto sarebbe pacifico e rilassante questo posto, sdraiato sotto le vigne a guardare le nuvole che si arrampicano sulle montagne.

I miei sogni bucolici però finiscono presto, quei bastardi sparano dal ponte che si erge ad un'altezza di trenta metri sull'intera area, le vigne diventano luogo pericoloso, inadatto a prendere aria, salgo ancora un po' di metri e mi nascondo dietro un albero.
Un suono di frusta attira la mia attenzione mentre impunto gli scarponi nel terreno friabile di queste immense montagne, mi giro e noto a pochi metri da me un anziano valsusino accompagnato da un cumulo di sassi e una fionda. Come un cecchino paziente si era mimetizzato nella boscaglia e da lì faceva partire colpi che arrivavano sino allo schieramento di polizia protetto dalla rete.

Mentre penso che sia meglio allontanarmi, troppo poco pratico rischierei soltanto di scoprire la posizione dell'esperto tommy gun valsusino, guardo giù verso le compagne e i compagni che a turno si sporgono dalla roccia prima del piazzale e lanciano sassi contro la polizia. Uno di loro si ferma allo scoperto a prendere la mira e bam!, il cilindro metallico dei lacrimogeni lo sfiora alla testa. Ci stanno sparando addosso! Non è questione di spari ad altezza d'uomo, stanno proprio mirando le persone per ferirle, se non ammazzarle.
Non posso essere molto d'aiuto qua e continuo a scalare le vigne, sembra il terreno di un addestramento militare, sento gli altri compagni che mi dicono che su a Ramats hanno tranciato le reti e stanno spingendo dentro il manipolo di caschi blu.

Arrivo sopra e di fianco ad un enorme masso trovo i miei compagni che tossiscono, mi arrampico sulle rocce per vedere la situazione, ciò che mi si presenta davanti è una vera e propria guerriglia nei boschi con gente che va avanti e indietro a rifornire le prime linee di acqua e sassi.
A dettare il tempo che passa i suoni tonfi dei lacrimogeni che si schiantano sugli alberi, è meglio che mi muova, un ragazzo urla "la foresta sta prendendo fuoco, acqua!" riferendosi ad un rogo causato da uno dei tanti grappoli di fumogeni che escono dai candelotti metallici.
Mi metto gli occhialini da piscina a lente gialla e stando basso mi muovo verso la polizia, mi accovaccio per prendere delle pietre, sembra di essere in un film sulla guerra in Vietnam: spari, fumo, fuoco e urla.
Ho sempre rigettato qualsiasi retorica militarista, ma quando sento "Avanti compagni!!!Avanti, attacchiamo!!!" e in una trentina usciamo dai ripari di fortuna con una sassaiola contro il blindato che stavano facendo salire in quella zona impervia, mi viene la pelle d'oca.
Retrocedono, retrocedono, ma in pochi secondi una scarica di lacrimogeni ci piove addosso.
Piangendo torno dietro la roccia mentre provo a guardarmi intorno, la mente va agli scontri in via del Corso, riconosco dietro le magliette e i passamontagna compagne e compagni che ho trovato in molte lotte al mio fianco negli ultimi anni.

Penso ai primi anni di militanza, alla paura del dopo Genova, ai discorsi artificiali sulla
non-violenza usata come grimaldello politico da incravattati che sfruttavano i movimenti in cerca di una poltrona governativa. La mia generazione non ha paura di essere etichettata black bloc, di mettersi un passamontagna e assaltare la polizia con tutte le energie in corpo.
Si scaglia contro il potere perchè è legittimo farlo, perchè vede sgretolarsi davanti agli occhi il futuro televisivo che le avevano promesso, mentre un presente a favore degli interessi privati viene difeso da scudi e manganelli.
Rischiamo di essere dinamite con una miccia troppo corta senza riferimenti politici, ma incominciamo a sentirci un corpo unico quando alziamo i cappucci, quando l'insofferenza è troppa e i calcoli politici diventano insufficienti.

È il prezzo della crisi che i potenti devono pagare, non c'è più spazio per operazioni mediatiche, concertazioni e dialoghi con le istituzioni. Non c'è più spazio per la loro arroganza.
Alzo gli occhi, un compagno viene trasportato su una tenda usata come barella, mi guarda e sviene, ha un enorme bolla rosso violacea sullo stomaco, fra poco ci dovremmo ritirare, per la prima volta ho paura, incomincio a pensare che qua ci lasciamo la pelle.

Mi alzo, tolgo la terra dai pantaloni e mi incammino per il "sentiero" che scende alla baita della Maddalena, ho ancora il passamontagna giù e mi accendo una sigaretta per far scendere la tensione, un'anziana signora sulla sessantina sta facendo una montagnola dei sassi, vede che la guardo e mi squadra per qualche secondo, sorride e urla tossendo "Sarà dura!".
La Val Susa non ha paura, c'è tempo per l'ultimo assalto!!!

 

 

 

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UN ACCORDO GRAVISSIMO

(29 Giugno 2011)

L'accordo raggiunto da Susanna Camusso con Confindustria, CISL,UIL è inaccettabile, sindacalmente e politicamente.

Dal punto di vista sindacale, nega il principio elementare del potere decisionale dei lavoratori sulle piattaforme e gli accordi che li riguardano, oltre ad allargare la derogabilità del contratto nazionale e ad accettare limiti al diritto di sciopero. La soddisfazione di Confindustria misura la natura dell'accordo. Il titolo di “Sole 24 Ore” - “Così si completa la svolta del 2009”- registra la pura verità: la Cgil ritorna all'ovile.

Dal punto di vista politico, l'accordo è se possibile persino peggio. Da un lato regala di fatto una sponda a un governo reazionario, delegittimato, e in gravi difficoltà, motivando le congratulazioni di Sacconi. Dall'altro, e soprattutto, investe nel futuro possibile governo di Centrosinistra: prefigurando quel quadro “normalizzato” di relazioni industriali e sociali che è necessario per consentire le politiche annunciate di “lacrime e sangue” dettate da banchieri e Confindustria. E di cui il PD è interprete sperimentato.

Colpisce il silenzio di Nichi Vendola sull'accordo Camusso Marcegaglia. La sua candidatura a premier del centrosinistra già lo subordina alla concertazione.

Di certo la battaglia contro l'accordo annunciata da Fiom e minoranza Cgil, avrà il pieno sostegno del PCL e dei suoi militanti, in ogni sede.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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CONTRO LA MANOVRA BERLUSCONI-TREMONTI

(29 Giugno 2011)


Il governo Berlusconi-Scilipoti, sfiduciato dal voto popolare, annuncia una pesante manovra economica contro lavoratori, disoccupati, pensionati. Tickets sanitari, elevamento dell'età pensionabile delle donne, blocco di turnover e contratti nel pubblico impiego, rispondono a una sola ragione sociale: pagare i banchieri europei e liberare risorse per gli industriali italiani.
Per di più lo stesso governo di centrodestra “scrive” di fatto il programma del futuro (possibile) governo di centrosinistra: un salasso devastante di 40 miliardi di tagli sociali entro il 2014.

Non stupisce che PD e UDC, ligi a Confindustria e a Bruxelles, siano preoccupati del grosso del “lavoro sporco” loro commissionato. Ma proprio per questo, paradossalmente, non solo non contrastano la manovra Tremonti dal versante sociale ( al di là di qualche parola di circostanza), ma ne criticano l'“insufficiente rigore”. In ogni caso sono pronti al “dialogo responsabile” col governo, in compagnia del trasformista Di Pietro e sotto la pressione tricolore di Napolitano. Così, proprio la complicità dell'”opposizione” liberale consente a un governo reazionario, delegittimato, e in crisi, di realizzare autentiche provocazioni contro i lavoratori e i movimenti ( No Tav).

Colpisce, tanto più in questo quadro, che le sinistre cosiddette “radicali” continuino a inseguire, come se nulla fosse, l'accordo di governo col centrosinistra. E che Susanna Camusso, proprio oggi, ricomponga un gravissimo patto con Confindustria, già pensando al governo futuro, e senza far nulla contro il governo presente.

Il PCL fa appello a tutte le sinistre -politiche, sindacali, di movimento – perchè promuovano una vera mobilitazione generale contro la manovra del governo e i “sacrifici” comandati dalla finanza europea. In Grecia e in Gran Bretagna sono in corso lotte di massa “indignate” contro l'austerità di Papandreu e Cameron. E' ora di mobilitare anche il fronte sociale italiano, contro Berlusconi e le classi dirigenti del Paese: raccogliendo la rabbia sociale, organizzandola su basi indipendenti, dandole una prospettiva anticapitalista.

MARCO FERRANDO

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la situazione in Grecia vista dall EEK
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Da SYNTAGMA A PUERTA DEL SOL E DI NUOVO A SYNTAGMA

di Savas Michael-Matsas

 

Proprio quando i preparativi per le celebrazioni del Natale erano a buon punto, nel dicembre 2008, in piazza Syntagma (Costituzione), al centro di Atene, di fronte al Parlamento Nazionale, il gigantesco Albero di Natale fatto erigere dal sindaco di destra di Atene Nikitas Kaklamanis – che si vantava che questo monumento al kitsch fosse l’Albero di Natale più alto d’Europa – stava “bruciando lucente nella foresta della notte”1 - incendiato dai giovani ribelli durante lo slancio di massa di quel mese indimenticabile. Fu una delle più spettacolari ed emblematiche azioni della Rivolta di Dicembre greca.

Nel maggio 2011, irrompe nel medesimo luogo un altro inaspettato evento: dal 25 maggio in poi, ogni giorno, decine di migliaia e, più recentemente, oltre centomila persone si radunano in piazza Syntagma, (oltre che nelle piazze più centrali delle città di tutto il paese) contro la nuova ondata di misure di cannibalismo sociale che l’UE, la Banca Centrale Europea e l’FMI, l’infame “troika”, vogliono imporre tramite il governo del PASOK al popolo greco; il salvataggio della Grecia del maggio 2010 ha totalmente fallito il tentativo di impedire un default, nonostante i tagli estremamente selvaggi imposti su salari, pensioni, posti di lavoro e condizioni di vita della stragrande maggioranza, e lo spettro di una catastrofe sia sospeso non solamente sulla Grecia ma anche sull’intera Europa e oltre…

Il “Movimento delle piazze” greco o Movimento per la “Democrazia Diretta Ora!” è stato ispirato dagli “indignados” spagnoli, l’M15 (15 Maggio) Movimento che chiede una “reale democrazia ora” contro il sistema politico esistente e le sue misure antipopolari, e che sta occupando Puerta del Sol, la piazza centrale di Madrid, oltre alle piazze di Barcellona e di altre maggiori città della Spagna. Le mobilitazioni spagnole (e greche) seguono l’esempio e i metodi organizzativi di Piazza Tahrir a Il Cairo, centro della Rivoluzione Egiziana che ha rovesciato la dittatura di Mubarak. Le peggiori paure delle classi dominanti in Europa, e le previsioni dei marxisti rivoluzionari, compresi quelli dell’EEK, cominciano a materializzarsi: la rivoluzione comincia a muoversi dalle sponde meridionali del Mediterraneo a quelle settentrionali.

DALLA BANCAROTTA…

Mentre “l’Albero di Natale più alto d’Europa” bruciava in piazza Syntagma, durante la Rivolta di Dicembre del 2008, sul muro dell’Università di Atene apparve la scritta con gli auguri di buone feste della gioventù rivoluzionaria rivolti alle classi dominanti di tutto il mondo: MERRY CRISIS AND HAPPY NEW FEAR!

La Rivolta di Dicembre in Grecia, all’indomani del crollo della Lehamn Brothers e del tracollo del sistema finanziario globale, fu caratterizzata correttamente dall’allora capo dell’FMI (ed oggi ingloriosamente caduto) Dominique Strauss-Kahn come “la prima esplosione politica dell’attuale crisi economica mondiale”.

Il capitale finanziario internazionale, e in particolare la leadership capitalista del nucleo centrale dei Paesi dell’Unione Europea, sapevano molto bene che l’economia greca era “l’anello debole” della catena dell’Euro-zona, e che il suo futuro fattosi oscuro minacciava, nelle condizioni della crisi globale, il futuro dell’intero capitalismo europeo, prima fra tutte le sovraesposte banche tedesche e francesi del nocciolo duro dell’UE. Abbiamo la prova che le autorità dell’UE conoscevano già la reale situazione molti mesi, se non anni, prima che il neoeletto governo “socialista” di Papandreou annunciasse alla fine del 2009 la “contabilità creativa” del precedente governo di destra di Karamanlis e il rischio di default dell’economia del paese. Quando la Rivolta di Dicembre giungeva al termine, nel febbraio 2009, il Ministro delle Finanze tedesco dell’epoca, e membro dell’SPD Steinbrück aveva comunicato tutte le provedelle spaventose condizioni dell’economia greca, al suo “compagno” George Papandreou, allora leader del partito dell’Opposizione Ufficiale, il PASOK. Poiché questa discussione segreta ebbe luogo mentre le ultime battaglie della Rivolta di Dicembre si stavano concludendo, è ovvio che i leader tedeschi e dell’UE, poiché si era rivelata alla prova dei fatti la totale incapacità del governo Karamanlis di controllare una situazione di emergenza, si stavano preoccupando dei rischi di una nuova esplosione, prodotta da un’imminente disastro finanziario della Grecia; così dovevano preparare un governo alternativo, più accettabile al popolo perché gestisse l’imminente crisi, e il candidato meglio utilizzabile era il PASOK di Papandreou.

Nel luglio 2009, Almunia dell’UE e il Commissario UE Olli Ren, nel settembre 2009, alla vigilia delle elezioni parlamentari d’ottobre in Grecia, ebbero discussioni con Papandreou mettendolo in guardia sugli enormi problemi del deficit e del debito del paese. Papandreou conosceva bene la situazione reale quando, durante la campagna elettorale che lo portò al potere, fingeva che ci fossero “un sacco di soldi” per finanziare misure di tipo keynesiano a favore degli strati popolari. Continuò la sua diplomazia segreta con i suoi padroni dell’UE e dell’FMI per attuare i loro ordini, mentre mentiva al popolo prima e dopo l’esplosione della crisi del debito, sino ad oggi.

Nel maggio 2010, fu presentato da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e dell’FMI il piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro suggellato dall’infame Memorandum con il governo Papandreou che conteneva misure draconiane contro salari, pensioni, posti di lavoro, servizi sociali e condizioni di lavoro. Il Memorandum diffuse la miseria tra il popolo ma fallì esso stesso miseramente il suo falso scopo, il salvataggio della Grecia dalla bancarotta dello Stato. In ogni caso, gli architetti di questa mostruosità sapevano molto bene che il debito greco è insostenibile, e che la profonda recessione prodotta nella sua economia legata all’euro da una “svalutazione interna” forzata renderebbe di gran lunga peggiore una già disperata situazione.

Il salvataggio del maggio 2010 aveva come scopo non quello di evitare il default della Grecia come tale ma di salvare il sistema bancario europeo, in primo luogo, le banche francesi e tedesche sovraesposte con il debito greco, e creare una “fire zone” per proteggere dal contagio la periferia europea e l’intera Euro-zona. Quando nel novembre 2010 l’Irlanda chiese urgentemente un intervento di salvataggio era già evidente ( e le nostre analisi del tempo, nell’EEK, lo dicevano forte e chiaro) che l’operazione di prevenzione attraverso il salvataggio greco era fallita, e la crisi del debito dell’Eurozona riemergeva più forte che mai. Seguì il salvataggio del Portogallo, e l’insolvenza della Grecia si trovò di nuovo al centro.

Nel maggio 2010 – scrive Aline Van Duyn sul Financial Times - la crisi del debito dell’Eurozona esplodeva e i mercati precipitavano. Si temette un default dei bond governativi di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche Spagna […], in effetti l’impatto sulla ripresa post-2008 fu così grave e globale che la Federal Reserve decise di impiegare un’extra di 600 miliardi di dollari per sostenere l’economia USA. Sta accadendo ancora nel maggio 2011?” (FT 25 maggio 2011, p.16)

Ciò che sta avvenendo è il fallimento degli interventi senza precedenti da parte dei governi e banche centrali, dopo il crollo della Lehman Brothers e il disastro finanziario globale, di iniezione di migliaia di miliardi di dollari, una marea di liquidità per mezzo di “pacchetti di stimolo”, “pacchetti di salvataggio”, “quantitative easing”2 ecc., per arrestare e invertire la caduta del sistema nell’abisso. Tutti i tentativi non solo sono stati inutili ma si sono trasfromati in un boomerang.

Condurre interventi per trasformare il debito privato in debito pubblico ha prodotto deficit giganteschi e una crisi del debito sovrano senza precedenti sia in Europa che in America. La Grecia è il microcosmo di ciò che succede al capitalismo globale. Il flusso di liquidità non è riuscito a produrre alcune ripresa sostenibile degli USA e dell’economia globale. Al contrario, le ultime evidenze mostrano che la disoccupazione continua a crescere negli USA e in Europa, un rallentamento dell’economia americana è in corso mentre la Cina intensifica la stretta fiscale per combattere l’inflazione e il duro atterraggio della propria crescita.

Il massiccio intervento statale si è rivelato inefficace nel rinvigorire un’economia capitalista in una crisi di sovraccumulazione; ha prodotto soprattutto altre bolle speculative sia nel Nord e specialmente nel Sud globale, dove le spinte inflazionistiche hanno esacerbato le contraddizioni sociali portando all’esplosione della rivoluzione sociale in Nord Africa e Medio oriente – una nuova fase di rivoluzione mondiale, che già cambia drammaticamente le geopolitiche della principale regione strategica del pianeta, e che adesso arriva al nord, nelle coste europee del Mediterraneo.

La Grecia è divenuta ancora una volta il punto di partenza di una nuova fase della crisi europea e globale, alimentando lo spettro di una nuova catastrofe finanziaria stile Lehman Brothers mondiale. Un anno dopo il primo salvataggio della Grecia non si è riusciti ad affrontare alcuno degli obbiettivi fiscali del Memorandum, il debito in rapporto al PIL è balzato dal 110% a quasi il 160%, l’economia, piombata in una profonda recessione, che sta morendo d’asfissia, il governo greco ha dovuto chiedere un nuovo salvataggio per evitare un’imminente default obbligato. Una somma tra i 60 e i 70 miliardi di euro (secondo Fitch circa 100 miliardi) ‘è necessaria prima della fine del 2013, metà della quale deve essere raccolta attraverso un vasto programma di privatizzazioni dei beni statali e l’altra metà dall’UE e dall’FMI.

La rinnovata e aggravata crisi del debito della Grecia e dell’Eurozona ha rivelato sia le dimensioni globali del problema che le profonde divisioni esistenti tra l’UE e il FMI, tra la Banca Centrale Europea e i leader politici europei, in particolare la Germania, tra le classi dominanti dell’UE e l’interno della stessa borghesia Greca. Un settore della classe capitalista dell’UE, dei paesi Anglosassoni tra i quali quelli che scommettono sul default della Grecia sta chiedendo una ristrutturazione, un default ordinato, combinato con l’uscita dall’euro e un ritorno alla dracma, apparentemente allo scopo di interrompere il circolo vizioso di debito e deficit attraverso l’aumento della competitività e delle esportazioni – un’aspirazione piuttosto incerta nelle fosche condizioni odierne di una domanda in caduta sul mercato mondiale. Un altro settore capeggiato dalla BCE si oppone a qualsiasi idea di ristrutturazione temendo che qualsiasi genere di default dilagherebbe in un contagio agli altri paesi salvati, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto la Spagna, la quarta più grande economia dell’UE e anche l’Italia, la terza più grande economia, recentemente degradata dalla tripla A (AAA) a “outlook negativo” da Standard & Poors, dando un colpo terribile al fragile sistema bancario europeo, e ai paesi del nucleo centrale: Germania e Francia.

Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE e suo futuro Presidente ha avvertito: “una ristrutturazione del debito o un’uscita dall’euro sarebbe come una condanna a morte[…], l’effetto destabilizzante sarebbe drammatico. Gli economisti che immaginano che l’impatto sarebbe contenibile sono come quelli che a metà settembre 2008 stavano dicendo che i mercati erano stati del tutto preparati al fallimento della Lehman Brothers”. (FT 30 maggio 2011, p.3).

È indubbio che l’UE sia di fronte alle conseguenze più drammatiche della rinnovata crisi del debito: “Gli avvenimenti in Grecia hanno portato l’area dell’euro ad un bivio”, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha dichiarato il 20 maggio ad Amburgo (Financial Times, 25 maggio 2011,p.9) “il carattere futuro dell’unione monetaria europea sarà determinato dal modo in cui verrà affrontata questa situazione.”

Le scelte sono “intollerabili” come ha scritto Martin Wolf: “L’Eurozona si trova di fronte alla scelta tra due opzioni intollerabili: o il default e la parziale dissoluzione o un sostegno ufficiale senza limiti di tempo [della Grecia e di altri membri in default dell’Eurozona]” (FT 1° giugno 2011, p.9).

Wolfogan Münchau l’ha detto chiaramente: “O l’UE/FMI continuano a finanziare la Grecia finché possono o la Grecia sarà costretta ad un pesante default.[…] Il prezzo per continuare con il sostegno da parte di UE e FMI è quasi una perdita di sovranità economica da parte della Grecia […]. La scelta reale si riassume in una riduzione dell’ Eurozona al suo nucleo tedesco o a un ‘unione politica.” (FT 30 maggio 2011, p.9) la prima opzione è suicida, non solo per l’intero progetto dell’UE, ma anche per la Germania stessa, che perderebbe il suo vantaggio delle esportazioni; la seconda si è dimostrata, nel corso di tutto il post-crisi 2008, un’utopia reazionaria.

Un accordo stile Vienna (com’era il precedente accordo raggiunto nella capitale austriaca per la crisi del debito dell’Europa orientale) per il rollover del debito greco, rimpiazzarne i titoli in scadenza senza venir meno agli obblighi verso gli investitori, è apparentemente il compromesso che si può fare per il tempo che resta ad evitare un default della Grecia il prossimo luglio.

Ma il nuovo “pacchetto di salvataggio” è accompagnato “da un intervento esterno senza precedenti nell’economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione delle tasse e nella privatizzazione dei beni statali.” (FT 30 maggio 2011, p.1).Qualsiasi tipo di sovranità diverrebbe una farsa e la Grecia sarebbe ridotta apertamente alla condizione di protettorato al diritto comando dell’UE e dell’FMI, in condizioni molto peggiori di quanto sia avvenuto finora sotto l’odiata troika.

Ma ciò è più facile a dirsi che a realizzarsi: il fattore più importante è l’intervento delle masse nell’arena per determinare il proprio destino.

 

AL SOLLEVAMENTO DELLE MASSE

La Rivolta di Dicembre del 2008 fu solo il preludio. Prima e nel corso un anno di attuazione del Memorandum BCE/FMI/Commissione Europea con il governo del PASOK nel 2010-2011, la combattività della classe operaia è stata dimostrata – ma anche frenata – da una dozzina di Scioperi Generali di protesta di 24 ore organizzati dalle burocrazie sindacali controllate dal PASOK della GSEE e ADEDY. La frustrazione tra le persone aumentò appena svanì l’illusione che una semplice dimostrazione di forza potesse avere successo come in tempi precedenti, ad esempio con lo Sciopero Generale del 2001 che respinse il precedente tentativo di attacco ai diritti pensionistici. Le mobilitazioni separate, settarie, burocraticamente controllate e inutili della PAME, la corrente sindacale dello stalinista KKE (Partito Comunista della Grecia) hanno aumentato la frustrazione popolare, e i raduni pubblici stalinisti cominciarono a ridursi come fu ben evidente nel marzo 2011. La violenza cieca di elementi isolati, come nei tragici eventi dello Sciopero Generale del 5 maggio 2010 quando tre impiegati furono soffocati nella Marfin Bank, dopo il lancio di una molotov o nell’attacco ad un mercato popolare in Kallidromiou Street, a Exarchia, ai primi di maggio, hanno condotto il movimento anarchico alla paralisi.

La repressione statale si è intensificata, di Sciopero Generale in Sciopero Generale, raggiungendo il culmine nell’orgia di violenza della polizia antisommossa dell’11 maggio 2011, quando un giovane uomo fu quasi ucciso, a dozzine furono mandati all’ospedale gravemente feriti, e il centro di Atene venne trasformato ancora una volta in una camera a gas dall’uso massiccio, da parte della polizia, di enormi quantità di lacrimogeni. Contemporaneamente, il gruppo neonazista di “Alba Dorata”, sotto la protezione della polizia, scatenava un’autentica Kristallnacht il 12 maggio, attaccando le comunità di immigrati e i loro negozi, uccidendo un operaio immigrato del Bangladesh e linciando molti altri immigrati, soprattutto “di colore” o “neri”, in Omonia Square nel centro di Atene.

Le prime due settimane del maggio 2011, il terrore di Stato e le gang fasciste protette dallo stato dominarono la scena, mentre la maggior parte delle persone restava immersa in una profonda disperazione e rabbia.

Improvvisamente, in maniera imprevedibile, come nei paesi arabi o in Spagna, l’intero panorama politico mutò radicalmente nelle ultime settimane di maggio e ai primi di giugno, con il potente emergere del “movimento delle piazze”, in seguito all’esempio del Movimento 15 Maggio a Puerta del Sol e in altre piazze spagnole.

Decine e poi centinaia di migliaia di persone si sono radunate, molte di loro per la prima volta nella loro vita, in piazza Syntagma e in altre piazze centrali delle principali città greche, in Tessalonica, a Patras, Volos, Khalkis, Lamia, Preveza, nelle città cretesi e in tutto il paese. Per la prima volta dal dicembre 2008 un tale movimento di massa, ma con caratteristiche molto differenti dalla precedente rivolta giovanile, è emerso su scala nazionale.

Nel dicembre 2008 è stata una giovane generazione senza futuro, che fa lavori precari, o è disoccupata e sotto le costanti vessazioni della polizia ad essersi rivoltata. Era una rivolta di coloro spinti ai margini della vita sociale dal sistema sociale in declino e in crisi, la ribellione degli “outisiders– non di una minoranza isolata: senza il sostegno popolare di massa di una maggioranza in crescenti difficoltà economiche e sociali e il crescente conflitto con le politiche del governo di destra, la gioventù ribellatasi non avrebbe potuto continuare la sua rivolta per molte settimane, addirittura mesi, in tutta la Grecia, attaccando stazioni di polizia e banche.

Ma nel maggio 2011 non sono gli “esclusi” dall’ordine sociale dominante a ribellarsi ma il cosiddetto “mainstream”, la maggior parte del quale proveniente dalle classi medie che si mobilitano in massa, pacificamente, indipendentemente o anche in aperta ostilità a tutte le organizzazioni politiche o sindacali, utilizzando internet, Facebook e altri mezzi di social networking per radunarsi nelle piazze seguendo l’esempio di Puerta del Sol a Madrid e della Primavera Araba.

I mass media borghesi, l’opposizione di destra, la Chiesa ultraconservatrice e sciovinista, i vari gruppi nazionalisti dell’area dell’estrema destra, anche lo stesso governo del PASOK all’inizio cercarono di prendere il controllo di questo movimento elogiando la sua posizione “nazionale”, nonviolenta, e soprattutto anti-partito e anti-sindacato: il primo giorno di mobilitazione, il 25 maggio, quando gli scioperi dei lavoratori della DEH, la compagnia nazionale di elettricità ora in corso di privatizzazione giunsero in piazza Syntagma, i “Cittadini Indignati” li radunati, li respinsero dalla piazza urlando contro “i nuovi arrivati”.

I circoli dominanti e i loro media cercarono deliberatamente di contrapporre il pacifico maggio 2011 al “violento dicembre 2008”, nello stesso modo in cui la borghesia francese aveva contrapposto la “minacciosa rivoluzione” del proletariato di Parigi nel giugno 1848 alla “rivoluzione gentile” del febbraio 1848, quando tutte le classi, la borghesia, i democratici piccolo-borghesi e la classe operaia erano uniti contro il vecchio regime. Ma il maggio “gentile” 2011 si apprestava a divenire, secondo i canoni borghesi, sempre più “minaccioso”. Perché sempre più persone hanno cominciato ad unirsi ai “Cittadini Indignati”, e il raduno di piazza Syntagma divenne permanente giorno e notte, la radicalizzazione in corso del movimento si fece sempre più pronunciata. Ciò si è espresso particolarmente nell’autorganizzazione delle persone in piazza Syntagma oltre che nella seduta dell’Assemblea generale, pubblica e imponente, che ha avuto luogo dalle 9 del pomeriggio alle 2 di notte, con migliaia di partecipanti [ancora] al primo mattino.

Gli slogan antisindacali furono abbandonati, si decisero azioni di solidarietà con i lavoratori in sciopero (ad esempio per i Dockers del porto del Pireo in corso di privatizzazione) o impegnati nelle occupazioni (ad esempio alla Postbank) approvate da una schiacciante maggioranza; gli elementi di estrema destra e i razzisti antimmigrati furono subissati di urla e fischi e respinti dai “Cittadini Indignati” ivi radunati. Furono votati da un’estesa maggioranza dell’Assemblea Generale lo slogan e lo striscione per un indefinito Sciopero Generale Politico per il rovesciamento del governo e buttare fuori a calci la “troika dell’FMI/BCE/UE.

Il rifiuto di riconoscere tutti i debiti esteri come obbiettivo centrale del movimento degli Indignati fu accettato dalla schiacciante maggioranza, battendo la proposta dei riformisti “economisti di sinistra” del solo ripudio della cosiddetta parte “illegale” del debito, seguendo l’esempio ecuadoriano.

Si svolse una votazione cruciale per scegliere se avere come slogan principale “Democrazia Reale Ora!”, come a Puerta del Sol, o “Democrazia Diretta Ora”. La maggioranza votò a favore della Democrazia Diretta, e inoltre una minoranza non trascurabile (non solo i supporters dell’EEK) chiesero “ Potere ai lavoratori .”

Malgrado il fatto che le bandiere di partito o la stampa siano ancora banditi da piazza Syntagma, è ridicolo definire questo movimento “non politico” come sostiene lo stalinista KKE. La gente più politicizzata si raduna nella parte più bassa di piazza Syntagma, di fronte all’uscita della metro, nello spazio dell’Assemblea Generale Permanente, mentre i settori meno direttamente politici e i nazionalisti con slogan e bandiere della Grecia sono radunati nella parte più alta della piazza, di fronte al Parlamento. C’è un contrasto e osmosi, in altri termini una dialettica, tra le persone delle due parti della piazza, un processo di comune radicalizzazione e unificazione, particolarmente nelle azioni dirette (quando, ad esempio, l’uscita del Parlamento fu bloccata e i deputati dovettero scappare da un’altra porta attraverso il Giardino Nazionale!).

Non si deve dimenticare che in ogni autentico movimento popolare, le masse entrano in battaglia con tutti i loro pregiudizi e superstizioni. Nessuno e nessuna con in mano una bandiera della Grecia è un nazionalista di destra. Senza capitolare all’oscurantismo e ai pregiudizi sciovinistici reazionari, dobbiamo saper afferrare le contraddizioni che muovono questo movimento di massa senza precedenti. Il capitale finanziario internazionale e le sue istituzioni (FMI,BCE, e UE) stanno trasformando il paese in un protettorato servile e degradano il popolo greco ad una nazione di indigenti. C’è una differenza tra un nazionalista, pogromista antimmigrati dell’estrema destra con in mano una bandiera della Grecia, e un piccolo borghese impoverito o un operaio, che sollevano la stessa bandiera quando vedono che il proprio personale disastro si combina con la perdita di ogni dignità del popolo greco imposta dagli usurai esteri e i loro collaboratori locali come durante l’Occupazione nazista del paese nel 1940.

La posizione “anti-partito” non è solamente “conservatrice e apolitica”, come Papagira, il segretario generale del KKE, affermava in un’intervista. Bisogna comprendere la contraddizione in essa. Da una parte, non c’è politica, naturalmente, senza l’aperto dibattito e conflitto tra i vari programmi politici, differenti prospettive politiche, e inevitabilmente tra opposte o alleate collettività politiche, organizzazioni, partiti, incluso il partito rivoluzionario che raggruppa gli elementi più combattivi e coscienti dell’avanguardia del proletariato. D’altra parte “i partiti”, nella coscienza sociale delle masse, sono oggi identificati con il corrotto sistema politico dei partiti, responsabile della distruzione dei loro livelli di vita, oltre che con il fallimento politico della Sinistra ufficiale burocratica, legata al sistema parlamentare e responsabile di molte tragiche sconfitte del passato, perché possano offrire un’alternativa plausibile. Un vero Partito rivoluzionario dei lavoratori non è un’autonominatasi leadership della classe, ma un partito che, come ha detto Trotsky nei suoi articoli sulla Germania, lotta tra le masse, non per sostituirsi ad esse nel loro ruolo storico emancipatore, ma per dare prova di sé nella pratica di ogni momento e convincere le masse con le proprie ragioni a condurle su una via rivoluzionaria.

Le misure di cannibalismo sociale introdotte dal governo “socialista” con l’aperto sostegno dell’estrema destra del LAOS, e, malgrado la demagogia populista, con il sostegno del partito di destra Nuova Democrazia di Samaras, distruggono i posti di lavoro e le vite di milioni di persone sia delle classi medie che della classe operaia. La generale devastazione dell’enorme maggioranza della popolazione, con l’aperta complicità del corrotto sistema parlamentare borghese, dei partiti borghesi che si alternano al potere da decenni, con la complicità delle burocrazie sindacali, con una sinistra riformista e /o stalinista alienata dalla maggioranza del popolo che appare giustamente come una parte del problema, non la sua soluzione, creano le condizioni dell’attuale Grande Rifiuto.

La natura della crisi globale, l’impasse e la bancarotta del capitalismo sono la fonte del suo attacco generalizzato “a quelli che stanno in basso” e del rifiuto di massa generalizzato di “quelli che stanno in alto”, sia da parte della piccola borghesia che dei proletari. Ciò impedisce alle classi dominanti di trovare una base di massa nelle classi medie contro il proletariato, come con il caso della Thatcher o inizialmente di Pinochet. Non solo questo governo del PASOK, ma ogni governo che come questo la classe dominante discute come alternativa (un governo di unità nazionale, una coalizione di governo PASOK-Nuova Democrazia, un governo di tecnocrati, e neppure un “governo di unità popolare” che resterebbe sempre in un quadro capitalista) può essere un governo stabile, precisamente perché la bancarotta del capitalismo impedisce di fare ogni sostanziale concessione ad una considerevole parte della popolazione.

Questa debolezza del dominio borghese è anche paradossalmente, ma dialetticamente, il suo punto di forza. L’eterogenea massa popolare che si rivolta contro le classi dominanti non può aprire una via d’uscita socialista all’attuale impasse senza l’egemonia della classe operaia, armata di un programma di transizione e di una prospettiva comunista internazionalista. Sarebbe un disastro se il proletariato e la sua avanguardia rifiutassero le masse piccolo borghesi, le loro rivendicazioni sociali e sensibilità democratiche; il proletariato che lavora, disoccupato e precario elevandosi esso stesso come “classe universale” al di sopra di ogni limitazione settoriale deve divenire la direzione politica della nazione di indigenti che lotta per la giustizia sociale, la libertà e la dignità, ponendo “l’emancipazione universale umana come precondizione per ogni emancipazione particolare” secondo la prima immortale definizione di Rivoluzione Permanente di Karl Marx.

Per ottenere questa egemonia dei lavoratori, non possiamo evitare la politica di partito e la lotta per chiarire gli obbiettivi politici del movimento di massa. Nonostante la legittima rabbia dei “Cittadini Indignati” contro il sistema dei partiti esistente, un Partito della Rivoluzione Permanente è necessario non come auto-nominatosi “salvatore” e futuro dittatore, ma come strumento della rivoluzione socialista, un laboratorio ideologico del movimento di liberazione. La Democrazia Diretta ha un futuro solo attraverso la rivoluzione sociale. È necessario come strumento un partito di lotta della Rivoluzione Permanente costruito tra le masse, dalle masse, per l’auto-emancipazione delle masse. Questo è lo scopo e la ragion d’essere dei trotskysti dell’EEK e della Quarta Internazionale.

Non c ‘è soluzione elettorale alla crisi attuale come domandano i riformisti SYN/SYRIZA di Tsipras. Anche l’insistenza sulla richiesta di democrazia diretta rivela l’esaurimento del parlamentarismo borghese. La prospettiva della conquista del potere da parte della classe operaia sostenuta dalle masse impoverite delle città e della campagna non può essere differita ad un futuro indefinito, alle calende greche, come fa lo stalinista KKE. I partiti della sinistra ufficiali ma anche la coalizione centrista di ANTARSYA sono legati a prospettive elettoralistiche, che considerano le lezioni come “la scena politica centrale.”

Mentre venivano scritte queste righe, giungevano notizie da Atene che dicono che oggi, 6 giugno, più di 200 mila persone convergono in piazza Syntagma, in quella che è probabilmente la più grande dimostrazione dopa la caduta della dittatura militare nel 1974. In Grecia sta emergendo una situazione pre-rivoluzionaria. Il proletariato e le masse popolari indignate, con la gioventù in anticipo, sono già in marcia, con passo differente in tutto il Vecchio Continente. Come abbiamo scritto altrove (si veda il nostro articolo sulla Primavera Araba ora in stampa nel giornale Critique), il Simoun, il vento dei deserti arabi, sta soffiando adesso nelle piazze della Metropoli europea.

Il vecchio spettro della rivoluzione sociale, esorcizzato da capitalisti e burocrati e ritornato. Diffonde il terrore tra tutte le classi dominanti e speranza in tutti coloro che sono privati di ogni speranza! Il vecchio urlo di battaglia della rivoluzione Europea del 1848 diviene oggi più che mai attuale: Rivoluzione in Permanenza!

 

4-5 giugno 2011.

 

1William Blake The Tyger : “Tyger Tyger, burning bright in the forest of the night...”

2Alleggerimento quantitativo: operazione di iniezioni di moneta

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ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI
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ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI

TRASFORMIAMO LA LOTTA CONTRO I RIGASSIFICATORI IN UNA LOTTA CONTRO GLI INTERESSI DI CONFINDUSTRIA, DELLE DESTRE E DEL CENTROSINISTRA

(22 Giugno 2011)

testo volantino/comunicato delle sezioni del PCL
di Livorno ed Ancona

ANCONA 25 GIUGNO MANIFESTAZIONE CONTRO I RIGASSIFICATORI

In occasione della manifestazione il 25/06/2011 ad Ancona indetta dal coordinamento No Rigassificatori ! :
Le sezioni di Ancona e Livorno del PCLavoratori hanno diffuso un comunicato/volantino.

Mai più rigassificatori ovunque!

TRASFORMIAMO LA GIORNATA DEL 25 GIUGNO CONTRO I RIGASSIFICATORI IN UN MOMENTO DI LOTTA CONTRO GLI INTERESSI DI CONFINDUSTRIA, DELLE DESTRE E DEL CENTRO SINISTRA.

La ricerca spasmodica del profitto ha portato allo scempio di ampi tratti marini delle coste adriatiche e tirreniche, alla predazione del territorio, ad un’ attacco al diritto inalienabile alla salute dei cittadini, al ricatto costante verso una mai garantita occupazione.

I progetti di Confindustria sono avvallati dalle scelte politiche dei partiti presenti nelle amministrazioni regionali e locali sia di destra che di centrosinistra. Non vengono minimamente osservati i risultati di chiaro tenore anticapitalista dei referendum. Tutt’ altro: si cercano scappatoie e deroghe in favore della privatizzazione dell’ acqua e si favoriscono i progetti devastanti come quelli dei rigassificatori delle multinazionali dell’ energia, di grandi gruppi bancari e potentati politici che sfruttano a tal fine il disimpegno nazionale verso il nucleare.

I faraonici progetti dei rigassifficatori OFFSHORE nei mari di Ancona e di Livorno “parlano” con l’ arroganza inaccettabile del grande capitale. Il fabbisogno energetico nazionale non necessita di grandi stoccaggi di gas nel territorio nazionale. Quello che si tenta di speculare sulla testa dei cittadini e dei lavoratori, è il commercio internazionale di questa fonte energetica strappata alle popolazioni del terzo mondo sfruttata e neo colonizzata. Ogni vite e bullone dei rigassificatori parla con il sangue di questi popoli.

Si portano sui nostri territori impianti pericolosi e dannosi. Basta solo pensate alle migliaia di tonnellate di cloro che verranno sversate in mare per la manutenzione di questi impianti. Nulla prova la sicurezza di queste mega strutture e i possibili incidenti ( si veda il grande incidente alla piattaforma petrolifera OFFSHORE del Golfo del Messico ). Nulla dimostra l’ incremento per l’ occupazione locale.

TUTTO A DANNO DEI CITTADINI, DEI LAVORATORI, DEL TERRITORIO

IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI DI ANCONA E DI LIVORNO APPOGGIANO LA MAIFESTAZIONE DEL 25 GIUGNO AD ANCONA CONTRO I RIGASSIFICATORI. E’ INDISPENSABILE CHE IN TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE SIANO BANDITI QUESTI PROGETTI DANNOSI PER L’ AMBIENTE.

I cittadini ed i lavoratori devono organizzarsi in un lotta autonoma dalle scelte politiche delle destre e del centrosinistra, trasformare i comitati referendari in comitati di lotta in difesa dell’ ambiente, della salute e del lavoro. Il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI si batterà con forza per questi diritti assolutamente inalienabili.

20 Giugno, 2011

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Sezione di Ancona pclancona@alice.it
Sezione di Livorno pcllivorno@gmail.it

Committente responsabile: Francesco Grisolia. Stampato in proprio. Via Marco Aurelio 7 – 20127 Milano – 20- 06-2011

PCL sez. Ancona        PCL sez. Livorno

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GRECIA : LA LEGGENDA DEL CANE RIVOLUZIONARIO
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GRECIA : L' INIZIO DELLA FINE DEL CAPITALISMO EUROPEO?
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DOVE VA LA GRECIA?

Articolo di Marco Ferrando

(19 Giugno 2011)

 
 
La Grecia è l'epicentro della crisi economica e politica europea. L'enorme debito pubblico del paese, amplificato dalla crisi internazionale, tiene in scacco la finanza europea e le stesse strutture comunitarie, precipitando tutte le loro contraddizioni.
 
IRRAZIONALITA' E PARASSITISMO DEL CAPITALE: LA QUESTIONE DEL DEBITO PUBBLICO
 
Il carattere irrazionale e parassitario del capitalismo è illustrato dalla crisi greca meglio che da qualsiasi manuale. Cos'è il “debito pubblico” greco? E' la massiccia esposizione delle banche francesi e tedesche nell'acquisto e detenzione di titoli di stato ellenici.  Ciò significa che lo Stato greco è tenuto a pagare una massa ingente di interessi ai banchieri tedeschi e francesi. E siccome la finanza tedesca è il cuore della finanza europea, la solvibilità della Grecia diventa questione continentale e mondiale. Un default della Grecia avrebbe un potenziale effetto domino ben superiore alla relativa marginalità economica di quel paese.
 
Ma per pagare un crescente debito pubblico ai banchieri tedeschi e francesi, la Grecia deve finanziarsi. Come? Continuando a vendere titoli pubblici ai propri strozzini. Il che significa che per pagare il debito pubblico, la Grecia deve alimentare il proprio debito pubblico. E più il debito pubblico cresce, più i banchieri francesi e tedeschi pretendono tassi di interesse più alti come condizione di un acquisto “rischioso”: “Aumenta il mio rischio? Allora mi devi pagare di più”. Ciò che oggi ha spinto i titoli di Stato greci ad un saggio d'interesse record del 18%!. Ma più salgono gli interessi da pagare agli strozzini, più aumenta il debito pubblico.. lungo una spirale inarrestabile.
 
Da qui il cosiddetto “aiuto” europeo e mondiale alla Grecia. In cosa consiste l'”aiuto”? Nell'acquistare titoli di Stato greci con risorse pubbliche, messe a disposizione da U.E. e Fondo monetario, per consentire alla Grecia di continuare a pagare i banchieri francesi e tedeschi. Ma qui nasce un forte contrasto tra il governo tedesco e la BCE. Come rispondere al rischio reale di un default greco? La signora Merkel non sa più come spiegare ai suoi stessi elettori che devono continuare a fare sacrifici per consentire alla Grecia di salvare i banchieri tedeschi, già poco amati. E quindi pone come condizione di nuovi “aiuti” alla Grecia il coinvolgimento nel rischio delle banche private, che dovrebbero accollarsi parte degli oneri . La BCE è contraria perchè la deresponsabilizzazione degli Stati, e a maggior ragione della Germania, nel sostegno alla Grecia, sancirebbe di fatto il riconoscimento di un suo default, e quindi potrebbe svalutare con un effetto a catena i titoli di stato detenuti dalle banche con effetti incontrollabili.
 
LO STROZZINAGGIO FINANZIARIO CONTRO I LAVORATORI GRECI
 
Non sappiamo come si risolverà il contenzioso. Sappiamo invece benissimo il costo sociale di questa mostruosa rapina per i lavoratori greci ed europei. Perchè la condizione ultimativa che tutti i banchieri strozzini e i loro Stati pongono  alla Grecia, per continuare a comprare i suoi titoli di Stato ( e quindi oliare la corda dell'impiccagione) è il drastico e progressivo abbattimento della sua spesa sociale e delle condizioni di vita  dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani greci.
 
L'ultimo anno ha rappresentato per la classe operaia e la gioventù greca la più pesante retrocessione sociale del dopoguerra. Taglio secco degli stipendi pubblici, aumento delle tasse dirette e indirette, riduzione delle pensioni, soppressione di sussidi e prestazioni, aumento verticale dell'età pensionabile, liberalizzazione dei licenziamenti nel settore privato e nei servizi pubblici. Il governo del “socialista” Papandreu ha offerto ai banchieri europei lo scalpo dei lavoratori greci, per poter continuare a indebitare i lavoratori greci presso i banchieri europei.
Ma siccome la cura da cavallo non ha raggiunto lo scopo ( ed anzi ha concorso ad una nuova recessione interna , con  la conseguente crescita della percentuale di debito), Papandreu vara oggi un'ulteriore stangata. Che non solo appesantisce ed aggrava le misure antipopolari già intraprese, su dettato della finanza internazionale, ma estende a dismisura il processo di privatizzazioni. La Grecia è in svendita. Porti, aeroporti, autostrade, acquedotti, telecomunicazioni, energia, gas, persino le lotterie nazionali, sono messi all'asta. E gli acquirenti sono spesso- guarda caso- aziende e banche europee creditrici. Con un ruolo di punta delle aziende tedesche ( Deutsche TeleKom acquista a prezzi stracciati le telecomunicazioni greche), ma anche italiane (il gruppo Atlantia è in corsa per autostrade e acquedotti), e persino cinesi ( in particolare nel settore portuale). Pur di far soldi e pagare gli strozzini, il governo greco svende agli strozzini i beni della Grecia. Col plauso della borghesia nazionale greca ed in particolare delle sue banche, anch'esse acquirenti dei titoli di Stato , anch'esse partecipi del bottino delle privatizzazioni.
 
LA CRISI POLITICA SI APPROFONDISCE
 
La rapina del secolo tuttavia non è politicamente indolore. Il governo Papandreu, che aveva retto la prima fase della crisi, vede ora precipitare il suo consenso sociale. Il PASOK in particolare è investito da una crisi profonda, con defezioni parlamentari, abbandoni, forti divisioni interne. Il restringimento numerico della maggioranza parlamentare, già risicatissima ( 155 deputati su 300), ha indotto Papandreu, sotto pressione internazionale, a invocare un governo di “solidarietà nazionale” per varare la nuova stretta sociale. Ma la vecchia destra reazionaria di “Nuova Democrazia” ha respinto la proposta, per far cuocere il Pasok nel suo brodo e cercare di rimpiazzarlo alle prossime elezioni.
In questo quadro , un governo in condizioni disperate ha due soli punti d'appoggio. Il primo è la finanza europea e la crisi europea: tutti i governi europei sorreggono Papandreu così come i creditori sorreggono i propri esattori e gabellieri. Il secondo è l'opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra greca: che di fronte alla più grave crisi del Paese, sono del tutto incapaci anche solo di perseguire una via d'uscita indipendente.
E questo è il vero punto cruciale.
 
L'ASCESA DEL MOVIMENTO DI MASSA DEI LAVORATORI E DELLA GIOVENTU'
 
La classe lavoratrice e le masse popolari greche non hanno subito passivamente la propria spoliazione. L'ultimo anno e mezzo ha registrato una forte ascesa delle lotte di massa, prevalentemente concentrate nel settore pubblico e nei servizi. In particolare una nuova generazione di lavoratori, di studenti, di precari, di disoccupati (la disoccupazione è ormai al 15%) ha invaso lo scenario sociale e politico, col ricorso ripetuto all'azione diretta e radicale, contro il governo e il padronato, in una dinamica di scontro diffuso con lo Stato e il suo apparato repressivo. Si sono moltiplicate in tutta la Grecia- a partire da Atene- esperienze di assemblee popolari, occupazioni di uffici pubblici,  comitati di lotta a difesa di posti di lavoro e servizi minacciati. La piazza del Parlamento greco è diventata il luogo principe delle manifestazioni di rabbia contro “ladri e corrotti”. L'irruzione sulla scena del movimento giovanile degli “indignati” e il suo assedio del Parlamento, su richiamo dell'esperienza spagnola, assume nel contesto greco un peso maggiore che in Spagna. La parola d'ordine” Pane, sapere, libertà”- che fu la bandiera della sollevazione popolare contro la dittatura dei colonnelli greci nel 1973- è significativamente rieccheggiata in piazza Syntagma sulla bocca di decine di migliaia di giovani. Non a caso la questione dell'”ordine pubblico” in Grecia , di come preservarlo (o restaurarlo), è in cima alle preoccupazioni borghesi, non solo ad Atene. Il rischio di “contagio” in Europa del “radicalismo greco” è oggetto di dibattito pubblico nei circoli dominanti del vecchio continente. Tanto più a fronte delle ulteriori terapie d'urto commissionate contro il popolo greco.
 
IL RUOLO CONSERVATORE DELLE DIREZIONI POLITICHE E SINDACALI
 
Ma proprio questo scenario di potenzialità dirompenti misura il ruolo conservatore degli apparati dirigenti del movimento operaio greco.
 
Il Pasok, primo gestore della politica di aggressione sociale, è ovviamente nel mirino della protesta popolare. Ma proprio per questo ha cercato e cerca di usare i propri canali sindacali o la propria influenza nei sindacati per “rappresentare” parte della protesta, addomesticarla, e quindi incanalarla su un binario morto: quello della “pressione” sul governo..del Pasok, secondo un abile gioco delle parti, tipico della socialdemocrazia. Gli scioperi promossi dal sindacato GSEE, a forte influenza socialista, hanno svolto esattamente questo ruolo: fornire alle masse un canale di sfogatoio, far defluire la rabbia,  disinnescare ogni rischio di esplosione concentrata di massa. Cercando così di salvare il governo Papandreu e il capitalismo greco. La recente integrazione nel governo di un dirigente socialista “di sinistra” (Venizelos), critico di Papandreu, vuole coprire il governo a sinistra sul versante sindacale, per meglio consentire la nuova mazzata antipopolare.
 
A sinistra del Pasok, l'aggregazione Syriza- riferimento greco del PRC e della Sinistra Europea- svolge un ruolo di “socialdemocrazia di sinistra”  in rapporto ai “movimenti”, in particolare giovanili. Il governo l'ha definito “un partito di bulli e di teppisti”( Panglos, vicepresidente del governo). In realtà si tratta della riedizione greca del bertinottismo italiano di 10 anni fa, stile Genova. La sua enfasi ideologica “movimentista” convive con una politica di contenimento e subordinazione delle spinte più radicali dei movimenti stessi:  teorizzando ad esempio il principio della “non violenza” di fronte alla violenza repressiva dello Stato, contro ogni pratica di autodifesa di massa. Ma soprattutto è chiarificatore il suo programma: un programma di “ricontrattazione del debito pubblico greco” con le istituzioni finanziarie europee; che significherebbe “contrattare” la rapina e spoliazione dei lavoratori e dei giovani greci con i loro strozzini. La parola d'ordine riformista e illusoria di un'”Europa sociale e democratica” in ambito capitalistico, appare così per quello che è: la subordinazione “critica” ma rassegnata al capitalismo europeo, alla sua Unione, alla sua crisi, alle sue controriforme sociali.
 
In forme diverse, la politica del KKE ( Partito Comunista greco) e del suo sindacato ( PAME) svolge un ruolo complementare. Chi ha illusioni nello stalinismo greco (anche in Italia) è bene apra gli occhi.
Il KKE contesta apertamente e con un linguaggio radicale la politica di Papandreu, così come  denuncia con parole vibranti la  “rapina” della U.E. Il suo “anticapitalismo” ideologico è a prova di bomba. Ma la sua linea d'azione  concorre a disarmare il movimento reale delle masse: da un lato la moltiplicazione di scioperi generali una tantum, scaglionati nel tempo, in contrapposizione ad ogni proposta di sciopero generale prolungato; dall'altro una linea costantemente separatista e autocentrata nelle manifestazioni di massa e nelle azioni di lotta ( manifestazioni di partito/ sindacato fiancheggiatore sempre distinte e distanti dalle manifestazioni e azioni degli altri soggetti) in una logica di contrapposizione al fronte unico di classe. Infine il costante ricorso al più vergognoso armamentario stalinista contro il radicalismo di lotta della gioventù ribelle: definita e denunciata come massa di provocatori prezzolati, e più volte aggredita dai propri servizi d'ordine di partito, col pubblico plauso del Pasok e del governo.
 
Certo, il KKE ha beneficiato elettoralmente della crisi del Pasok e della sua politica governativa. Ma il suo programma si riduce all'uscita del capitalismo greco dalla U.E in una logica di riforma dell'economia nazionale. Il fine ultimo del KKE, al di là dei proclami, è  l' autoconservazione del proprio apparato e ruolo politico dentro le istituzioni dello stato borghese. Contro ogni reale prospettiva rivoluzionaria.
 
A sinistra della socialdemocrazia e dello stalinismo è presente una eterogenea aggregazione centrista ( Antarsia), divisa al suo interno tra diverse opzioni programmatiche ( contrattazione del debito o suo annullamento?) e politiche ( “partito o movimento”?).E' la cosiddetta “unità dei comunisti” in salsa greca: un cartello elettorale, una commedia politica degli equivoci senza futuro. Il cui ruolo nelle lotte è sicuramente “antagonista”, ma fuori da ogni prospettiva strategica di alternativa di potere.
 
LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL EEK: IL POTERE AI LAVORATORI, QUALE UNICA SOLUZIONE
 
Nella sua piena autonomia politica, solo lo EEK- sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della 4° Internazionale- sviluppa un intervento di massa  e una proposta programmatica all'altezza della radicalità della crisi greca.
Il suo programma rivendica apertamente la rivoluzione sociale  quale unica vera risposta alla crisi capitalista e alla sua rapina: solo un governo dei lavoratori che annulli il debito pubblico verso le banche creditrici, interne e internazionali, e  nazionalizzi, sotto controllo dei lavoratori, l'intero sistema bancario, può salvare il popolo greco dalla rovina sociale; solo la prospettiva di un Europa socialista ( Stati Uniti Socialisti d'Europa) che liberi il vecchio continente dalla dittatura degli industriali e delle banche, può offrire un futuro diverso alle giovani generazioni europee.
Questo è il programma che distingue EEK dal resto della sinistra greca. Ed è il programma che indirizza il suo intervento di massa: costruzione del più ampio fronte unico di classe nel movimento di lotta dei lavoratori e dei giovani contro il settarismo burocratico del KKE; ma al tempo stesso proposta di sciopero generale prolungato, mirato a bloccare la Grecia e rovesciare il governo; sviluppo e unificazione dell'autorganizzazione operaia e popolare; incoraggiamento e organizzazione dell'autodifesa di massa contro l'apparato dello stato; rifiuto di ogni subordinazione al feticcio istituzionale di una “democrazia” borghese, sempre più privata oltretutto di ogni parvenza di sovranità. In ogni lotta parziale, in ogni piega del movimento, lo EEK pone la prospettiva del potere come questione decisiva: quale classe comanda in Grecia ( e in Europa), i lavoratori o i banchieri, la maggioranza della società o una minoranza dei capitalisti? Questo è il nodo che non si può né rimuovere, né archiviare. Sviluppare la coscienza dei lavoratori e dei giovani verso la comprensione di questa verità è l'essenza della politica rivoluzionaria. In Grecia come in Italia.
 
Lo EEK è ancora un piccolo partito, che non può oggi esercitare una direzione alternativa del movimento di massa. Ma è un partito che registra una forte crescita tra i lavoratori e i giovani. Sviluppa una crescente visibilità nell'azione di massa. Dispone di militanti e  quadri sperimentati, con indubbio prestigio a sinistra. Non a caso è stato più volte nel mirino della repressione governativa e poliziesca, subendo isteriche campagne intimidatrici da parte dei giornali del Pasok e della destra. Ciò che vi è di più coraggioso e generoso nel movimento operaio greco si concentra in questo piccolo partito rivoluzionario. Il cui sviluppo misurerà, in ultima analisi, fortune e prospettive storiche della rivoluzione greca, al di là della dinamica contingente degli avvenimenti attuali.
 
Di certo, il PCL dà e darà ai propri compagni greci tutto il sostegno e la solidarietà di cui sarà capace.  Sulla base di un comune programma e di una comune politica.

Marco Ferrando

 

 

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REFERENDUM: RISULTATO SORPRENDENTE
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DALLE URNE ALLE PIAZZE: VIA BERLUSCONI, PER UNA VERA ALTERNATIVA!
 

(13 Giugno 2011)


La grande vittoria referendaria conferma la domanda di svolta della maggioranza della società italiana, ben al di là dell'importante merito dei quesiti. A pochi giorni dalle elezioni amministrative, il governo Berlusconi-Bossi subisce un secondo pesante rovescio. Ora è il momento della spallata definitiva.
 
La pretesa di Berlusconi di restare in sella come se nulla fosse accaduto è una provocazione inaccettabile. Il pubblico “impegno” di Bersani e Di Pietro a “non usare” contro il governo l'esito del voto, per rassicurare le classi dirigenti e la loro ansia di “governabilità”, è francamente penoso.  Le decine di milioni di lavoratori, di giovani, di donne, che hanno votato contro le politiche del governo, contro i suoi tentativi truffaldini antireferendari,  contro il suo invito all'astensione, chiedono e  meritano una svolta . Ed hanno la forza per imporla.
 
Travasare nelle piazze la domanda delle urne, è il compito del momento. Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni che si ostina a non dare. Si tratta di imporgliele con una mobilitazione popolare straordinaria che unifichi il mondo del lavoro, i giovani, e tutto l'associazionismo democratico, in una lotta di massa continuativa e radicale: che assedi i palazzi del potere sino alla caduta del governo. Questo è l'appello unitario che rinnoviamo ,tanto più oggi, a tutte le sinistre politiche , sindacali, associative.
 
E' questa la via necessaria  per una prospettiva di vera alternativa alle classi dominanti del Paese. Le decine di milioni che hanno abrogato 4 leggi reazionarie su acqua, nucleare, giustizia, hanno perciò stesso rivendicato di fatto una vita liberata dalla dittatura del profitto e un principio elementare di uguaglianza. Al di là del loro livello di coscienza, e dei loro stessi orientamenti elettorali, hanno espresso la domanda di un'alternativa di società. Dare a questa domanda una coscienza politica e un programma anticapitalista, contro ogni sua subordinazione al centrosinistra confindustriale e bancario, è il compito di una sinistra di classe. E' il duro lavoro controcorrente del PCL, e della sua battaglia per un governo dei lavoratori.
 
 

MARCO FERRANDO

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BALLOTTAGGI
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BOCCIARE MORATTI E LETTIERI, PER SCONFIGGERE BERLUSCONI.
VOTARE PISAPIA E DE MAGISTRIS, MA SENZA ALCUNA ILLUSIONE.

(26 Maggio 2011)

Dopo aver presentato proprie liste e candidati alternativi al primo turno, il PCL dà indicazione di voto per Pisapia e De Magistris nei ballottaggi: l'unico modo, sul terreno elettorale, per concorrere alla sconfitta politica di Berlusconi , del suo governo, e dei suoi candidati reazionari, come chiede la totalità del popolo della sinistra.

Ma questa indicazione di voto non contiene per parte nostra un solo briciolo di illusione nei candidati del centrosinistra e nel centrosinistra che li sostiene. Né Pisapia, né De Magistris rappresentano una reale alternativa per i lavoratori e per gli sfruttati. I loro programmi si riducono all'”onesta” amministrazione della società borghese e delle sue istituzioni. Il partito chiave che li sostiene- il PD- è intrecciato nel suo apparato dirigente, nazionale e locale, con le classi dominanti e i poteri del territorio. I poteri forti che saltano sul carro vincente del centrosinistra- come gli ambienti bancari a Milano- ne rivelano la natura e ne ipotecano il corso.
Di certo soggetti come il banchiere Profumo o Cesare Romiti, che puntano pubblicamente su Pisapia, non temono la “svolta sociale”. Semmai pensano a gestire col nuovo inquilino il business dell'Expo. Peraltro in tutta Italia le giunte di centrosinistra sono comitati d'affari della classe dominante: inclusa una giunta Vendola che regala milioni alla cliniche private cattoliche.

Se, come ci auguriamo, Berlusconi perderà i ballottaggi, sarà proprio l'esperienza delle nuove amministrazioni di centrosinistra a fare giustizia di tante illusioni. Non meno di come, su scala più generale, l'esperienza dei governi Prodi, Zapatero, Obama, ha sgombrato il campo da tante ingenue suggestioni e speranze popolari. Il nostro voto a Pisapia e De Magistris vuole dunque favorire l'esperienza diretta di un inganno e il suo disvelamento.

Schierandosi autonomamente al primo turno, il PCL ha opposto sin dall'inizio un programma di classe ai programmi liberali del Centrosinistra. Anche a Milano e a Napoli. La fortissima pressione antiberlusconiana ha spinto molti lavoratori d'avanguardia e giovani combattivi, anche vicini alle nostre posizioni, a votare i candidati del centrosinistra, già al primo turno. E' stato un errore, ma è un fatto.

Tuttavia per noi l'essenziale è lavorare per la verità, e per la sua emersione nella coscienza di massa. I fatti saranno più eloquenti delle parole. Per questo ai tanti lavoratori e giovani che vogliono colpire il governo Berlusconi diciamo:” Siamo con voi, senza incertezze. Come saremo con voi contro la politica borghese delle nuove amministrazioni, quando i fatti vi dimostreranno la verità”. Quella che noi sin dall'inizio, controcorrente, abbiamo previsto e denunciato.

La verità è che l'unica vera alternativa è la cacciata delle classi dirigenti del Paese, e l'avvento di un governo dei lavoratori. In ogni lotta parziale, nazionale o locale, il PCL continuerà a battersi per questa prospettiva di liberazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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IL RICORDO DI UN DIRIGENTE MARXISTA RIVOLUZIONARIO AUSTRALIANO
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23 May 2011        http://www.sa.org.au    ( SOCIALIST ALTERNATIVE - AUSTRALIA  )

The sad passing of a veteran Trotskyist

 

Diane Fieldes

 
Bob GouldBob Gould
 

The death of Bob Gould in some ways marks the end of an era. It’s not that the class struggle that animated his life has gone away, but Bob’s sad passing at 74 cuts the last living link with the tiny band of post World War II Trotskyists in Australia. The political landscape of Sydney will be barer without him.

Some of the tributes that have started to roll in focus on Bob as a kind of endearing eccentric whose series of wonderfully chaotic bookshops were a source of bewilderment to some and a treasure trove for socialists. And that is a part of Bob Gould. But left like that it strips the socialist politics out of what was, at its core, a political life. It is not the loss of a cultural landmark that we are going to feel most.

It is a sign of Bob’s commitment to socialist activism till the end, as well as the accidental nature of his death, that he never wrote an autobiography. But his output of writings on every political subject under the sun, while not as voluminous as his ASIO file, contains much of the story of his fascinating life.

In 1965 he was one of the founders and the secretary of the Vietnam Action Campaign in Sydney and, for the next seven years, as he put it, “the totally justified agitation against the Vietnam War consumed my life”. In 1966 he helped organise the biggest anti-war demonstration up to that time – against the visit of Marshal Ky, the South Vietnamese dictator – under the Harbour Bridge at Milson’s Point, where 10,000 people rallied before marching on Kirribilli House. He played a similar role when US President Johnson came to town.

Bob had deep roots in the labour movement and the trade unions naturally loomed large on his political horizon. Here’s his account of early activity in union politics in the era of the 1950s ALP split, which gives you a feel not just for his involvement but a certain characteristic sense of humour as well:

The most exotic events in the calendar of trade union elections were elections in the old Amalgamated Engineering Union, before the big metal trades amalgamation. The rather archaic rules of the very important AEU banned printed propaganda in union elections, but some canny Grouper established the precedent that handwritten election addresses were legal under the union rules.

Quite a few times in the late 1950s and the early 1960s I was one of a couple of hundred assorted leftists who would voluntarily assemble night after night in a big room in the Buffalo Hall in Regent Street, admitted strictly by password, laboriously producing handwritten copies of an election address for some leftist or other in the AEU.

Our only wry consolation for this dreadful but necessary activity was the reflection that somewhere else in Sydney in another draughty hall, a couple of hundred Groupers were doing the same thing.

Bob spent his political life inside the ALP, and despite Socialist Alternative’s disagreement with this strategic approach, his activities there bear no relation to the seat-warming careerism that passes for leftism in the ALP today. Anyone who knew him in the 1970s and 80s will have been treated to various diatribes against “Stals and Steerers” – and rightly so. When there was a push, following the ALP’s disastrous showing in the 1966 election, to ditch Labor’s policy of withdrawing Australian troops from Vietnam, Gould led the opposition to it – “for which piece of indiscipline I was expelled from the Steering Committee, the broad left caucus in the NSW ALP”. At the same time the Communist Party “Stals” were also arguing from outside the ALP that Labor should get rid of the policy of withdrawal.

One thing Bob never tired of was both celebrating and defending the 1960s in the face of what he called “the counter-revolution taking place throughout the world to obliterate and/or roll back the political and social legacy of the 1960s”. He believed the 1960s was the greatest time in the twentieth century to be alive – not for sentimental reasons of lost youth, but because it was a high point of struggle.

He was famous (and sometimes infamous) for never missing an opportunity to say what he thought. However irritating this may have occasionally been if you were chairing the meeting, in an era where sound-bites have replaced politics, and where having political ideas, let alone being argumentative about them, is as welcome as a fart in a lift, it was a positive thing.

For example, in the 1990s Bob and other participants in the struggles of the 1960s were part of a television program, Where Are They Now? At the end, the host asked the participants if they would do it again. As well as agreeing that he would do it all again, Bob seized the moment to launch an attack on the racism of Pauline Hanson.

A founding member of Labor For Refugees, he spent his last days agitating about the disgrace of Gillard’s and Bowen’s latest atrocities against refugees.

Precisely because he remained active and engaged with left-wing politics, Bob at some stage managed to annoy, frustrate or severely piss off every one of us. That’s just the reality of political life. But he could also be an invaluable source of knowledge and argument, generous with his time, especially to those young activists who wanted to read. I spent many an afternoon as a high school student in the Third World Bookshop in Goulburn Street, listening to and even arguing with the constant assortment of political activists that passed through. I will cherish forever the now-almost-unreadable three volume edition of Trotsky’s History of the Russian Revolution that Bob directed a friend to buy me for Christmas in 1971.

I know that young members of Socialist Alternative in recent years always received a warm welcome, and perhaps more discussion than they bargained for, when they trawled the stacks of books at Gould’s for that elusive political tome. And his bookshop was no doubt a welcome retreat from universities laden with post-modernist obscurantism. Bob had the number of this right wing fad earlier than most, and was more than happy to share his opinion.

Bob seemed increasingly frail over the last year, but the spark never went out in him. Bob remained to the end committed to the self-emancipation of the working class and consequently a Marxist, a Leninist and an uncompromising opponent of Stalinism.

His role in the struggle is now sadly over. But while capitalism remains, that struggle continues. He once described ALP conferences of the past (when you could actually tell the difference between left and right) as “colourful, unruly, long-winded, interesting events.” The same adjectives fit Bob himself.

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attacco al posto di lavoro
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UNIFICARE LA LOTTA
OCCUPARE GLI STABILIMENTI FINCANTIERI

(25 Maggio 2011)

 


La Fincantieri, dopo mesi di annunci e smentite sul futuro degli stabilimenti, ha annunciato il suo piano aziendale. Il tutto dopo aver messo migliaia di lavoratori diretti in cassa integrazione ed estromesso migliaia di lavoratori delle ditte di appalto dagli stabilimenti, spesso senza il riconoscimento degli ammortizzatori sociali. L'amministratore delegato Giuseppe Bono ha avuto l'ardire di definire “piano anticrisi” quella che è con tutta evidenza una dichiarazione di guerra sociale contro i lavoratori di Fincantieri.

Il piano aziendale prevede la chiusura degli stabilimenti di Castellammare di Stabia, di Sestri Ponente e di Riva Trigoso, tre su otto stabilimenti presenti nel Paese; il licenziamento di 2.551 su 8500 lavoratori diretti. Di questi oltre un migliaio di esuberi (1125) verranno spalmati nei rimanenti stabilimenti del gruppo (Palermo, Muggiano, Marghera, Ancona, Monfalcone). E' evidente che se questo piano verrà attuato, migliaia saranno i lavoratori delle ditte di appalto in tutto il paese che perderanno il posto di lavoro.

Il piano aziendale, oltre alle chiusure degli stabilimenti e al licenziamento dei lavoratori, prevede un drastico ridimensionamento dei diritti ed aumento dello sfruttamento dei lavoratori. Questo attraverso una riorganizzazione del lavoro in linea con quanto applicato da Marcchionne nel gruppo Fiat.

Questo piano aziendale va respinto integralmente, non c'è nulla da trattare. Non può esservi negoziato su un piano di annientamento di questa portata. Non si può scaricare sui lavoratori la crisi capitalistica di sovrapproduzione che investe il settore, ne i lavoratori della cantieristica italiana possono accettare la loro messa in concorrenza con i lavoratori della cantieristica di altri paesi del mondo (Stati Uniti d'America, Germania, Francia, Polonia, Corea del Sud).

I lavoratori dello stabilimento di Ancona già il 22 aprile hanno occupato, in segno di protesta, i binari della stazione ferroviaria per rivendicare la certezza del posto di lavoro. Dopo l'annuncio del piano aziendale i lavoratori di Genova e di Castellammare hanno dato una prima risposta. Ora si tratta di svilupparla ed estenderla, il piano aziendale può essere respinto solo unificando la forza di mobilitazione dei lavoratori di tutti gli stabilimenti.

I lavoratori giustamente stanno rivolgendo la loro rabbia e indignazione contro la direzione aziendale e contro il governo, a Genova il corteo operaio si è rivolto verso la Prefettura, a Castellammare è stato occupato il Municipio.

Proprio a partire da questa consapevolezza operaia, riteniamo necessario superare l'attuale frammentazione delle vertenze azienda per azienda, fabbrica per fabbrica. Per questo chiediamo alla Fiom di creare un vero coordinamento dei lavoratori della Fincantieri, di unificare ed estendere la mobilitazione, con l'occupazione immediata di tutti gli stabilimenti minacciati.

In ogni caso il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà con questa proposta di lotta radicale tra i lavoratori. Solo la forza operaia può strappare risultati.
Nessun stabilimento deve essere chiuso, nessun lavoratore deve essere licenziato. Il lavoro deve essere ridistribuito tra tutti i lavoratori, anche attraverso la riduzione, a parità di salario, dell'orario di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

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fare come in Tunisia ed Egitto
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IL RUOLO DEL PCL NEL SOSTEGNO ALLA RIBELLIONE GIOVANILE IN SPAGNA
L'INTERVENTO DI FERRANDO NELLA MANIFESTAZIONE DI ROMA

(21 Maggio 2011)

In questi giorni il PCL è impegnato in tutta Italia nel sostegno alla ribellione giovanile spagnola. Il movimento di solidarietà è promosso da studenti spagnoli residenti in Italia, e ha visto ieri manifestazioni pubbliche in diverse città. Il gruppo promotore dell'iniziativa nazionale è costituito da un settore di giovani spagnoli legati ad “Erasmus” e residenti a Firenze. Tra questi compagni c'è, con un ruolo attivo, un compagno spagnolo militante del PCL e della sua sezione fiorentina (David). Anche per questa via il nostro partito ha guadagnato un ruolo di fatto nel coordinamento nazionale della mobilitazione. Naturalmente nel pieno rispetto dell'autonomia decisionale dei giovani spagnoli e fuori da ogni logica di sovrapposizione.

In questo quadro, il portavoce nazionale del nostro partito, Marco Ferrando, è stato invitato a intervenire nella principale manifestazione dei giovani spagnoli tenutasi a Roma, davanti all'ambasciata di Spagna ( circa 400 giovani, molto combattivi). L'intervento- il più applaudito della manifestazione- non si è limitato ad un atto di solidarietà, ma ha riproposto interamente l'asse della nostra campagna per “Fare come in Tunisia e in Egitto”; per cacciare sì Berlusconi, ma non nel nome di una soluzione Zapatero, bensì nel nome di un'alternativa vera che spazzi via le classi dirigenti degli industriali e dei banchieri: le stesse classi che in Italia come in Spagna, si reggono sull'oppressione della gioventù. Da qui l'augurio di una continuità e allargamento del movimento in Spagna, nella prospettiva di un suo allargamento in Europa. L'appello conclusivo “Che se vayan todos!” corrispondeva profondamente al sentire diffuso dei giovani presenti, che per tutta la sera si sono confrontati in piazza sui temi della “vera democrazia” e della critica del capitalismo. Alla fine della manifestazione la delegazione presente del PCL è stata intrattenuta da studenti spagnoli che volevano approfondire con noi i temi affrontati. Alcuni militanti della sezione di Roma saranno oggi presenti nella delegazione spagnola che si recherà in questura per comunicare la continuità delle manifestazioni nella Capitale.

Il Corriere della Sera odierno riconosce la realtà: Il PCL è stato l'unico partito della sinistra presente nella mobilitazione di Roma, in coerenza con la sua campagna nazionale. Non è un caso: siamo l'unico partito della sinistra italiana che si batte davvero per la rivoluzione. E che quindi lavora e interviene in ogni movimento in funzione di questa prospettiva. Tanto più in rapporto a un movimento che oggi si richiama esplicitamente all'esempio arabo e alla “rivoluzione”: indipendentemente dai limiti della sua coscienza soggettiva e da inevitabili contraddizioni.

Ora dobbiamo proseguire ed ampliare, con i mezzi possibili, questo fiancheggiamento del movimento dei giovani spagnoli in Italia, lavorando al suo possibile contagio della dinamica italiana: che naturalmente dipenderà, innanzitutto, dallo sviluppo o meno del movimento in Spagna.

Di certo il nostro intervento verso il movimento spagnolo è esattamente opposto a quello oggi tentato da Beppe Grillo. Grillo è sbarcato a Barcellona per proporre un gemellaggio col movimento 5 stelle in Italia: al fine di ridurre il movimento spagnolo ad un soggetto elettorale, su generiche basi “antipartito” ed ecologiste. Al contrario, il PCL lavorerà per sviluppare ed estendere il movimento di massa della gioventù, in Spagna e in Italia, in direzione dell'incontro con la classe operaia, e della rottura rivoluzionaria e anticapitalista. Di certo, la lotta contro il qualunquismo grillino investe il futuro del movimento spagnolo. E non solo. Ed è una lotta che può fare un partito rivoluzionario, non una sinistra subalterna al PD e ansiosa di assessorati e di ministri.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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freedom flotilla
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testo del volantino nazionale PCL per la manifestazione
di Sabato 14 maggio a Roma indetta da Freedom Flotilla

 

PER UNA PALESTINA LIBERA E PER UN MEDIO ORIENTE SOCIALISTA

L’attuale situazione in Palestina costituisce per i marxisti rivoluzionari un passaggio fondamentale per porre e proporre una serie di rivendicazioni transitorie che leghino la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese alla conquista del potere della classe operaia palestinese.
Nel 2004 AMR Progetto comunista ( corrente della sinistra del PRC ossatura fondante del PCL) scriveva a riguardo della questione palestinese: “… Come da sempre le prospettive della rivoluzione palestinese sono difficili. E sempre di più dovrebbe essere evidente che la soluzione positiva per i palestinesi deve essere cercata nello sviluppo, accanto all’Intifada, di una lotta più ampia nel Medio Oriente. Una lotta contemporaneamente contro il sionismo, l’imperialismo e i suoi agenti borghesi e feudo-borghesi; per una soluzione socialista in Palestina e nel Medio Oriente in generale. Questa è l’unica prospettiva che potrebbe avere la forza per vincere il sionismo e i suoi padroni imperialisti, realizzando le legittime aspirazioni nazionali (ma anche sociali) del popolo palestinese.”
Questa analisi auspicabile poneva, oggi ancora più attuale, la prospettiva della liberazione del popolo palestinese all’interno di una cornice di rivoluzione nel Magreb. IL vento delle rivoluzioni arabe può essere un nuovo detonatore sociale per la questione palestinese. I marxisti rivoluzionari da internazionalisti si oppongono da sempre al nazionalismo, in tutte le salse, che offre soltanto la prospettiva di rovesciare i termini dell’oppressione. L'unica soluzione per il popolo palestinese è la rottura del recinto capitalistico. La via di salvezza per i palestinesi e per la minoranza di lingua ebraica è una rivoluzione proletaria e una federazione socialista del Medio Oriente.
Le proposte di risoluzione sul conflitto palestinese dei vari imperialismi, dagli Usa a quelli europei , non solo ( e del loro braccio diplomatico Onu “ Un covo di briganti” come definiva Lenin la SDN padre dell’odierna Onu) sono finte e servono unicamente a tutelare i propri interessi geopolitici in quell’aria, ma sono anche il frutto della più brutale astrazione geografica che non pone soluzione.
La morte di Arrigoni- una doccia fredda per noi tutti che ci opponiamo all’oppressione sionista in Medio Oriente- ha dimostrato ancora una volta lo squallore politico del governo Italiano. IL silenzio sulla tragica vicenda da parte del governo ( e delle opposizioni democratiche) è un fatto. A questo silenzio i poteri forti italiani hanno sommato il proprio sostegno, per bocca di Berlusconi, al regime coloniale d’Israele e il ripudio all’umanitaria missione di Freedom Flotilla ( Berlusconi “bloccheremo la Freedom Flotilla”). Tutto questo rende, oggi più che mai, il nostro impegno a favore del popolo palestinese e della sua lotta prioritario.
Come trotskysti lottiamo per dirigere le masse verso la rivoluzione socialista. Ma non pretendiamo di imporre le nostre specifiche soluzioni a tutti i problemi. In Palestina, al momento della vittoria rivoluzionaria, sarà il popolo palestinese – con la sua libera autodeterminazione e con il rispetto dei diritti del popolo ebraico – a decidere.
• Per la sconfitta del sionismo e del­l’im­perialismo;
• No ai compromessi bidone, rivoluzione fino alla vittoria;
• Per la mobilitazione delle masse arabe contro Israele e l’imperialismo;
• Per l’abbattimento dello Stato sionista di Israele; per i pieni diritti democratici del popolo ebraico in Palestina come minoranza nazionale, nel quadro dell’unità del Medio O­riente;
• Per una federazione socialista del Medio Oriente e del Nordafrica

http://www.pclavoratori.it info@pclavoratori.it

 

 

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ondata repressiva a Firenze
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Firenze: la vendetta della Gelmini

(4 Maggio 2011)

Comunicato stampa del coordinamento toscano PCL


Il Partito Comunista dei lavoratori della Toscana esprime la propria solidarietà nei confronti dei compagni e delle compagne vittime dell'ennesima operazione repressiva della Questura di Firenze. Oltre 80 compagni indagati e ventidue arresti per una operazione dal chiaro intento intimidatorio nei confronti delle avanguardie delle lotte studentesche e sociali dello scorso autunno. I reati per i quali i compagni sono stati arrestati vanno dalla manifestazione non autorizzata al blocco stradale, dal travisamento all'accensione di fumogeni, tutti reati commessi durante manifestazioni di piazza alle quali hanno partecipato migliaia di persone.
Il PCL chiede l'immediato ritiro di tutte le misure cautelari emesse contro i compagni e denuncia il clima sempre più cupo che si sta respirando in Toscana. Dai fatti di Pistoia a quelli di via della Scala fino ad arrivare alla maxi operazione di oggi sono centinaia i compagni sotto indagine. Il governo cerca in questo modo di bloccare possibili mobilitazioni di massa che possano esprimersi nella richiesta condivisa della sua caduta. Berlusconi teme che la richiesta “fare come in Tunisia ed Egitto” si concretizzi e che sia totalmente condivisa da parte dei lavoratori.

Solidarietà con i compagni vittime della repressione

Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana

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La ritirata della FIOM alla Bertone
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GRAVE IL SI' DELLA FIOM ALLA EX BERTONE
L'ARRETRAMENTO SUBITO E' IL PREZZO PAGATO A UNA MANCATA SVOLTA GENERALE DELL'AZIONE DI CLASSE.


(2 Maggio 2011)


Il Sì della dirigenza Fiom all'accordo con Fiat nella ex Bertone segna un arretramento grave del principale sindacato dell'industria: ben al di là della specifica vicenda di quella fabbrica.

Dire Sì alla Fiat “ per non subire il ricatto” significa contraddire clamorosamente la battaglia di Pomigliano e Mirafiori, e fare un regalo insperato a tutti gli avversari della Fiom: la Confindustria, i sindacati asserviti di CISL E UIL, la stessa direzione della CGIL. Ma non solo.

La Fiom ha rappresentato nell'ultimo anno una forma di resistenza al padronato e alla concertazione, e per questo un fatto di incoraggiamento per milioni di lavoratori: ma senza tradurre questa resistenza in una linea d'azione unificante e in una prospettiva radicale complessiva di carattere alternativo per il movimento operaio. Questa gestione empirica del conflitto paga oggi, nella vicenda ex Bertone, un prezzo salato, anche nel rapporto con l'immaginario generale dei lavoratori. Ammainare la bandiera del No a Marchionne non significa solo disarmare la resistenza negli altri stabilimenti Fiat, ma disorientare e indebolire la lotta di classe dell'intero movimento operaio italiano. E questo nel momento di massima difficoltà.

La verità di bilancio è che non si può reggere isolatamente fabbrica per fabbrica. Ma questo deve significare generalizzare e radicalizzare il fronte di lotta, come il nostro partito ha sempre rivendicato; non ripiegare all'indietro e in ordine sparso.
La svolta del Sì nella ex Bertone dimostra dunque, una volta di più l'esigenza di una svolta radicale del movimento operaio, oltre la soglia del sindacalismo tradizionale. Il bivio è sempre più netto: o una svolta unitaria e radicale per rompere l'assedio, o il rischio di una Caporetto disastrosa. O si avanza o si arretra: in mezzo al guado non si può restare.

Il PCL si batterà sino in fondo per la svolta radicale e complessiva dell'azione di classe , in piena continuità con la propria battaglia sindacale e di massa.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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vik : ultimo saluto dei cittadini di Gaza; Intervista: restiamo umani
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VIK ARRIGONI : RESTIAMO UMANI
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ALL'INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT

(15 Aprile 2011)

ALL'INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT
 
L'assassinio di Vittorio Arrigoni, attivista dell'Internazional Solidarity Movement, è un grave colpo al popolo palestinese e a tutti i sostenitori della sua causa di liberazione. Le responsabilità dirette nell'omicidio di un gruppo reazionario salafita, non possono cancellare le responsabilità politiche e morali dello Stato d'Israele e del governi occidentali suoi complici: carcerieri criminali del popolo di Gaza e da sempre nemici di ogni movimento di solidarietà col popolo palestinese.
Come Partito Comunista dei Lavoratori, impegnato nella lotta di piena autodeterminazione del popolo palestinese e dunque di distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista, esprimiamo la nostra commossa solidarietà all'International Solidarity Movement, stringendo con un forte abbraccio tutti i suoi aderenti.
 
Per il Partito Comunista dei Lavoratori,
MARCO FERRANDO e FRANCO GRISOLIA
 
15/4

 

 

UN BARBARO ASSASSINIO

(15 Aprile 2011)

Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni da parte delle squadracce più reazionarie dell'integralismo islamico a Gaza, è un autentica infamia. Tanto più perchè realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la massima generosità e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i crimini del sionismo: crimini che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro ogni silenzio e complicità, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita. Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni ed amici, a partire dalla redazione de Il Manifesto, il cordoglio più sentito e un forte abbraccio.

PARTITO COMUNISTA

     

 

 

 

 

 

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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IL PCL ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN TUTTE LE PRINCIPALI REALTA'

(19 Aprile 2011)

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) è presente con proprie liste indipendenti nelle prossime elezioni amministrative in quasi tutti i capoluoghi regionali (Milano, Torino, Bologna, Napoli, Catanzaro, Cagliari), in importanti competizioni provinciali ( Pavia, Treviso, Reggio Calabria) e di comuni capoluogo (Savona, Reggio Calabria), in diverse realtà minori. Complessivamente il PCL si conferma come l'unico partito a sinistra di Sel e Fds capace di una presenza nazionale diffusa. La nostra presentazione è pienamente autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, sulla base di un programma coerentemente anticapitalista. La parola d'ordine “ Fare come in Tunisia e in Egitto”, cacciare Berlusconi con la mobilitazione popolare, lottare per un governo dei lavoratori, sarà al centro della nostra campagna.

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RIGASSIFICATORE OLT : UN PERICOLO PUBBLICO
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COMUNICATO STAMPA PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

RIGASSIFICATORE OLT : UN PERICOLO PUBBLICO

Abbiamo appreso con preoccupazione dagli organi di stampa delle dichiarazioni dei responsabili della società OLT OFFSHORE LNG, rendendoci conto ancora una volta della pericolosità di questo progetto.

PERICOLO DI INCIDENTI – LIVORNO UNA POTENZIALE FUKUSHIMA? : non esiste al mondo un impianto simile e Livorno sarebbe la prima città costiera a testarlo. Incidenti di impianti con gas lng in passato hanno dimostrato la potenzialità distruttrice che una simile fonte energetica avrebbe con i suoi milioni di meti cubi trattati dalla nave rigassificatrice. OLT non ha dato fino ad ora nessuna rassicurazione per possbili incidenti provocati da eventi naturali. La OLT ci dice che "Terremoti e tsunami non hanno effetti su navi ormeggiate in acque molto profonde come in questo caso (120 metri circa) . Uno o due metri di onda lunga non provocano alcun rischio". Se conoscessero la scala Beaufort sulla forza del moto ondoso, avrebbero visto che il mare forza 8 con onde alte tra mt. 5,5 e 7,5 è del tutto normale nel Mar Tirreno con una frequenza molto ravvicinata tra un un' onda e quella successiva. Senza contare che eventi con mare in forza 9 non sono frequenti ma non impossibili con onde alte tra 7,0 e 10,0 mt. Questi “esperti” dovrebbero poi ricordarsi che si sono verificati tsunami devastanti nel Mediterraneo che hanno distrutto le coste come il terremoto/maremoto di Messina all' inizio del secolo scorso. Inoltre non viene considerato il passaggio dell' enorme traffico aereo/marino commerciale militare nella zona dell' attracco. Viene dimenticata la strage del Moby Pince causata da questo traffico. Vengono eclissati i pericoli di attentati e quelli di una normale gestione di un grande impianto. Gli incidenti per errore umano o di gestione non sono da escludere ( vedi ad es. l' incidente all' impianto di perforazione della Horizon Deep Water nel Golfo del Messico).

Gli esperti della OLT non hanno detto una parola sui danni sicuri all' ambiente provocati dall' immissione in mare del CLORO per la manutenzione dell' impianto.

PRECARIETA' FINANZIARIA – Un simile impianto ha una gestione ad alto rischio finanziario. Quale compagnia si prenderebbe carico di assicurare un impianto talmente rischioso? Consideriamo inoltre che il GAS LNG è una fonte energetica con ampie fluttuazioni di prezzo e approvigionamenti. Solo lo sfruttamento neo colonialista dei territori del terzo mondo ne darebbe un costante approvigionamento, sfruttando guerre e conflitti locali.

E DOPO? Gli esperti della OLT non hanno detto una parola di quello che sarà il futuro oltre la fine del periodo di gestione del rigassificatore ( 20 anni ). Alle popolazioni resteranno un ambiente marino devastato e una struttura destinata all' archeologia industriale e il compito della bonifica della costa con costi ben superiori alle misere compensazioni economiche date oggi a chi gestisce la Regione Toscana.

RESPONSABILITA POLITICHE. La scelta scellerata delle forze politiche che gestiscono la Regione Toscana è dettata dal ruolo subalterno agli interessi di Confindustria. Scelta non isolata ma devastante in tutta la regione verso mega inceneritori, discariche tossiche, centrali a biomasse, Hub militari ( vedi il territorio Pisano). Altro che scelte verso fonti energetiche rinnovabili. Inoltre la popolazione viene tenuta del tutto all' oscuro dei pericoli di queste scelte.

Il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sarà sempre dalla parte dei cittadini e per difesa della salute e del territorio e contro le scelte confindustriali dettate al rapido profitto che non hanno nessun interesse sociale denunciandone i veri scopi e cercando con la mobilitazione di massa di impedirne la realizzazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI della Toscana

Sezione Provinciale di Livorno Livorno, 10 Aprile 2011

 
 
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sezione provinciale di Livorno
 
Dr. Ruggero Rognoni 335 5264291
 
 
 
 

 

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TUTTI I MIGRANTI LIBERI !!
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ABBATTIAMO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER MIGRANTI

IL REATO DI CLANDESTINITA' NON ESISTE !!

 

Il concentramento di diverse migliaia di migranti sull'isola di Lampedusa ha permesso al governo di creare ad arte un'emergenza che non esiste al solo fine di speculare sulle paure dei cittadini. 
Tra governo e forze d'opposizione non fa che rimbalzare slogan che questi migranti "non sappiamo dove metterli", ma le cifre di Lampedusa possono solo far sorridere se comparate all'imbarazzante quantita di abitazioni sfitte che ci sono in tutta Italia. L'emergenza esiste solamente perchè i governi di centrodestra e centrosinistra hanno voluto perseguire dagli anni '90 in poi politiche reclusive e concentrazionarie nei confronti dei flussi migratori, anche per adeguarsi all'Europa di Schengen. 
La retorica leghista non fa che paventare lo spauracchio dell'invasione degli arabi mentre l'opposizione non fa che attribuire l'emergenza all'incapacità dei governanti, fingendo di non vedere le falle strutturali che il sistema di gestione repressiva dell'immigrazione in atto in Italia comporta e che anche loro hanno contribuito a costruire. 
L'emergenza è infatti una circostanza straordinaria rispetto alla norma, ma la situazione di Lampedusa e l'allarme che si è generato in molti territori italiani, tra cui quello di Coltano a Pisa, è esattamente la norma, è ciò che i governi di centrodestra e centrosinistra vogliono e hanno voluto per anni con la promulgazione della Turco-Napolitano, della Bossi-Fini e del famigerato pacchetto sicurezza. La diatriba tra opposizione e governo si risolve quindi in una querelle sulle dimensioni dei campi di concentramento e se da un lato Maroni rivendica la costruzione di 10.000 posti nei CIE, in cui dovranno essere rinchiusi i migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria che anche l'Italia, insieme agli altri paesi europei e agli Stati Uniti, conduce e produce in Africa, il PD, nella persona del Presidente della Regione Toscana Rossi propone una sorta di delocalizzazione del concentramento dei migranti, ribadendo la volontà di creare piccoli CIE gestiti dall'associazionismo e sparpagliati sul territorio. 
Dove sta la truffa? Che grande o piccola una prigione è sempre una prigione, che grande o piccolo un campo di concentramento rimane un campo di concentramento. 
La soluzione non può essere il cosiddetto modello toscano, che continuerebbe a proporre una soluzione detentiva e che continuerebbe a tutelare gli interessi di quelle associazioni come la Croce Rossa che ogni giorno lucrano sulla pelle dei migranti, ricevendo ingenti finanziamenti per la gestione dei CIE. 
Il cosiddetto modello Toscano non è altro che un espediente che il PD cerca di sfruttare per conservare quella parte di consenso che sulla questione migranti rischia di farsi sfuggire a favore di posizioni leghiste. 
E' l'ennesima riprova dello slittamento a destra, anche su questioni sociali, oltre che su quelle lavorative del cosiddetto centrosinistra e del PD. 

Come Partito comunista dei lavoratori ribadiamo quindi l'immediata necessità che l'Italia si ritiri dall'aggressione imperialista alla Libia e che sospenda la concessione delle basi militari alla NATO; 
Che sia rispettato il diritto alla libera circolazione degli individui e che si interrompa ogni forma di reclusione dei migranti, giovani, lavoratori, disoccupati, donne, bambini, anziani che fuggono dalle stesse bombe che anche gli aereoplani italiani lanciano sul nordafrica;
Che sia concesso a quella enorme moltitudine di migranti che vogliono ricongiungersi con i loro familiari negli altri paesi d'Europa di raggiungerli, anzichè essere rinchiusi in campi di prigionia e minacciati di rimpatrio in zone di guerra; 
Che i migranti siano messi in condizione di chiedere il diritto d'asilo e che vengano tutelati i loro diritti fondamentali. 
Infine ribadiamo il nostro NO categorico ad ogni forma di detenzione dei migranti, il nostro NO categorico ad ogni CIE, sia questo nel modello Maroni o nel modello Rossi. 

In tutto il mondo arabo i lavoratori e i giovani si stanno sollevando contro regimi che apparivano fino a pochi mesi fa inespugnabili e tutelati vigliaccamente dall'occidente e dalla stessa Italia come garanti dei loro interessi di sfruttamento in quei territori. 

La moneta con cui l'occidente ripaga i giovani ed i lavoratori del nordafrica sono le bombe. 

Per tutti questi motivi risulta mai come oggi attuale il nostro appello FARE COME IN EGITTO ED IN TUNISIA. 
Continueremo per tanto a chiedere con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dell'abbraccio paralizzante del PD e di unire la proprie forze in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere e a cacciare il governo piu' reazionario della storia repubblicana d'Italia.

Partito Comunista dei Lavoratori sez. Pisa 
Coordinamento PCLavoratori della Toscana

 

 

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Dopo la tragedia in Giappone
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Un analisi ancora valida dopo la tragedia nucleare in Giappone

 

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Dossier Chernobyl. Colloquio con Ludovico Geymonat
a cura di Tiziano Bagarolo
L'articolo che segue è comparso in "Bandiera rossa" n. 8, 1 giugno1986

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Progresso, natura, società.
Colloquio con il filosofo Ludovico Geymonat


a cura di Tiziano Bagarolo

Non pochi commentatori, a proposito della sciagura di Chernobyl, a corto di argomenti fondati sui fatti, hanno fatto ricorso ad immagini mitiche: l'uomo che cerca di conquistare il fuoco (nucleare) quale moderno Prometeo; la fuga radioattiva dalla centrale nucleare quale moderna punizione per i nuovi apprendisti stregoni che, evocato il mostro malefico, non lo sanno più controllare. Al di là della retorica – che non fa certo difetto a buona parte della cultura italiana, cresciuta alla scuola idealistica di Croce e Gentile – c'è un fatto reale: i radionuclidi fuoriusciti dal reattore di Chernobyl hanno provocato, tra le altre cose, un'estesa inquietudine e riproposto molti degli interrogativi di fondo sulla nostra epoca: il senso e la direzione dello sviluppo scientifico e tecnologico, il rapporto tra scienza e potere, la drammatica attualità dei problemi ambientali.
Questioni per l'intera società, ma prima di tutto per la sinistra; se la sinistra vuole dare una risposta a questi problemi deve innanzitutto conoscere la risposta.
Su questi temi abbiamo voluto aprire una riflessione anche sulle pagine di “Bandiera rossa”. Cominciamo con un colloquio con Ludovico Geymonat, filosofo, marxista, da moltissimi anni studioso del pensiero scientifico e dei suoi fondamenti. Un primo contatto con le questioni per “fissare i punti di riferimento” è quanto gli abbiamo chiesto, non avendo la presunzione di poter dare risposte esaustive e conclusive nel breve spazio di una pagina.


TB. Una sorta di ottimistica fiducia nell'onnipotenza della tecnologia (e della scienza) è forse uno degli elementi di fondo, se non il principale, dell'ideologia corrente del capitalismo contemporaneo, sotto tutte le latitudini. Tutti i problemi possono essere risolti dalla tecnologia contro la quale, d'altra parte, e vano schierarsi perché significherebbe soltanto opporsi al “progresso” o allo “sviluppo economico”, cercare di fermare l'inarrestabile cammino della storia.
Pensiamo ad esempio al modo in cui il mito delle nuove tecnologie è stato usato: per giustificare l'offensiva capitalistica contro la classe operaia, per legittimare le ristrutturazioni e i licenziamenti. Salvo poi quando si verificano catastrofi come Bhopal, come Chernobyl, ricordare che siamo nell'era nucleare, ricordare il tremendo impatto ambientale di molte di queste tecnologie onnipotenti, ricordare come queste siano pronte in ogni momento a trasformarsi da forze produttive in forze distruttive; distruttive al punto da minacciare la stessa vita sulla terra. Non mancano allora i giudizi sommari che liquidano, ad un tempo, l'attuale organizzazione sociale, lo sviluppo industriale, il progresso tecnico-scientifico. Il marxismo ha un punto di vista capace di superare questa contraddizione?


La dimensione planetaria dei problemi attuali

LG: Certamente. Il marxismo non condivide le posizioni luddiste; le ha combattute. Ma non accetta neppure questa ideologia della scienza e della tecnica secondo cui esse possono risolvere tutti i problemi. I problemi che tu indicavi sono in primo luogo problemi di ordine sociale, riguardano l'organizzazione della società, la lotta tra le classi. Non va attribuita alla scienza e alla tecnologia alcuna potenza magica; vanno trattate come tutti gli altri fattori della società, cioè con un esame delle forze che le determinano e che se ne servono, degli interessi economici che vi sono intrecciati ecc. Né alla scienza né alla tecnologia, in quanto tali, in quanto attività sociali umane, noi possiamo attribuire le responsabilità delle catastrofi, ma ai rapporti sociali concreti entro i quali, in un determinato momento, vengono a svilupparsi e ad esplicare i loro effetti.
Esistono certo molti malintesi a questo proposito favoriti anche dai mass media e dal grande capitale. Ad Agnelli, per fare un esempio, fa certo comodo che la gente pensi che lo sfruttamento del lavoro non è colpa sua ma della scienza. Ma questa è veramente una grande mistificazione.
Tornando all'incidente di questi giorni. Esso ha dimostrato un'altra cosa importante: il carattere internazionale, mondiale di questi problemi e della lotta che ci troviamo a fare. Si è visto, ad esempio, che la nube nucleare non rispetta i confini tra un paese e l'altro, tra “l'impero d'Occidente” e “l'impero d'Oriente”; se ne va per conto suo e ci obbliga a fare una riflessione sul carattere internazionale della civiltà umana, dei problemi che la riguardano. E' sempre più superata la divisione tra regione e regione, fra Stato e Stato; i problemi si pongono su scala planetaria.

TB. La dimensione planetaria, la punto di vista capace di superare qualità nuova del problema ambientale – oggi non è più solo questione di fenomeni localizzati di "inquinamento"; siamo spesso di fronte a fenomeni globali, tendenzialmente irreversibili di impatto ambientale dello sviluppo umano: crescita demografica, esaurimento di alcune risorse, minacce di morte di interi ecosistemi (le foreste distrutte dalle piogge acide, l'eutrofizzazione dei mari, per esempio) – possono essere esaminati con le categorie dei classici del marxismo, di Marx, di Engels, di Lenin? Molti, anche a sinistra, ormai lo negano apertamente: alcuni si spingono ad accusare il marxismo di aver condiviso il cieco ottimismo industrialistico del positivismo filo-capitalistico...

LG: Possiamo certamente partire dal marxismo per esaminare queste questioni, ma tenendo conto che la situazione di oggi non è quella di allora Non si può accusare Marx di non essere stato un profeta. I profeti lasciamoli alle religioni. Marx ha esaminato scientificamente, con molto rigore, la situazione dell'industria e dell'economia della sua epoca. Noi possiamo – e dobbiamo, secondo me – usare gli stessi strumenti per fare altrettanto con l'economia, l'industria, le tecnologie di oggi.
Non possiamo invece chiedere al testi di Marx la formula valida allora come oggi. Non possiamo più cancellare la meccanica di Newton; essa è stata un passo fondamentale nello sviluppo della scienza. Ma da quel momento si è andati avanti, si è arrivati ad Einstein ad Heisenberg e oltre, alla fisica moderna.
Questo è normale. Possibile che solo nei riguardi del marxismo si faccia colpa a Newton-Marx di non avere risolto i problemi di oggi? Secondo me c'è in questo un errore di impostazione.


Una cultura indifferente al pensiero scientifico-tecnico

TB. Indubbiamente non si può rimproverare a Marx di non essere stato un profeta. Dobbiamo invece riconoscere che fin dai suoi inizi il marxismo ha avuto una considerazione peculiare della natura e del rapporto tra uomo e natura. Nei testi di Marx ed Engels, ricorre una formula molto pregnante, emblematica della concezione che hanno gli autori del rapporto tra l'uomo e la natura. Marx ed Engels parlano di un “ricambio organico” tra l'uomo e la natura che avviene nel contesto di determinate forme sociali. Da un lato, cioè, c'è il riconoscimento dell'uomo come ente naturale che dipende dalla natura; dall'altro, però, questa dipendenza assume forme che non sono “naturali” ma determinate dal modo “sociale” in cui l'uomo organizza il “ricambio organico”. Tutt'altro quindi che l'unilateralismo del positivismo. E in più punti dalle opere di Marx e di Engels si rivengono riferimenti alle devastazioni ambientali provocate dall'approccio di rapina del capitalismo, mosso dalla logica del profitto, alle risorse naturali.

LG: Lo stesso Lenin aveva compreso la portata del problema e aveva cercato – malgrado l'arretratezza russa – di impostare anche dal lato teorico il problema dei rapporti tra progresso scientifico e progresso civile, con opere esemplari. Ma in Italia opere come Materialismo ed empiriocriticismo sono del tutto ignorate, quando non si giunge a dire che si tratta di opere minori, di scarso valore, come ha scritto Luciano Gruppi.

TB. Dalla teoria alla prassi del movimento operaio italialo. Non si può negare che c'è molto da fare per dare alla sinistra una coscienza della questione ambientale. Le scelte tecniche, scientifiche, economiche fatte dal capitale sono troppo spesso accolte come inevitabili, se non proprio come le migliori. Quale può essere la ragione di fondo?

LG: Ci sono due ragioni, a mio modo di vedere. La prima è che nella nostra società resta dominante la borghesia, il capitale, e quindi ciò condiziona il formarsi dell'ideologia degli scienziati e 1'uso della scienza; di riflesso anche il movimento operaio assorbe questi punti di vista su queste questioni.
La seconda è l'ignoranza. Anche nelle file della sinistra italiana troppo spesso per cultura si intende solo quella letteraria-umanistica, con un'attenzione marginale a quella scientifica. Lo stesso Gramsci non aveva capito l'importanza della cultura scientifica e anche il PCI ha continuato a privilegiare, anche nel secondo dopoguerra, un tipo di cultura del tutto indifferente a quella scientifico-tecnica.

TB. In questa ignoranza c'entrano anche le scelte politiche e strategiche? Voglio dire: è forse casuale che il PCI che sceglie con convinzione le centrali (rivendendo tutte le mistificazioni di parte capitalistica sulla necessità di questa scelta per il progresso industriale e tecnologico del paese) abbandoni nel contempo perfino sulla carta l'idea del “superamento” del capitalismo?

LG: No certo. Ormai il PCI si guarda bene dal voler “superare” il capitalismo. Si accontenta di migliorarlo un po'. Si adatta a viverci dentro. In una situazione del genere è chiaro che il capitalismo ha ragione di dire “sono io il progresso”. Che cosa gli può contrapporre, infatti, il PCI?

TB. Eppure tra il '68 e la metà degli anni settanta ci sono state alcune esperienze significative sul terreno della lotta per la salute, contro la nocività dell'ambiente di lavoro, per la tutela del territorio (Marghera, Castellanza...). Ma oggi è rimasto ben poco; le grandi organizzazioni burocratiche sono rimaste impermeabili...
Un qualche sforzo di elaborazione su questi temi, a partire da un punto di vista marxista, o tenendo conto del punto di vista marxista, è stato fatto da alcuni studiosi, talvolta tecnici animati da spirito militante, che hanno prodotto una “ecologia politica” peculiare del nostro paese. Anche Democrazia proletaria ha fatto dei tentativi in questa direzione, con convegni come “Coscienza di classe e coscienza di specie” ad esempio...


E' necessario ritornare a Marx

LG: Il tentativo non è molto riuscito; non ancora almeno. E' certo maturata una maggiore sensibilità... C'è stata una qualche influenza deformante dei francofortesi. Un autore come Cini (L'ape e l'architetto), per fare un esempio, imposta la questione nei termini estremisti, infantili di “lotta contro la scienza” (e Cini è peraltro un bravo fisico...). Alcuni di costoro, naturalmente, si dichiarano contrari a Engels, se non a Marx. Credo invece che sia necessario un ritorno a Marx, ai testi di Marx. Naturalmente come si ritornerebbe a Newton. Ma questa resta una tappa fondamentale senza la quale non si può capire lo sviluppo successivo e non si può fare la rivoluzione oggi.

[Pubblicato in “Bandiera rossa” n. 8, 1 giugno 1986, p. 5]

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LIBIA
Riduci

LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA.
IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA.
LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA.
NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA.

Il Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.

MARCO FERRANDO

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DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.
Riduci

 

DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.

( comunisti e neostalinisti a confronto)

 

 

Lo scenario della guerra civile in Libia, le ingerenze imperialiste, l'estrema incertezza informativa sui fatti in corso, sono diventati lo spunto d'occasione in alcuni ambienti della sinistra per mettere in discussione la stessa esistenza di una rivoluzione libica e abbellire la realtà del regime di Gheddafi.

“ E' una guerra civile, non una rivolta, men che meno una rivoluzione”. “ E' stato tutto organizzato dall'imperialismo, non c'è nulla di spontaneo a differenza che in Tunisia e in Egitto” “Non vi sono rivendicazioni sociali nel movimento contro Gheddafi, ma solo politiche”. “Gheddafi ha retto un regime antimperialista, per questo si vuole cacciarlo”.” A Bengasi si sventola la bandiera della vecchia monarchia di re Idris, sarebbe questa la rivoluzione?”. E via dicendo...

 

Queste posizioni- espresse in forme diverse da ambienti della vecchia guardia del Il Manifesto, dall'area stalinista della Fed, e dalla Rete dei Comunisti- sono emblematiche della totale confusione di merito e di metodo presente nel bagaglio teorico della tradizione stalinista . E soprattutto dei risvolti politici controrivoluzionari di questo bagaglio. E' bene dunque provare a fare chiarezza. Tanto più in un momento storico in cui l' ascesa della rivoluzione araba scuote l'intero ordine internazionale e pone al movimento operaio e ai comunisti rivoluzionari una nuova frontiera di intervento politico e di battaglia strategica.

 

 

IL REGIME DI GHEDDAFI ALLE SUE ORIGINI: UN BONAPARTISMO “ANTIMPERIALISTA”

 

La prima considerazione è di carattere storico.

Il colpo di stato degli Ufficiali liberi nel 1969 in Libia ebbe sicuramente un connotato “antimperialista”, per quanto distorto dal suo carattere militare. Ma si può ignorare la natura reale del regime e, oltretutto, la sua dinamica storica regressiva negli ultimi 20 anni?

 

Il rovesciamento militare della vecchia monarchia libica di re Idris nel 69 si inserì nel movimento più generale di decolonizzazione sviluppatosi nel secondo dopoguerra: un movimento che trovò un varco nell'esistenza dell'Urss e nell'espansione internazionale della sua area di influenza all'interno della stessa nazione araba.

Al pari del regime di Ben Bellà e poi di Boumedienne in Algeria, e di Nasser in Egitto ( cui peraltro Gheddafi si ispirava),il nuovo potere degli ufficiali libici realizzò misure sociali indubbiamente progressive: cancellò le vestigia del colonialismo italiano, chiuse le basi militari straniere , nazionalizzò in parte le banche estere ( con l'acquisizione di pacchetti azionari maggioritari) ,prese possesso delle risorse petrolifere del paese, varò provvedimenti di protezione sociale. Era più che sufficiente per la condanna di Gheddafi da parte dell'imperialismo. Ma non si trattava né del “socialismo”- come affermavano i partiti stalinisti arabi per giustificare la propria capitolazione al nazionalismo- né del potere operaio e popolare. Al contrario.

 

Sul terreno sociale Gheddafi preservò un economia di mercato, sia pure con una forte presenza di controllo pubblico: peraltro la “terza teoria universale” come Gheddafi chiamò la propria dottrina sociale- con la tradizionale modestia- riconosceva apertamente il principio della proprietà privata ( “sancito dal Corano”) in polemica col “comunismo totalitario”.

Sul terreno politico eresse sulle rovine della vecchia monarchia un proprio regime militare e dispotico, basato sulla mistica del Capo; sulla negazione delle libertà democratiche più elementari dei lavoratori e delle masse ( niente libertà sindacale, niente libertà di sciopero, niente libero confronto delle opinioni politiche nello stesso campo antimperialista..); sulla irrigimentazione attiva della società libica attraverso specifiche strutture di controllo sociale e poliziesco ( i cosiddetti “comitati popolari” strettamente subordinati a Gheddafi, come una sorta di sua milizia privata ); sull'equilibrio con (e tra) i clan tribali ( mai messi come tali in discussione, ma anzi assunti come interfaccia del potere di regime); sul sistematico annientamento militare di ogni forma, anche larvata o potenziale, di opposizione all'assolutismo ( dal clero islamico tradizionale degli Ulema, alle debolissime componenti dell'opposizione politica interna) La stessa “nuova costituzione” solennemente promessa da Gheddafi al momento del rovesciamento della monarchia, è rimasta in 40 anni lettera morta: e rimpiazzata dal credo della Yamahiriyya ( 1976) e dalla religione messianica del Libro Verde, naturalmente scritto di pugno dal Capo.

 

E' dunque del tutto evidente che già negli anni 70 e 80 i comunisti rivoluzionari dovevano sicuramente difendere la Libia di Gheddafi ( come l'Egitto di Nasser, come l'Algeria di Boumedienne..) dalle minacce dell'imperialismo, ma non potevano in alcun modo né identificarsi nei regimi bonapartisti militari piccolo borghesi, né abbellire la realtà di quei regimi . Al contrario, dovevano porsi come opposizione proletaria al bonapartismo, attorno a un programma di rivoluzione sociale anticapitalista e di democrazia operaia e popolare: l'unica prospettiva capace di consolidare e portare sino in fondo la stessa rivoluzione democratica antimperialista. Questa era del resto la politica di rigorosa indipendenza di classe che Marx rivendicava nei confronti della democrazia rivoluzionaria piccolo borghese e di un suo possibile governo (v. Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850) e che l'internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky applicarono verso il nazionalismo “antimperialista” dei paesi coloniali o semicoloniali ( v.il 2° Congresso della 3° Internazionale sulla questione coloniale, del 1920).La burocrazia stalinista capovolgerà questa impostazione.

 

 

 

L'adattamento dello stalinismo, durante il secondo dopoguerra, al nazionalismo arabo di settori militari piccolo borghesi in Medio Oriente,fu un crimine nei confronti della rivoluzione araba e delle sue stesse aspirazioni antimperialiste. Tutti i regimi bonapartisti “antimperialisti” appoggiati da Mosca, e resi possibili dalla stessa esistenza dell'Urss, hanno finito uno dopo l'altro col ritornare nell'alveo dell'imperialismo, e col subordinarsi al sionismo. Un processo già iniziato negli anni 70 e 80 ( svolta di Sadat e poi di Mubarak in Egitto), e ultimato dopo il crollo del Muro di Berlino e dello stalinismo internazionale.

 

 

LA PARABOLA DI GHEDDAFI: DA BONAPARTE “ANTINMPERIALISTA” A SOCIO D'AFFARI (E DI CRIMINI) DELL'IMPERIALISMO

 

Il regime di Gheddafi non ha fatto eccezione. Oggetto ancora nel 1986 di un'aggressione militare imperialista ( col bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte americana), e ancora internazionalmente isolato nei primi anni 90 ( con le pesanti sanzioni internazionali del 92-93), il regime ha lavorato per una propria integrazione nel nuovo ordine internazionale, sino alla propria “riabilitazione” ufficiale nel 2003.

La fine dell'ombrello protettivo del Cremlino, l'aggressione imperialista all'Irak del 91, le crescente pressione minacciosa del fondamentalismo islamico ai confini ( Algeria) col rischio di una sua penetrazione in Libia, spinsero Gheddafi in breve tempo ad una radicale ricollocazione politica.

Si intraprese un piano di liberalizzazioni interne, si riaprirono le porte alle banche straniere,si offrirono all'imperialismo laute concessioni nello stesso campo petrolifero, si donarono sontuose commesse in campo infrastrutturale ai capitali italiani e francesi, si assunse il ruolo di spietato gendarme delle politiche xenofobe della U.E., si aprì alla distensione con l'Egitto e lo stato Sionista. Chiedendo in cambio non solo la rinuncia dell'imperialismo a rovesciare il regime, ma uno spazio di inserimento attivo nel capitale finanziario d'occidente: la Libia prima azionista della principale banca italiana ( Unicredit)si afferma in questo contesto.

 

Questa svolta ha avuto ricadute importanti in Libia. Al carattere oppressivo della dittatura si è aggiunta la crescita sensibile delle disuguaglianze sociali, a fronte di stipendi fermi già da ventanni. Da un lato liberalizzazioni e privatizzazioni, unite alle crescenti comunioni d'affari con i capitalisti europei, hanno accresciuto il privilegio sociale della casta di regime a partire dalla famiglia (larga) di Gheddafi, rendendo il sopruso politico ancora più odioso. Dall'altro il mantenimento dei sussidi sociali non ha potuto evitare l'aumento consistente della disoccupazione giovanile ( specie intellettuale), caratteristica comune a tutti i paesi del Maghreb.: Il reddito procapite in Libia è sicuramente più alto che in Tunisia e in Egitto, ma solo grazie alla tradizionale media del pollo. Infine il rimescolamento sociale innescato dalla crescente integrazione col capitale straniero ha corroso i vecchi equilibri tribali e territoriali, moltiplicando ataviche contraddizioni e tensioni ( in particolare tra Cirenaica e Tripolitania), a tutto danno della stabilità del regime e dell'unità dell'esercito.

 

La verità è che la storia libica e la sua parabola è un ulteriore lezione per tutti i sostenitori, più o meno acritici, dei regimi militari “progressisti” ( alla Chavez, per intenderci).

Non solo questi regimi non realizzano né possono realizzare, per definizione, il potere dei lavoratori e delle masse, ma la loro stessa autonomia dall'imperialismo è inevitabilmente parziale,fragile , transitoria, esposta prima o poi al riflusso della normalizzazione. Questa è la realtà attuale del regime di Gheddafi . Non vederlo, e continuare a riproporre 40 anni dopo, pur con qualche comprensibile prudenza, la vecchia mitologia del Leone del deserto, significa non fare alcun bilancio degli errori passati e disarmare la politica rivoluzionaria di fronte allo scenario nuovo della rivoluzione araba.

 

 

LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBIA: “GUERRA CIVILE” O “RIVOLUZIONE”? TANTA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

 

Ma c'è di più.

Dopo aver rimosso in sede “logica” la base materiale di una possibile rivoluzione libica ( Se Gheddafi è antimperialista e le masse vivono bene grazie ai sussidi, perchè dovrebbero fare una rivoluzione? ) gli intellettuali neostaliniani negano in sede empirica l'evidenza stessa della rivoluzione in corso: si tratterebbe tuttalpiù di una “guerra civile”, ordita e preordinata dietro le quinte ; e in ogni caso come si può chiamare “rivoluzione” l'innalzamento della bandiera monarchica?

 

Questa costruzione è un non senso. Che somma in sé l'assoluta incomprensione della realtà storica delle rivoluzioni, con l'assoluta incomprensione della concretezza degli avvenimenti in corso. Soffermiamoci su entrambi gli aspetti.

 

Non so come i compagni Burgio, Cararo o Dinucci immaginano una rivoluzione. Pare che la immaginino come un percorso rettilineo, segnato dalla coscienza di massa, illuminato da un chiaro programma, sorretto da un blocco sociale omogeneo.( E per questo..rinviabile alla notte dei tempi). Disgraziatamente una simile rivoluzione è sconosciuta alla storia dell'umanità. Le rivoluzioni reali, non quelle immaginarie, sono processi molto complessi. Non sono sospinte dalla coscienza ma dal bisogno e dall'odio contro l'oppressione. Proprio perchè mobilitano grandi masse ( altrimenti non sarebbero rivoluzioni) trascinano nell'arena della lotta i più diversi strati sociali, le più diverse culture e tradizioni, ragioni e interessi profondamente contraddittori. Così è stato sempre. E tanto più quando la rivoluzione si leva contro regimi dittatoriali pluridecennali, che per loro natura hanno bloccato per lungo tempo ogni forma di dialettica pubblica e di selezione delle rappresentanze politiche, unificando contro di sé un indistinto moto democratico per la “libertà”. E' appena il caso di ricordare che la prima rivoluzione russa contro lo zarismo del 1905 iniziò sotto le insegne del prete Gapon ( poi rivelatosi agente dello Zar)... Il compito dei comunisti non è quello di negare la rivoluzione perchè non corrisponde ad una forma pura ideale ( inesistente), ma di intervenire nelle rivoluzioni reali per sviluppare la loro coscienza , contrastare l'egemonia di forze politiche o culturali avverse ( inevitabile nella prima fase), ricondurre le aspirazioni sociali e politiche progressive delle masse ad uno sbocco di classe anticapitalista.

 

Le rivoluzioni arabe in corso contro regimi ventennali ( Tunisia), trentennali ( Egitto), quarantennali( Libia), pongono ai comunisti esattamente questo problema.

I processi in corso hanno caratteristiche diverse a seconda dei diversi contesti nazionali. In particolare sono diversi i canali organizzatori e politici della sollevazione, e la dinamica delle forze sociali. Ma ovunque la vera bandiera immediatamente unificante dei moti rivoluzionari non è stata sociale ma politica: la cacciata dei regimi, il rovesciamento degli oppressori. Proprio per questo la bandiera politica ha aggregato attorno a sé ragioni sociali profondamente contraddittorie, che tendono a conquistare la scena subito dopo il rovesciamento dei tiranni. La grande ascesa degli scioperi operai in Egitto, dopo la caduta di Mubarak in aperta collisione col “nuovo” potere militare provvisorio (e la borghesia egiziana che lo sorregge) è al riguardo emblematico.

La rivoluzione libica si colloca, con le sue specificità, in questo quadro generale.

La bandiera unificante di larga parte della società libica in rivolta è la caduta di Gheddafi, la punizione dei suoi crimini, il varo di una costituzione, libere elezioni. Sono le classiche rivendicazioni di una rivoluzione democratica.

 

La bandiera “monarchica”? E' semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia ( giustamente rovesciata nel 69) è un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. Oltretutto l'opposizione monarchica è quasi inesistente in Libia, e debolissima nell'emigrazione, come documenta lo stesso storico Del Boca. Quella bandiera rappresenta sul piano simbolico, nel deserto dei riferimenti culturali e politici, il punto di identificazione e aggregazione disponibile dopo 40 anni di regime contro il regime. Nella percezione di massa è il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si può non vederlo?

 

Un fatto “preordinato e organizzato”, a differenza che in Tunisia e in Egitto, e dunque longa manus di “forze straniere”?. E' una sciocchezza dietrologica tipica della mentalità staliniana, che ignora la realtà dei fatti. La cronaca della insurrezione di Bengasi, guida della rivoluzione, è ormai di dominio pubblico, persino nei particolari, confermati peraltro dalle più disperate fonti documentali e testimonianze. Le prime manifestazioni anti regime del 15 febbraio, convocate via internet, a base prevalentemente giovanile e studentesca, sono state aggredite a fucilate da forze mercenarie direttamente guidate da Karmis, figlio di Gheddafi, che ordinava all'esercito di partecipare alla repressione. L'orrore per la carneficina compiuta, in una città già colpita ripetutamente dalla violenza criminale del regime, ha prodotto la sollevazione popolare. Gli stessi comandi dell'esercito hanno a quel punto disertato gli ordini di Gheddafi, si sono ammutinati, e hanno aperto le caserme e i depositi d'armi, consentendo l'armamento popolare. Il giorno 20 Bengasi è stata liberata: e la sua liberazione ha prodotto un effetto domino in tutto l'est della Libia, con una dinamica analoga ( sollevazione popolare, ammutinamento di truppe, armamento popolare). Dov'è in tutto questo la regia occulta di un diavolo misterioso? Come si fa a non vedere che la rivoluzione libica è figlia della rivoluzione araba, sospinta dai fatti di Tunisia ed Egitto, animata dalla stessa volontà di libertà e di riscatto che sta attraversando, in forme diverse, tutti i popoli arabi? Dopo aver descritto il crollo dello stalinismo internazionale nell'89 come complotto dell'imperialismo, vogliamo rappresentare come complotto dell'imperialismo la stessa rivoluzione araba( contro regimi alleati.. dell'imperialismo)?

 

Ma in Libia c'è “una guerra civile, non una rivoluzione”, si afferma. Ma perchè, una rivoluzione non può forse trascinare con sé una guerra civile? Le grandi rivoluzioni della storia non sono state anche guerre civili? La rivoluzione inglese del 1640, la rivoluzione francese del 1789-93, la stessa rivoluzione russa dell'ottobre 17, non si sono risolte anche in guerre civili? La stessa guerra di liberazione in Italia nel 43-45 ( tradita nelle sue aspirazioni rivoluzionarie dal PCI di Togliatti) non ha forse intrecciato sollevazione popolare e guerra civile? Si potrebbe continuare. E' vero: in Tunisia e in Egitto il primo passaggio della rivoluzione, con la caduta di Ben Alì e Mubarak, non ha comportato la guerra civile, nonostante le centinaia di morti assassinati; per il semplice fatto che in entrambi i casi la forza popolare ha paralizzato l'esercito, la polizia si è disgregata, lo stesso imperialismo ha premuto dall'esterno su forze militari da sé finanziate e influenzate perchè evitassero un bagno di sangue dalle conseguenze imprevedibili, e cercassero di riprendere il controllo politico della situazione ( cosa come si vede non facile né a Tunisi né a Il Cairo).

In Libia è diverso, per un insieme di ragioni particolari: la famiglia Gheddafi non ha lo spazio di fuga disponibile per Ben Alì e Mubarak; il regime dispone, nella capitale, di uno spazio di arroccamento e tenuta militare superiore ; Gheddafi controlla forze mercenarie consistenti; lo spazio di influenza e condizionamento politico dell' imperialismo su Gheddafi e il suo apparato militare è, per ragioni storiche, molto minore di quello esercitabile sul regime egiziano. In questo quadro la volontà di Gheddafi di resistere a Tripoli può trascinare una guerra civile ( offrendo all'imperialismo uno spazio di possibile intervento esterno, proprio in assenza di una leva politica interna). Ma per quale ragione questa guerra civile annullerebbe il confine tra rivoluzione e controrivoluzione? Oppure si vuol suggerire, implicitamente, una linea politica di difesa del regime di Gheddafi contro la rivoluzione libica, in perfetta consonanza con la posizione assunta dal regime di Chavez e da Fidel Castro? In questo caso ne guadagnerebbe la chiarezza, e si avrebbe il coraggio di un'assunzione di responsabilità. Certamente molto impegnativa e rivelatrice.

 

 

PER LO SVILUPPO ANTICAPITALISTA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

 

Naturalmente il pieno sostegno alla rivoluzione libica non può affatto tradursi in un affidamento ingenuo agli eventi. Il rovesciamento rivoluzionario del regime di Gheddafi sarebbe un fatto assolutamente positivo ma non concluderebbe la rivoluzione: aprirebbe al contrario una sua nuova fase, ricca di incognite e di contraddizioni, e dunque una nuova agenda di problemi e di compiti.

 

Anche in Libia, come in Tunisia e in Egitto, - seppur con una debolezza e dispersione molto maggiore- sono all'opera forze diverse interessate a subordinare la rivoluzione libica ad uno sbocco limitato e parziale o ad una piena riconciliazione storica con l'imperialismo. Il pericolo non viene oggi dal panislamismo, la cui presenza nella rivoluzione araba è oggi complessivamente molto limitata, e che è molto marginale nella stessa Libia ( la tradizione Senussita della Cirenaica non è affatto integralista). Viene piuttosto dal lavorio degli ambienti tribali, interessati a riprendere il controllo della situazione dopo che la rivoluzione- specie tra i giovani- ha scosso il dominio dei clan travalicando i loro confini. Viene da settori militari del vecchio regime che hanno abbandonato la nave che affonda, ma che non sono disposti ad abbandonare i propri privilegi e il proprio status sociale. Viene dagli ambienti libici dei nuovi arricchiti, sviluppatisi nel decennio di apertura all'imperialismo, e spesso intrecciati col mondo degli affari occidentale. Queste forze non hanno oggi un asse di unificazione e un progetto univoco, anche in ragione dei loro interessi contrastanti. Ma hanno uno scopo comune: bloccare la rivoluzione popolare, ostacolare la piena realizzazione delle sue stesse rivendicazioni democratiche, impedire in ogni caso la sua trascrescenza in rivoluzione sociale, anticapitalista e antimperialista. Sono le stesse forze che possono essere interessate all'intervento dell'imperialismo in Libia, come fattore di stabilizzazione politica e restaurazione dell'ordine: un ordine senza Gheddafi- ormai fattore di guerra civile con tutti i suoi rischi- ma certo segnato dal pieno ristabilimento delle gerarchie dominanti.

 

Le masse libiche insorte hanno un interesse esattamente opposto, al pari delle masse tunisine ed egiziane: impedire il tradimento della propria rivoluzione. Da qui un programma d'azione conseguente: sviluppare sino in fondo le proprie rivendicazioni democratiche, a partire dalla rivendicazione di una Assemblea Costituente realmente libera e sovrana che sottragga a capi clan, generali, uomini d'affari la definizione del nuovo ordine politico; sviluppare i liberi comitati popolari che sono nati a Bengasi e Tabruk, allargare la loro base sociale, dar loro un carattere elettivo, coordinarli progressivamente su scala locale e nazionale, a partire dalla Libia già liberata: per farne gli strumenti dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo; rifiutarsi di consegnare le armi ai nuovi generali, come pretendono i comandanti militari a Bengasi: ed anzi estendere l'armamento popolare , integrare parallelamente rappresentanze militari elette dai soldati nelle strutture dei comitati popolari, organizzare ovunque la propria forza indipendente . Contemporaneamente, sul piano sociale, si tratta di affermare un programma autonomo e complementare: respingere ogni apertura alle liberalizzazioni di mercato, revocare le liberalizzazioni già effettuate, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e senza indennizzo tutte le leve vitali dell'economia del paese, annullare tutti i patti subalterni realizzati dal regime con l'imperialismo ( a partire dalla chiusura immediata dei campi di concentramento dei migranti d'Africa).

La lotta per questo programma non solo sancirebbe l'autonomia politica del movimento operaio e popolare da tutte le forze della borghesia libica , ma darebbe un importante contributo al dispiegamento in avanti della rivoluzione egiziana e tunisina, in un passaggio cruciale.

 

 

CONTRO OGNI INTERVENTO DELL' IMPERIALISMO IN LIBIA. MA IN NOME DELLA RIVOLUZIONE NON DI GHEDDAFI

 

E' da questo punto di vista rivoluzionario, e non da quello opposto filo-Gheddafi, che va denunciata e respinta nel modo più netto ogni ipotesi di intervento imperialista in Libia.

Se l'imperialismo oggi ha allo studio un possibile intervento in Libia, non è perchè vuole rimuovere Gheddafi ( già peraltro dato per spacciato). Ma perchè vuole bloccare la rivoluzione libica e l'estensione ulteriore della rivoluzione araba. Questo è il suo problema.

 

L'imperialismo non ha mai avuto scrupoli democratici e scopi umanitari. Tutta la sua storia ha militato contro la democrazia e contro l'umanità. La sua unica vocazione è il dominio sui popoli e il controllo sul pianeta. Non sono oggi le crudeltà del regime di Gheddafi a colpire la sensibilità di chi bombarda l'Afghanistan ed appoggia le barbarie del sionismo. Ma piuttosto l'instabilità politica della Libia, la messa a rischio delle sue riserve petrolifere, la possibilità di un ulteriore espansione del contagio rivoluzionario in Medio Oriente a tutto danno degli interessi strategici dell'imperialismo e dello Stato sionista ,in uno scacchiere decisivo degli equilibri mondiali, presenti e futuri. Intervenire in Libia , dietro il pretesto ipocrita del soccorso umanitario, potrebbe voler dire riconquistare una leva di manovra nell'intero Maghreb, condizionare sviluppi e sbocchi dei processi politici in atto nella regione, far pesare sino in fondo la propria forza deterrente. Peraltro le stesse contraddizioni interimperialistiche spingono nelle stessa direzione. Stati Uniti e Gran Bretagna sono i più attivi nell'ipotizzare un intervento, perchè pensano a rimpiazzare gli interessi imperialistici europei maggiormente colpiti ( Italia e Francia), e ad aprire un più vasto canale di intervento diretto in Africa in funzione anticinese. La Francia vorrebbe evitare questa manovra, a difesa della propria vecchia area d'influenza in Africa. Ma non sa bene come fare. L'imperialis